A pochi giorni dal ballottaggio, parole in libertà sull’università di Siena

Eugenio Neri e Bruno Valentini

Eugenio Neri e Bruno Valentini

Eugenio Neri. Prima di tutto pretenderemo che un nostro rappresentante rientri in CdA, perché l’ateneo è un bene della comunità. Certo l’Università va gestita correttamente, con una forte aspirazione all’internazionalizzazione. Da una parte l’Ateneo deve pretendere e offrire qualità: a partire dalle docenze, professionali e scientifiche. Avendo chiaro che se anche il settore è fatto di precariato, chi è ai bassi gradini può ambire a salire. Insomma non ci devono più essere “professoroni” in cattedra, se non lo meritano. Quindi l’internazionalizzazione: il nostro sguardo non sia rivolto alle realtà toscane, ma oltre, all’Inghilterra, America, Cina. Abbiamo molto da imparare da queste realtà. Per quanto riguarda il Comune, penso a uno scambio bidirezionale con l’Università che può dare aggiornamento alla macchina comunale e il Comune applicazione allo studio. Infine vedo una facoltà di Economia bancaria, un tempo fiore all’occhiello, oggi non più attrattiva, se la Banca va via da Siena. Allora lo sbaglio è stato che in passato Fondazione, Banca e Università potevano insieme mettere in piedi una “business school”, una scuola d’alta formazione, nello scenario più adeguato e ricettivo. Sarebbe stato un bell’investimento sul futuro e sul mondo, oltre che su Siena.

Bruno Valentini. L’ateneo senese è stato scelto dall’Onu, insieme a pochi altri al mondo, per una sorta di progetto di ricerca sul rapporto fra sviluppo economico ed ecosostenibilità: questo solo per sottolineare che per didattica e professionalità il nostro ateneo è ancora a buoni livelli. Quello che va migliorato e qui entriamo in azione noi, è l’impatto dello studente sulla città e la sua accoglienza. In periodi di difficoltà economica, i ragazzi scelgono con maggiore attenzione. E noi possiamo rispondere alla domanda pur ridotta (iscrizioni in calo) rafforzando i servizi: penso a un sistema certificato e tutelato per trovare sistemazione, alloggio; a una degna accoglienza dei familiari; a un circuito ricreativo, culturale e anche sportivo che faciliti e renda più piacevole la permanenza degli studenti; e ancora, penso a trasporti dedicati e a spazi da mettere a disposizione quando i dipartimenti sono chiusi. La richiesta più ovvia da parte della comunità è che l’ateneo torni al pareggio, perché solo a questo punto potrà nuovamente intercettare finanziamenti, con risorse ministeriali e regionali necessarie per investire sempre sull’offerta didattica. Scienze bancarie? Non solo Mps ma le banche tutte sono oggi sbocco limitato. Allora bisogna concentrarsi verso nuove professionalità: prepariamo manager esperti in analisi finanziaria, con un profilo internazionale; e poi ci sono le scienze della vita, per cui noi siamo già un distretto d’eccellenza. Diamo un motivo in più a Novartis e ospedale di essere ancora qui.

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6 Risposte

  1. «La nuova Amministrazione si costituirà parte civile nel processo sul buco di bilancio dell’Università? Sì o no?» M5S

    Speriamo di sì, ma voi ce l’avete una vostra proposta sul tema dell’università? Ce l’avete una proposta, o no?

    «Il nostro sguardo non sia rivolto alle realtà toscane, ma oltre, all’Inghilterra, America, Cina.» Neri

    Beh, allora ci vuole un’altra “riforma Gelmini”, perché quella che abbiamo indica come salvare le bucce e salvare le strutture che da sole non ce la fanno più, semmai federandole con Pisa o con Firenze, non con Honolulu; sicuramente indispensabile, una volta rimasti in vita, cercare rapporti internazionali, ma per rimanere in vita (conditio sine qua non) è indispensabile e eccome oramai “uno sguardo” alle altre università toscane! Lei sta parlando di rilanciare, io molto più modestamente di salvare: ma come intende salvare le strutture didattiche soddisfacendo la legge Gelmini, il decreto 47 ecc. ecc. in presenza della fuoriuscita di metà del corpo docente? Da qui non si scappa. In altre parole, temo che da morti o da moribondi non si sia un granché appetibili all’università di Honolulu o di “Ossforde”…

    «Insomma non ci devono più essere “professoroni” in cattedra, se non lo meritano.» Neri

    Giusto, ma non divaghiamo e vediamo chi saranno i “professoroni” di domani, dilettandoci ancora con un po’ di futurologia. Velatamente polemizzando con una certa signora la quale sostenne in questo blog che i ricercatori insegnano “quando il professore non viene”, ho già segnalato che secondo i dati diramati una anno fa, in Italia il 35% dell’offerta didattica risultava coperta da ricercatori di ruolo: con la situazione della docenza che si sta delineando a Siena, temo che da noi la percentuale sia destinata ad impennarsi.
    I carichi didattici dei ricercatori certo variano da caso a caso. Di certo dove posseggono due dozzine di docenti per SSD è comprensibile che non ci sia bisogno dell’ennesimo: ma si consideri che la regola oramai è quella opposta, ossia che in un SSD, di rappresentanti ve n’è magari rimasto solo uno e quello è un ricercatore. Ma il punto è soprattutto un altro: ossia i maledetti “requisiti minimi di docenza”, per i quali contano associati, ordinari e ricercatori affidatari di corsi; ad oggi i ricercatori sono 355 su 811 docenti; cioè a dire, se non insegnassero affatto, per il conteggio dei requisiti minimi di docenza si dovrebbe far conto al massimo su 456 docenti, giusto? Che diviso 20 fa 22,8.

    Cioè a dire, al massimo, se per un caso fortuito (la probabilità è prossima allo zero) o l’intervento della Divina Provvidenza (e se siete leggermente agnostici la probabilità è senza dubbio uguale a zero) rimanessero comunque coperti tutti i settori che la legge prescrive per l’accreditamento dei corsi, ma se al contempo i ricercatori non fossero affidatari di insegnamenti, già oggi cadrebbero un’altra decina di corsi di laurea, oltre alla trentina già cancellati dal 2008 ai nostri giorni (intendo ciclo completo 3+2) riducendosi in tutto a 22. E questo è un calcolo astratto, nel “migliore dei mondi possibili”, dunque la realtà sarebbe molto peggiore.

    Penso a cosa succederà quando, nel 2020 i docenti saranno complessivamente una cifra compresa fra i 500 e i 600, di cui oltre la metà ricercatori: se per un’ipotesi di scuola venisse meno il loro contributo alla didattica, si potrebbe a quella data far conto su 250 – 300 docenti in tutto, cioè, in forza dei maledetti requisiti più volta stigmatizzati, ridurre l’ateneo senese a una… decina di corsi di laurea, da sessanta e passa che erano. È pura follia, da ricovero coatto, naturalmente, ma riceveremmo il plauso del CENSIS per l’efficienza dei servizi, giacché ogni corso sarebbe servito nientepopodimeno che da 100 amministrativi!

    Ecco, questi saranno la gran massa de “i professoroni” in quel di Siena nel 2020: che prospettive avranno la maggior parte di costoro, se l’ateneo continua a perdere pezzi?

    «La richiesta più ovvia da parte della comunità è che l’ateneo torni al pareggio, perché solo a questo punto potrà nuovamente intercettare finanziamenti, con risorse ministeriali e regionali necessarie per investire sempre sull’offerta didattica». Valentini

    Se “tornare in pareggio” vuol dire smantellare mezzo ateneo e basta, non si capisce cosa significhi poi “tornare ad investire nell’offerta didattica”: primo perché ciò che chiude adesso, non riaprirà o non riaprirà a breve termine (se ben ricordo vi sono anche delle norme al riguardo-chiedo lumi al prof. Grasso), e secondo perché comunque ci vogliono venti anni, per rimettere in piedi una “scuola”, una solida struttura didattica o di ricerca, una volta chiusa, e di apprendisti stregoni che ci dilettano con esperimenti e con strane effimere alchimie, temo se ne abbiano pieni i cabbasisi.

    Insistere poi sul fatto che l’estromissione del 50% del corpo docente di per sé assicuri “il risanamento” (oramai un luogo comune) mi pare un discorso totalmente sconclusionato. Sistemare i conti è condizione necessaria, ma assolutamente non sufficiente per salvare l’ateneo, e ancor meno per rilanciarlo. Si può almeno avere un’idea di quali siano le linee guida di un progetto concreto per salvare e rilanciare l’università di Siena che parta dai fatti ineludibili, non aggirabili, abbondantemente enucleati anche in questo pregiato blog?

    Considerato che all’università vi sono molti potenziali elettori ai quali si rivolge il Valentini, non proprio ascrivibili alla categoria de “i baroni” e il cui destino personale è legato a codeste risoluzioni, prevedo che se un chiarimento non giungerà in tempo utile, il giorno del voto diversi di costoro si butteranno col Neri, che qualcosa in più la dice, o andranno in campagna a sonnecchiare all’ombra di un faggio:

    Ombra mai fu
    di vegetabile,
    cara ed amabile,
    soave più.

  2. …io sarei per (tornare a) dire che manca tutto! Mancano idee, mancano progetti, manca la visione stessa della natura e delle cause dei processi (oggi va più di moda dire “percorsi”) che hanno condotto l’ateneo «scelto dall’Onu, insieme a pochi altri al mondo» ( quali? Quelli con “buchi” di bilancio superiori a 200 milioni di Euro dichiarati?… Totò diceva: «…questa cosa mi scompiscia!!!…») allo sfascio attuale!
    …e sarei per ricordare a tutti, Rabbi incluso, che l’Università non è stata fondata sulle “categorie” dei “docenti” o dei “ricercatori”, ma sul carisma, la competenza e il valore oggettivo (umano, professionale, morale) di individui “con le palle” attorno ai quali gli studenti si aggregavano spontaneamente, per poterne trarre tutti i preziosi insegnamenti, pagando di tasca propria… le “qualifiche” le abbiamo inventate dopo… e francamente, conoscendo l’ambiente della Medicina, non sono affatto sicuro che tutti coloro che la “qualifica” prepone all’insegnamento, ne siano veramente degni… e, viceversa, tutti coloro ai quali la “qualifica” lo preclude, di fatto non lo siano!
    Facciamo insegnare chi ha cose da insegnare, non chi ne ha solo titolo (che magari gli è stato conferito chissà come e chissà perché!)…

  3. «…e sarei per ricordare a tutti, Rabbi incluso, che l’Università non è stata fondata sulle “categorie” dei “docenti” o dei “ricercatori”, ma sul carisma, la competenza e il valore oggettivo (umano, professionale, morale) di individui “con le palle” attorno ai quali gli studenti si aggregavano spontaneamente. Domenico Mastrangelo

    Caro Domenico, vorrei segnalarti che non ho potere legislativo e se lo avessi, avrei fatto leggi diverse da quelle che ci sono. Tanto meno ho il potere di disfarle. Quelle leggi sono state varate da governi e parlamenti che facevano capo ai partiti che adesso compongono i “rassemblement” di Valentini e di Neri: PDL, PD, LEGA. Sebbene abbia già stigmatizzato l’apoteosi del bizantinismo che tali leggi rappresentano, non vedo come le si possa eludere. I dati sono questi, la realtà è questa: ci diamo alla macchia? La spavalderia di chi ritiene di poter soprassedere a tutto ciò è solo segno di provincialismo e disonestà intellettuale.

  4. Caro Rabbi,
    non “ci diamo alla macchia”, ma protestiamo, scriviamo nei blogs, ci uniamo e denunciamo! Se non si può neanche più chiedere Giustizia, allora è davvero meglio non darsi alla macchia, ma emigrare… molti dei nostri nonni lo hanno fatto e, guarda caso, non hanno sentito il bisogno di tornare!
    Chi davvero “soprassiede a tutto ciò” è proprio, caso mai, il “provinciale” senese che sa bene come funziona MPS o la fondazione, ma si guarda bene dal fare denunce e dice che sapeva tutto, ma aspetta a dirlo solo dopo che il bubbone è scoppiato!
    Tu parli di Legge, ma in questa città la violazione della Legge mi pare sia all’ordine del giorno e proprio all’interno delle istituzioni!
    Vuoi un esempio pratico?
    Io mi sono specializzato in oculistica in deroga alla legge europea, che prevede che uno specializzando abbia fatto un certo numero di ore in sala operatoria, come primo, secondo o terzo operatore. Io non l’ho fatto, ma me lo hanno lasciato fare (in barba alla Legge!) perché gli faceva comodo; così, quando per far entrare figli e parenti, scavalcandomi, hanno deciso che potevano impunemente smantellare il laboratorio che avevo creato (con tanta fatica e sacrifici), mi hanno detto: «Ora o ti metti a fare l’oculista clinico o te ne vai!»… e non è servito, caro Rabbi, neanche che io scrivessi al rettore che la mia specializzazione in oculistica non era regolare (a termini di legge!) e che, di conseguenza ne chiedevo la revoca! …capisci, come vengono rispettate le Leggi? Ora, io sarò senz’altro un caso particolare, ma non credo affatto di essere il solo! Mi pare, dunque, che il vero provincialismo e la vera disonestà intellettuale siano quelli di chi non vede (o peggio, fa finta di non vedere!) tutto questo schifo!

  5. «I numeri giocano contro la gestione che fino ad oggi ha contraddistinto l’istituzione. Si fa una previsione di disavanzo di 45 milioni di euro e poi si chiude effettivamente con un disavanzo di 52 milioni. Se ne deduce che i risultati non hanno combaciato con i desiderata e che l’Università è quindi sull’orlo di una dichiarazione di bancarotta.» P. Piccini

    …allora che fare? Possibile che siamo ancora alle geremiadi? Voglio dire, ma una lista di cose da fare, quando la tirate fuori? Evidentemente la politica di agire esclusivamente sulla leva dell’estromissione del personale docente (quasi il 50% tra il 2008 e il 2020 a turn over bloccato) o sulla compressione dei salari del personale TA non ha funzionato, perché le condizioni necessarie (ridurre i costi del personale), non solo andrebbero ponderate, quando hanno gli “effetti collaterali” di cui si è discusso accanto a quelli desiderati, ma poi non è detto che siano anche sufficienti. In più, ritrovarci fra cinque anni, come i dati ufficiali ci segnalano, con 1000 amministrativi e poco più di 500 docenti (oltre metà dei quali, ricercatori congelati), non mi pare di per sé un gran capolavoro.

    Senza aggiungere che con questo modus operandi, a mio avviso, si è salvaguardata più la fuffa che l’eccellenza. Mentre i politici si riempiono la bocca con “l’eccellenza” e la “meritocrazia”, in realtà quello che si delinea è l’inesorabile venir meno di strutture didattiche e della ricerca, l’oblio su esperienze e specificità, dunque il calo degli studenti, dei finanziamenti ecc. in una spirale autodostruttiva alla quale pare non esserci freno.

    «E noi possiamo rispondere alla domanda pur ridotta (iscrizioni in calo) rafforzando i servizi.» Valentini

    Ora si! Non è che gli studenti non vengano o se ne vadano perché gli manca il tram; anzi, quello c’è: per andarsene, appunto. Una flessione nelle iscrizioni c’è stata ovunque, ma Pisa ha perso pochissimi studenti (circa -4,4%) e Siena moltissimi (-17%): come mai? Si pensa per caso che gli studenti si orientino su Pisa per far dispetto ai livornesi? Di certo a Pisa hanno l’ereoporto, ma noi, nel nostro piccolo abbiamo tentato di aprire uno scalo internazionale a Rosia… che lì vicino c’è pure la “Versilia” di Brenna.

    Via, per piacere, qui ci accingiamo a perdere due terzi dell’offerta formativa e gran parte dei dottorati, e davanti all’evidente diaspora di studenti (-25% dal 2008) questi qua parlano di compensare con “maggiori servizi”? Ma qual è il “core business”, la ragione sociale dell’università? Se viene meno quella, come pensate che il resto rimanga in piedi? A questo punto non è chiaro cosa sopravviverà di questo passo, né è chiaro che destino avranno molti dei sopravvissuti lontani dalle delizie del “buen retiro”, naturale o anticipato: governare l’università e le risorse umane di cui dispone, vorrebbe dire appunto azzardare delle delle risposte a questi interrogativi, non limitarsi a dire che il bilancio va meglio perché abbiamo mandato via un sacco di gente. Perché se questa condizione bastasse, allora le soluzioni sarebbero a portata di mano: come dicono a Genova quando uno muore, “si è tolto dalle spese”, e al limite, se mandi via tutti, andrebbe ancora meglio…

    Dunque per Piccini, Valentini & C., qual è allora il programma da seguire? I conti non tornano. I palazzi non sono stati venduti. I corsi chiudono. Gli studenti partono. L’idraulico non verrà. Ma non è che il problema sia solo quello di sostituire un cattivo ragioniere con un buon ragioniere: non è solo un problema “ragionieristico”, ma in gran parte politico e strategico, e la dimensione dello sfascio (locale e nazionale) è tale, per cui si impongono soluzioni non convenzionali e coraggiose.

    Le cose da fare erano dette in modo molto limpido nel programma della Vigni, che probabilmente le diceva apertamente perché aveva meno tributi da rendere e meno mediazioni da intavolare. E francamente, commentare con sarcasmo, come ha fatto qualcuno, ipotesi come quella di dar corso allo spirito e alla lettera della riforma in ordine alla collaborazione fras università statali pagate dal contribuente (cosa che peraltro stanno facendo in tutt’Italia, anche dove la situazione è migliore che a Siena), temendo “la colonizzazione da parte dei forestieri”, mentre ci avviamo alla dichiarazione di dissesto e l’alternativa è la chiusura e la scomparsa di tradizioni scientifiche, la dispersione di esperienze e competenze, nonché l’assassinio di una generazione intera, mi pare, questa si, disonestà intellettuale profonda: rivelatrice, però, del persistere di un cieco particolarismo feudale che non si arrende nemmeno davanti all’evidenza e della debolezza dei poteri centrali, incapaci di porvi un’argine.

    C’è gente che davanti alla prospettiva di uno smantellamento ragiona come il morente Mazzarò verghiano: «Roba mia, vientene con me!»

  6. Vabbè che si elegge il sindaco e non il rettore, ma visto il rilievo che l’università ha per la città e le condizioni in cui versa l’ateneo ci si aspettava un tantino di più. Invece solo fievoli vagiti, peraltro solo da parte di alcuni (Neri ha detto qualcosa, Valentini è stato di una raccapricciante vaghezza: perché? Eppure anche lui ha uno staff pieno di “professurun”).

    L’illusione sottesa a questi silenzi è che comunque le cose continuerano ad andare avanti in un modo o nell’altro, siccome sono sempre andate avanti, in barba alle elementari considerazioni che abbiamo tentato di svolgere in questo blog, basate su dati ufficiali ampiamente verificabili e norme arcinote. Pertanto, nell’augurare buon voto a tutti gli elettori, non rimane che riproporre come monito la triste storia del tacchino (o pollo) induttivista di Bertand Russell:

    «Fin dal primo giorno questo tacchino osservò che, nell’allevamento dove era stato portato, gli veniva dato il cibo alle 9 del mattino. E da buon induttivista non fu precipitoso nel trarre conclusioni dalle sue osservazioni e ne eseguì altre in una vasta gamma di circostanze: di mercoledì e di giovedì, nei giorni caldi e nei giorni freddi, sia che piovesse sia che splendesse il sole. Così arricchiva ogni giorno il suo elenco di una proposizione osservativa in condizioni più disparate. Finché la sua coscienza induttivista non fu soddisfatta ed elaborò un’inferenza induttiva come questa: “Mi danno il cibo alle 9 del mattino”. Purtroppo, però, questa concezione si rivelò incontestabilmente falsa alla vigilia di Natale, quando, invece di venir nutrito, fu sgozzato.»

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