Il rettore di Siena tiene famiglia e compagni

Καιρóς

Καιρóς

Sicuramente Teofrasto avrebbe inserito Riccaboni nel suo famoso ritratto dell’inopportuno (Caratteri morali). E Lisippo avrebbe eretto nel cortile dell’Università di Siena una statua (novello efebo senza ali ai piedi e completamente calvo) come allegoria per quelle situazioni da non afferrare mai, perché in contrasto con il valore dell’opportunità.

È quel che ho pensato nel leggere la notizia (difficile da scovare nella home page dell’ateneo) riguardante la nomina da parte del rettore dei referenti scientifici per i Poli d’Innovazione della Regione Toscana. L’Università, infatti, si serve di alcuni docenti per i dodici settori di riferimento dei Poli, che, com’è noto, sono previsti dalla nuova disciplina comunitaria in materia di aiuti di Stato a favore di Ricerca, Sviluppo e Innovazione. Tra le nomine se ne segnalano due: quella della moglie del “magnifico”, la Prof.ssa Rebecca Pogni, e quella del Prof. Riccardo Basosi, mentore e referente universitario della first lady, non ancora Prof. ordinario. La first lady deve sostenere (noblesse oblige) il peso di due settori di competenza: è referente scientifico del settore moda (tessile, abbigliamento, pelletteria, concia, calzaturiero, orafo) e del settore cartario.

Eppure, pochi giorni fa, Riccaboni aveva dichiarato: «all’università di Siena abbiamo varato un codice etico che mira ad escludere le situazioni nelle quali si potrebbero creare conflitti d’interessi». Evidentemente, il “magnifico”, aveva già dimenticato d’aver conferito alla sua consorte questi delicati compiti istituzionali. Ora non pretendiamo certamente da Riccaboni comportamenti in linea con la saggezza del peripatetico filosofo greco Teofrasto, ma neppure possiamo accettare che, con la sua sistematica violazione delle più elementari regole, continui ad esporre al ridicolo l’istituzione che rappresenta, inducendo qualche buontempone a pensare che all’ateneo senese tutto va a finire in “peripatetica”.

Articolo pubblicato anche daIl Cittadino Online (11 marzo 2014) con il titolo: «Grasso: “il rettore ed il valore dell’opportunità”».

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I concorsi universitari pilotati fanno ancora notizia?

Un concorso universitario

Un concorso universitario

Un docente del nostro Ateneo mi ha segnalato un articolo di cui riporto titolo e link: Cardiologia, concorso scandalo alla Sapienza. “Ecco i vincitori”, già noti un mese prima, “la Repubblica” 19 settembre 2013.

Il professor Fedele: “Concorso pilotato? A parità di cavallo scelgo quello che conosco”, la Repubblica 19 settembre 2013.

Può darsi che episodi del genere facciano ancora notizia nel resto del Paese; di sicuro non a Siena, purtroppo!

Parentopoli universitaria: altra “riccabonata”

RiccaboniSenzapolitica

Controcampus. Prof. Riccaboni, qual è la Sua opinione in merito all’eterna questione delle parentopoli universitarie italiane? Secondo Lei, è davvero così terribile avere due docenti con lo stesso cognome in una Facoltà? In Italia, alla fine, prevale il merito o la raccomandazione?

Angelo Riccaboni. Ritengo che il merito sia fondamentale non solo per la giusta affermazione degli individui, ma anche per garantire all’interno delle organizzazioni le necessarie competenze e capacità. All’Università di Siena nel 2011 abbiamo varato un codice etico che mira ad escludere le situazioni nelle quali si potrebbero creare conflitti d’interessi nei confronti dell’Ateneo stesso.

Altro che “uno dei migliori atenei del mondo”, l’università di Siena è lo “gnommero armonioso”

Carlo Emilio Gadda

Carlo Emilio Gadda

Rabbi Jaqov Jizchaq. C’è chi dichiara che «contro il Polo Universitario monopolizzato dall’ateneo senese s’è battuto fin dal 1996 e che ora è il momento che si spezzi il vincolo con Siena». Sì, Sì, si spezzi il giogo! Si spezzi! Accidenti, allora siamo già un pezzo avanti con la “secessiùn”: ci manca solo il carroccio. Vogliono andarsene? Non è che basta dirlo; per adesso, infatti, il polo aretino è un onere gravoso (sostanzialmente un debito) che pesa sulle spalle di Siena: si paghino da sé le spese, paghino gli stipendi di professori e tecnici/amministrativi e vadano un po’ dove vogliono. In alternativa, Siena richiami in sede tutti i docenti colà distaccati a rinforzare i suoi barcollanti corsi di studio. È però singolare che coloro che lavorano nell’ateneo senese apprendano queste cose – che un polo vuol secedere e già opera in quella direzione – dai giornali: ma quali sono i livelli decisionali in questo ateneo? Vi è una posizione ufficiale del Rettore e del Senato al riguardo dell’iniziativa aretina? Vi è stata una qualche comunicazione e discussione nelle sedi istituzionali appropriate? Com’è nata tutta la faccenda?

Paradossalmente, mentre apprendo “con vivo stupore” dalla stampa che uno lavora per svincolare completamente il polo aretino da Siena (speriamo anche economicamente), parimenti mi giunge all’orecchio la non meno stupefacente voce “di corridoio” che qualcun altro reclama viceversa il trasferimento ad Arezzo di interi comparti umanistici dell’università da Siena (follie da ricovero coatto). Così uno chiede che si taglino i ponti, l’altro reclama ponti d’oro. Questi astuti sotterfugi paiono il prodotto esclusivo del dilagare di uno scomposto e cieco particolarismo e dell’assenza di un fermo potere centrale che lo raffreni. Nel modo in cui le forze politiche, i vertici accademici e le stesse burocrazie ministeriali, o tollerano, o autorizzano certe cinobalaniche imprese, io non vedo tentativi di “ridefinire” alcunché, ma solo un aspetto del decantato “groviglio” e, forse inconsciamente, una forma di nichilismo. Altro che “uno dei migliori atenei del mondo”… questo è lo “gnommero armonioso”:

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo. Ma il termine giuridico «le causali, la causale» gli sfuggiva preferentemente di bocca: quasi contro sua voglia.» (Gadda, Il pasticciaccio).

E Riccaboni continua a prendere schiaffi: tanto lui non è Pasquale!

E che so' Pasquale io?

E che so’ Pasquale io?

Dal “Corriere di Arezzo” il passo di Pierluigi Rossi che rivendica il suo impegno pluriennale contro il Polo universitario monopolizzato dall’ateneo senese.

Pierluigi Rossi. Arezzo, proprio su queste potenzialità, già espresse come polo nazionale dell’oreficeria, può diventare un polo informatico attorno a realtà che si sono imposte tra le eccellenze italiane. Contro il Polo Universitario monopolizzato dall’ateneo senese mi sono battuto fin dal 1996: che ora si spezzi il vincolo con Siena e il Polo si apra a tutte le Università italiane, a cominciare dal Politecnico di Milano, non può che rappresentare una grande prospettiva per la formazione di una classe dirigente locale. Merito della Camera di Commercio, l’unico ente che ha capito le potenzialità dell’università per via telematica. E se Arezzo non può dopo tanti secoli tornare sede di un’università, può però essere città universitaria: non a caso l’Università dell’Oklahoma ha scelto per i suoi corsi Arezzo con la sua storia e le sue testimonianze di una cultura che affonda nei secoli.

Faziosità, disinformazione, illogicità e demagogia sui referendum attuali

Ramat-Sciascia-Giannini-Brera-Colletti-Occhini-Vattimo-Soldati-Gassman-Villani-Zevi

Ramat-Sciascia-Giannini-Brera-Colletti-Occhini-Vattimo-Soldati-Gassman-Villani-Zevi

Giustizia: quei Referendum… con o senza Silvio (Corriere della Sera, 2 settembre 2013)

Pierluigi Battista. Per dire quanto sia fazioso, schiacciato sul presente, incurante dei princìpi, il politicantismo di oggi pretende che le firme per il referendum dei Radicali sulla responsabilità civile dei magistrati siano un frutto tardivo del “berlusconismo”: ma nasconde il fatto che nel 1987 un altro referendum, sullo stesso tema, ebbe il consenso di 20 milioni e 770 mila italiani, pari all’80,2 per cento dei votanti (alle urne si recò il 65,1 degli aventi diritti il voto).

Per dire come funzioni la democrazia italiana, quel referendum fu clamorosamente disatteso e si varò una legge che tradì l’essenza del verdetto referendario, stabilendo che il risarcimento del danno provocato a un cittadino per “dolo” e “colpa grave” di un magistrato dovesse essere coperto dallo Stato e non dal singolo magistrato, colpevole di non aver onorato la sua funzione con evidente manipolazione del diritto.

Per dire come funziona la disinformazione, quelli che gridano ala “minaccia” contro la magistratura non dicono che a stabilire l’eventuale obbligo al risarcimento sono altri giudici. Per dire come funziona la logica, non spiegano perché se un medico si macchia di una colpa grave o di manifesta negligenza nei confronti di un paziente, allora scatta una sanzione, preceduta da un procedimento giudiziario rispettoso dei diritti dell’accusato, mentre se un magistrato, a parere di un collegio di giudici, si è macchiato di una colpa grave o di una manifesta negligenza nei confronti della libertà di un cittadino, deve invece rimanere totalmente irresponsabile.

Per dire la scarsa considerazione che i paladini della “indipendenza della magistratura” hanno nei confronti della tempra morale dei loro colleghi, si dice che un magistrato, impaurito dall’eventuale sanzione civile per “dolo”, dovrebbe smettere di fare bene e con scrupolo il proprio mestiere: come se i medici, per paura di sanzioni da comminare ai loro colleghi che hanno commesso eventualmente una mascalzonata, volessero smettere di curare i malati.

Per dire quanto sia labile la memoria umana, si omette di dire che, a favore di quel referendum che introduceva e potrebbe oggi introdurre un elementare principio liberale nel nostro Stato di diritto, si spesero illustri cittadini come, fra i tanti altri, Leonardo Sciascia e Gianni Vattimo, Gino Giugni e Mario Soldati, Umberto Veronesi e Tiziano Treu, Vittorio Gassman e Luciano Gallino, Bruno Zevi e Ilaria Occhini, Gianni Brera e Luigi Compagnone, Lucio Colletti e Massimo Severo Giannini, Italo Mereu e Lucio Villari.

Tutti inconsapevoli “berlusconiani” ante litteram? E berlusconiani anche Franco Marrone, Magistratura democratica, garantista: “In questo referendum non c’è nulla contro noi giudici”? O Marco Ramat, Magistratura democratica, garantista: “È tipico dei regimi democratici avere i magistrati responsabili per i danni causati ai cittadini in conseguenza dei loro fatti illeciti, è tipico invece dei regimi autoritari che i magistrati siano sottratti a questa responsabilità”?