I costi della politica: la sfida di una dieta indigesta

Mario_caligiuriUn commento del Prof. Mario Caligiuri sul piano anti-sprechi di Salvi, Villone e Spini (dal Quotidiano Nazionale del 14 novembre 2006).
Mario Caligiuri. Potrà sembrare eccessivo, ma siamo davvero di fronte alla prima prova di modernità del nostro Paese: ieri, i tre parlamentari ds Cesare Salvi, Massimo Villone e Valdo Spini hanno proposto riforme strutturali che possono far risparmiare fino a 6 miliardi di euro, praticamente un quarto dell’intera manovra. E già nell’attuale Finanziaria è possibile introdurre modifiche per un risparmio di circa 4 miliardi. Questo “miracolo” come si potrebbe ottenere? Presto detto: prevedendo la riduzione del numero dei parlamentari da 945 a 600, la riduzione dei membri del governo a 40 (adesso sono 102), l’abolizione delle province, l’eliminazione di vari enti tra cui Sviluppo Italia, che raggruppa l’enormità di 177 società a partecipazione statale. Si mette mano anche al sancta sanctorum: la riforma del sistema di finanziamento dei partiti, che attendono di essere regolamentati dall’alba della Repubblica. I parlamentari ds si appellano a quanto affermato a inizio mandato da Prodi, che del tutto consequenziale non fu, dando vita al governo più numeroso (e costoso) della storia della Repubblica. È anche prevista l’introduzione di un limite alle retribuzioni di parlamentari e dirigenti pubblici fino a un massimo di 250 mila euro lordi l’anno, che francamente sembrano ancora eccessivi, perché superiori a quanto percepisce George Bush come presidente degli USA.
È una serie di provvedimenti non rinviabili, cui se ne dovrebbero aggiungere altri: dall’abolizione delle comunità montane all’introduzione del limite di due mandati, dalla riduzione dei dipendenti del Quirinale e di Palazzo Chigi all’eliminazione del finanziamento all’editoria di partito per giungere alla soppressione di quell’autentico ius primae noctis che sono le pensioni dopo due anni di attività pubblica e le liquidazioni di fine legislatura. Il tutto retroattivo. Sarà interessante adesso vedere che fine faranno nelle Aule queste proposte. I tempi sono maturi per affrontarle, non può avere l’autorità morale per poter chiedere sacrifici ai cittadini chi mantiene per sé solo privilegi. C’è tanto da fare. Via internet si aprono blog, si propongono referendum, si costituiscono osservatori per incidere sull’anomalia più grande del nostro Paese e che sta portando tutto allo sfascio: i costi della politica. Tutto il resto è una conseguenza.

Cercasi leader disperatamente

AurigiL’espresso n. 45 in questi giorni in edicola ha pubblicato, nella rubrica delle lettere, una parte del lungo intervento di Mauro Aurigi. Riportiamo l’intervento integrale segnalando che le parti in corsivo sono quelle non pubblicate dal settimanale.
Mauro Aurigi. Mi ha assai preoccupato l’editoriale di Moises Naim (“L’espresso” n. 43). Non tanto per quello che l’autore dice (non è certamente il primo né sarà l’ultimo nella storia e nell’attualità a sostenere “Cercasi leader disperatamente”, come fedelmente recita il titolo), quanto per averlo letto su una testata gloriosa come “L’Espresso”. Certo che l’Occidente è in crisi, ma Naim scambia la causa per l’effetto e fa dipendere quella crisi dalla mediocrità degli attuali capi occidentali, mentre è proprio la crisi, che ha ben altre e ben più gravi cause, a far postulare la necessità «di leader forti, efficaci e competenti». Non c’è comunità in crisi che non sia alla ricerca dell’uomo della provvidenza, dell’unto del signore. Peccato però che quando finalmente l’uomo della provvidenza, ossia un “leader forte, efficace e competente”, emerge, quella comunità, lungi dal progredire, rovina invece in un tragico baratro, come ben sappiamo noi in Italia, ma anche in Germania e in ogni Paese che abbia affidato nelle mani di “uno solo” i propri destini.
Come fa Naim a non sapere che il divario di civiltà tra l’Occidente e il resto del mondo non sta nella maggiore o minore eccellenza dei rispettivi capi politici, ma, al contrario, nel maggiore o minore peso nella gestione della res publica (maggiore o minore democrazia) che i rispettivi popoli hanno conquistato proprio nei confronti della propria classe dirigente? Forse Naim non è uomo di selezionate letture. O forse legge, ma poi tira dritto. Sennò saprebbe che “non abbiamo bisogno di buoni politici, ma di buoni cittadini” (J. J. Rousseau), o che “non dovete chiedervi cosa il governo può fare per voi, ma cosa voi potete fare per la nazione “ (J. F. Kennedy), o “beato quel popolo che non ha bisogno di eroi” (B. Brecht). Ma anche se ignora ciò, non può sfuggirgli che i paesi più civili del mondo, ossia i più “occidentali” di tutti (Scandinavia, Olanda, Svizzera, Nuova Zelanda ecc.), sono quelli più di tutti gli altri privi di “leader forti, efficaci e competenti” (tant’è che non ci è noto neanche un nome dei loro capi politici).
E anche se si rivolgesse alla storia, il nostro Naim, saprebbe che i balzi più prodigiosi in termini di cultura e delle arti (ossia di civiltà) l’uomo li ha fatti grazie a quelle città-Stato della Grecia classica e dell’Italia comunale, che abolirono il “capo”: di quelle esperienze sono giunti sino a noi migliaia di nomi di pensatori, letterati e artisti come non mai, ma neanche il nome di un solo politico (Atene e Firenze nulla dovettero a Pericle e Lorenzo il Magnifico, anzi fu a causa di questi tiranni, “leader forti, efficaci e competenti”, che cominciò il loro declino).
Insomma,
temo ci sia più fascismo, e più sofisticato, nella sola frase di Naim “abbiamo tutti disperatamente bisogno di leader forti, efficaci e competenti”, che in un intero comizio di Borghezio. Ecco perché mi ha assai preoccupato leggerla in un editoriale de “L’espresso”.

“Le città-Stato”: le radici del municipalismo e del repubblicanesimo italiani nell’ultimo libro di Mario Ascheri

M_ascheriMauro Aurigi. Erano molti anni ormai che io e Mario Ascheri discutevamo, arrivando spesso a concordi conclusioni, sulle valutazioni negative troppo spesso riservate alla Civiltà comunale da parte della storiografia ufficiale italiana, che in ciò si distingueva nettamente dalle storiografie straniere, soprattutto anglosassoni e nord europee, generalmente animate da meravigliati ed encomiastici sentimenti verso quell’esperienza. Con Mario concordavamo sul fatto che era da miopi accusare i governi delle città-stato italiane di scarsa democraticità per il livelli oligarchici dei loro governi, mentre nessuna accusa del genere veniva lanciata verso il mondo esterno a quell’esperienza (quindi tutto il resto del pianeta), quasi che lì invece la cultura della democrazia fosse radicata profondamente, mentre quel mondo in realtà giaceva nel peggior buio oppressivo di sistemi feudali, monarchici, imperiali o teocratici. Peggio ancora: se il paragone lo facessimo col nostro mondo attuale italiano scopriremmo che le oligarchie di allora erano smisuratamente più ampie di quelle ristrettissime di oggi (pensiamo a Siena, dove per contare gli oligarchi che controllano la nostra vita e perfino le nostre coscienze bastano e avanzano le dita di una sola mano).
E poi c’è anche l’accusa postuma, tuttora sostenuta dagli storici e politologi italiani, che si debba all’esperienza comunale lo scarso senso dello stato del nostro popolo, il suo persistente attaccamento al “particulare”, il suo provincialismo e campanilismo. Non si può essere più ignoranti o, peggio, più conformisti o ipocriti. Infatti, il Risorgimento partì proprio da quella parte del territorio nazionale dove avevano fiorito le piccole città-stato, non da quel Meridione dove da sempre c’erano due stati unitari tra i più antichi e famosi d’Europa: lo Stato della Chiesa e il Regno delle due Sicilie. Lo stesso dicasi del senso dello stato: quel poco che hanno gli Italiani è proprio là dove per alcuni secoli allignò il frazionamento dei liberi comuni, non nel nostro Meridione.
La storiografia d’Oltre-Alpe o d’Oltre-Manica o d’Oltre-Oceano invece alle città-stato italiane attribuisce addirittura il merito di aver consentito all’Occidente dal 1200 in poi, di raggiungere prima e di superare poi fino all’odierna situazione, quelle che da secoli erano le più progredite civiltà del mondo (l’Europa fino ad allora era considerata giustamente un mondo di Barbari): l’araba, l’indiana e la cinese. Secondo, dunque, gli storici stranieri, soprattutto gli anglo-sassoni, la civiltà comunale con l’Umanesimo e gli umanisti è la vera grande culla dell’Occidente. Senza di essa l’Illuminismo e la rivoluzione americana sarebbero stati impensabili. Quindi l’abisso che a questo proposito (ma non solo a questo proposito!) divide la storiografia italiana da quella europea e soprattutto anglo-sassone, appariva sino ad oggi incolmabile. Dico questo perché da poco più di un mese è finalmente arrivato in libreria il libro di Mario Ascheri a colmare quel ritardo. Dobbiamo essere per questo riconoscenti a Mario (anche se il suo lavoro gli procurerà non pochi grattacapi con gli oligarchi della storiografia nazionale), perché, almeno dal mio punto di vista, si tratta del primo tentativo di stracciare il velo dietro il quale i politici di oggi (vedi soprattutto a Siena), si nascondono o meglio nascondono le loro malefatte soprattutto urbanistiche (ma non solo), essendosi dimostrati assolutamente incapaci di neanche lontanamente assomigliare ai governanti di allora (basti pensare che la nostra Città vive ancora esclusivamente di ciò che fu fatto allora: Banca, Ospedale, Università, Arte/turismo). Eco perchè il libro di Mario deve essere letto.

Memorandum deontologico ai responsabili delle pubbliche istituzioni

C_loreCosimo Loré. Sanità. Dichiarazioni del Presidente della Regione Toscana (Claudio Martini) sul caso Cisanello: «Fiducia nella magistratura, tempi rapidi per l’inchiesta». Puntualmente fatti analoghi su cui bisognerebbe tacere e attendere e semmai collaborare (nell’interesse della giustizia e non certo dell’accusa o della difesa) danno luogo a dichiarazioni a dir poco strane, perché infarcite di auspici, profili, conferme in un convenzionale valzerino di ipotesi e intenzioni che danno luogo solo a sconcertanti incertezze sulla effettiva assunzione di responsabilità da parte di coloro che per le posizioni occupate e le cariche rivestite (di massimo livello!) hanno il sacrosanto dovere di misurare le parole. Hanno in verità anche l’obbligo di non inseguire le cronache ma di cooperare con le informazioni che non possono loro mancare, oltre che di studiare il quadro generale (regionale, sanitario, finanziario) basandosi sui dati acquisiti, storici e scientifici, che è diritto di ognuno di noi in dettaglio conoscere. A cominciare dalla riproduzione circostanziata dell’effettivo funzionamento e finanziamento di università e sanità, non delegabile a scoop o numeri sparati e poi contraddetti nel minuetto delle smentite e dei sondaggi, pena la perdita della certezza del diritto e del diritto alla salute. Prima domanda: è giusto ed utile alla comunità che le presidenze delle regioni e le direzioni degli ospedali e talvolta anche degli atenei siano affidate in esclusiva a persone dotate solo di meriti partitici (nel senso matematico delle spartizioni sistematiche e dei personali padrini) e non etici, civici e magari anche di un credibile confrontabile curriculum vitae, visto che da costoro dipende la formazione dei nostri figli e la tutela delle nostre vite?!

Ricerca e didattica di qualità non servono ai gruppi di potere

Lore_c Cosimo Loré . Non conosco il giovane filosofo Luca De Martino ma noto che quanto nel 2005 ho pubblicato nel volume Giuffrè Medicina Diritto Comunicazione coincide con lo sfogo del laureato romano: «…Le nuove regole concorsuali sia privilegianti accordi fra Scuole o gruppi sia favorenti lo ius loci, l’incremento divenuto affollamento di docenti e discenti, gli atenei sorti come funghi ovunque esiste un campanile o un padrino politico indipendentemente dalle reali possibilità di garantire la qualità della ricerca e quindi della didattica, lo spezzatino delle cattedre ridotte a meri posti di lavoro variamente denominati e sempre più spesso utilizzati e barattati per sistemare il parente magari meno dotato, l’abbassamento della qualità delle lezioni e delle pubblicazioni attestato dalla comparsa di figure tutoriali e dalla scomparsa dei corsi tenuti da un docente idoneo se non da un Maestro, tutto questo ed altro ha provocato l’attuale degrado e la diffidenza di chi sa che finanziando la ricerca non episodicamente si consente lo sperpero di pubblico denaro utilizzato per piazzare mogli ed amanti, figli e parenti, anche se assolutamente privi non di carisma ma della minima idoneità e capacità, con una incidenza statistica in certi ambiti assolutamente sconcertante. Basterebbe verificare statisticamente e scientificamente l’esito degli ultimi concorsi e criticamente esaminare il curriculum vitae dei candidati e dei vincitori che da studenti scadenti talvolta si trovano ad essere dotati di pubblicazioni paradossalmente più significative di quelle del parente potente…». Una riflessione sulla inversione tragica avvenuta in Italia tra democrazia e meritocrazia: quel che si nota nulla rileva a fronte del fatto che il riconoscimento della verità e le conseguenti modifiche non dipendono dalla gravità ed evidenza dei fatti bensì dalle “maggioranze”, dai “sondaggi” e soprattutto dai più brutali interessi e dai meno nobili appetiti delle categorie (studenti a caccia di esami “facili” e docenti alla ricerca di concorsi “taroccati”) e dei vari gruppi di potere cui non fa gioco una istituzione universitaria efficiente ed intellettualmente indipendente. Bene ha fatto il curatore del blog ad affiancar le parole illuminate del dottore in filosofia all’immagine del Ministro MIUR perché questo è il “compito” che lo attende…

Da studente universitario devo bocciare i professori

Fabio_mussi2Luca De Martino, Roma. Lettera a: la Repubblica 5 novembre 2006. Ho 29 anni e sono laureato in Filosofia alla Sapienza di Roma. La frammentazione di cattedre, esami e corsi di laurea è uno sconcio, ma purtroppo non è il solo. Se potessi, per una volta, esaminarli dopo essere stato esaminato e parlando molto chiaramente direi: 1. I concorsi universitari (quasi tutti) sono truccati e predeterminati nei vincitori. 2. I docenti sono (spesso) conniventi con questo iniquo sistema di reclutamento. 3. Gli studenti che rifiutino di prestar servizi di vario genere ai docenti per poi essere ammessi agli esami concorsuali sono emarginati. 4. I pochi docenti onesti sono ridotti al silenzio da un tacito quanto ostinato «lavoro di squadra» da parte dei loro colleghi allineati. 5. Essendo questo sistema attivo ormai da diversi anni (o forse decenni), un’intera generazione di «professori» è stata cooptata quasi nella sua interezza secondo ragioni clientelari e nepotistiche. Risultato: un’intera generazione di «professori» vale poco o nulla.

Se questa è “medicina” … 2

MacelleriadartePer continuare a riflettere sulla “medicina” nel nostro paese, dopo l’intervento del Prof. Cosimo Loré, segnaliamo due casi di malasanità accaduti presso il Presidio Ospedaliero Macedonio Melloni di Milano e l’Ospedale Umberto 1° di Ancona-Torrette.

Tagli alla scuola? Le faranno bene

Mario_caligiuriPubblichiamo un articolo del Prof. Mario Caligiuri apparso sulla prima pagina del Quotidiano Nazionale-Il Resto del Carlino il 28 settembre 2006.
Mario Caligiuri. Che in Italia la scuola e l’università siano un problema ce ne accorgiamo solo quando ce lo vengono a dire gli altri. E’ successo anche stavolta con il recente rapporto dell’Ocse, che sottolinea che il numero dei nostri laureati è superiore solo alla Turchia. Se poi valutassimo anche la qualità, le cose forse andrebbero anche peggio. Ha quindi ragione il Presidente di Confindustria Luca di Montezemolo quando ricorda che, più che aumentare il numero degli atenei, occorre puntare sui centri di eccellenza per premiare la meritocrazia, la concorrenza e chi produce. Non sono d’accordo col ministro Fioroni quando sostiene che occorre investire di più. Non è così: infatti spendiamo molto e produciamo poco e i tagli sul numero dei docenti, che sembrerebbero previsti nella finanziaria, sono, mi dispiace dirlo, più che opportuni. E, come la riduzione dei parlamentari peraltro neanche approvata, non può partire tra qualche lustro ma subito. Altro che inserimento di altri precari. Credo, per esempio, che in nessuna classe delle scuole elementari d’Europa ci sia il numero di insegnanti che abbiamo noi: sembrano degli istituti superiori. E i risultati non sono propriamente brillanti. Tra l’altro, una recente indagine, ha dimostrato che la capacità di comprensione della lettura dei giovani quindicenni italiani sia tra le minori di tutti i Paesi dell’Ocse. La verità è che è fondamentale la qualità e non la quantità dell’istruzione, che si costruisce soprattutto investendo sugli insegnanti e sui professori, i quali, ridotti di numero, vanno prima formati, poi retribuiti di conseguenza e soprattutto ne va verificato il lavoro. L’introduzione della laurea breve aumenta certamente i laureati ma con quale preparazione e prospettive? La realtà è che la scuola e l’università non sono mai state politicamente centrali nel nostro Paese, in quanto, al massimo, si è pensato a posti di lavoro sempre meno retribuiti e qualificati. Infine, un dato banale: all’aumento dei titoli di studio dovrebbe corrispondere la crescita civile ed economica dei territori. Nulla di più lontano dalla realtà. L’esempio della Calabria è più che eloquente. Secondo l’Istat nel 2001, la Calabria era la terza regione d’Italia come numero di laureati. Ma questo dato non ha inciso, né sullo sviluppo economico né sulla crescita democratica. Questo dimostra come il titolo di studio rappresenti alla fine solo un’alternativa alla mancanza di occupazione. Parlando in generale, che succederà quando tutte le migliaia di laureati che ogni anno vengono prodotti dalle sempre più numerose sedi universitarie, si renderanno conto di avere difficoltà a fare anche i cassieri nei supermercati?

Se questa è “medicina” …

Porta_a_portaCosimo Loré. L’altra sera la puntata tv di Porta a Porta in tema di “malasanità” ha mostrato non tanto un disastro sanitario quanto l’inesistenza di pochi saldi punti di riferimento nella mente dei convenuti ognuno impegnato a “far bella figura” ma tutti, esponenti delle vittime e personaggi in poltrona, espressione di educazione civica carente surrogata da presunzioni posticce (su fatalità e colposità) e rituali retoriche (auspici e propositi) che lasciano fondatamente presagire peggior futuro.
Le punte di massima ignobiltà si sono raggiunte con il cardiochirurgo infantile palermitano che teorizzava una terrificante nozione di consenso informato che nel preannuncio stampigliato di possibili imperizie e qualsivoglia nefandezze scagionava operatori (nessun reato se anticipato al paziente … ops … al congiunto!) in rapporto con “parenti” secondo il peggior familismo islamico.
Suscitano ripugnanza non solo per i fatti ma soprattutto per gli approcci in tv i casi dell’infartuato (vitali i primi 20 minuti!) moribondo sul marciapiede antistante un “moderno” ospedale torinese e del “barbone” estromesso dal nosocomio ostiense, che dopo averlo messo 17 ore all’addiaccio ritira il cadavere e − come è di moda − gli intitola un servizio … in stile da … “bastardidentro”.
Impressionante l’assoluta ignoranza di fattispecie penalmente rilevanti quali lo stato di necessità che consentendo l’omicidio per legittima difesa potrebbe giustificare un medico che esce dal pronto soccorso per … soccorrere prontamente il malcapitato o l’omissione di soccorso che scaturisce dall’obbligo sociale inderogabile per ogni persona civile di accorrere e soccorrere con tutte le aggravanti in caso di cittadino che indossa camici e professa d’esser “deontologico”.
A troppi fa comodo questa sanità cieca senza timone né bussola.