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Salvare l’Università di Siena. Quale modello per il futuro?
Dopo il crac, quale modello di università a Siena nel prossimo futuro?
Stavrogin. Scusate, ma si potrebbe costringere, non escludendo l’uso illegittimo della forza, chi si candida al ruolo di “Rettore” a descriverci il suo progetto per l’università del prossimo futuro? Tra due anni, volenti o non volenti, l’università di Siena cambierà pelle completamente, ma nessuno ne parla e il tutto apparentemente parrebbe dipendere dalla ruota della fortuna: non c’è uno straccio di “dibattito culturale” intorno all’università, a nessun livello, dentro e fuori, quasi che stessimo tentando di “risanare” (o liquidare) un qualsiasi ente pubblico, e non un ente preposto specificatamente alla formazione e alla ricerca. Cosa resterà a Siena? Quali specializzazioni? Quali indirizzi? Come ci si rapporterà agli atenei vicini? Si va verso una “regionalizzazione”? E che cavolo vuol dire ciò, in buona sostanza, in una condizione in cui non è nemmeno immaginabile la mobilità del personale docente? Siena diventerà un modesto “college” di provincia e uno spaccio di lauree triennali (preludio alla definitiva soppressione)? Molta gente non spregevole dal punto di vista delle capacità intellettuali, verrà costretta pertanto a soccombere senza nemmeno combattere? In quali campi si potrà ancora dire che esiste della “ricerca”? Chi avrà ancora i numeri per sopravvivere? Che ne faranno degli altri? Guardate che, oltre a lacerare ulteriormente le esistenze sospese di chi ha un piede dentro e uno fuori, come i precari, oltre a scoraggiare e deprimere chi è avviato verso un binario morto, come i ricercatori, questa insicurezza di fondo e l’impossibilità di affrontare il dibattito (o la protervia nel non volerlo affrontare) sta mandando via da Siena studenti a frotte.
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Spettatori inerti e/o artefici del disastro veramente si candidano a guidare l’università di Siena?
«Siamo certi che la futura classe dirigente del nostro Ateneo non avrà legami con questo passato.» È quello che scrivevo, con convinzione, il 13 aprile 2009 in un post – intitolato «Pasqua nell’ateneo senese: ci sarà una risurrezione?» – che riportava un inquietante articolo del Corriere Fiorentino sulle auto blu dell’Università di Siena. Oggi, la notizia dei tre candidati a rettore fa cadere convinzioni e certezze sulla estraneità con il passato della futura classe dirigente e perdere ogni speranza sulla possibile risurrezione dell’ateneo.
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La Crui sui collaboratori ed esperti linguistici
Nella riunione della Conferenza dei Rettori (Crui) del 25 marzo u.s., i Rettori hanno discusso, tra l’altro, anche dei contenziosi sollevati dai collaboratori ed esperti linguistici (Cel). Atteso che per quelle università inadempienti, rispetto a quanto previsto dalla L. 63/2004, l’ammontare complessivo parziale delle condanne si aggira sui 30 milioni di euro, la Crui, onde evitare nuovi contenziosi, ha invitato tutti gli atenei a tenere un comportamento uniforme sul trattamento economico dei collaboratori linguistici, ex lettori di madre lingua straniera. In particolare, è attribuibile al massimo, «proporzionalmente all’impegno orario assolto, tenendo conto che l’impegno pieno corrisponde a 500 ore, un trattamento economico corrispondente a quello del ricercatore confermato a tempo definito; tale equiparazione è disposta ai soli fini economici.» Per i Cel si applica, in base al CCNL, il trattamento normativo previsto per il personale tecnico-amministrativo part time, con possibilità per i collaboratori linguistici di esercitare altre prestazioni di lavoro.
L’Università di Siena, però, è andata oltre l’attuale invito della Crui. Sta, infatti, corrispondendo da anni ai Cel non il trattamento economico previsto per il ricercatore confermato a tempo definito ma quello del ricercatore a tempo pieno (Art. 5 del CCI). Inoltre, l’ateneo senese ha riconosciuto l’esperienza acquisita ricostruendo la carriera pregressa, con relativo trattamento economico, non solo ai Cel a tempo indeterminato ma anche a quelli assunti con contratto a tempo determinato. Si è mai visto che ad un ricercatore, al momento dell’assunzione, gli venisse ricostruita la carriera pregressa di assegnista, borsista o contrattista? E il danno erariale? È tutto da definire! Sicuramente supera gli 8 milioni di euro: più o meno quanto ricaveremo dalla vendita del Palazzo Bandini-Piccolomini.
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Altri dati sul sacco dell’ateneo senese
«Se proprio volete distruggere l’università di Siena, evitate almeno di trascinare nel baratro gli altri atenei.» È questo l’invito che alcuni rettori potrebbero rivolgere a Silvano Focardi, in riferimento al contratto integrativo dei collaboratori ed esperti linguistici (Cel) di Siena firmato nel 2006, che rischia di scatenare in tutto il Paese contenziosi che potrebbero dare il colpo di grazia ai bilanci degli altri atenei. A Siena chi parla dei Cel può subire attacchi scomposti e gratuiti. Un esempio: la solidarietà ad un collega, che protesta per uno sfratto immotivato ed illegittimo in università, può diventare il pretesto per offendere chi ha evidenziato ingiustificati privilegi ad alcuni dipendenti. Il breve testo che segue (Corriere di Siena, 19 marzo 2010) è, a suo modo, emblematico.
“Nessuna offesa e sui lettori non ho fatto caccia alle streghe”
Giovanni Grasso. Leggo con stupore la lettera di Birgitte Hoiberg (Corriere di Siena del 14 marzo) che mi attacca gratuitamente perché, a suo dire, io userei “modi e parole dispettosi e offensivi che rappresentano un degrado morale inaccettabile.” La lettrice linguistica in tedesco e inglese arriva a trasformare il mio gesto di solidarietà al professor Giorgi in “veemente” contrarietà, manifestata con (uso le sue parole) “toni ed espressioni che dimostrano disprezzo.” Mi ha addirittura indicato come uno che fa “l’agente di polizia per l’amministrazione” quando, in realtà, ho scritto più volte che questa amministrazione universitaria senese è completamente inadeguata a gestire l’emergenza. Non contenta, mi ha accusato persino di aver “offeso gravemente in modo personale” Giorgi sol perché lo consigliavo a non fare lo “sciopero della fame”, salvo che non voglia perdere qualche chilo di troppo. Me la potrò permettere un po’ d’ironia per un’amicizia lunga 37 anni?
È incredibile! Ne avesse azzeccata una! A questo punto una domanda è d’obbligo. Perché tutto questo? La risposta ce la dà la stessa Birgitte Hoiberg: “il professor Grasso ha fatto la caccia alle streghe a noi lettori linguistici.” No cara lettrice. Le streghe non esistono; io ho semplicemente pubblicato una tabella dalla quale si evince che a Siena l’amministrazione universitaria ha concesso emolumenti non dovuti ai collaboratori ed esperti linguistici, per un importo di circa 8 milioni di euro. Mentre, per risanare il buco nei conti si sono mandati a casa i precari della ricerca e in pensione i ricercatori con 40 anni di contributi.
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L’ospedale “Le Scotte” di Siena venduto alla regione: che fine farà la Facoltà di Medicina?
Si riporta il comunicato odierno di “Toscana Notizie” (l’Agenzia di informazione della Giunta regionale) sulla vendita dell’Ospedale “Le Scotte”.
Il complesso ospedaliero senese delle Scotte passa di mano. La giunta regionale ha infatti approvato nella seduta di oggi il protocollo di intesa in forza del quale l’Università degli studi venderà le Scotte all’Azienda Ospedaliera Universitaria per 108 milioni di euro. L’Azienda acquisterà l’immobile grazie a un mutuo che la Regione autorizzerà ad accendere. Il protocollo precisa ancora che la stipula del contratto preliminare dovrà avvenire entro il 15 maggio 2010. In quella occasione l’Azienda Ospedaliera corrisponderà all’Università la prima rata di 54 milioni a titolo di acconto. L’altra rata verrà versata al momento della stipula del rogito notarile di compravendita, cioè entro il 15 settembre, con un possibile posticipo al 31 dicembre 2010.
Si avvia così a conclusione un lungo e complesso percorso che consentirà all’Azienda Ospedaliera di divenire proprietaria di una struttura, realizzata tra il 1968 e il 1994 a stralci successivi, per la quale ha già speso negli anni circa 43 milioni per opere di manutenzione e nella quale ha svolto e sviluppato la propria attività fino dalla sua costituzione. Nell’ambito del Piano Sanitario 2008-2010, inoltre, l’Azienda ha approvato un piano di investimenti di oltre 72 milioni di euro, da utilizzare per ammodernare e ristrutturare strutture obsolete e per acquistare impianti, attrezzature, tecnologie e arredi al passo con le esigenze di qualità di un centro di eccellenza. La riunione del complesso in un’unica proprietà, si legge nel protocollo può assicurarne “una uniforme e completa strategia di sviluppo anche sotto il profilo più propriamente organizzativo e operativo” e può consentire “di perseguire anche gli obiettivi di qualità, efficienza, efficacia e competitività”. Quanto al prezzo pattuito, una volta presa la decisione di vendere l’Università degli studi di Siena ha incaricato una società di effettuare una valutazione del bene. La stima è stata poi validata dall’Agenzia del Territorio, Direzione regionale della Toscana, Ufficio provinciale di Siena, che ha espresso un parere di congruità tecnico economica il mese scorso.
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Da notitia criminis a prova di reato per la voragine nei conti dell’Università di Siena
Settimana emblematica per l’università di Siena, quella che si è appena conclusa. Il 22 febbraio è iniziato l’iter amministrativo per la cessione di una parte del Policlinico. Il 23 c’è stata udienza con l’interrogatorio dell’ex rettore Piero Tosi nel processo che lo vede imputato. Il 24 ricorreva il 4° anniversario della sospensione di Tosi da rettore per abuso d’ufficio e falso ideologico. Intanto il Pm sta per concludere l’inchiesta sul dissesto economico dell’ateneo che vede 11 indagati per abuso d’ufficio, falso ideologico e truffa. In tale contesto, sono credibili rettori e direttori amministrativi quando dichiarano: «non sapevamo nulla della manipolazione dei bilanci»? Non considerando, per il momento, la recente chiamata di correo nei confronti di Tosi e Focardi fatta dal principale imputato, la risposta è anche in un vecchio articolo, di seguito riproposto, con il quale cominciamo (altri ne seguiranno) a chiarire le responsabilità dell’«orgiastico saccheggio» a cui è stato sottoposto l’ateneo senese.
Occorre un piano di risanamento rigoroso per l’Ateneo senese (16 luglio 2006)
Giovanni Grasso. L’Università di Siena si trova in una situazione difficilissima, ereditata dalla precedente gestione, la cui sottovalutazione rischia di vanificare qualsiasi tentativo di risanamento, condannando l’Ateneo ad un declino certo. Ad oggi non si conosce ancora lo stato effettivo delle finanze dell’Ateneo senese in quanto non si è proceduto ad una completa verifica dei conti. I debiti complessivi con le banche e l’INPDAP superano i 200 milioni di euro. Il disavanzo d’amministrazione (circa 27 milioni di euro) dell’ultimo esercizio non comprende gli impegni maturati nel corso del 2005 e liquidati per cassa nell’esercizio 2006. Il numero degli studenti si è ridotto del 20%, con la perdita oggi di 4172 iscritti, rispetto alla punta massima del 2003. Per “far soldi” si è dato corso alla “svendita” di migliaia di lauree attraverso il riconoscimento dei crediti formativi. L’immotivata proliferazione di corsi di laurea e di sedi decentrate è ormai insostenibile. La perdita di incentivi ministeriali per una impropria programmazione del fabbisogno di personale è certa. Infine, le assunzioni di docenti e di personale tecnico ed amministrativo, senza il necessario accertamento dell’effettiva necessità e disponibilità finanziaria, stanno dando il colpo di grazia ai conti dell’Ateneo. Si rende necessario, dopo un’attenta verifica economica, finanziaria e anche legale sullo stato di salute dell’Ateneo senese, un piano di risanamento rigoroso, che incida sugli sperperi e soprattutto sulle spese strutturali. Infine, occorre programmare la spesa impostando politiche di gestione oculate e virtuose per rivendicare il diritto ad un aumento del fondo di finanziamento ordinario da parte del Ministero.
Ripreso dalla stampa locale (16 luglio 2006): La Nazione Siena (Un piano di risanamento per l’Ateneo); il Cittadino Oggi (Grasso: «L’Ateneo attraversa un momento difficilissimo»); Corriere di Siena (Grasso: “Crollo delle iscrizioni all’ateneo”).
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Università di Siena: quando il governo centrale “segue” «il senso della misura»
Pubblichiamo la risposta integrale del Miur (Ufficio Legislativo, settore università) all’interrogazione dell’On. Franco Ceccuzzi sulla drammatica situazione dell’ateneo senese. Nonostante alcune imprecisioni (quali: disavanzo di competenza ed entrate per il 2010) per le quali si rimanda al post precedente, il documento, che riporta anche dati di questo blog, mette in risalto l’inadeguatezza degli organi di governo e della direzione amministrativa nella gestione della crisi. In queste condizioni non resta che il commissariamento che, in assenza di norme specifiche, diventa di competenza esclusivamente prefettizia, come suggerisce un acuto collega.
«La complessa questione concernente la situazione finanziaria dell’Università degli Studi di Siena e le iniziative prospettate dall’Ateneo ai fini del risanamento, come ricordato dall’Onorevole interrogante, è già stata oggetto di discussione presso questa Commissione: si ritiene comunque opportuno riassumere la vicenda.
La situazione di grave crisi economica e finanziaria in cui versa l’Università degli Studi di Siena da una parte è riconducibile ai rilevanti debiti accumulati negli esercizi precedenti, dovuti, soprattutto, al mancato rispetto delle scadenze dei versamenti dell’IRAP e degli oneri dovuti all’INPDAP e dall’altra è conseguenza dello squilibrio tra le spese fisse e finanziamento statale determinato, in particolare, dal numero storicamente alto dei dipendenti rispetto al fondo di finanziamento ordinario che nel corso degli ultimi anni ha fatto registrare un valore superiore al limite massimo del 90% previsto dall’art. 51, comma 4, della legge 449/1997.
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Crisi dell’università di Siena: non è più tempo di maquillage nei conti ma è l’ora del commissario
L’approvazione (29 dicembre 2009) del bilancio di previsione 2010 da parte del CdA dell’università di Siena – 15 mesi dopo la scoperta della voragine nei conti – poteva essere l’occasione buona per riflettere sulle dichiarazioni e sui dati forniti dagli organi di governo. Purtroppo, così non è stato. Rileggere, oggi, alcune di quelle dichiarazioni e verificare la severità e l’affidabilità dei dati è, pertanto, indispensabile.
Rettore (Silvano Focardi): «il disavanzo complessivo di 125 milioni – al netto dei crediti a breve termine ed esclusi i mutui passivi, con l’aggiunta di ulteriori 32 milioni di euro (disavanzo di competenza per il 2010) – delinea un quadro a tinte fosche per il futuro della nostra università. Sono tuttavia questi i numeri con i quali dobbiamo lavorare per trovare le soluzioni migliori per uscire dalla crisi. (…) Si tratta di un documento di previsione finanziaria che dà un quadro doverosamente realistico della situazione, basato su dati rigorosi e affidabili.»
Direttore Amministrativo (Antonio Davide Barretta): è «un bilancio di previsione improntato al massimo rigore possibile…».
Senato accademico: nell’esprimere parere favorevole, sottolinea «la stringente necessità di una sempre maggiore chiarezza, trasparenza e collegialità nelle decisioni finalizzate a ridisegnare strategicamente il futuro dell’Ateneo.»
Collegio dei revisori dei conti: nel ribadire che «una credibile fase di risanamento finanziario non potrà che essere accompagnata essenzialmente da una politica di riduzione dei costi per il personale da perseguire anche attraverso i prepensionamenti e la mobilità (…) esprime parere negativo nei confronti di un bilancio di previsione strutturalmente in disavanzo.»
Candidati a rettore e loro sodali: ovviamente silenzio assoluto, trattandosi di marziani e seleniti.
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Al “Dies Irae” sull’università di Siena i candidati a rettore intonano “una marcia in fa”
Un’ironica e stimolante risposta del Prof. Alessandro Rossi al decalogo di Cotta, firmato da alcuni illustri colleghi che, distratti rispetto alle disastrose condizioni dell’universià di Siena, hanno iniziato le schermaglie per la guida dell’ateneo, invece di chiederne il commissariamento.
A PROPOSITO DELL’UNIVERSITA’ CHE VOGLIAMO
Alessandro Rossi. A tutti piace il documento, persino agli stessi estensori. È infatti impossibile non condividere i 10 punti della proposta: 1. Università di Eccellenza; 2. Centralità della Ricerca; 3. Didattica Avanzata; 4. Valutazione; 5 Piena Autonomia dei Dipartimenti; 6) Responsabilità, Collegialità e Trasparenza; 7. Valorizzazione delle Risorse Umane; 8. Qualificazione e Potenziamento dell’Amministrazione Centrale; 9. Apertura verso l’Esterno e Mobilitazione delle Risorse; 10. Rigore Contabile.
Più che una proposta questa appare una declaratoria dei principi fondanti l’istituzione universitaria. Ma l’Università già esiste ed indicare tali punti come obiettivi da perseguire significa implicitamente ammettere di averli falliti o negati. Io non sono completamente d’accordo, benché sia innegabile qualche lacuna nel “rigore contabile” e non solo in esso. Perché allora questo documento? Accantonando ogni maliziosa interpretazione, voglio pensare che esso tenti di identificare un nuovo spazio di legittimazione della nostra Università. Ciò è particolarmente lodevole in una fase nella quale le nostre debolezze ed i nostri difetti sembrano entrati in un circuito di autoesaltazione. Ma questo documento “L’Università che vogliamo”, per come è impostato, rischia di evocare “il suono della lira mentre Roma brucia”. L’incendio non è rappresentato solamente dalla crisi finanziaria ed economica dell’Università ma anche dalla furia normativa in atto. Il disegno di legge Gelmini prevede quasi 500 nuove norme a regime. L’Università si appresta così ad essere ulteriormente intrappolata da due paradigmi esterni alla logica della conoscenza, uno di stampo politico-burocratico e l’altro di assonanza aziendalistica. In questo scenario, i dieci punti del documento rischiano di apparire come una riedizione della “retorica efficientista”: il potente propulsore negli anni della spinta autonomistica dell’Università. Una esperienza caduta sotto il peso della incapacità di organizzare normali controlli di gestione.
In assenza di una cultura dei processi di controllo e nell’attuale crisi delle classi dirigenti, rischiamo oggi di progettare per flussi di emozioni e di stati d’animo, magari auspicando l’ala protettrice del governo centrale; auspicio dal quale personalmente mi sottraggo. Ma forse, i dieci punti enunciati nel documento potrebbero essere interpretati proprio come la condivisibile necessità di riaffermare che l’Università deve essere fondata solo sul paradigma interno alla conoscenza non su quelli eteronomi della politica e del mercato. Se così fosse, allora desidererei che gli estensori del documento dessero più respiro allo stesso, magari indicando la sua compatibilità con l’attuale crescente asfissia economica e burocratica dell’Università.
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