La candidata Sindaco della lista “Sinistra per Siena” ritorna sulla crisi dell’Università e chiede che l’Ateneo si costituisca parte civile.
Laura Vigni. A qualche giorno di distanza dalla notizia che la Procura della Repubblica di Siena ha chiesto il rinvio a giudizio per 27 indagati nell’ambito dell’inchiesta sul dissesto finanziario dell’Università, auspico che si cominci così da parte della magistratura ad accertare le responsabilità di ciascuno: quanto è da ascrivere alla struttura amministrativa e contabile e quanto agli organi del governo politico dell’ateneo. In particolare chiedo di verificare la possibilità che l’Università si costituisca parte civile nel procedimento penale contro coloro che hanno raggirato centinaia di lavoratori e l’intera società civile senese producendo, per errore o per dolo, una contabilità non veritiera e contro coloro che ne fossero stati gli eventuali ispiratori, gestendo un bene pubblico senza rispettare principi etici. Coloro che hanno compromesso il bilancio dell’ateneo ne devono rispondere; non si possono chiedere sacrifici ai lavoratori e alla città senza aver stabilito le responsabilità e risarcito il danno finanziario. Solo dopo questo accertamento si potrà partire per un’operazione di risanamento che sarà inevitabilmente dolorosa, ma che gli organi accademici dovranno compiere con criteri di giustizia e equanimità, consapevoli che le conseguenze ricadranno sull’intera città. Per questo gli enti locali cittadini, pur nel pieno rispetto dell’autonomia universitaria, sono chiamati a svolgere una funzione più attiva di collaborazione e sostegno, anche di fronte a possibili iniziative governative che potrebbero essere inutilmente punitive e solo strumentali.
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Le tre commissarie del concorso per un posto di ricercatore di Medicina Legale, conclusosi il 28 giugno 2006, sono state condannate ad un anno di reclusione
Stavrogin. A chi dice che «il lavoro del ricercatore è del tutto volontario» io risponderei che è «spontaneamente obbligatorio»; del resto la stessa figura del ricercatore nel nostro sistema ha contorni assai vaghi e vorrei sapere cosa potrebbe fare un “ricercatore” laddove la ricerca non c’è, o almeno non c’è a livelli così intensi da giustificare un impegno a tempo pieno, se non il docente. Il “ricercatore” in Italia è solo il primo gradino della carriera di docente, roba che prima regalavano, mentre adesso è la meta agognata e irraggiungibile di una generazione intera di docenti a cottimo (afferrare il miraggio di mille euro e qualche cosa: una vera utopia!). Io conosco diverse situazioni in cui i ricercatori tengono da sempre corsi, tanto che se vai a chiedere lor se mai hanno insegnato, rischi il linciaggio: insegnano almeno quanto i più blasonati colleghi (mi verrebbe anche da dire, talvolta “invece dei” più blasonati colleghi).
Dunque prendiamo atto che – ad eccezione di situazioni di cui non sono a conoscenza, privilegiati, imboscati – i ricercatori sono nel nostro sistema docenti, che fanno quello che fanno tutti gli altri docenti per un ammontare di ore – al di là delle ciance – più o meno identico e identici obblighi in ordine alla didattica. Diciamo pure un’altra cosa: se l’andazzo fosse quello di venti anni fa (ai tempi delle carriere fluide e delle vacche grasse), molti di questi “ricercatori”, semplicemente sarebbero associati (se non ordinari) e veramente temo che talvolta simili etichette significhino assai poco. Ciò che è insopportabile ed omertoso, è che taluni fingano ancora oggi di non rendersene conto, chiedendosi cosa fanno “in realtà” i ricercatori: i ricercatori insegnano, anzi, siccome contano ai fini dei conteggi dei requisiti minimi, nella fase in cui il personale docente viene man mano pensionato, sono diventati docenti preziosi, punto e basta; ma pagati poco e nella congiuntura senese, senza alcun futuro. Se smettessero di insegnare, i loro corsi chiuderebbero e verosimilmente chiuderebbero anche diversi corsi di laurea tout-court: per favore, andate a vedere, negarlo è pura ipocrisia e sarebbe onesto che almeno questo venisse riconosciuto: moralmente, magari, con un obolo di dieci centesimi.
Della vicenda della Prof.ssa Albina Colella ci siamo diffusamente occupati a partire dall’

















