Sincerità è un elemento imprescindibile per un risanamento stabile che punti alla rinascita dell’università

Forse, canticchiandola sulle note del motivetto dell’ultimo festival di Sanremo, si riuscirà a far capire la drammaticità della situazione dell’ateneo senese. Eppure i dati, che questo blog espone da tempo e aggiorna di continuo, parlano da soli. Evidentemente non basta, se si sottovalutano persino i rilievi (approssimati per difetto) del ministro Giulio Tremonti: «…l’università di Siena ha due dipendenti per ogni dieci studenti. Mi sembra un rapporto che non riflette una gestione illuminata.» Cose ovvie e note da tempo, dette con garbo. Eppure, come si legge ne “La Nazione”, «qualcuno, facendo due calcoli a caldo (22 mila studenti e 1100 dipendenti) ottiene un rapporto diverso». Altro che sincerità! Sono dati completamente inventati, come si evince dalla tabella che apre questo post. In realtà, nell’ateneo senese, vi è una unità di personale ogni 3,7 studenti; precisazione, questa, che “La Nazione” ha pubblicato integralmente. È veramente singolare che i dati di questo blog, ripresi dalla stampa nazionale e dagli uffici stampa del ministero, continuino ad essere ignorati dai mezzi di informazione locali. Ripetiamoli, aggiornati, soprattutto per quella classe accademica senese (uso – augurandomi che si sbagli – le parole del Favi di Montarrenti) «che ha la forza culturale (fatte le debite eccezioni) di spendere 11 milioni di € fuori bilancio, di non aver riscosso 8 milioni di € di crediti, di aver integrato i propri stipendi con l’uso dissennato delle carte di credito, delle spese postali, dei rimborsi per missioni». Riportiamo questi dati all’attenzione di quei “furbetti”, che avendo prodotto lo sfacelo si presentano come paladini del risanamento dell’ateneo, invocando un ritorno ai bei tempi passati, i tempi degli sprechi e illegalità eretti a sistema. All’attenzione, quindi, dei “comitati d’affari” che considerano nemici tutti coloro che, a vari livelli, cercano di riportare l’ateneo senese alle sue funzioni istituzionali.

Universitopoli, uno scandalo senese

Riportiamo dal libro di Raffaele Ascheri (“Le mani sulla città”) tre paragrafi (pagg. 62-64 e 70) riguardanti il Re Sole dell’università di Siena.

Raffaele Ascheri. Dopo Luigi Berlinguer, inizia l’era di Piero Tosi. Trattasi di un periodo oggettivamente troppo lungo anche dal punto di vista puramente quantitativo (dal 1994 al 2006, tre mandati consecutivi con tanto di modifica statutaria – prorogatio – per allungare di un anno il terzo…). Ma non sarebbe, non è certo questo lo scandalo, anche guardando comparativamente la situazione di altri atenei italioti. Il problema è soprattutto un altro: Tosi ha guidato l’Università di Siena comportandosi come un vero e proprio Faraone, come un Re Sole che a nessuno deve rendere conto. L’Università di Siena è stata cosa sua per 12 anni; 12 anni che l’hanno ridotta allo stato comatoso in cui versa, con un debito stimabile intorno ai 250milioni di euro. Così per ridere.
Ma il tosismo non è stato un caso isolato, un isolato accidente all’interno della swinging Siena degli ultimi anni: la Casta senese tutta ha optato per una gestione della cosa pubblica (sic) all’insegna della leggerezza, della superficialità, dell’eccesso, dello scialo. Sempre partendo da un concetto base: usare le strutture pubbliche – ed il danaro pubblico – per autopromuoversi, in vista di maggiori traguardi su scala nazionale (Tosi stesso era di sicuro un papabile per un posto di Ministro dell’Università o della Salute nel 2006, se non fosse stato travolto dagli avvisi di garanzia). Sapendo che c’erano le dovute coperture politiche (massoniche?) per poterlo fare; sapendo che ognuno avrebbe chiuso un occhio, anzi due, senza invadere il raggio d’azione dell’altro (come fra potere politico e potere ecclesiastico); sapendo che la stampa e la televisione mai e poi mai sarebbero venute a ficcare il naso all’interno del Bengodi universitario; sapendo, infine, di trovarsi davanti una magistratura non sempre brillante per dinamismo ed intraprendenza (ovviamente, con le dovute eccezioni: nel caso, il dottor Formisano). Questo è il contesto, il quadro ambientale in cui è nato, è cresciuto, è maturato il tosismo. Fino alla clamorosa scoperta dell’altrettanto clamoroso buco dell’Università.

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Abolire gli insegnamenti universitari a contratto che generano studiosi frustrati, sfruttati e intellettualmente servili

Un interessante articolo di Tomaso Montanari, docente di Storia dell’arte moderna alla Federico II di Napoli, sul sistema degli insegnamenti universitari a contratto (dal: Corriere Fiorentino, 3 giugno 2009).

Professori a contratto? Un altro crac italiano

Tomaso Montanari. La questione degli insegnamenti a contratto è un nodo centrale per tutti gli atenei, non solo per quello di Firenze: ma il problema vero non riguarda tanto l’ovvio dovere di retribuirli equamente, quanto l’opportunità stessa della loro esistenza. Si può dire che nello sfascio dell’università italiana i contratti hanno avuto un ruolo non dissimile da quello che le carte di credito hanno giocato nella crisi dell’economia americana. Hanno, cioè, permesso alle facoltà di vivere assai al di sopra delle proprie possibilità, moltiplicando indiscriminatamente l’offerta didattica (sedi succursali in luoghi impensabili, corsi di laurea improbabili, master acchiappacitrulli), apparentemente a costo zero. Ma il costo è stato invece altissimo, anche se lo pagheremo con parziali dilazioni.

In primo luogo c’è un problema di qualità dell’insegnamento. Si è creata l’incredibile situazione per cui da una parte la via per diventare professori universitari è sempre più lunga e difficile (oltre che disastrosamente inefficiente e immorale, ma questo è un altro discorso), dall’altro lo stesso, identico lavoro (fatto di corsi, esami, tesi) viene assegnato per anni e anni consecutivi a persone individuate senza la benché minima selezione, per iniziativa di un solo professore di ruolo e sostanzialmente senza ulteriori verifiche. L’inevitabile risultato è che, accanto a numerosi docenti a contratto assai più meritevoli del barone da cui dipendono, esiste una pletora di insegnanti scadenti. Si è, insomma, creata una soluzione per molti versi analoga a quella, anche più scandalosa, dei magistrati onorari.

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Quale Europa per l’Università? Dieci domande di “Salviamo l’Università” ai candidati alle elezioni europee

Un «appello ai candidati, partiti politici, collettivi e cittadini affinché la campagna delle elezioni europee affronti finalmente la questione dell’istruzione superiore e della ricerca. Lontano dalle buone intenzioni e dai luoghi comuni abituali, dieci domande poste ai candidati da “Salviamo l’Università”». Ecco il link al testo integrale con le risposte proposte dal movimento francese.

1 – La concorrenza generalizzata, migliore dell’emulazione accademica?
2 – La precarizzazione, un modo di gestione efficace della ricerca?
3 – Valutare per sanzionare?
4 – Professionalizzazione o formazione?
5 – La classifica di Shangai, vitello d’oro dell’Europa della conoscenza?
6 – L’autonomia, nuovo paradiso accademico?
7 – “Governance”, nuova arte di governare?
8 – Finanziamenti su progetto, pietra filosofale della ricerca moderna?
9 – Semplificazione o moltiplicazione delle strutture burocratiche?
10 – Indebitamento a vita, un avvenire radioso per gli studenti?

Università italiana e francese: sorprendenti analogie anche nei progetti di riforma

Di seguito un articolo di Cesare Segre (Corriere della Sera 25 maggio 2009) sul movimento universitario francese – che si oppone alla riforma di Nicolas Sarkozy e Valérie Pécresse – e sulle analogie con la situazione dell’università italiana.

Se l’università rinuncia alla competenza

Cesare Segre. È probabile che il movimento delle università francesi contro la riforma di Sarkozy e della ministra della Ricerca Pécresse finisca malamente (…) Ma occorrerà meditare a fondo sulle motivazioni di questo movimento, che in generale non sono state intese bene dal pubblico né dai media: non è un movimento solo degli studenti, ma di molti di coloro che sono impegnati nell’università, anche ricercatori, professori, perfino presidenti, cioè rettori, come quello dell’illustre Sorbonne; non è un movimento politico, dato che è nettamente trasversale, ma semmai antigovernativo. E in effetti è stato provocato da decreti del governo. Niente a che fare con il ’68, a cui va subito la nostra memoria.

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Buonconvento: il sedicente Laboratorio sull’accessibilità universale

Riportiamo dal Libro di Raffaele Ascheri (“Le mani sulla città”) il paragrafo (pagg. 67-69) riguardante il “Laboratorio accessibilità universale” (Lau) di Buonconvento.

Raffaele Ascheri. Non ci si può certo soffermare sulle magagne di tutti i Poli creati all’insegna della delocalizzazione ipertrofica creata da Tosi e dai suoi emuli: anche qui, mancanza di spazio. Giovanni Grasso sarebbe la persona più adatta per scriverci una monografia, che potrebbe avere davvero il carattere del testo “definitivo” su Universitopoli.
Qualcosina sul Polo di Buononvento, però, non posso esimermi dal dirla: sarà che lì ho lavorato (ci ho insegnato nell’anno scolastico 2005-2006); sarà perché ero proprio nella locale scuola media, la mattina in cui arrivò la notizia dell’avviso di garanzia proprio a Piero Tosi, fra l’incredulità generale (ed anche mia, allora). Sarà quel che sarà, ma questa – in estrema sintesi – è una storia che va raccontata. Cosa concerne questo Polo universitario di Buonconvento? Trattasi di un laboratorio sull’accessibilità universale; si tratterebbe, quindi, di una sorta di think tank sui problemi dell’accessibilità dei disabili (anzi, dei diversamente abili), pare di capire.
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Riuscirà la Gelmini a chiudere le lauree a gogò e le università di quartiere?

L’immotivata proliferazione dei corsi di laurea e di sedi universitarie decentrate – con conseguenti assunzioni di docenti e amministrativi – ha dato il colpo di grazia ai conti di molti atenei. Di seguito sono riportati brani di un vecchio articolo di Umberto Eco (L’Espresso 2 febbraio 1992) nel quale sono elencate le obiezioni di Cesare Segre alla diffusione delle università sul territorio.

Benvenuti all’Università di Coccolato

Umberto Eco. (…) un articolo di Cesare Segre sul “Corriere della Sera”, ha acceso un dibattito sul bacillus universitatis e cioè sulla tendenza, che pare accentuarsi nel nostro paese, ad attivare nuovi centri universitari in città di provincia. Le ragioni possono essere sia di malintenzionato clientelismo, sia di benintenzionato proposito di ovviare al sovraffollamento dei grandi centri.
Le obiezioni al bacillus – e le ragioni per cui di bacillo letale potrebbe davvero trattarsi – sono state elencate da Segre. Il piccolo centro non può avere le tradizioni delle grandi università storiche, avrà fatalmente per decenni biblioteche e laboratori inadeguati, i docenti vi andranno di malavoglia, con pendolarismo smandrappato, e cercheranno al più presto di tornare alle metropoli. Questi centri verranno a soddisfare la pigrizia (spesso dettata anche da motivi economici) di studenti di provincia che non vogliono allontanarsi da casa, e che quindi perderanno la grande occasione che l’esperienza universitaria offre allo studente sin dal Medioevo, e cioè di conoscere qualcosa oltre la cerchia delle proprie mura e di venire a contatto con ambienti pervasi da flussi internazionali. Meglio sarebbe dunque potenziare i grandi centri con strutture di accoglienza per gli studenti e ridurre il sovraffollamento eliminando il valore legale di una laurea che spesso si prende di malavoglia solo per vincere un concorso nella pubblica amministrazione (dove basterebbero buoni e solidi diplomi). E sono, naturalmente, parole sante.
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Gian Maria Rossolini è il nuovo preside della Facoltà di Medicina di Siena

Votanti: 300. Non votanti: 55. Quorum necessario: 151 voti. Gian Maria Rossolini: 175 voti; Alessandro Rossi: 68 voti; Carlo D’Aniello: 2 voti; Alessandra Renieri: 50 voti; schede bianche: 2; schede nulle: 3. Dopo la proclamazione dei risultati, Rossolini ha dichiarato: «Grazie per la fiducia che mi avete accordato, il lavoro difficile inizia il primo novembre prossimo. Come già detto in campagna elettorale sarò il preside di tutti, non ho fatto alcuna promessa se non quella di operare in modo trasparente. Ci aspetta un’attività durissima, su tutti i versanti.»

Risultati della prima votazione per l’elezione del Preside di Medicina a Siena

Quorum necessario: 178 voti. Gian Maria Rossolini: 128 voti; Alessandro Rossi: 58 voti; Carlo D’Aniello: 43 voti; Alessandra Renieri: 39 voti; Giuseppe Gotti: 17 voti; Nicola Nante: 15 voti; schede bianche: 6; schede nulle: 5. La seconda votazione avrà luogo il 21 maggio 2009.

Attività conto terzi: risorsa o truffa per le università?

tommaso_gastaldi.jpgIl professor Tommaso Gastaldi, Università di Roma “La Sapienza”, chiede al Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, On. Renato Brunetta, una risposta ufficiale su un malcostume ormai diffuso non solo tra i docenti ma anche tra il personale amministrativo, con pesanti penalizzazioni per didattica e ricerca.

Tommaso Gastaldi. Quesito. L’attività relativa ai contratti conto terzi svolta da un professore universitario a tempo pieno deve considerarsi soggetta ad approvazione da parte della Facoltà di appartenenza, come avviene di norma per tutti gli incarichi retribuiti, oppure, al contrario, un docente può svolgere di fatto qualunque numero di ore per qualsiasi importo senza dover chiedere autorizzazione alla propria facoltà o renderne conto? Se sì, quali sono le conseguenze per omessa richiesta di autorizzazione? Nel caso di contratti conto terzi – per i quali si sono percepiti ad esempio decine di migliaia di euro – svolti senza alcuna autorizzazione della Facoltà, vi sono conseguenze per il docente che non ha chiesto autorizzazione, il Dipartimento che non ha informato del contratto la Facoltà, e la Facoltà che ha omesso il controllo?
Segnalazione. Constato che nel mio Dipartimento (ed in molti altri) ci si imbarca nello svolgimento di contratti conto terzi per importi notevoli (svariate centinaia di ore pro capite, spesso da erogare in tempi stretti a causa di precise clausole contrattuali) senza richiesta di autorizzazione alla Facoltà e distogliendo attenzione e forze dalla normale attività lavorativa, oltre che sfruttando alacremente le strutture e infrastrutture pubbliche ed il personale non docente e di segreteria. Mi sembra un’anomalia che, in virtù della piccola percentuale percepita dall’università, i docenti possano impegnare qualsiasi numero di ore in attività dalle quali spesso traggono ingenti profitti personali, inevitabilmente a scapito della docenza e dei compiti istituzionali. Tutto ciò appare fortemente lesivo degli interessi pubblici nell’ambito della Pubblica Amministrazione e, pertanto, mi sono permesso con il massimo rispetto, di porre il quesito e la segnalazione all’attenzione del Ministero nella certezza di poter contare su una risposta definitiva e autorevole, nell’ottica di andare nella direzione (e rivoluzione) per la quale il Ministro si batte quotidianamente.