Senza una precisa diagnosi non è possibile alcun progetto terapeutico per l’ateneo senese

Cosimo Loré. Il male numero uno, sia sotto il profilo cronologico che causale,  non è il disavanzo strutturale, ma la delinquenza strutturata che ha prodotto il disastro finanziario: se si curano gli effetti di una patologia non diagnosticata il malato non guarisce!

Qui non si conosce ancora la rete dei responsabili che hanno per anni impunemente saccheggiato l’ateneo senese truccando concorsi e dilapidando risorse!

Il rimedio sta nella preliminare identificazione di costoro che anche tramite gli attuali protagonisti della vita accademica senese potrebbero persistere nell’intrigo penalizzando ogni progetto serio di rinascita.

Oltre al titolare e ai partecipanti del blog ne sono convinte persone diverse e distanti, ex rettori socialisti e democristiani, senatori e ministri, esponenti locali della Lega Nord e delle Liste Civiche.

Si tratta di prendere coscienza di una logica elementare che induce a muoversi razionalmente specie in un frangente di tal emergenza ed urgenza!

L’intero blog è ispirato da questa consapevolezza e mostra in ogni sua pagina quanto sia irrinunciabile lo studio del passato per ogni possibile speranza di un futuro.

Una proposta per l’Università di Siena, da prendere in seria considerazione, viene dagli studenti: «occorre un rettore riconosciuto da tutti»

Dimensione Autonoma Studentesca (DAS). Il DAS, dopo settimane di riflessione politica ha deciso di inviare questo comunicato alla stampa cittadina. Una decisione difficile, presa dopo che la Procura della Repubblica ha convocato i rappresentanti degli studenti per interrogarli in merito alle elezioni rettorali. Un comunicato che arriva dopo una serie di esposti, interrogazioni, relazioni e rinvii di nomine in un momento in cui questa nostra Università ha bisogno di chiarezza, rigore e responsabilità.

Gli studenti non ci stanno ad essere additati come responsabili di irregolarità nelle elezioni a Rettore. Non ci stanno, non ci stiamo. 
Noi studenti del DAS siamo stati fin troppo spesso accusati di essere degli untori che, denunciando pubblicamente la decadenza dell’istituzione accademica, farebbero sponda a detrattori che vogliono la chiusura del nostro Ateneo. È forse giunto il momento che l’amministrazione dell’Ateneo (centrale così come nelle Facoltà) si faccia un esame di coscienza, anche alla luce della relazione degli ispettori ministeriali che – ancora segreta – sta già facendo tremare troppe persone. Un momento catartico, che permetta di creare insieme un nuovo modello di Università, dopo il crollo presente e la bomba atomica chiamata DDL Gelmini. Una riflessione da parte di quelle persone le quali, accusando noi, cercano di occultare un marcio che, per quanto nascosto, continua a palesarsi.

Alla luce di queste riflessioni appare evidente la necessità di rifondare in toto la comunità accademica, ormai sfilacciata per via di interessi particolaristici e già pronta a spartirsi le macerie accademiche che rimarranno dopo la deflagrazione dell’ordigno Gelminiano. La cogenza di ricreare un sentire comune tra lavoratori, studenti e poi docenti non può però basarsi su presupposti poco chiari.

Per questo motivo ci interroghiamo sull’esigenza, ad oggi, di andare avanti con la nomina di un nuovo Rettore che dovrà guidare il nostro Ateneo in una situazione che quotidianamente diventa più difficile. Un Rettore che verrebbe nominato in circostanze pregiudiziali per l’interesse della nostra Università, con una elezione su cui la Procura sta investigando e sulla quale troppi interessi terzi – politici e finanziari – si sono evidenziati. È infatti necessario che la figura del nuovo Rettore sia riconosciuta da tutti, senza che forze esterne, con finalità aliene al mondo accademico, possano continuare a delegittimare l’Università di Siena, come stanno facendo ormai da mesi. Non vogliamo un commissario governativo. Ma ci interroghiamo se – forse – non sia necessario procedere a nuove elezioni a Rettore, senza “tramini”, senza macchie, senza pregiudiziali. Per questo chiediamo al professor Riccaboni di fare un passo indietro, e al decano dell’Università di indire nuove elezioni a Rettore, nell’impegno comune, da parte di ognuno, per una completa trasparenza in tutti i procedimenti decisionali dell’Ateneo.

Poltrone vacillanti per Formigoni, Cota e Riccaboni

Evidente l’analogia tra i governatori delle regioni Lombardia e Piemonte e il prossimo rettore dell’università di Siena: tutti e tre rischiano la poltrona. Ultimo, in ordine di tempo, il ricorso depositato il 13 ottobre al Tar della Toscana, con il quale si chiede l’annullamento dell’elezione del rettore Angelo Riccaboni. I punti contestati, tra irregolarità e illegittimità gravi, rivelano quel che è accaduto: una completa violazione delle regole più elementari in materia elettorale ed operazioni condotte nella massima superficialità ed approssimazione. «Si è sempre fatto così» è l’espressione che si sente ripetere in questi giorni negli ambienti universitari. E con il pensiero che corre al governo di Piero Tosi, viene spontanea una riflessione: «l’ex rettore ha colpito ancora». Per molti anni, nell’ateneo senese, si è agito (e si continua ancora) per consuetudine, diventata poi prassi consolidata e, infine, regola locale, senza alcun rispetto delle leggi esistenti. Di seguito i punti contestati dal ricorso.

1) Mancata identificazione degli elettori: né con l’indicazione del documento d’identità e neppure con l’apposizione, nella colonna d’identificazione, della firma di un membro del seggio.

2) Mancata nomina del segretario del seggio, espressamente prevista dal Regolamento elettorale.

3) Inesistenza dei verbali della postazione di voto d’Arezzo e inesistenza di documenti che attestino quali componenti del seggio la costituissero.

4) Individuazione dei criteri di nullità del voto avvenuta dopo l’apertura delle schede.

5) Inserimento dei ricercatori a tempo determinato nell’elettorato attivo, nonostante lo Statuto preveda il voto solo per quelli di ruolo.

6) Errata ponderazione del voto di due incaricati esterni, conteggiati per intero e non per un decimo.

7) Violazione del DPR 382/80 che prevede il ballottaggio dopo la terza votazione e non dopo la seconda, com’è avvenuto a Siena.

Ormai è certo: tutti a casa!

Proprio non ricordavo quel mio breve articolo del 5 aprile 2008: La Corte dei conti fa pagare il danno erariale causato da scelte illogiche e irrazionali nelle università. E così, ieri, quando ho saputo (e lo leggo oggi su “La Nazione”) che la Corte dei Conti (Sezione giurisdizionale regionale per l’Emilia-Romagna) aveva condannato, nel 2007, la Dott.ssa Ines Fabbro per un illecito amministrativo-contabile, sono rimasto sorpreso. Ma il massimo della sorpresa è stato leggere su google i risultati di una veloce ricerca che, al secondo posto, indicano il link a “il senso della misura” e alla sentenza, da me inserita nell’aprile 2008, quando non sapevo neppure dell’esistenza della Dott.ssa Fabbro. Ho pensato subito a Leonardo Sciascia che diceva «quando la memoria si fa, come l’occhio, presbite; quando va alle cose lontane e svanisce sulle vicine…».

Come si vede, il caso Fabbro-Riccaboni si complica sempre di più. A questo punto ritengo che il rettore uscente, Silvano Focardi, non possa in alcun modo firmare il decreto di nomina del Direttore Amministrativo per diversi motivi. Salvo che non sia un masochista!

1) Ormai è chiaro a tutti che il concorso è stato una farsa.

2) Il nome della Fabbro è stato fatto prima ancora che si decidesse di bandire il concorso.

3) C’erano 49 candidati – anche altri direttori amministrativi e dirigenti ancora in servizio – ma la Commissione ha scelto la Fabbro.

4) Probabilmente il profilo professionale della prescelta non era noto alla Commissione.

5) La Fabbro ha subìto una condanna per un illecito amministrativo-contabile nell’esercizio delle sue funzioni di direttore amministrativo dell’Università di Bologna e non per un’infrazione stradale.

Che la nemesi dei ricercatori non provochi la loro rottamazione

Emanuela Maioli. Con l’astensione dei ricercatori dalla didattica (la didattica è volontaria quindi non è uno sciopero) non si aprono i corsi di Laurea. Ergo, la paralisi delle Università è colpa dei ricercatori. Questo è il messaggio con cui molte testate giornalistiche tendono a sensibilizzare l’opinione pubblica in questi giorni. Emblematico è l’articolo pubblicato ieri 16 settembre relativo ad una intervista al Prof.  Decleva (Rettore nonché Presidente della CRUI) in cui Stefania Consenti riporta (non so quanto fedelmente, è registrata?) alcune affermazioni allucinanti del professore. Ne cito una in particolare: «e poi, mi consenta, non è che il ricercatore che rinuncia all’insegnamento non abbia doveri didattici. Come giustificheranno la retribuzione che prendono? Facendo solo ricerca? E no, a questo punto veramente trovo autolesionistica questa iniziativa e penso che così la stiano valutando anche altri ricercatori. Poi andrei cauto sulla parola sciopero, che vuol dire trattenuta sugli stipendi e significa garantire i servizi essenziali.»

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“Monologo di un ipotetico ricercatore”

Outis. Vinco un concorso per ricercatore, vengo regolarmente assunto, altrettanto regolarmente (almeno per ora) stipendiato, ho degli obblighi contrattuali per un certo numero di ore di lezione, ma perché mai sono voluto salire in cattedra? Che l’abbia fatto per “salvare” l’università è una novella che non posso raccontare a nessuno senza mettermi a ridere, fra l’altro avere l’onere di un corso mi toglie molto tempo, ma molto alla ricerca (per la quale sono stato assunto), l’ho fatto per servilismo? Un po’ forse. Per vanità? Forse un po’. Per superficialità, non valutando correttamente la situazione nella quale mi sarei venuto a trovare: pesante carico di lavoro, per di più gratuito, che mi assorbe e distrae dalla ricerca? Forse. Forse un po’ di tutto questo e allora perché mi faccio dei problemi? D’ora in poi mi atterrò strettamente ai miei obblighi contrattuali, continuerò a percepire il mio magro stipendio, i cattedratici che fino ad ora mi hanno sfruttato come un extracomunitario si metteranno finalmente a lavorare sul serio e potrò dedicarmi più seriamente alle mie ricerche. Se l’università si è retta fino ad ora sulle mie spalle crollerà miseramente e vorrà dire che non meritava di meglio, se dovrà ridimensionarsi per la mia decisione sarà meglio per tutti.

Il tradimento di Ippocrate. La Medicina degli affari

Roberto Gava. Ho lavorato quindici anni in una Clinica Medica universitaria. Ero ben inserito, perché mi piacevano sia lo studio che la ricerca in ambito clinico, ma non mi ero ancora accorto che quel mondo era inconciliabile col mio desiderio di fondo: individuare le vere radici delle malattie, specie di quelle croniche, e aiutare il paziente ad estirparle. 
Avevo tre specialità e un centinaio di pubblicazioni scientifiche quando presi coscienza che se avessi voluto restare in quel mondo avrei dovuto soffocare e rinunciare per sempre, oltre al mio ‘desiderio di fondo’, anche a quel senso di giustizia e a quel desiderio di lottare, con sacrificio, per la verità e per il bene del malato che fino ad allora avevano orientato la mia persona e la mia carriera medica.
Ho lasciato l’ambiente universitario senza volgermi indietro e ho cercato altri approcci terapeutici, altri Maestri, altre conoscenze, ma con uno spirito di sacrificio e una passione per la ricerca ancora maggiori.
Ora non mi considero un plurispecialista, ma solo un medico desideroso di imparare che cresce specialmente grazie agli insegnamenti continui che riceve dallo studio e dai suoi Pazienti. In conseguenza di questo mio cammino personale, era palese che il lavoro del Dr. Domenico Mastrangelo non poteva lasciarmi indifferente.

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Alla ricerca del “buon senso perduto” sia alle Scotte (Siena) che all’Umberto I (Roma)

Anche quest’anno, ad agosto, sfogliando i vecchi giornali, che si accumulano nella casa delle vacanze, in attesa che finalmente il comune predisponga il servizio di raccolta della carta, mi è capitato di soffermarmi su qualche vecchio articolo. La rilettura mette sempre in evidenza qualche particolare sfuggito la prima volta, oppure evoca collegamenti o riflessioni che la prima lettura non aveva suscitato. È accaduto l’anno scorso con un vecchio articolo di Michele Ainis (“Nel belpaese unito dall’abuso”). Questa volta, molto più prosaicamente, si tratta della rimozione dell’auto nel parcheggio di un ospedale.

IL MIO RICORSO AL BUON SENSO (La Repubblica, 22 agosto 2009)

Massimo Carducci. Il 7 agosto 2009 accompagnavo mia madre di 77 anni, invalida civile al 100%, ad un controllo oncologico all’Ospedale Policlinico Umberto I. Parcheggiavo l’automobile all’interno dell’ospedale avendo cura di posizionarla entro le strisce gialle/blu che ritenevo adibite a parcheggio, senza arrecare alcun danno alla circolazione interna. Ultimata la visita, con amara sorpresa l’auto era sparita. Siamo stati informati che questa era stata rimossa dal carro attrezzi, ma che l’avrei potuta ritirare, pagando 80 euro, al deposito situato all’interno della struttura, dove mi sono recato immediatamente. Il custode, pur confermando che la vettura non creava intralcio alcuno alla circolazione, mi ha spiegato che era parcheggiata “fuori dagli stalli” e che comunque avrei potuto inoltrare ricorso tramite raccomandata all’Azienda Ospedaliera. L’unico ricorso che vorrei fare è al buon senso: degli addetti alla rimozione delle autovetture, che eseguono le direttive, e al responsabile del Servizio Rimozioni dell’ospedale, che le impartisce.

Da Oxford e Harvard a San Miniato di Siena

Cosimo Loré. Fa benissimo indignarsi perché l’altrui indifferenza è segno di miseria, meschinità e, talora, malvagità morale e mentale da cui è bene non farsi contaminare… Basta immaginare come molti di questi tristi impiegati travestiti da luminari trascinano le loro esistenze private nonché accademiche… Cosa possono trasmettere, sia a casa in mutande che in aula al microfono?! Quale motivo serio c’è per attirare nell’ateneo, fra le mura? …ops… dimenticavo il presente, che vede ormai tradita e abbandonata la vecchia, rectius vetusta, prestigiosa magione accademica, per improbabili ed orribili ghetti e siti che da perfetti burocrati bolscevichi hanno avuto cuore (e portafoglio!) d’inventare ed imporre i “capi” che con il corteo di consigliori, veline e servi ci hanno saccheggiato la città e l’università… Dice bene il grande (ed unico!) onesto cronista, nonché storiografo di questa stagione sciagurata Raffaele Ascheri (v. Gli scheletri nell’armadio)

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Università di Siena: ridurre il disavanzo strutturale si può, ne è convinto anche il Corriere Fiorentino

Alla domanda del giornalista David Allegranti (Corriere Fiorentino) – «quali sono i progetti dei candidati a rettore per ridurre il disavanzo strutturale dell’ateneo senese?» – ho risposto di rivolgersi agli interessati e di leggere sul blog una mia modestissima proposta sull’argomento. A giudicare dallo spazio riservato nel suo articolo, il giornalista non considera poi tanto peregrina la cosa.

David Allegranti. (…) Per superare la crisi c’è chi ha avanzato altre proposte, come Giovanni Grasso, professore di anatomia umana e animatore del blog ilsensodellamisura.com. Per dire. L’Università di Siena ha due facoltà di Lettere, una ha sede nella città del Palio l’altra ad Arezzo, dove c’è l’altro polo universitario. Il cui patrimonio immobiliare, sostiene Grasso, va venduto: «E ovvio che è necessario ridurre le spese strutturali. Considerando i dati ufficiali forniti, l’Ateneo nel 2010 spenderà in stipendi (le spese fisse per il personale tutto) circa 142 milioni di euro, a fronte di entrate sul Ffo (Fondo ordinario per l’università, ndr) di circa 115 milioni di euro. Questo vuol dire che ogni anno si crea un buco di 27 milioni di euro. Ed è evidente che le dismissioni immobiliari da sole non possono risolvere il problema. Abbiamo venduto il San Niccolò, stiamo vendendo il Policlinico, venderemo il Palazzo Bandini-Piccolomini, poi la Certosa di Pontignano. Ma ancor più grave è che noi vendiamo il nostro patrimonio immobiliare a Siena per tenere in piedi il Polo di Grosseto, quello di Arezzo, di Colle Val d’Elsa, di Buonconvento e così via, con costi rilevanti! L’ateneo senese spende circa 15 milioni di euro l’anno per tenere in piedi il polo di Arezzo, a fronte di 3,5 milioni di euro di contributi degli studenti (le tasse studentesche). Io credo che sia arrivato il momento di far pagare l’università aretina al territorio aretino, con risorse aretine. Il disegno di legge della Gelmini ci mette nelle condizioni di farlo. Facciamo la Scuola di Lettere di Arezzo, federata con l’ateneo senese, ma interamente pagata dal territorio aretino».

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