Da Oxford e Harvard a San Miniato di Siena

Cosimo Loré. Fa benissimo indignarsi perché l’altrui indifferenza è segno di miseria, meschinità e, talora, malvagità morale e mentale da cui è bene non farsi contaminare… Basta immaginare come molti di questi tristi impiegati travestiti da luminari trascinano le loro esistenze private nonché accademiche… Cosa possono trasmettere, sia a casa in mutande che in aula al microfono?! Quale motivo serio c’è per attirare nell’ateneo, fra le mura? …ops… dimenticavo il presente, che vede ormai tradita e abbandonata la vecchia, rectius vetusta, prestigiosa magione accademica, per improbabili ed orribili ghetti e siti che da perfetti burocrati bolscevichi hanno avuto cuore (e portafoglio!) d’inventare ed imporre i “capi” che con il corteo di consigliori, veline e servi ci hanno saccheggiato la città e l’università… Dice bene il grande (ed unico!) onesto cronista, nonché storiografo di questa stagione sciagurata Raffaele Ascheri (v. Gli scheletri nell’armadio)

… San Miniato… la quintessenza del grigiore, visto dall’esterno. San Miniato è così: anonimi, grigi, lividi blocchi di cemento posti l’uno sull’altro, con finestre rettangolari, muri sovente oltraggiati dall’umidità, un verde trascurato. Un qualcosa difficile da immaginare, se comparato con la incommensurabile bellezza del centro storico. Un luogo ideato per acquartierare quella fetta di senesi che non potevano più permettersi di vivere in centro: gente traghettata dal sogno gotico all’incubo da paese dell’est. Un luogo peraltro che di socialismo reale ha solo la reale bruttezza delle sue forme architettoniche. Gli orrendi quartieri delle città del Patto di Varsavia almeno hanno l’alibi della dittatura. Come tanti quartieri simili, anche lì nessuno di coloro che l’avevano pomposamente creato o politicamente sostenuto era mai andato a vivere.
 San Miniato sembra il pegno pagato da Siena per tenere buona l’invidia degli Dei, per evitare che le divinità si possano vendicare di cotanta originaria bellezza della città. Pare fatto apposta, con il suo squallore architettonico, con il suo grigiore, per bilanciare l’inebriante bellezza della città murata. I potenti di Siena continuano a farci costruire case su case, palazzi su palazzi, approfittandosi del fatto che, in questo caso, non si fa altro che aggiungere bruttezza a bruttezza…

Ancora aspiranti studenti si fanno ammaliare dalla gloriosa tradizione, in particolare della scuola medica senese, e adescare dalla immaginifica pubblicità della antica città medievale, ma fino a quando si adatteranno a restare confinati in un simile sito servito – si fa per dire – da mense non certo paragonabili a quelle di Oxford o Harvard con cui si osò parificarci e da parcheggi a pagamento o meglio sotto lo sfruttamento di pochi furbi e l’incubo della rimozione selvaggia e del pedaggio brutale? Il tutto con generazioni di meridionali che vengono trattati da sempre come dei vu’ cumpra’ della cultura in alloggi magari centrali ma fatiscenti, da cui molti furbi ricavano grande parte del “guadrino”…

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9 Risposte

  1. «San Miniato… la quintessenza del grigiore, visto dall’esterno. San Miniato è così: anonimi, grigi, lividi blocchi di cemento posti l’uno sull’altro, con finestre rettangolari, muri sovente oltraggiati dall’umidità, un verde trascurato. Un qualcosa difficile da immaginare, se comparato con la incommensurabile bellezza del centro storico. Un luogo ideato per acquartierare quella fetta di senesi che non potevano più permettersi di vivere in centro: gente traghettata dal sogno gotico all’incubo da paese dell’est.» Cosimo Loré

    …sono i “non luoghi“, secondo una felice espressione di Augé:

    «Marc Augé definisce i nonluoghi in contrapposizione ai luoghi antropologici, quindi tutti quegli spazi che hanno la prerogativa di non essere identitari, relazionali e storici»

    ossia posti che della città, nel senso italiano ed europeo, non hanno più nulla. Un’architettura anonima oramai universale, identica dal Kossovo alla Brianza. L’architettura italiana dal dopoguerra a oggi (e Siena non fa eccezione) diciamoci la verità, fa quasi tutta schifo: anche se il progetto viene affidato a qualche noto architetto (il quale per contratto andrebbe obbligato a risiedere nei quartieri che realizza almeno per qualche anno), poi quello che viene realizzato assomiglia ben poco all’ “idea”, ossia al progetto, tanto che quasi sempre i progettisti (dallo Zen palermitano al San Miniato senese) lo disconoscono. I pessimi materiali utilizzati ne accelerano la caducità; quanto al verde, in Italia è considerato superfluo e pertanto cementificabile ed asfaltabile a piacimento: notate che i più bei parchi, quelli più amorevolmente curati, delle ville che punteggiano le nostre campagne, sovente appartengono a stranieri. È forse il retaggio di una fame atavica risalente ai tempi in cui “campagna” significava “miseria” che ha fatto mitizzare il cemento come segno di progresso sociale; ed è una sottocultura estetica che fa pendant con la regressione antropologica della mentalità popolare. E c’è da dire che al cospetto di altre regioni, dove il paesaggio è già stato cancellato a favore di un insulso alternarsi di eclettiche villette monofamiliari in stile bizzarro senza alcun “canone” (per costruire le quali appare naturalmente inevitabile spianare una collina o abbattere una foresta), un metro quadro di verde (inquinato), capannoni industriali, centri commerciali e rovine postindustriali, con graziosi non-finiti di genere non proprio michelangiolesco, persino le Taverne appare un capolavoro di urbanistica.
    Cosa resterà di tutto questo? Il cemento armato non è fatto per durare: dopo un secolo perde le sue proprietà statiche e le case dovranno essere abbattute: è il riflesso dell’effimero che domina ogni attività moderna, dall’arte alle tecnologie per l’informatica. Il socialismo reale c’entra poco e molto il profitto: capolavori di devastazione urbanistica non a caso sono la mitica Padania del Dio Quattrino e certe aree del sud dove si adorano altre deità. È quasi inevitabile che l’omologazione prima o poi trasformi anche la Toscana in un posto del tutto anonimo.
    Quanto alle residenze per studenti, non è superfluo ricordare ancora una volta che se la Germania mette a disposizione oltre 300.000 posti in casa dello studente, in Italia siamo a 30.000 circa, cioè un decimo. Del resto quale sia l’interesse della pubblica opinione verso l’università lo attesta il fatto che in cinque anni viene tagliato un miliardo e mezzo al fondo di finanziamento ordinario e tutti reputano che sia una misura giusta, in un paese che investe la metà, in termini di percentuale del PIL nell’università, rispetto agli altri paesi europei coi quali vorremmo paragonarci: poi constatiamo sbalorditi che la macchina dell’economia tedesca riparte…

  2. P.S. Purtroppo tutto ciò era stato detto (anche se qui in verità, qualche lucciola si vede ancora…):

    «Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta).
    Quel “qualcosa” che è accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque “scomparsa delle lucciole”… “Dopo la scomparsa delle lucciole
    I “valori” nazionalizzati e quindi falsificati del vecchio universo agricolo e paleocapitalistico, di colpo non contano più. Chiesa, patria, famiglia, obbedienza, ordine, risparmio, moralità non contano più. E non servono neanche più in quanto falsi. Essi sopravvivono nel clerico-fascismo emarginato (anche il MSI in sostanza li ripudia). A sostituirli sono i “valori” di un nuovo tipo di civiltà, totalmente “altra” rispetto alla civiltà contadina e paleoindustriale. Questa esperienza è stata fatta già da altri Stati. Ma in Italia essa è del tutto particolare, perché si tratta della prima “unificazione” reale subita dal nostro paese; mentre negli altri paesi essa si sovrappone con una certa logica alla unificazione monarchica e alla ulteriore unificazione della rivoluzione borghese e industriale. Il trauma italiano del contatto tra l’ “arcaicità” pluralistica e il livellamento industriale ha forse un solo precedente: la Germania prima di Hitler. Anche qui i valori delle diverse culture particolaristiche sono stati distrutti dalla violenta omologazione dell’industrializzazione: con la conseguente formazione di quelle enormi masse, non più antiche (contadine, artigiane) e non ancor moderne (borghesi), che hanno costituito il selvaggio, aberrante, imponderabile corpo delle truppe naziste.
    In Italia sta succedendo qualcosa di simile: e con ancora maggiore violenza, poiché l’industrializzazione degli anni Settanta costituisce una “mutazione” decisiva anche rispetto a quella tedesca di cinquant’anni fa. Non siamo più di fronte, come tutti ormai sanno, a “tempi nuovi”, ma a una nuova epoca della storia umana, di quella storia umana le cui scadenze sono millenaristiche. Era impossibile che gli italiani reagissero peggio di così a tale trauma storico. Essi sono diventati in pochi anni (specie nel centro-sud) un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale. Basta soltanto uscire per strada per capirlo. Ma, naturalmente, per capire i cambiamenti della gente, bisogna amarla. Io, purtroppo, questa gente italiana, l’avevo amata: sia al di fuori degli schemi del potere (anzi, in opposizione disperata a essi), sia al di fuori degli schemi populisti e umanitari. Si trattava di un amore reale, radicato nel mio modo di essere. Ho visto dunque “coi miei sensi” il comportamento coatto del potere dei consumi ricreare e deformare la coscienza del popolo italiani, fino a una irreversibile degradazione. Cosa che non era accaduta durante il fascismo fascista, periodo in cui il comportamento era completamente dissociato dalla coscienza. Vanamente il potere “totalitario” iterava e reiterava le sue imposizioni comportamentistiche: la coscienza non ne era implicata. I “modelli” fascisti non erano che maschere, da mettere e levare. Quando il fascismo fascista è caduto, tutto è tornato come prima. Lo si è visto anche in Portogallo: dopo quarant’anni di fascismo, il popolo portoghese ha celebrato il primo maggio come se l’ultimo lo avesse celebrato l’anno prima.»

    Il vuoto del potere
    ovvero
    L’articolo delle lucciole
    di Pier Paolo Pasolini
    dal “Corriere della sera” del 1° febbraio 1975

  3. San Miniato: proprietà collettiva in origine, modello di architettura nuova, sociale, vero? Uno dei massimi “meriti” del Piccini (con Fontebranda), ora critico implacabile del regolamento urbanistico cenniano, da 1721 appartamenti… altroché case dello studente, caro Stavrogin!
    Buon Palio piuttosto…

  4. «Marc Augé definisce i nonluoghi in contrapposizione ai luoghi antropologici, quindi tutti quegli spazi che hanno la prerogativa di non essere identitari, relazionali e storici»

    …il contrario quindi della “communitas” e della “universitas” la cui ragion d’esser è costituita da identità e tradizioni antiche fortemente ed architettonicamente trasmesse attraverso i richiami d’ogni pietra e aula, collegamenti ed incitamenti per generazioni subentranti di docenti e discenti che anche accademicamente abbigliandosi assorbono una magistrale “lectio” di storia e di scienza!

    Un simile sconcio può solo annientare mille magnifici anni di faticosa marcia verso una conoscenza illuminata dalla coscienza della propria irripetibile identità e tipicità…

    D’altra parte pure il corso degli “Studi” è definitivamente ridotto ad informe accumulo burocratico di “presenze” e “crediti”, dove chiunque ha neuroni coglie la insensatezza, generalmente percepita dai discenti, di una stolida corsa fra dedali di corridoi e aule disadorne e disadatte ad una “Alta Scuola”.

  5. … dopo aver letto l’ultimo volume di Raffaele Ascheri ci si domanda: ma gli artefici di tanto disastro non hanno avuto rispetto neppure verso loro discendenti possibili fruitori di una così disgraziata struttura? Quale vantaggio – se non quello di chiudersi in ville esterne all’urbe – può derivare dal declino della “Siena storica”, colpita nel cuore dell’antico splendido centro, passato da luogo di scambio e incontro umano ed accademico, artistico e commerciale a sfilata e rassegna di luccicanti vetrine per pelletterie, argenterie, gelaterie invadenti e non attinenti agli “studi senesi” e a “pietre plurisecolari”?

  6. Grande Cosimo! Grazie… un regalo ferragostano unico i tuoi siti…
    Peccato che Raffaele non partecipi a questo blog… dovresti convincerlo! Tu ce la puoi fare…

  7. giovanni scriveva il 18 aprile 2008 alle 09:25

    Visto che hanno assunto questo architetto perché non investirlo immediatamente dei numerosi difetti di costruzione che presentano gli edifici universitari da San Miniato a Via Mattioli?
    A breve scadranno i tempi per la garanzia legale del costruttore… che si aspetta a chiedere ricostruzione ai costruttori ed ai progettisti?

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