È questo il momento della costituzione di parte civile per il dissesto dell’università di Siena

La candidata Sindaco della lista Sinistra per Sienaritorna sulla crisi dell’Università e chiede che l’Ateneo si costituisca parte civile.

Laura Vigni. A qualche giorno di distanza dalla notizia che la Procura della Repubblica di Siena ha chiesto il rinvio a giudizio per 27 indagati nell’ambito dell’inchiesta sul dissesto finanziario dell’Università, auspico che si cominci così da parte della magistratura ad accertare le responsabilità di ciascuno: quanto è da ascrivere alla struttura amministrativa e contabile e quanto agli organi del governo politico dell’ateneo. In particolare chiedo di verificare la possibilità che l’Università si costituisca parte civile nel procedimento penale contro coloro che hanno raggirato centinaia di lavoratori e l’intera società civile senese producendo, per errore o per dolo, una contabilità non veritiera e contro coloro che ne fossero stati gli eventuali ispiratori, gestendo un bene pubblico senza rispettare principi etici. Coloro che hanno compromesso il bilancio dell’ateneo ne devono rispondere; non si possono chiedere sacrifici ai lavoratori e alla città senza aver stabilito le responsabilità e risarcito il danno finanziario. Solo dopo questo accertamento si potrà partire per un’operazione di risanamento che sarà inevitabilmente dolorosa, ma che gli organi accademici dovranno compiere con criteri di giustizia e equanimità, consapevoli che le conseguenze ricadranno sull’intera città. Per questo gli enti locali cittadini, pur nel pieno rispetto dell’autonomia universitaria, sono chiamati a svolgere una funzione più attiva di collaborazione e sostegno, anche di fronte a possibili iniziative governative che potrebbero essere inutilmente punitive e solo strumentali.

Università di Siena: sindacati che contestano e accusano, sindacati che pongono domande e fanno riflettere e sindacati fiancheggiatori che arrancano

Tra finti risparmi sbandierati alla stampa, sperpero di denaro occultato, indennità non dovute ed in alcuni casi sopravvalutate, privilegi per i soliti noti, dilettanti allo sbaraglio che se stessero fermi farebbero meno danni, ci si avvia inesorabilmente al commissariamento dell’Università di Siena. Non è mai troppo tardi per cominciare a fare un elenco di tutto ciò, specialmente a fine anno, al momento dell’approvazione del bilancio di previsione 2011.

Lorenzo Costa (RdB/USB). Non possiamo accettare il modo di operare dell’Amministrazione sul salario accessorio. Ci si nasconde dietro alla Relazione del Mef per giustificare una scelta politica chiara di distribuzione, fra tutto il personale, di una spesa maggiore derivata da un errore commesso da pochi. Qualcuno ha sbagliato e ora socializza i “debiti”. Per fare questa operazione si fa appello all’art. 40 comma 3-quinquies della legge 165/2001, entrato in vigore il 15 novembre 2009 che non ha effetto retroattivo. Se accettassimo questa posizione saremmo corresponsabili dell’impoverimento retributivo del personale tecnico amministrativo. Se accettassimo questa posizione saremmo corresponsabili della scomparsa del salario accessorio di tutto il personale tecnico amministrativo in categoria B, C, D. In media € 120 mensili a testa.

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I “cecchini” della cultura e della ricerca sono dentro l’università e la governano

Princio. Caro Prof. Giovanni Grasso, volevo proporre una riflessione sul tema Cultura, università e politica.

Ho letto con interesse molti degli scritti pubblicati dal suo sito. Non ci sono finito per caso, ma nello spasmodico tentativo di trovare un po’ di consolazione dopo l’ennesima amara e disgustosa esperienza di partecipazione ad un concorso universitario. L’effetto è stato quello di una boccata d’aria dopo un’immersione prolungata e incontrollata.

La mia storia, come quella di molti altri colleghi, è caratterizzata dal costante rifiuto del riconoscimento dei  meriti scientifici da parte dell’Università. Da molti anni faccio ricerca (come posso e da precario), cambiando dipartimenti e università, per necessità ma anche, talvolta, per scelta. Nonostante ciò la mia produzione scientifica è sempre stata regolare e, ad oggi, credo di avere un curriculum vitae e un H-index più che rispettabili e adatti a ricoprire almeno il ruolo di ricercatore. Questa mia convinzione non è però condivisa dai membri delle commissioni dei concorsi a cui ho partecipato, nell’ultimo dei quali mi sono visto preferire un candidato che possedeva nemmeno un terzo dei titoli e delle pubblicazioni che ho presentato. Ma questo è solo uno degli aspetti che determina la mia indignazione attuale.

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Che la nemesi dei ricercatori non provochi la loro rottamazione

Emanuela Maioli. Con l’astensione dei ricercatori dalla didattica (la didattica è volontaria quindi non è uno sciopero) non si aprono i corsi di Laurea. Ergo, la paralisi delle Università è colpa dei ricercatori. Questo è il messaggio con cui molte testate giornalistiche tendono a sensibilizzare l’opinione pubblica in questi giorni. Emblematico è l’articolo pubblicato ieri 16 settembre relativo ad una intervista al Prof.  Decleva (Rettore nonché Presidente della CRUI) in cui Stefania Consenti riporta (non so quanto fedelmente, è registrata?) alcune affermazioni allucinanti del professore. Ne cito una in particolare: «e poi, mi consenta, non è che il ricercatore che rinuncia all’insegnamento non abbia doveri didattici. Come giustificheranno la retribuzione che prendono? Facendo solo ricerca? E no, a questo punto veramente trovo autolesionistica questa iniziativa e penso che così la stiano valutando anche altri ricercatori. Poi andrei cauto sulla parola sciopero, che vuol dire trattenuta sugli stipendi e significa garantire i servizi essenziali.»

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“Monologo di un ipotetico ricercatore”

Outis. Vinco un concorso per ricercatore, vengo regolarmente assunto, altrettanto regolarmente (almeno per ora) stipendiato, ho degli obblighi contrattuali per un certo numero di ore di lezione, ma perché mai sono voluto salire in cattedra? Che l’abbia fatto per “salvare” l’università è una novella che non posso raccontare a nessuno senza mettermi a ridere, fra l’altro avere l’onere di un corso mi toglie molto tempo, ma molto alla ricerca (per la quale sono stato assunto), l’ho fatto per servilismo? Un po’ forse. Per vanità? Forse un po’. Per superficialità, non valutando correttamente la situazione nella quale mi sarei venuto a trovare: pesante carico di lavoro, per di più gratuito, che mi assorbe e distrae dalla ricerca? Forse. Forse un po’ di tutto questo e allora perché mi faccio dei problemi? D’ora in poi mi atterrò strettamente ai miei obblighi contrattuali, continuerò a percepire il mio magro stipendio, i cattedratici che fino ad ora mi hanno sfruttato come un extracomunitario si metteranno finalmente a lavorare sul serio e potrò dedicarmi più seriamente alle mie ricerche. Se l’università si è retta fino ad ora sulle mie spalle crollerà miseramente e vorrà dire che non meritava di meglio, se dovrà ridimensionarsi per la mia decisione sarà meglio per tutti.

Con i ricercatori siamo veramente alla resa dei conti?

Il Coordinamento Ricercatori Interfacoltà Unisi. Cari Colleghi, nel raccomandarvi di mantenere la vostra non-disponibilità alla didattica, ignorando i bandi che verrano emanati dalle vostre facoltà, desideriamo invitarvi ad una riflessione.

Innanzitutto è chiaro che le facoltà stanno tentando di coprire tutti corsi mutuandoli, aumentando il carico didattico di Proff. associati e ordinari, assegnandoli per contratto e cercando di convincerci ad accettare gli incarichi.

Uno degli interrogativi che alcuni colleghi si sono posti è il seguente: che facciamo se ce la fanno a fare i corsi senza di noi? Probabilmente non sarà possibile, ma qualora accadesse ne prenderemo atto. Questo vuol dire che in questi anni in cui abbiamo creduto di fare volontariato per “salvare” l’Università lo abbiamo invece fatto per alleggerire il carico didattico di Proff. associati e ordinari. Vi va di continuare?

Un altro punto che emerge è che i requisiti minimi evidentemente non servono. Quindi il tempo impiegato per ottemperare a tali requisiti (ed è stato tanto, tanto tempo, lo ricordate?) è del tutto inutile. Ovvero, nell’Università si parla “del nulla” per un tempo “lungo a piacere”. Vi va di continuare?

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Al “nuovo”/vecchio che avanza nell’Università di Siena: «ccà nisciuno è fesso»

Ines Fabbro

Ines Fabbro

Il tormentone agostano per l’ateneo senese, il waka waka accademico che sta rendendo un pessimo servizio all’interessata, riguarda il nome del prossimo direttore amministrativo. È il Corriere di Siena che intona il motivetto, con le movenze, i passi giusti, e i cori in sottofondo, ancor prima che i due rettori avessero deciso la procedura per la scelta del dirigente. Comincia l’8 agosto Sandro Benetti con foto della designata e titolo eloquente: «Ines Fabbro per il dopo Barretta; già direttore amministrativo dell’università di Bologna con Roversi Monaco e Pier Ugo Calzolari, è considerata dirigente di ferro, Cavaliere della Repubblica.» In seguito, però, l’emissione del bando per una “selezione pubblica” del direttore amministrativo spiazza i fautori del progetto, al punto che, il 13 agosto, interviene con durezza Stefano Bisi sul suo blog per dettare la linea a questi universitari sprovveduti: «Chi sarà il nuovo direttore amministrativo dell’Università di Siena? È stato finalmente emesso il bando per la scelta (…). Il nome più gettonato è quello di Ines Fabbro. Ma chi lo sceglierà? Il rettore uscente Silvano Focardi o il successore Angelo Riccaboni?» Molto opportunamente, un commento a firma Valeria L. fa notare che: «La domanda nella sua evidente e voluta irriverenza è di certo accattivante come effetto, ma forse poco “educativa” equivalendo a dire (e dandolo di buon grado per assunto) che i concorsi sono solo una mera legittimazione formale di esiti già prestabiliti.
 Ciò appare lesivo verso la figura, l’autorevolezza che entrambe le persone citate (Focardi e Riccaboni, n.d.r.), invece, meritano in virtù del loro ruolo presente e futuro.» Da quest’orecchio, però, Gaia Tancredi non ci sente e sul Corriere di Siena del 21 agosto rincara la dose: «Ines Fabbro favorita. I colloqui dei candidati saranno pubblici e si svolgeranno il prossimo 3 settembre da parte della commissione preposta. Tutto alla luce del sole quindi, senza alcuna iniziativa personale che avrebbe sollevato nuove ed inutili polemiche.»

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Prime condanne nella concorsopoli senese

stemma_ceramica_tif.jpgLe tre commissarie del concorso per un posto di ricercatore di Medicina Legale, conclusosi il 28 giugno 2006, sono state condannate ad un anno di reclusione per abuso d’ufficio. L’ordinanza di rinvio a giudizio del Gup Elisabetta Pagliai risale al 29 ottobre 2007. Il Pm Francesca Firrao, considerate le attenuanti generiche, aveva chiesto otto mesi per le imputate, ma il collegio del tribunale di Siena ha inflitto, in data 19 gennaio c.a., una pena più pesante. I legali delle imputate hanno già annunciato ricorso in appello.

Cosa fanno “in realtà” i ricercatori? Insegnano e negarlo è pura ipocrisia

miur.jpgStavrogin. A chi dice che «il lavoro del ricercatore è del tutto volontario» io risponderei che è «spontaneamente obbligatorio»; del resto la stessa figura del ricercatore nel nostro sistema ha contorni assai vaghi e vorrei sapere cosa potrebbe fare un “ricercatore” laddove la ricerca non c’è, o almeno non c’è a livelli così intensi da giustificare un impegno a tempo pieno, se non il docente. Il “ricercatore” in Italia è solo il primo gradino della carriera di docente, roba che prima regalavano, mentre adesso è la meta agognata e irraggiungibile di una generazione intera di docenti a cottimo (afferrare il miraggio di mille euro e qualche cosa: una vera utopia!). Io conosco diverse situazioni in cui i ricercatori tengono da sempre corsi, tanto che se vai a chiedere lor se mai hanno insegnato, rischi il linciaggio: insegnano almeno quanto i più blasonati colleghi (mi verrebbe anche da dire, talvolta “invece dei” più blasonati colleghi).
 Dunque prendiamo atto che – ad eccezione di situazioni di cui non sono a conoscenza, privilegiati, imboscati – i ricercatori sono nel nostro sistema docenti, che fanno quello che fanno tutti gli altri docenti per un ammontare di ore – al di là delle ciance – più o meno identico e identici obblighi in ordine alla didattica. Diciamo pure un’altra cosa: se l’andazzo fosse quello di venti anni fa (ai tempi delle carriere fluide e delle vacche grasse), molti di questi “ricercatori”, semplicemente sarebbero associati (se non ordinari) e veramente temo che talvolta simili etichette significhino assai poco. Ciò che è insopportabile ed omertoso, è che taluni fingano ancora oggi di non rendersene conto, chiedendosi cosa fanno “in realtà” i ricercatori: i ricercatori insegnano, anzi, siccome contano ai fini dei conteggi dei requisiti minimi, nella fase in cui il personale docente viene man mano pensionato, sono diventati docenti preziosi, punto e basta; ma pagati poco e nella congiuntura senese, senza alcun futuro. Se smettessero di insegnare, i loro corsi chiuderebbero e verosimilmente chiuderebbero anche diversi corsi di laurea tout-court: per favore, andate a vedere, negarlo è pura ipocrisia e sarebbe onesto che almeno questo venisse riconosciuto: moralmente, magari, con un obolo di dieci centesimi.

Siamo ormai all’epilogo della vicenda Colella: volevano “farla fuori” e si ritrovano indagati

tris1.jpgDella vicenda della Prof.ssa Albina Colella ci siamo diffusamente occupati a partire dall’11 febbraio 2007. La coraggiosa collega ha saputo tener testa ad una potentissima lobby d’affari che vedeva coinvolti ambienti accademici, politici e giudiziari al punto che, sconfortati, avevamo chiesto la pena di morte mediante somministrazione di cicuta lucana alla sventurata collega. Un recente articolo de “Il Mondo” (6 novembre 2009, di seguito riprodotto integralmente) ha evidenziato che il documento che ha dato inizio alla vicenda è un falso. E così, finalmente, sta crollando il castello d’accuse. In attesa di conoscere come e da chi verrà risarcita la Prof.ssa Colella, diffondiamo la sua “Lettera aperta ai colleghi” dal significativo titolo: Cosa c’è dietro il mancato sviluppo delle Scienze della Terra nell’Ateneo del Texas d’Italia?

BASILICATA: ERA FALSA LA FIRMA DEL RETTORE

Fabio Sottocornola. Denunce e controdenunce tra professori sulla cattiva gestione di fondi europei per la ricerca. In questi anni l’università della Basilicata, otto facoltà e 9 mila studenti, è stata teatro di uno degli scontri più aspri nel mondo accademico italiano. Tra i protagonisti c’è Albina Colella, docente di geologia, indagata e sospesa dalla cattedra nel 2004, rinviata a giudizio nel 2006 con l’accusa di peculato e concussione per la gestione di fondi europei. Anche se il suo dibattimento non è ancora iniziato. Adesso emerge un fatto nuovo relativo agli inizi della vicenda. A fare partire tutto era stato un esposto inviato alla Procura della Repubblica di Potenza il 20 marzo 2002 e firmato da Francesco Lelj Garolla, all’epoca rettore dell’ateneo. Alla base della sua denuncia vi era una lettera scritta lo stesso giorno e siglata da Antonio Tamburro, allora preside di Scienze (la facoltà di Colella), eletto rettore nel 2006 e scomparso all’età di 70 anni nel giugno scorso. Ed ecco la novità: una perizia grafica ha stabilito che “il documento depositato nella Procura è un falso, la firma in calce ad esso è apocrifa». Invece che da Lelj Garolla, il testo “è stato interamente stilato e sottoscritto dall’autore della prima lettera, professor Tamburro». A sostenere ciò è Rosaria Calvauna, perito grafico giudiziario e consulente tecnico del Tribunale di Siena, alla quale la stessa Colella aveva affidato l’incarico di esaminare i documenti originali. Cosa che la grafologa ha fatto nel mese di agosto. Nel frattempo, dopo tre sentenze del Consiglio di Stato, Colella è tornata in servizio. Ma fuori dall’università e a seguito di altri esposti, Tamburro era finito indagato (con Lelj Garolla e altri) dal pm John Woodcock per abuso d’ufficio, rifiuto d’atti d’ufficio e truffa in danno della geologa.