Il modello universitario anglosassone in campo biomedico è corrotto in maniera sistematica e profonda

Si riporta un interessante commento ad un articolo di Cosimo Loré, su il “Fatto Quotidiano”, intitolato “Crimini accademici senza pudore né pentimento”.

Meno piagnistei sulla fuga dei cervelli e meno giubilo per ciò che gli esuli riportano in patria

Menici60d15 (Pienza e la nuova Pienza). I “baroni” che vengono additati come nemici del sapere sono in ottimi e “fraterni” rapporti con il mondo accademico anglosassone che viene indicato come la Terra promessa. La situazione è ancora peggiore di quello che si dice a proposito dell’università di Siena, perché agli abusi baronali, e alla loro pubblicità, si associa la svendita dell’università pubblica a grandi interessi privati e il suo adeguamento al modello universitario anglosassone, che non è l’università da favola che i media come il Fatto Quotidiano incessantemente stanno descrivendo.

Lì non ci sono nella selezione dei docenti le forme grottesche e grevi del nostro familismo, clientelismo, campanilismo; l’organizzazione è efficiente, dove noi abbiamo un caos stazionario. È un sistema che suscita ammirazione, da prendere ad esempio per vari aspetti; ma che, almeno in campo biomedico, sotto il profilo della subordinazione della ricerca del vero agli interessi del business è corrotto in maniera sistematica e profonda.

Esaltando gli aspetti positivi, si sta dipingendo all’opinione pubblica il sistema accademico straniero come la prospettiva pulita e razionale di una Città ideale rinascimentale. “Visto dall’interno” – l’espressione usata da Tomatis per il titolo di un suo libro sul mondo della ricerca internazionale – appare diversamente; e guardarci dentro può essere come aprire “a can of worms”.

Se si sapesse ciò che avviene davvero nei grandi centri di ricerca biomedica, quanto sono controllati dagli interessi inconfessabili dell’industria e della finanza, ci sarebbero meno piagnistei sulla fuga dei cervelli, e meno giubilo per ciò che gli esuli portano quando vengono rispediti in patria; e i nostri baroni apparirebbero come mafiosi locali pronti a servire i Liberatori; che noi attendiamo con le bandierine in mano.

http://menici60d15.wordpress.com/2010/01/26/vendola-e-il-nostos-del-professore/

All’Università di Siena ci si vanta per l’applicazione fuori tempo massimo di una norma

Il perfido Suyodana (Zoom, 30 marzo 2011). Con un comunicato che usa generici slogan (“Qualità dei corsi di studio, attrattività per gli studenti, razionalizzazione delle risorse, diversificazione e riduzione delle ridondanze”) e una manciata di cifre incomprensibili per qualsiasi normale cittadino, il Rettore Riccaboni ed il delegato Frati spiegano in che modo l’Ateneo avrebbe rivisto l’offerta formativa: in sostanza, sono stati tagliati ulteriormente i corsi di laurea (il 23%). Cosa possiamo osservare in merito? Intanto che è la legge, la 240/2010, che impone una razionalizzazione dei corsi e non si vede quindi cosa ci sia da vantarsi nell’aver applicato una norma. Sappiamo inoltre che esiste una naturale flessione del numero delle immatricolazioni che non è certo dovuta all’affastellarsi di corsi di laurea, molti dei quali istituiti senza altro criterio che la moltiplicazione dei pani (le cattedre) e dei pesci (i docenti e il personale).

La moltiplicazione dei corsi di laurea ha prodotto sia una crescita vertiginosa dei costi che lo snaturamento della stessa Università. Spesso si tende, nell’opinione comune a credere che l’Università abbia il compito di sfornare premi Nobel, ma, in realtà, lo scopo, oltre che della ricerca, è di formare gli studenti per attività sociali e lavorative per le quali il titolo di studio della scuola media superiore è ritenuto insufficiente dallo Stato. Dover tagliare l’offerta formativa, nel caso dell’Ateneo senese, ha quindi un solo significato, ben diverso da quelli che vengono indicati (innalzamento della qualità, attrattività ecc. ecc.). Tra il 1993 e il 2007, l’Ateneo di Siena, come altre istituzioni cittadine, era divenuto un carrozzone dove far salire centinaia di docenti e impiegati, senza un rapporto con criteri di programmazione e di oculatezza gestionale e Riccaboni, presidente del Nucleo di Valutazione prima, Preside poi, sa di cosa si sta parlando. Ora il carrozzone non regge più il carico e va alleggerito, ma purtroppo a pesare sono delle persone e non dei corsi di laurea il cui taglio dà ben pochi benefici. Ma un vero risanamento che sia credibile agli occhi del Ministero ancora non si è visto a quattro mesi dalla nomina del nuovo rettore, il quale ha forse addirittura peggiorato la situazione muovendosi come un elefante in un negozio di cristalleria ed inimicandosi tutti salvo i suoi fedelissimi.

La sentenza di condanna dell’Eretico di Siena mette in gioco la libertà di espressione di tutti

Raffaele Ascheri (eretico di Siena). L’eretico è proprio contento dell’esito dell’incontro alla saletta dei mutilati: come è stato rimarcato, molta gente comune, nessun politico. Ha fatto il suo saluto, prima di andare verso Firenze, Loretana Battistini, senza entrare all’interno. Un po’ di grillini (i giovani, più l’immarcescibile e travolgente Mauro Aurigi), ed altri cani sciolti dell’informazione e dell’impegno politico senese. Tra questi, Giovanni Grasso, che ha lanciato, nei giorni scorsi, la stimolante idea di un bel falò di libri davanti al Duomo: i Vigili del fuoco, li chiamiamo dopo una quindicina di minuti…
Quanto ai giornalisti, ce n’era uno di razza, Alberto Statera di Repubblica: penna graffiante e pungente, esperto degli intrecci tra politica ed economia in Italia. Un esterno, che ha ben capito come funzionano le cose nella Siena mussarocratizzata (ed è stato il primo a parlare della classe dirigente senese come “massoni e comunisti”, all’indomani della triste vicenda di Antonveneta). I “giornalisti” senesi, invece, erano tutti impegnati in altro: alcuni saranno stati, come segugi, a braccare Ceccuzzi da un aperitivo all’altro, mettendogli microspie nella giacca per carpirne segreti incoffessabili; altri ancora – pare – erano a cercare di scoprire se davvero Già del Menhir abbia tutti questi problemi al tendine, o ci sia anche dell’altro. Che segugi, abbiamo in casa: i cani da guardia dell’informazione. Come facevano a trovare il tempo per un incontro di questo genere? Tanto ai mutilati si sapeva quello che si sarebbe detto, no?
L’avvocato Luigi De Mossi ha sostenuto che questa sentenza è una sentenza che mette in gioco la libertà di espressione di tutti, non solo dell’eretico in quanto tale. Credo, temo abbia ragione.
L’eretico – a chi gli chiede cosa si possa fare – risponde e risponderà sempre così: cercate di fare uscire da Siena questa vicenda, cercate di fare conoscere il caso Siena. Mandate mail ai giornali nazionali (meglio Il Fatto e pochi altri), lettere, telefonate, usate i piccioni viaggiatori o i falconi: qualunque cosa, pur di fare deflagrare lo scandalo senese.
Chi ha rubato, saccheggiato, spoliato sistematicamente l’Università, chi ha fatto crollare la plurisecolare Banca con l’acquisto scellerato di Antonveneta per compiacere chi di dovere, chi – attraverso il Vangelo – si gonfia il portafoglio e si fa regalare le auto di grossa cilindrata, resta al suo posto, senza pagare niente. Bene così, giusto così.
Siena trionfa, immortale…

PS – Verso la fine della settimana, sarà possibile vedere su youtube la registrazione integrale dell’intervento dell’eretico e dell’avvocato De Mossi. L’eretico, a questo punto, se ne va 4 giorni a Torino: a spiegare un pochino di Risorgimento ai futuri cittadini italiani che si ritrova in classe. Vista l’Italia di oggi, vista la Siena attuale, c’è il rischio che all’eretico – a furia di parlare di Risorgimento – venga voglia di monarchia…

Si comincia con la lettura della sentenza di condanna de “La Casta di Siena”

Dopo la condanna in primo grado dell’autore de “La Casta di Siena” si comincia con un incontro pubblico. Come dice Raffaele Ascheri, «sarà un’occasione – partendo dalla indubbia “originalità” della sentenza – per parlare dell’articolo 21 della Costituzione, della libertà di stampa in questa città, e del valore di questa sentenza: un monito – chiaro, esplicito, minaccioso – alla libertà di informazione a Siena.»

Lunedì 28 marzo (ore 17,30)

Saletta dei Mutilati
La Lizza (Siena)

Lettura pubblica con l’autore e l’avv. Luigi De Mossi della sentenza di condanna de:

La Casta di Siena

di Raffaele Ascheri

In piazza del Duomo per la lettura della sentenza di condanna de “La Casta di Siena” e per bruciare il libro

Lo straordinario successo editoriale de La Casta di Siena, il libro scritto e prodotto da Raffaele Ascheri, ha avuto giovedì scorso un epilogo incredibile: la condanna in primo grado dell’autore ad un risarcimento milionario nei confronti dell’arcivescovo monsignor Antonio Buoncristiani e dell’economo della curia don Giuseppe Acampa. Di seguito l’intervento ironico di Raffaele Ascheri ripreso integralmente dal sito “Eretico di Siena”. Un suggerimento. L’autore dovrebbe fare una nuova edizione de “La Casta di Siena” e, in una manifestazione pubblica, dar lettura della sentenza di condanna e bruciare tutte le copie della vecchia edizione consegnate dai lettori.

Finalmente un po’ di Giustizia: l’eretico condannato!

Raffaele Ascheri. Anche nella piccola e sonnacchiosa Siena, finalmente, c’è un po’ di Giustizia: di quella con la G maiuscola, appunto! “In nome del popolo italiano”, il Giudice Giuseppe Cavoto ha deciso sulla causa intentata contro l’eretico da don Acampa e dal Vescovo Buoncristiani (anche dalla Curia, ad essere precisi: cosa loro in toto, evidentemente…). L’eretico, dunque, è stato duramente condannato, per diffamazione aggravata, verso i due noti beneffatori del gregge cattolico senese, per quello che aveva scritto nel libro “La Casta di Siena”. Una manciata di euro, il risarcimento: 90mila euro per Acampa, 70mila per Buoncristiani, 50mila per la Curia, il tutto condito da più di 30mila euro di spese processuali. Più altre cosette accessorie, che tralascio. Ci sarà tempo e modo, per entrare nel merito della sentenza emessa dal dottor Cavoto: e, ovviamente, la stessa sarà appellata. Ci mancherebbe altro. Disponendo di ben pochi beni di proprietà, e guadagnando 1400 euro circa al mese, ringrazio il Giudice che, evidentemente, mi reputa capace di un’attività lavorativa di ancora un’ottantina d’anni: d’altra parte, non arriveremo tutti a 120 anni di vita, come sostiene qualcuno? Grazie, dottor Cavoto, grazie dell’augurio…

Dico solo una cosina ai due “vittoriosi” (Acampa e Buoncristiani), i quali molto evangelicamente ora staranno pregando per l’eretico e per la salvezza della sua peccaminosa anima (ma anche per la salvezza del portafoglio: altrimenti, non gli si può pelare proprio niente…): non pensino che questa sentenza – sulla quale, ripeto, mi piacerà ritornare nel dettaglio – esaurisca il mio impegno nel fare conoscere alla città i loro comportamenti. Da quattro anni – vox clamans in deserto – l’eretico lo fa: e non ha intenzione alcuna di smettere, anzi! Comunque, consoliamoci: a Giordano Bruno e a tantissimi altri, è andata parecchio peggio. E poi, tempo fa, il nostro pastore, il nostro successore apostolico (sic!), aveva detto che gli eventuali danari, li avrebbe dati tutti in beneficienza. Non avrà mica cambiato idea?

E c’è chi entra in Università, ne esce andando in pensione e poi ci rientra

Si è detto da più parti che «la voragine nell’ateneo senese è stata provocata da chi ha privilegiato interessi propri e delle proprie corti.» Uno degli ultimi esempi di tale malcostume riguarda l’acquisto, senza la necessaria autorizzazione del CdA, di 300 copie del libro in onore di Luigi Berlinguer. Nel ricostruire la vicenda, è saltato fuori un altro episodio emblematico dell’uso per fini personali della cosa pubblica. Occorre ricordare che l’ex rettore Berlinguer, un anno e mezzo dopo il suo pensionamento, avvenuto nel maggio 2003, chiese di essere riassunto dall’università di Siena. In effetti, rientrò in servizio il 10 dicembre 2004 ma, contestualmente, fu messo in aspettativa, in quanto membro del Consiglio superiore della magistratura. La notizia, tenuta nel massimo riserbo, fu resa pubblica a fine febbraio 2005 dal settimanale Il Mondo, che ne spiegò anche il motivo: Berlinguer puntava alla Corte costituzionale. Ma il centrosinistra aveva già un candidato ufficiale in Luciano Violante, presidente dei deputati Ds. Ecco spiegata la ragione della segretezza. E il motivo del ritorno in servizio? Probabilmente l’ex ministro riteneva, a torto o per prudenza, che l’art. 135 comma 2 della Costituzione («I giudici della Corte costituzionale sono scelti (…) tra i professori ordinari di università in materie giuridiche…») si riferisse ai soli docenti in ruolo. Questo spiacevole episodio fu ben presto archiviato di fronte alle crescenti resistenze, anche interne ai Ds, che raggiunsero l’apice quando Forza Italia pose il veto sul nome di Violante che, il 24 maggio 2005, fu costretto a ritirare la sua candidatura. Alla Consulta fu poi eletto, il 22 giugno 2005, Gaetano Silvestri, Preside di Giurisprudenza all’Università di Messina.

Ecco, con il rientro in servizio di Luigi Berlinguer – ne parlarono anche il “Corriere di Siena” e “il Cittadino Oggi” – maturò l’iniziativa della pubblicazione dei due tomi. Sarebbe bene che i numerosi allievi, amici e conoscenti dell’ex rettore si assumessero la responsabilità e l’onere dei festeggiamenti in suo onore, compresa la stampa dell’opera.

Un consiglio al ministro Gelmini: istituisca un corso sulla salvaguardia del pomodoro nostrale

Roberto Petracca. In Italia abbiamo 1,6 università (ed istituti simili) per milione di abitanti. In Francia ce ne sono 8,4, in Germania 3,9, nei Paesi Bassi 3,4, in Spagna 1,7, nel Regno Unito 2,3 ed in USA 14,5. 
In Italia abbiamo 46,7 università (ed istituti simili) per milione di studenti. In Francia ce ne sono 247,3, in Germania 170,7, in Olanda 96,1, in Spagna 43,8, nel Regno Unito 62,9 ed in USA 252,3. Di fronte al suddetto quadretto il trio Berlusconi-Tremonti-Gelmini ha tagliato i fondi all’università per rendere il paese più creativo, istruito, colto e competitivo. 
Per quanto riguarda l’offerta formativa, in Italia abbiamo 5.500 corsi di laurea mentre in Germania ce ne sono 8.955. L’Olanda ha una media di 75,9 corsi di studio per ateneo contro una media italiana di 68.5. I ranking internazionali dicono che l’Olanda ha uno dei migliori sistemi universitari ed ha 96 corsi di laurea con meno di sedici iscritti, 14 dei quali con 2 iscritti ed altri 12 con un solo iscritto. 
L’esplosione dei corsi di laurea che si è avuta in Italia col 3+2 ed a cui si sta imputando una gran mole di colpe in termini di sprechi ed inefficienze pare che sia essenzialmente una cantonata. Il 3+2 ha infatti portato al raddoppio dei corsi ma al loro dimezzamento in termini di durata. Inoltre quando si confrontano i numeri con l’epoca del vecchio ordinamento non vengono conteggiati gli indirizzi che nel vecchio ordinamento c’erano per cui l’esplosione è più apparente che reale.
 Sembra quindi che non vi sia stata alcuna esplosione, degenerazione o inefficienza dell’offerta formativa. Ma la Gelmini giustifica la sua riforma dicendo che serve anche a segare il caos ed i corsi tipo “Benessere del Cane e del Gatto”, “Scienze del Fiore” ed “Enogastronomia Mediterranea”. Guardando fuori casa vediamo che la situazione è ben peggiore in paesi avanzati come l’Olanda, la Francia, la Germania e gli USA. Se però stentiamo a competere con questi paesi c’è da chiedersi se il caos aiuta o penalizza la competitività. Io penso che il caos è propedeutico alla competitività. Se è vero che l’economia basata sul vino è importante in Italia e Francia e che senza la coltivazione ed il commercio dei fiori un paese avanzato come l’Olanda chiuderebbe battenti.
 Alla Gelmini suggerirei di dare un piccolo contributo al caos istituendo dei corsi universitari sulla salvaguardia del pomodoro nostrale. Penso che potrebbe avere una sua utilità. Se è vero come è vero che il paese del sole, del mare e della pizza ha reintrodotto la schiavitù ed ha sviluppato il caporalato per la raccolta dei pomodori ma nonostante ciò non riesce a competere col mondo ed importa i pomodori coltivati nelle serre olandesi. Olanda che per coltivare i pomodori preferisce usare le cooperative di produttori che collaborano, finanziandole, con le università ed i centri di ricerca invece di usare la schiavitù ed il caporalato. I dati (da: “la voce.info“) sono del 2008.

Il Sistema Mafioso del Reclutamento Universitario

Quando, il 13 gennaio 1969, il procuratore generale della corte d’appello di Messina, Aldo Cavallari, dichiarò che il nepotismo nell’università è tanto evidente «che potrebbe essere anche valutato alla luce della norma penale che punisce lo sfruttamento della funzione per interessi privati», non potevamo immaginare di dover aspettare 42 anni per leggere un’altra denuncia del genere. Questa volta è la Dott.ssa Laura d’Alessandro a scrivere parole durissime sul sistema mafioso del reclutamento universitario in una sentenza d’appello presso il tribunale di Roma. L’occasione per tale pronunciamento la si deve alla sistematica attività di denuncia del caro amico Quirino Paris (professore a Davis, USA) destinatario di ben 7 querele da parte dei suoi colleghi di Economia ed estimo rurale. Altre informazioni sul caso nell’articolo: Quirino e la cupola sul sito “Rinnovare le Istituzioni“. La sentenza del giudice D’Alessandro è un raro documento, un vero e proprio saggio scientifico la cui lettura integrale è vivamente raccomandata.

Quirino Paris. Il Giudice del Tribunale di Roma, dott.ssa Laura D’Alessandro, ha emesso una sentenza di forte condanna – morale – nei confronti del sistema di reclutamento universitario operante nel settore scientifico disciplinare AGR/01 (Economia ed estimo rurale) controllato rigidamente per molti anni dal professor Mario Prestamburgo dell’Università di Trieste e dai suoi sodali. Sul sistema dei concorsi truccati, la dott.ssa D’Alessandro ha scritto il saggio più acuto e documentato. Il Giudice scrive: «La lettura della vicenda sintetizzata da parte del p.m. di Trieste … non lascia dubbi in ordine alla fondatezza delle accuse dell’odierno imputato al sistema accademico e specificamente afferenti i criteri di valutazione e conferma dei professori, fondato su una metodologia assimilabile a quella mafiosa.»

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«Dalle vicende dell’università di Siena emerge la mancanza di trasparenza assurta ad ordine di governo»

Ci hanno segnalato la lettera di una ricercatrice, pubblicata dal QN (Il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno) del 7 dicembre 2010, che critica la mancanza di trasparenza nell’università di Siena ed esprime apprezzamenti su “il senso della misura”. Ringraziamo la gentile lettrice e pubblichiamo di seguito la sua lettera.

 

PARENTI ALL’ATENEO E MURI DI GOMMA

Eliana Carrara (Siena). Gentile dottor Mascambruno, chi le scrive è una ricercatrice universitaria contraria alla riforma Gelmini, ma non per questo non consapevole delle magagne del sistema universitario, a proposito del quale il tanto sbandierato merito suona tristemente beffardo sulle labbra di chi è ricorsa ad ogni tipo di escamotage per superare prove altrimenti insuperabili. Ma non è per questo che le scrivo: i vizi e le inqualificabili storture sono noti a tutti i lettori un minimo avvertiti (e, per limitarci alla piaga delle parentopoli universitarie, volumi sono pubblicati da tempo e di continuo, senza peraltro smontare di un centimetro il muro di gomma e di connivenze, di destra, di sinistra e di centro, che hanno reso il mondo accademico un coacervo di mogli, di figli, di nipoti, di… e quant’altro di questa serie).

Vorrei segnalare a lei e ai suoi lettori un elemento se possibile ancora più grave, che emerge dalle vicende dell’Università senese e delle sue pesanti sofferenze economiche: la mancanza di trasparenza assurta ad ordine di governo. Come cittadina toscana, pagante le tasse, ciò mi indigna. Le allego qui di seguito il link al blog di chi, almeno a mio avviso, sta provando a far uscire il tutto dalle nebbie più fitte: http://ilsensodellamisura.com La ringrazio della sua attenzione e le porgo i migliori saluti.

Ventiquattro domande alla «vieni via con me» sull’Università italiana delle quali tutti fanno finta di non conoscere le risposte

UNIVERSITA’ IN AGONIA

Quirino Paris (University of California). La vista degli studenti – ancora una volta in vana rivolta – e del Parlamento blindato come se arrivasse Pinochet, testimonia la prolungata agonia dell’Università italiana. Osservate da lontano o da vicino, da decenni o negli ultimi giorni, le vicende dell’Università italiana assumono le caratteristiche di un percorso elaborato secondo la teoria della catastrofe: all’inizio, il pendio del sentiero è quasi impercettibile e non ha molta influenza sugli oggetti che lo percorrono. A poco a poco il pendio diventa più pronunciato per arrivare, quasi improvvisamente, sull’orlo del baratro. Per rendere l’idea del baratro, è sufficiente un elenco di perché, alla “vieni via con me”.

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