All’università di Siena si tagliano i professori per aumentare la didattica

SangennaroRoberto Petracca. Per rilanciare l’università devono anche aumentare le entrate allargando l’offerta didattica ed attraendo quindi studenti. Per farlo pensano di tagliare i professori ma, ahimé, la cosa è contro la logica comune e difficilmente potrà funzionare. Stiamo giusto assistendo al misero fallimento di un sindaco che non ha fatto in tempo a festeggiare la vittoria che già si ritrova sepolto dalla spazzatura che aveva promesso di debellare abolendo i termovalorizzatori. A volte però i colpi di genio potrebbero anche funzionare. All’università di Siena potrebbero in gran segreto aver copiato Marchionne e la Fiat. Potrebbero aver inventato un multijet della conoscenza che risparmiando professori aumenta la didattica, così come quel accrocchio taglia il consumo di carburante aumentando i cavalli su un’auto Fiat. Speriamo. Chiedendo il permesso a San Gennaro l’operazione potrebbe anche riuscire.

Con lo smantellamento di mezzo ateneo, a Siena, non saranno penalizzati i “vecchi” docenti ma i più giovani

Rabbi Jaqov Jizchaq. (…) in contesti “interdisciplinari”, ove trionfa la equi-ignoranza e le mansioni intercambiabili… un igienista dentale, del resto, non può forse riciclarsi come igienista mentale? In fondo è solo questione di una consonante e come ci illustrano recenti casi di cronaca si tratta di persone dotate di grande versatilità… Mi chiedo, se il “trend” inevitabile è quello di continuare a chiudere cattedre, interi settori disciplinari, corsi di laurea e dipartimenti con la prospettiva certa di non riaprirli mai più, che desiderio avranno di restare qui nei prossimi dieci o vent’anni quelle decine di docenti/ricercatori “giovani”, ieri potenziali eredi cui sarebbe passato il testimone, oggi bollati come “inutili” e la cui specifica competenza non sarà più richiesta, a prescindere da ogni valutazione scientifica; persone che non avranno più nessun punto di riferimento, avendo già da tempo blande possibilità di potersi dedicare alla ricerca, subendo emarginazione ed isolamento e per le quali, se sono strutturati, si dovrà inventare un qualche ruolo onde giustificare lo stipendio. Con lo smantellamento di mezzo ateneo, contrariamente a ciò che afferma una certa vulgata, a prenderla in quel posto sovente non sarà dunque il “vecchio”, che prima o poi va via con tanto di lauta pensione, ma molte decine tra i più giovani (leggasi: i quaranta-cinquantenni) che restano, ai quali, come ho già detto, il venir meno di ogni punto di riferimento (insegnamenti, corsi di laurea, dipartimenti) taglia l’erba di sotto i piedi, proprio quando surrealisticamente dal livello centrale si pretende da loro un maggior …impegno nella ricerca, nel mentre che glielo si impedisce, e si impongono criteri più severi di avanzamento, pur sapendo che di possibilità concrete di stabilizzazione o di carriera non ve ne sono. Chiedendomi che senso abbiano in un simile panorama espressioni come “libertà di ricerca” e “libertà d’insegnamento”, ritengo che sia a costoro, che si dovrebbe semmai concedere un lasciapassare ed un incentivo per andarsene altrove; quello che temo, è solo che anche di questa eventuale scialuppa di salvataggio finirebbero per usufruire invece per primi quegli incauti ufficiali che hanno provocato il naufragio, un po’ come accadde per il Titanic, ma forse più ancora per la “zattera della Medusa”, con relativi episodi di sopraffazione e di cannibalismo.

Siamo seri: se stiamo parlando di campi di studio rigorosi, non si può ragionare così, e qui a scomparire non è più l’inutile scienza del bue muschiato, bensì un pezzo cospicuo dell’ateneo. Non si può tacere sul fatto che un meccanismo automatico di causa/effetto tra estromissione degli strutturati anziani e immissione dei precari, nell’immediato non sussiste: che mandare via un “vecchio” ora come ora, se abbassa la pressione sul Fondo di finanziamento ordinario, non necessariamente apre la strada a un “giovane” che lo rimpiazza, nel medesimo settore (dopo, può essere troppo tardi). Dunque almeno non raccontiamoci balle sull’esito e sul senso ultimo di certe dolorose operazioni, giacché in diversi casi esse producono la chiusura definitiva di una struttura e di una esperienza, con tutti i risvolti umani e scientifici del caso (oltre naturalmente, alle ripercussioni sul dato statistico delle iscrizioni). Naturalmente tutto ciò è “inevitabile”, dice la vulgata, but not in my Backyard, of course: ma allora, in un’ottica di ristrutturazione che appaia minimamente credibile, torno a ripetere che invece di continuare con una sorta di “conventio ad excludendum”, dovrà essere dichiarato esplicitamente e senza infingimenti, ciò che si vuol salvare e ciò di cui si ritiene di poter fare a meno in quel poco che sopravviverà di questo ateneo, dove oramai vengono considerati “residuali” molti settori di base presenti in ogni università degna di questo nome. In tutt’ Europa esiste la mobilità e la programmazione sul territorio si fa così, non essendo considerato uno scandalo chiudere delle sedi, polarizzare le specializzazioni nei diversi atenei della regione e trasferire nel luogo appropriato il personale di settori dismessi perché non più sostenibili: se non si fa questo, mi spiegate cosa cacchio si pensa di fare?

“Aspettando le prescrizioni” per il dissesto dell’Università degli Studi di Siena

Monologo di un Procuratore della Repubblica

Outis. Che montagna di pratiche! Guardiamo stamani cosa emerge dal mucchio: “Malversazioni e porcherie varie all’Università di Siena“, bisogna provvedere con urgenza; ma qui che c’è? Orrore! “Tentativo di furto del ciuco all’Orto de’ Pecci“, un tentativo di abigeato a Siena! e per di più aggravato dall’ora notturna; dietro, ne sono quasi certo, c’è un traffico internazionale di ciuchi, li verniciano metallizzati e li spacciano per colibrì nei paesi arabi, mi pare di averlo sentito dire. L’Università può attendere, maiora premunt!

Davvero qualcuno pensa di usare un “Madoff italiano” per risanare l’università di Siena?

Dal primato del dissesto finanziario più alto tra gli atenei – e con il maggior numero di indagati – a quello dell’inchiesta per brogli sull’elezione del rettore, l’università di Siena non finisce mai di stupire. L’incapacità dei vertici a predisporre un piano in grado di riportare in equilibrio la gestione finanziaria dell’ateneo e la cronica mancanza di liquidità per le spese correnti sollevano pesanti interrogativi sulle iniziative che l’attuale rettore intende adottare per superare l’emergenza. Se poi si considera la completa assenza di trasparenza sulle decisioni dei vertici, in violazione del decreto legislativo che impone «l’accessibilità totale delle informazioni», si comprende la preoccupazione di chi teme per le sorti del nostro ateneo. In tale contesto, si inserisce la storia che segue.

Negli Stati Uniti, Bernard Madoff ha ideato la più grande truffa finanziaria di tutti i tempi. Domanda d’obbligo: «esiste anche un Madoff italiano?» Più di uno, a giudicare dalle recenti notizie di stampa! Infatti, a Roma, è stato scoperto il Madoff dei Parioli e a Fondi (LT) il “Madoff della Piana”. Ma, oltre alla voragine, quali similitudini potranno esserci tra i primati negativi dell’università senese e la speculazione creativa di tali promotori finanziari? Una prima similitudine riguarda la gestione, concepita come un affare di famiglia, sfruttando la classica catena di Sant’Antonio. Bernie Madoff per anni ha garantito alti interessi agli investitori utilizzando i capitali dei nuovi clienti, fino a quando, con la crisi finanziaria, le richieste di rimborso, superiori alle nuove sottoscrizioni, non hanno fatto scoprire la truffa.

Analogamente, nell’università di Siena, la gestione autocratica ha reso possibile la “manipolazione” dei bilanci, l’omesso trasferimento dei contributi ad Inpdap ed Irap nei momenti di tensione di liquidità, e le assunzioni non necessarie di docenti ed amministrativi. Inoltre, ciascun rettore ha scaricato sulle spalle del successore il debito e l’onere delle decisioni, spostando sempre più in avanti il riequilibrio (se mai ci sarà) della gestione finanziaria. A bancarotta conclamata, si è passati alla vendita degli immobili, agli incentivi per i prepensionamenti dei docenti e al consumo, già nei primi mesi di ciascun anno (2009, 2010 e 2011), dell’intero fondo di finanziamento ordinario, anticipato dal Ministero. «Stiamo lavorando ad un’operazione straordinaria!» ha dichiarato in questi giorni Riccaboni, senza fornire alla comunità accademica informazioni tali da consentire «forme diffuse di controllo del rispetto dei principî di buon andamento e imparzialità». Qualcosa, però, comincia a filtrare. Si parla di “Fondazioni immobiliari” e di “derivati amministrativi”, argomenti che ci portano così al Madoff della Piana, un promotore finanziario di Fondi che ha polverizzato centinaia di migliaia di euro gestendo direttamente i conti correnti on line dei clienti. Laureatosi a Siena in Scienze Economiche e Bancarie ha fatto parte per 5 anni della Deutsche Bank SpA e dichiara, nel suo curriculum, di fare l’Assistente alla cattedra di una disciplina finanziaria del Dipartimento di Studi Aziendali e Sociali della Facoltà di Economia “Richard M. Goodwin” di Siena. Può darsi che si tratti soltanto di fortuite coincidenze e che i suoi rapporti con il rettore e delegati siano esclusivamente di natura didattica e/o scientifica. In tal caso, Riccaboni ha il dovere di chiarire tutta la vicenda e, soprattutto, di spiegare i contenuti dell’operazione straordinaria allo studio.

Articolo pubblicato anche da:
Il Cittadino online (8 giugno 2011). Un “Madoff italiano” per risanare l’università di Siena? – Riccaboni ha il dovere di chiarire tutta la vicenda.
Il Santo Notizie di Siena (8 giugno 2011). Con lo stesso titolo del post.

Con “il caso, la necessità e l’anagrafe” si affossa definitivamente l’Università di Siena

Rabbi Jaqov Jizchaq. Mi pare che a molti, in questa distorta diatriba dei vecchi contro i giovani, sfugga l’essenziale: molti dei corsi di laurea che chiudono, non chiudono necessariamente per manifesto fallimento dal punto di vista scientifico o didattico, per “inutilità” ecc., ma semplicemente perché decimati dai pensionamenti e dai prepensionamenti, in presenza del blocco del turn over e di sempre più rigidi e talvolta demenziali “requisiti minimi di docenza”. In tal modo Siena rischia di smantellare uno dopo l’altro diversi comparti di base e tenersi la ciofega, visto che l’unico criterio di ristrutturazione pare essere che sopravvivono solo quelli che illo tempore ebbero la ventura di accedere ai forzieri onde promuovere di ruolo legioni di docenti (sicché oggi si dice: “ci sono troppi docenti, a Siena!”, frase trovata nel prontuario dei luoghi comuni accanto a quell’altra: “tutti gli italiani mangiano un pollo”). Si dice che la “media” dei docenti è alta, ma con la mannaia dei pensionamenti non tutti i comparti sono così pingui: anzi, il prezzo della saturazione e dell’ampliamento a dismisura di certuni, è stato pagato proprio con la forte penalizzazione di altri, sicuramente non meno “importanti”, e questo a prescindere dalla “attrattività”, dal numero di studenti, dalla “utilità” ecc. Soggiungo, by the way, che ancora non è chiaro cosa si intenda fare di coloro che ci lavorano, docenti/ricercatori e tecnici ed auspico provvedimenti di mobilità, che però (conoscendo il mondo accademico) non potrà non essere fortemente incentivata, nel quadro di un disegno che preveda la polarizzazione a livello regionale delle diverse specialità. Dunque, non si può accogliere come vangelo il solito tromboneggiare di certe “étoiles” del palcoscenico senese che pensano solo al loro “particulare”, additando come cura, semplicemente la soppressione degli insegnamenti, dei corsi di laurea e dei dipartimenti altrui: al contrario, occorre assumere la responsabilità di una scelta soggettiva ben motivata, conseguente all’individuazione di settori strategici irrinunciabili, gettando la maschera di una opportunistica “neutralità” che affida la decisione “al caso” e all’anagrafe. Certe generalizzazioni che si odono, mi sanno tanto di raggiro: incarnano cioè il punto di vista di chi in passato ha meglio consolidato le proprie fortificazioni e rimpolpato le proprie guarnigioni (fatto che, insisto, poco ha a che vedere con l’utilità, o persino col numero di studenti), al punto da poter rinunciare di buon grado ad una quota di personale, senza per questo dover smantellare tutto l’ambaradan; né capisco come si possa accettare a cuor leggero di smantellare settori basilari, come fossimo pervasi da una specie di cupio dissolvi, prima di aver risolto patologie come «…una serie di corsi equamente suddivisi tra Lettere di Siena e Lettere di Arezzo». Sarà il tema del doppio, evidentemente caro ai letterati (da Plauto al dottor Jekyll & mister Hyde), ma qual è il disegno dietro a questo sconcertante tirare una corda che è già in procinto di rompersi? Tornando con ciò all’«affaire» aretino, è acclarato che non ci sono le forze, in termini di docenza e/o numerosità degli studenti, per tenere in piedi decentemente due Facoltà gemelle, giusto? Intendo bene? Allora non capisco perché si concedano ancora allegramente raddoppi, di corsi di laurea, come di dipartimenti, soprattutto avendo la consapevolezza che in tal modo si reca nocumento grave alla casa madre senese e che (tutti lo dicono, in camera caritatis) i bizzarri ordinamenti usciti dall’ultimo “maquillage”, tra l’altro sulla base di criteri del tutto disgiunti da quelli che presiedono la costituzione dei futuri dipartimenti, avranno vita effimera.

Sul dissesto dell’Università di Siena indignarsi non serve più, ormai è tempo di agire

La costituzione di parte civile, da parte dell’Università, nei procedimenti in corso contro i responsabili del dissesto di un ateneo dal glorioso passato, qual è quello di Siena, deve essere il primo passo nell’opera di risanamento. Auspicabile anche la partecipazione di altri membri della comunità accademica, degli enti locali e delle istituzioni cittadine, visti i riflessi sull’economia e sull’immagine della città. Il nuovo sindaco ha l’opportunità di svolgere il ruolo di capofila. Lo farà? Attendiamo la risposta. Fu chiaro sin dall’inizio che la costituzione di parte civile avrebbe svolto un ruolo cruciale nella lotta alla malauniversità. E sorprendentemente, il 19 novembre 2007, nel corso dell’udienza preliminare che vedeva imputato per abuso d’ufficio e falso ideologico l’ex rettore Piero Tosi, si venne a sapere che l’allora Ministro Mussi si era costituito parte civile contro la proroga del rettore e contro la chiamata per “chiara fama” di un docente. In sostanza quel che avrebbe dovuto fare il rettore pro tempore lo fece il Ministro. Purtroppo, anche questi reati sono poi caduti in prescrizione. Oggi risiamo in una situazione identica: ci sono altri capi d’imputazione, un numero maggiore di imputati (compreso l’ex rettore Tosi) che, tutti insieme ed in modo continuativo, avrebbero portato l’ateneo senese allo stato comatoso in cui si trova. Può, l’attuale rettore, non attivarsi affinché l’Università di Siena si costituisca parte civile nei processi che la magistratura sta istruendo? Tutta la materia può essere lasciata alla discrezionalità del rettore? Se il “magnifico” dovesse decidere di non procedere, commetterebbe un reato per omissione d’atti d’ufficio? Mi sembrano domande legittime che mettono alla prova prima di tutto il capo dell’istituzione saccheggiata e distrutta ed, in secondo luogo, coloro per i quali è, ormai, finito il tempo dell’indignazione ed è arrivato quello dell’azione, attivandosi personalmente nella costituzione di parte civile.

Articolo pubblicato anche da:
Il Cittadino online (3 giugno 2011). Grasso: “Indignarsi non serve più, ormai è tempo di agire”. La costituzione di parte civile dell’Ateneo è un atto doveroso.

Il sindaco di Siena messo alla prova sulla costituzione di parte civile per il dissesto dell’Università

Daniela Orazioli (Ugl Università e Ricerca). Apprendiamo dalla stampa locale che si stanno concludendo le indagini per individuare i responsabili del crack economico-finanziario del nostro ateneo. Questa notizia non può che alimentare la speranza che sia resa giustizia a tutti coloro che hanno sempre operato con professionalità e passione perché l’Università di Siena primeggiasse in didattica, ricerca e servizi, diventando nel tempo molto ambita dagli studenti di ogni regione d’Italia. Ciò che invece ci allarma notevolmente è il ventilato rischio della prescrizione. Sarebbe un’ulteriore beffa, impossibile da sopportare a fronte dei sacrifici che tutti quanti siamo chiamati a fare per riequilibrare il bilancio. Vogliamo alzare l’attenzione della comunità accademica su questo rischio. A questo fine proponiamo di costituirsi parte civile contro coloro che ci hanno devastato. Ma riteniamo determinante, per l’importanza dell’Università nel contesto cittadino, coinvolgere non solo ed unicamente la comunità accademica ma anche l’intera comunità senese. Visto che la campagna elettorale per le elezioni comunali, nella quale si è cavalcato abbondantemente l’argomento Università, è ormai finita, non vogliamo che si abbassi l’attenzione da parte della città. Chiediamo pertanto al neo eletto sindaco una concreta manifestazione di solidarietà nei nostri confronti e una chiara presa di posizione di distacco verso coloro che hanno arrecato danno non solo all’Ateneo ma all’economia e all’immagine della nostra città. Auspichiamo che, come primo cittadino, il neo eletto sindaco si faccia promotore di un comitato che si costituisca, insieme alla comunità accademica, parte civile contro tutti i responsabili del dissesto dell’Università di Siena. Sarebbe un eccellente esordio per un percorso di governo all’insegna della giustizia e della trasparenza.

Ecco quel che succede nell’Università di Siena a seguire la prassi e non le leggi

Delle auto di servizio che, in base ai fogli di viaggio,  risultavano  fuori provincia mentre, invece, prendevano la multa in città si è già detto. Parliamo ora di un altro caso che vede un preside (Walter Bernardi) e un ex preside (Camillo Brezzi) della Facoltà di Lettere d’Arezzo, entrambi sotto inchiesta della Procura di Siena per peculato ed abuso d’ufficio, condannati dalla sezione regionale della Corte dei conti al pagamento di 1600 euro per uso indebito della macchina. La Finanza ha scoperto che il giovane Walter, residente a Prato, si faceva portare a casa con la macchina di servizio, per il fine settimana, i documenti riguardanti le sedute del Consiglio di Amministrazione. Inoltre, il lunedì, l’autista partiva da Arezzo e andava a prendere il docente a Firenze Certosa per portarlo a Siena. La condanna anche di Brezzi per i giudici contabili è dovuta alla «palmare evidenza che» in quanto preside «pur senza alcun diretto beneficio, ha comunque colposamente tollerato una prassi illecita i cui costi (903,24 euro) sono integralmente posti a carico del medesimo». Da ribadire che tutto questo avveniva in un periodo successivo alla scoperta della voragine nei conti. Le dichiarazioni degli illustri Presidi, oltremodo istruttive, confermano ulteriormente quanto dichiaravo il 16 ottobre 2010:  «Per molti anni, nell’ateneo senese si è agito e si continua ancora ad agire per consuetudine, diventata poi prassi consolidata, senza alcun rispetto delle leggi esistenti.»

Ma è vero che “la barba fa il monaco”? Ricordi frivoli come auguri di compleanno

«Ce te sta faci criscere la barba?» («ti stai facendo crescere la barba?») mi chiese Elvira, nel mese di agosto dell’anno scorso, riferendosi alla mia barba lunga di una settimana. Ed ancor prima che potessi risponderle, aggiunse: «Ti sta bene! Ancor meglio se ti lasci solo baffi e pizzo!». Alla vicina di casa, una salentina che incontro ormai da venticinque anni alle Isole Tremiti, risposi che non avevo alcuna intenzione di farmi crescere la barba; non l’ho mai fatto, tanto meno ora, alla mia età. Il ricordo di quell’episodio, che qui riporto nel giorno del mio 66° compleanno, mi ha fatto venire in mente quella bellissima nota di Leonardo Sciascia: «perché la barba? Per distinguersi o per somigliare? Per affermare o per nascondere?» (Nero su Nero, Einaudi, Torino 1979). Spero d’esser più credibile del concittadino di Sciascia che dichiarava «che non per moda se l’era fatta crescere ma soltanto perché negli ultimi tempi aveva avuto tanto lavoro da non trovare il tempo di radersela.» Già, il tempo. Tutti gli anni, in vacanza d’agosto, la solita routine domestica: riaprire e pulire casa dopo un anno di chiusura; mettere al sole materassi, lenzuola e altri panni umidi; sistemare le tende per ripararsi dal sole; tagliare la vite americana che invade il piccolo portico; sbarbare le erbacce e zappettare il minuscolo giardinetto; curare i gerani e il rosmarino dopo il lungo abbandono; annaffiare le belle di notte e le bocche di leone. E così, la prima settimana di vacanze passa veloce e si finisce con il trascurare, deliberatamente e piacevolmente, il proprio aspetto, a partire proprio da quella noiosa attività mattutina che per undici mesi scandisce la vita lavorativa in città: radersi.

Leonardo Sciascia. Un nostro scrittore trovandosi una sera, in un salotto romano, ad essere aspramente contestato, a un certo punto reagì lanciando contro il più accanito dei suoi contestatori la domanda: «E tu perché porti la barba?» La domanda, inaspettata e violenta, sortì buon effetto: il giovane contestatore annaspò in cerca di una valida ragione a sostegno della sua e dell’altrui barba; poi si riprese dicendo che la barba non c’entrava, che il discorso era un altro. Ma per quella sera la contestazione a carico dello scrittore si spense.

Forse in quel determinato momento la domanda aveva davvero lo scopo di divertire il discorso; ma esprimeva anche la preoccupazione e il disagio che coloro che usano radersi totalmente e assiduamente provano di fronte al fiorire e moltiplicarsi di barbe. Barbe di ogni foggia e misura: corte o fluentissime, scriminate o arruffate, alla francescana, alla moschettiera, alla Lenin, alla D’Annunzio, alla Balbo. Già: perché la barba? Per distinguersi o per somigliare? Per affermare o per nascondere?

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Università di Siena: sono i cavalli o gli asini a vendere immobili e a pensionare i docenti?

Roberto Petracca. Hanno rubato la biada e, a meno di nuove dirompenti idee, vendendo immobili o mandando via le persone si può arrivare soltanto a chiudere i battenti dell’università. Il ministro Arpagone ha deciso che per proteggere le casse dello Stato è meglio rubare la biada al cavallo piuttosto che pascerlo per farlo lavorare proficuamente. Dato che essere avari per conto terzi appare improbabile, rimane il sospetto che si tratti di cialtroneria. Il quadretto assume tinte fosche se poi si aggiunge una ministra che scopre di essere rimasta senza fondi soltanto per un puro accidente durante un talk show televisivo.
 Affinché non sia tutto nero occorrono nuovi comportamenti e nuove idee. C’è uno scossone in corso; le vecchie prassi non valgono più ed occorre cambiare registro, anche perché, con l’opposizione che abbiamo, mandare a casa questo governo appare un’impresa disperata. Oggi la Iervolino ha tirato fuori dai rifiuti la sua faccia e s’è palesata sui media per annunciare che le sue sfortune dipendono dal caballero, reo di guardarla in cagnesco. In un colpo solo centomila voti sono passati dall’opposizione alla maggioranza. Con questa opposizione l’Università dovrà quindi rassegnarsi ad essere amministrata da Arpagone per i prossimi quarant’anni; tanti quanti si dice che ne rimangano da vivere al caballero. 
Negli anni a venire l’università sarà a corto di biada e trovare nuove vie per finanziarsi è quindi un imperativo.
Riccaboni ci starà pensando? O starà ancora aspettando l’improbabile ritorno di Pantalone? Se fossi in lui o in quelli come lui mi rassegnerei a mettere in moto le meningi. Comincerei a metter sù una task force in grado di capire perché il MIT, Berkeley, Cambridge, Stanford, Oxford, l’Imperial College, Harvard e Yale sono sempre in cima alle classifiche mondiali mentre per trovare l’Alma Mater o la Sapienza occorre scollinare di molto il centesimo posto.