A Siena, sindaco e rettore appesi a un filo

Domanda d’obbligo: chi si dimetterà per primo, il Sindaco di Siena o il rettore dell’università? Di sicuro c’è che saranno preceduti da chi ha i giorni contati: la Dottoressa Ines Fabbro, direttore amministrativo dell’ateneo. In Comune, il conto consuntivo per l’anno 2011 è stato bocciato. All’università è stato approvato con tredici voti contro sette (tre astenuti e 4 contrari) e, ancora una volta, con il parere non favorevole dei Revisori dei conti, Gabriele Lorini, Serenella Lucà e Antonio Nazaro. Dal verbale del collegio sindacale – di cui si riportano i passi più significativi – emerge conferma di quel che su questo blog abbiamo sempre denunciato: l’irregolarità del cumulo dell’assegno pensionistico con il corrispettivo del contratto stipulato con i docenti in quiescenza anticipata. Chi pagherà per il danno erariale?

Revisori dei conti. «Pur permanendo una situazione di squilibrio strutturale, si evidenzia una riduzione del disavanzo di parte corrente dell’anno 2011 derivante, tra l’altro, dall’attivazione di misure di pensionamento anticipato del personale docente e di mobilità territoriale per il personale tecnico amministrativo. Si dà atto che l’esito del pensionamento anticipato consegue alla sostituzione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato con conferimento di incarichi di insegnamento. Al riguardo si esprimono perplessità sulla misura adottata in quanto, in caso di vacanza del posto, si ritiene che debbano essere applicate, per quanto compatibili, le ordinarie procedure di reclutamento dei dipendenti pubblici. Si evidenzia inoltre che non sono indicati i riferimenti normativi che consentirebbero il cumulo, sulla stessa posizione funzionale, dell’assegno pensionistico con il corrispettivo pattuito per la prestazione contrattuale. Il disavanzo di amministrazione pari ad € 43.621.197,94 risulta incrementato rispetto a quello dell’esercizio precedente che è pari ad € 37.798.498,73. Il Collegio rileva (…) il permanere del disavanzo di competenza e di amministrazione. Con riferimento alla norma di cui all’art. 3 del d.lgs n. 199/2011 si dà atto che quest’organo non può procedere agli adempimenti previsti in quanto non è stata ancora adottata la normativa regolamentare di applicazione. Per tutto quanto sopra esposto, il Collegio, pur considerando le riduzioni di talune voci di spesa, esprime parere non favorevole sul Conto consuntivo per l’anno 2011.»

Lo volete capire che l’università di Siena non è una fabbrica di cavallucci e panpepati?

Rabbi Jaqov Jizchaq. Aderendo allo sciopero sulla sospensione dell’erogazione del trattamento economico accessorio al personale tecnico e amministrativo dell’Università di Siena, Elisa Meloni, segretario provinciale del Pd senese, scrive: «sosteniamo con convinzione il lavoro del Comune e della Provincia per tenere alta l’attenzione sul risanamento dell’Università…». Sì, ma Maremma maiala, lo volete dire alla fine cosa intendete per “risanamento” dell’università? Cosa volete fare? Perché non muovete il culo, a livello politico, almeno laddove contate qualche cosa, ossia a livello cittadino e regionale? Perché dovete essere succubi a baronie che facendo scompisciare la buonanima di mio nonno anarco-socialista ottocentesco, hanno l’improntitudine di proclamarsi addirittura di sinistra? Perché non la piantate con la lista dei nauseanti luoghi comuni? Basta con le manfrine, coi discorsi di circostanza, con le frasi fatte e i proclami vuoti. L’università di Siena non esce dal pantano in cui si è cacciata con la sciatta demagogia populista e i minuetti: che cacchio volete fare? È lecito chiederlo? Questo del “risanamento” sta diventando un mantra, una frase ripetuta ossessivamente che cela un sostanziale navigare a vista, una coltre di spessa retorica per bischeri che giustifica ogni sorta di scelleratezza, senza che nessuno, in concreto, dica cosa esattamente vuol fare, a parte ridurre stipendi e personale, smantellare ricerca e didattica e naturalmente non toccare gli interessi costituiti: ma qual è la prospettiva, da un punto di vista scientifico, di quella che è una delle istituzioni accademiche più antiche del mondo, che non è dunque una fabbrica di cavallucci e pampepati? Quali osterie bisogna frequentare per averne contezza?

L’università di Siena ha fatto scuola

L’ateneo perde colpi, ma tengono banco proroghe e candidati (dal Giornale dell’Umbria, 24 marzo 2012)

Alessandro Campi. Ho letto ieri sul Giornale dell’Umbria, per la firma dell’ottima Marcella Calzolai, l’ultima puntata della novella intitolata “Proroga sì, proroga no”, che ha per protagonista il Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Perugia. E mi chiedo come un semplice lettore, un cittadino, o un docente di questo medesimo ateneo (quale il sottoscritto) possa appassionarsi a questa vicenda, che va avanti da mesi attraverso continui colpi di scena, rivelazioni a denti stretti e interviste sulla stampa, annunci o minacce di ricorsi, accuse incrociate e ipotesi di candidature che vanno e vengono.
Intendiamoci, che Francesco Bistoni rimanga ancora per un anno alla guida dello Studium, oltre la scadenza naturale del suo mandato, e ciò grazie ad un inghippo legislativo, fa una qualche differenza: per il diretto interessato, ovviamente, che potrà continuare a fregiarsi dell’impegnativo titolo e a ragionare con più tempo a disposizione sul da farsi in vista del suo futuro, ma soprattutto per chi rischia, per ragioni anagrafiche, di restare tagliato fuori dalla corsa alla successione.
Ed è certo interessante sapere quali complesse manovre si stanno ordendo, dentro e fuori i corridoi di Palazzo Murena, in vista di elezioni che ancora nessuno ha ben capito quando si terranno.
Ma l’impressione, viste le condizioni generali dell’università perugina, è che tutto questo agitarsi intorno al nome del prossimo rettore (per inciso, sempre le stesse facce e gli stessi nomi), tutto questo balletto di carte, circolari, rumors e riunioni infuocate (ufficiali e riservate), di cui si legge spesso sulla stampa, sia solo un modo per sfuggire al problema centrale. Che a costo d’apparire irriguardosi o grossolani può ridursi a ciò: un ateneo un tempo glorioso e onusto di storia, s’è ridotto col passare degli anni, ad una condizione che non si fatica a definire critica e decadente.

La sua immagine, rispetto anche al passato recente, s’è deteriorata, come del resto quella della città che l’ospita. Il numero degli iscritti è diminuito di alcune migliaia negli ultimi anni, come s’è ridotto il numero dei frequentanti i corsi, facendo così venir meno il mito di Perugia “città degli studenti”.
Il suo corpo docente – basta leggere i cognomi di coloro che lo compongono – è ormai nella quasi totalità umbro, senza più ricambi o innesti dall’esterno, che possano portare idee ed energie nuove. Quelle che erano le sue eccellenze, specie nel campo umanistico, tali non sono più. I suoi bilanci sono perennemente in rosso (ma questa, in verità, è condizione comune agli altri atenei nazionali). L’offerta didattica è al tempo stesso sovrabbondante, disordinata, dispersa e modesta (per quanto finalmente in via di riordino), con corsi specialistici che sovente ricalcano (negli insegnamenti e nei docenti) quelli triennali: corsi, inoltre, che non sempre risultano orientati alle necessità del mercato del lavoro.
Sorvoliamo, per decenza, sul nepotismo e sui concorsi dall’esito precostituito (anche questo un male italico). La ricerca langue, per cronica mancanza di fondi. E come conseguenza di tutto ciò si è ridotta l’incidenza dell’università, un tempo considerata la prima industria sul territorio, sulla già asfittica economia locale.
Di questo – e di come uscire da una tale situazione – si dovrebbe parlare in pubblico, di questo dovrebbero preoccuparsi le istituzioni e i politici, e tutti coloro che a vario titolo operano all’interno dell’ateneo, ma a quanto pare si preferisce discutere d’altro.
Appunto della proroga a Bistoni o di chi potrà, prima o poi, prenderne il posto magari col suo appoggio. Ma per fare cosa? Per ufficializzare – di qui a qualche anno – il definitivo declassamento di Perugia a università di serie inferiore, nemmeno più in grado di attirare i giovani umbri entro le sue aule (già oggi i più volenterosi e determinati tra questi ultimi compiono i loro studi fuori regione)?

Si dirà che una simile rappresentazione è ingenerosa e persino errata. Che non tiene conto dei drastici tagli nei trasferimenti finanziari dello Stato e del complesso riordino, organizzativo e scientifico, imposto alle università italiane dalla controversa riforma Gelmini.
Ma proprio perché siamo in una fase, come suole dirsi, di transizione e di profondi cambiamenti – i Dipartimenti prenderanno il posto delle Facoltà, si andrà verso un nuovo modello di governance della struttura accademica, i finanziamenti alla ricerca verranno assegnati sulla base di un complesso sistema di valutazione della medesima su base nazionale, nuovi criteri concorsuali determineranno la selezione dei docenti –, proprio per questa ragione converrebbe dirsi tutta la verità sulle reali condizioni in cui versa l’ateneo di Perugia e avviare un’ampia discussione, franca e pubblica, sul suo futuro. Lo Studium perugino, non foss’altro per i sette secoli che ha alle spalle, possiede grandi potenzialità, non c’è dubbio, ma rispetto a venti-trenta anni fa ha conosciuto – come nasconderlo? – un declino obiettivo, che si registra a pelle e che certo non può essere smentito ricorrendo alle classifiche farlocche che ogni tanto pubblicano i giornali. Basta infatti essere stati studenti a Perugia negli anni Settanta o Ottanta per ricordare la qualità e il prestigio dei docenti che vi impartivano lezione; per ricordare il peso o l’influenza che esso aveva sulla vita civile e culturale cittadina; per ricordare, ancora, la sua capacità di produrre ricerche innovative e di promuovere appuntamenti scientifici di rilievo internazionale; per ricordare, infine, come in città arrivassero, rendendola unica e vivace, studenti da ogni parte d’Italia, spesso destinati a rimanervi con ruoli professionali di prestigio.
Così oggi – semplicemente – non è più. Tutti lo sanno, tutti lo percepiscono, ma si preferisce far finta di nulla o illudersi che le cose stiano diversamente. Ecco, invece di parlare della proroga a Bistoni o dell’eventuale discesa in campo di questo o di quello, forse sarebbe più interessante chiedersi tutti insieme – docenti, politici, opinionisti, cittadini – quale ruolo possa ancora giocare l’Università nel contesto cittadino e regionale, cosa fare per renderla nuovamente attrattiva e all’altezza del suo antico nome, come rivitalizzarla dal punto di vista scientifico e didattico. Insomma, come farla tornare ad essere quel punto di riferimento – civile, culturale, economico e simbolico – e quel vanto agli occhi del mondo che per Perugia e l’Umbria essa è stata nel passato.

Con le proroghe è iniziato lo smantellamento della riforma universitaria

Quelle poltrone eterne nelle università, intervenga Profumo (da: Il Sole 24 Ore, 4 aprile 2012)

Antonella Arena. Siamo un gruppo di docenti dell’università di Messina. Vogliamo esprimere il nostro accordo con l’articolo pubblicato sul Sole 24 Ore lunedì 2 aprile con il titolo Comma dopo comma la proroga dei rettori diventa eterna. Il servizio ha finalmente posto in luce il grave vulnus al rispetto della legalità e della democrazia che si sta creando in molte università italiane. L’inerzia mostrata dai vertici di parecchi atenei nel recepire le norme della legge 240/10 che riguardano la decadenza e il rinnovo delle cariche accademiche – rettori in primis – appare una strategia mirata unicamente a preservare la propria posizione di potere. Interpretazioni inverosimili sul “momento di adozione dello statuto, di cui ai commi 5 e 6” della legge 240/10, e sui limiti delle proroghe concesse a presidi di facoltà, coordinatori di corsi di laurea e direttori di dipartimento, mortificano i principi stessi di rappresentanza e partecipazione democratica nelle nostre università.

Non bisogna certo essere esperti di diritto amministrativo per intendere che: il comma 9 dell’art. 2 della legge 240/2010 nella parte in cui recita, individua temporalmente il momento dell’adozione nella fase di prima adozione (vedasi commi 5 e 6) del nuovo statuto da parte degli organi accademici. L’aggiunta delle parole “organi monocratici” al primo periodo del comma 9 dell’art. 2 della Legge Gelmini (si veda il Dlg 5/2012, semplificazioni) si riferisce alla decadenza e non certo alla proroga degli stessi. È chiaro che in una legge che prevede il rinnovo di cariche deve essere esplicitato che i mandati vecchi ancora in essere devono decadere al momento del rinnovo se non si vogliono creare sovrapposizioni di cariche accademiche. Le proroghe degli organi monocratici rimangono normate dallo stesso comma 9 che pone precisi limiti recitando «gli organi il cui mandato scade entro il termine di cui al comma 1 restano in carica fino alla costituzione degli stessi ai sensi del nuovo statuto», riferendosi agli organi validamente in carica e non a quelli surrettiziamente prorogati. Vorremmo che il ministro Profumo prendesse una ferma presa di posizione che segni una netta discontinuità rispetto al passato a difesa della legalità e della democrazia nelle università italiane.

Affossata l’università di Siena, pronto un nuovo ateneo: il DIPINT

Non è un’esagerazione dire che è nato un nuovo ateneo: è sufficiente leggere il “Regolamento” del Dipint, la “Convenzione” fra l’Università e l’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese (AOUS), e l’articolo del sindacato USB, di seguito riprodotto integralmente.

Attenzione inchiostro fresco!

Massimo Viani (USB P.I.). Non toccare, non leggere, non discutere, possibilmente approvare senza sfogliare il regolamento del DIPINT. Non sappiamo più come dirlo, ma a costo di sembrare ripetitivi, lo scriviamo di nuovo: in questo Ateneo Rettore e Direttrice Amministrativa pensano di poter fare ciò che vogliono senza pudore. Siamo di nuovo chiamati ad occuparci della questione DIPINT. Lunedì 19 marzo si è svolto il Senato Accademico, e in quella sede è stato approvato il regolamento del DIPINT, con annessa nuova convenzione fra AOUS e Università. Non sappiamo quale sia stata la discussione in merito al regolamento. La maggior parte del documento riguarda didattica e ricerca e crediamo che il Senato avrebbe dovuto prestare attenzione a quello che approvava. Probabilmente non si è detto granché visto che in passato, nonostante gli appelli della USB P.I. ad una maggiore pressione anche dei docenti in merito all’indebolimento del ruolo dell’Ateneo e della Facoltà di Medicina, nessuno ha mosso foglia pubblicamente. È probabile però che non se ne siano accorti nemmeno che approvavano il regolamento del DIPINT perché è stato messo fra le convenzioni in una lista anonima quasi in fondo. La stessa cosa avverrà venerdì 23 marzo in occasione del CdA. All’ordine del giorno, al punto 9.28 come ultima convenzione è portata in approvazione la delibera con allegata convenzione che dà il via libera al Regolamento del DIPINT. Fin qui non ci sarebbe nulla di male a livello sostanziale se non il fatto che un dipartimento che ha trovato dignità di menzione nel nuovo Statuto, e che porta risorse necessarie (8 milioni) all’Ateneo, venga passato nel mucchio senza che vi sia un approfondimento. Sembra quasi che si voglia farla finita con le richieste di chiarimento, quasi che 8 milioni valgono bene una facoltà!

In passato ci risulta che ben altro ruolo ha avuto, fin dall’ordine del giorno del CdA, la questione DIPINT. Si vede che ora c’è fretta. C’è bisogno di far arrivare questi benedetti 8 milioni anche se non c’è accordo fra AOUS e Università su quanti ne arriveranno in verità alla fine: 1 milione potrebbe essere trattenuto dall’AOUS per finanziare progetti di ricerca aziendali. Inoltre, nella convenzione, all’art. 3 comma 3, si legge: «Il Regolamento può essere sottoposto a procedure di revisione e/o aggiornamento ogni qualvolta ne emerga la necessità, dietro approvazione del Comitato di Indirizzo del DIPINT.» Forse, per un dipartimento di tale importanza e previsto dallo Statuto, sarebbe stato giusto riportare che le variazioni del regolamento vengono approvate dal Senato e dal CdA su proposta del Comitato d’Indirizzo. Siamo fissati con la precisione, è vero, ma la nostra precisione può essere vista come pignoleria solo da chi non vuole ammettere che vi sono perplessità in merito all’iter di approvazione del regolamento del DIPINT. La questione forse più grave però è quella riguardante il testo del regolamento del DIPINT. Abbiamo già analizzato la questione in modo puntuale, facendo molte considerazioni sul ruolo del personale tecnico e amministrativo, ma non ci aspettavamo che i nostri rilievi fossero tenuti in considerazione. Lo stesso Rettore, però, nella comunicazione inviata in data 29 febbraio a tutto il personale, scrive che verrà inserito un riferimento alle linee guida sulla mobilità del personale universitario. Per noi avrebbe rappresentato una prima tutela per coloro che andranno funzionalmente ad operare nel DIPINT. Questa modifica non c’è stata, segno del rispetto che si ha degli impegni assunti in riunioni ufficiali di confronto sindacale. Ricordiamo al Rettore che i sindacati d’Ateneo sono in stato di agitazionee lo stesso Prefetto di Siena ha riconosciuto che l’Amministrazione sta tenendo nei confronti delle OO.SS. un comportamento discutibile. L’episodio riferito nel presente comunicato è una prova ulteriore della delegittimazione costante operata dai vertici dell’Ateneo nei confronti delle OO.SS., per cui sarà nostra cura informare il Prefetto di tale ulteriore manifestazione di disprezzo delle relazioni sindacali regolate dall’art. 11 del CCNL. Invitiamo i consiglieri a riflettere bene su quanto vanno ad approvare e ad avere il coraggio di affrontare le questioni per quanto delicate siano.

L’università di Siena, ad occhi bendati, sull’orlo del baratro

Rabbi Jaqov Jizchaq. Vorrei sottolineare un paradosso. Sin dal tempo di Mussi si è scelto di potare in modo “lineare”, dare lo scapaccione senza – per così dire – mostrare la mano: appellandosi cioè all’oggettività dei “requisiti minimi di docenza”, il che ha trasformato la cosiddetta razionalizzazione nella cosa più irrazionale che si possa immaginare, un meccanismo aleatorio tipo roulette russa, e vorrei proprio vedere se in tal modo si sono abolite più cose inutili o più cose utili; ebbene, una volta potato un corso di laurea o un dipartimento perché ti mancano X docenti (e bada caso non ti mancano nelle “scienze del bue muschiato”), ti si pone il problema di cosa fare con quei bipedi implumi che restano: la politica di ammucchiarli in fastella sempre più disomogenee mostra la corda, e comunque sentire emeriti signor nessuno che ne proclamano sic et simpliciter l’inutilità, è cosa che fa venire il vomito. Il corpo docente italiano in genere è il più anziano tra i paesi OCSE; ho letto tempo addietro (mi pare un libro di Sylos Labini jr.) che gli ordinari di settori imprescindibili come la fisica hanno mediamente l’età di Matusalemme; a Siena in particolare da anni e per anni assisteremo solo ad uscite di ruolo senza sostituzione e della generazione congelata nel freezer, allo scadere del fatidico 2018 verrà scongelato solamente qualche raro ghiozzo, scorfano o triglia, con criteri del tutto imperscrutabili come la grazia divina per i calvinisti; dunque il problema sul quale sto cercando di richiamare l’attenzione è destinato ad aggravarsi. Per affrontarlo, ad oggi si è scelto innanzitutto (non sia mai) di non toccare gli interessi costituiti, lasciando dunque in piedi robe oscene tipo doppioni e scienze del gatto a prescindere da ogni “criterio” (Dio lo vuole!); indi di buttare la gente a fare (male, inevitabilmente) un mestiere che non è il loro in contesti impropri, accorpando, mescolando, diluendo, ricicciando, ribattenzando, ecc. ma in nome della porcherrima autonomia universitaria, pare che a nessuno sia venuto in mente di riprogrammare le sedi di tre università statali ad un tiro di schioppo l’una dall’altra. Pare che nel sistema italiano (sostanzialmente feudale e mafioso) tale ovvietà risulti inconcepibile. Cui prodest? Questo modo di ragionare non ha futuro e non porterà Siena fuori dalla crisi.

Per un nuovo 24 febbraio! Una mozione che impegni il Sindaco a chiedere le dimissioni del rettore dell’Università di Siena

La mozione sui problemi dell’Università degli Studi di Siena è stata rinviata alla riunione del Consiglio comunale del 13 marzo. C’è chi si augura che, ancora una volta, sia la magistratura a togliere le castagne dal fuoco, nell’indifferenza più completa della comunità accademica.

Gabriele Corradi ed Enzo De Risi (Lista “Per Corradi”). Premesso

– che in data 11 novembre 2011 la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Siena ha emesso l’avviso di conclusione delle indagini preliminari a carico di dieci indagati nel procedimento relativo alla regolarità della elezione del Rettore dell’Università degli Studi di Siena per il quadriennio accademico 2011-2014 e che le suddette indagini ipotizzano a loro carico il reato di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici in qualità di componenti del seggio elettorale e della commissione elettorale;
– che tra gli atti oggetto di falsità vi è anche il decreto del 2 novembre 2010 con cui l’allora Ministro dell’Università e della Ricerca – on. Maria Stella Gelmini – procedeva alla proclamazione del neo eletto Rettore Angelo Riccaboni, e per il quale fu ascoltata dalla Procura di Siena il 24 febbraio 2011 in qualità di persona informata dei fatti;
– che in data 16 novembre 2011 la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Siena ha inoltre portato a conclusione il filone principale dell’indagine sul cosiddetto “buco dell’Università” di ca. 200 milioni d’Euro, notificando 18 avvisi di garanzia e contestuali conclusioni d’indagine nei confronti degli indagati, tra cui due ex Rettori, a vario titolo accusati di falsità ideologica in atti, abuso d’ufficio e peculato;
– che sulla stampa locale, e non solo, sono state pubblicate intercettazioni tra il Rettore Riccaboni ed alti dirigenti ministeriali dalle quali si evince chiaramente come la procedura di selezione del Direttore Amministrativo appaia in effetti non regolare;
– che sulla precitata selezione del Direttore Amministrativo è stato presentato alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Siena un esposto al quale è seguito il sequestro dei fascicoli ad essa relativi;
– che l’attuale Amministrazione dell’Ateneo, in ragione di quanto sopra affermato, non risulta pienamente legittimata ad agire, in un momento nel quale, in ragione della crisi in atto, occorrerebbe che i vertici politici ed amministrativi dell’Ateneo godessero della necessaria autorevolezza, una caratteristica che può derivare unicamente da procedure di elezione del Rettore e nomina del Direttore Amministrativo assolutamente limpide, indiscutibili e trasparenti;

Considerato

– che in base allo Statuto dell’Ateneo il Comune di Siena ha avuto, ed ha, un proprio rappresentante nel Consiglio d’Amministrazione dell’Università degli Studi di Siena e che, in ogni caso, anche il nuovo Statuto, peraltro non ancora vigente, prevede il coinvolgimento del Sindaco di Siena nell’individuazione di un rappresentante del territorio nel Consiglio di Amministrazione;
– che la buona amministrazione, l’efficienza e il prestigio dell’Ateneo cittadino sono ancora oggi messi in discussione in ragione del fatto che, dopo ben 16 mesi, non è stata posta in essere alcuna azione concreta, sotto il profilo economico, per il suo definitivo risanamento;
– che, al contrario, la conflittualità con il personale tecnico e amministrativo dell’Ateneo ha raggiunto toni elevatissimi e non più accettabili, tanto da richiedere una soluzione immediata.

Si chiede al Sig. Sindaco

– che, in ragione del legame secolare tra il Comune di Siena e l’Università degli Studi di Siena, si attivi immediatamente per chiedere al Rettore, e di conseguenza a tutti i componenti dell’attuale amministrazione, di rimettere il mandato nelle mani del Ministro dell’Università e della Ricerca, per consentire di far rientrare l’Ateneo Senese in un contesto di legittimità, legalità e trasparenza, unici elementi costitutivi per il risanamento e il rilancio dell’Università degli Studi di Siena, bene primario della Città e del territorio;
– di valutare la possibilità che il Comune di Siena si costituisca parte civile in eventuale azione giudiziaria e/o a procedere ad un’eventuale azione di responsabilità verso coloro che saranno riconosciuti responsabili del dissesto, anche in linea con quanto dichiarato dalla stesse forze di maggioranza e diffuso con specifico volantinaggio in occasione dell’apertura dell’anno accademico 2012.

Verso l’abolizione del valore legale del titolo di studio universitario

Vogliamo liberare l’università

“Finché non sarà tolto qualsiasi valore legale ai certificati rilasciati da ogni ordine di scuole, dalle elementari alle universitarie, noi non avremo mai libertà di insegnamento; avremo insegnanti occupati a ficcare nella testa degli scolari il massimo numero di quelle nozioni sulle quali potrà cadere l’interrogazione al momento degli esami di stato. Nozioni e non idee; appiccicature mnemoniche e non eccitamenti alla curiosità scientifica ed alla formazione morale dell’individuo.”
(Luigi Einaudi 1947)

La questione universitaria è uno dei punti critici della situazione italiana per questo ci rivolgiamo al Parlamento Italiano.
In questo momento di grave crisi economica, con un debito pubblico non più sostenibile e la necessità per il nostro paese di tornare ad essere competitivo, dobbiamo chiaramente affermare che non ci possiamo più permettere questo tipo di sistema universitario burocratico, inefficiente, che non premia gli studenti migliori. La nostra università è vissuta per decenni sulla falsa idea che il riconoscimento del merito di quanti hanno minori disponibilità economiche possa essere garantito solo da una università statale, con rette universitarie uguali per tutti, indipendentemente dalle condizioni di reddito e da requisiti di merito individuale.
Al contrario, noi pensiamo che oggi la sfida da cogliere con decisione sia quella di realizzare alcune fondamentali riforme:
1- Abolizione del valore legale del titolo di studio universitario
2- Liberalizzazione delle rette universitarie
3- Istituzione di un sistema di borse di studio e prestiti d’onore
La premessa per una riforma del sistema universitario basata sulla concorrenza e il riconoscimento del merito individuale è l’abolizione del valore legale del titolo di studio, accompagnata da un lato dalla libera imposizione delle tasse universitarie, dall’altro dalla creazione di un sistema moderno di borse di studio volto a contribuire al finanziamento degli studi universitari dei più capaci e meritevoli. Così facendo, lo studente sceglierebbe l’ateneo per la qualità della formazione che offre, non per il “pezzo di carta” e si creerebbe una virtuosa competizione tra atenei, inducendo gli studenti a scegliere le università migliori e spingendo le università ad assumere persone capaci e meritevoli. Questo sarebbe un ottimo modo per valutare gli atenei, modo non utilizzato attualmente perché si preferisce compararli ricorrendo a criteri assurdi, perché inefficienti, come la percentuale di promozioni e di completamento degli studi, la media dei voti e dei punteggi di laurea, tutti parametri che favoriscono in questo modo i corsi di laurea che puntano su un minore impegno in cambio di una platea ampia di studenti che saranno alla fine dei laureati con delle conoscenze, ma senza aver imparato ad apprendere.

Allo stesso tempo, nelle condizioni attuali della finanza pubblica, la libera imposizione delle rette universitarie consentirebbe di reperire le risorse necessarie per garantire adeguate borse di studio a studenti meritevoli, ma con scarsa disponibilità. Un’altra strada sicuramente da seguire è quella di incentivare i prestiti d’onore, che prevedano la restituzione della somma anticipata a tassi agevolati una volta trovata un’occupazione.

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Bruno Tinti. Si fa presto a dire laurea (Il Fatto quotidiano, 29 luglio 2011).

Il Deputato Perina chiede la revoca della nomina del rettore, il commissariamento dell’ateneo senese e la costituzione di parte civile del Ministero

Flavia Perina (Deputato di Futuro e Libertà). Al Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca – interrogazione

Premesso che:
– in data 11 novembre 2011, la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Siena, ha emesso l’avviso di conclusione delle indagini preliminari a carico di dieci indagati nel procedimento relativo alla regolarità della elezione del Rettore dell’Università degli Studi di Siena per il quadriennio accademico 2010/2014 e che le suddette indagini ipotizzano a carico degli indagati il reato di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici in qualità di componenti del seggio elettorale e della commissione elettorale;
– tra gli atti oggetto di falsità vi è anche il Decreto del 2 novembre 2010 con cui l’allora Ministro dell’Università e della Ricerca – on. Maria Stella Gelmini – procedeva alla proclamazione del neoletto Rettore Angelo Riccaboni, e per il quale fu ascoltata dalla Procura di Siena il 24 febbraio 2011 in qualità di persona informata sui fatti;
– in data 16 novembre 2011, la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Siena ha inoltre portato a conclusione il filone principale dell’indagine sul cosiddetto “buco dell’Università” di 200 milioni di euro, notificando 18 avvisi di garanzia e contestuali conclusioni d’indagini nei confronti degli indagati – tra cui due ex rettori – a vario titolo accusati di falsità ideologica in atti, abuso d’ufficio e peculato;
– è pendente per le suddette irregolarità anche un ricorso al TAR della Toscana, sezione I presentato da un docente che mette in evidenza ulteriori criticità di tipo amministrativo;
– l’adozione di un’inderogabile ed efficace strategia di riduzione del deficit strutturale dell’Università di Siena impone, quale premessa indubitabile, una forte ed autorevole guida da parte dell’attuale Rettore – sulla cui elezione grava l’indagine giudiziaria in premessa – nonché del Direttore amministrativo, il quale risulta condannato, nel 2007, dalla Corte dei conti dell’Emilia-Romagna per gravi irregolarità amministrativo-contabili nell’esercizio delle sue funzioni nel medesimo incarico di Direttore amministrativo dell’Università di Bologna;
– in oltre un anno non è stato intrapreso alcun percorso di riduzione del disavanzo strutturale, tanto che fino a pochi giorni fa le uniche possibilità prospettate dall’attuale Rettore sono state la rimodulazione dei mutui in essere e la vendita degli immobili di proprietà dell’Ateneo, anche di quelli funzionali all’attività didattica e di ricerca;
– il decreto legislativo 27 ottobre 2011, n. 199, in attuazione della delega contenuta nell’articolo 5, comma 1, lett. b) della legge 30 dicembre 2012 n. 240, ha innovato la disciplina del dissesto finanziario delle università e del commissariamento degli atenei, prevedendo la dichiarazione di dissesto da parte delle Università affette da particolari squilibri nei propri conti e l’approvazione di un piano di rientro, a pena di commissariamento;
– l’Università non ha ancora dato corso alle nuove procedure di dissesto e risanamento previste dal decreto legislativo sopra citato;

per sapere:
– se, nel dovuto rispetto dell’autonomia dell’Università di Siena – il Ministro non ritenga opportuna una revoca del decreto di nomina del rettore dell’Università di Siena in esercizio di autotutela, con conseguente indizione di nuove elezioni al fine di conferire piena legittimazione al vertice dell’ateneo;
– se sussistono le condizioni di diritto per procedere al commissariamento per dissesto dell’Università di Siena;
– se non ritenga opportuno che il Ministero dell’Università, in virtù del principio di autotutela della pubblica amministrazione, nonché per le responsabilità istituzionali del dicastero quale erogatore del Fondo di finanziamento ordinario destinato all’ateneo senese, si costituisca anch’esso parte civile negli eventuali procedimenti giudiziari scaturenti sia dalle indagini sul dissesto economico–finanziario, sia da quelle riguardanti l’elezione dell’attuale Rettore dell’Università di Siena;
– se, infine, corrisponde a verità il fatto che alcuni professori, già iscritti nel registro degli indagati nel merito dell’inchiesta sui presunti brogli per l’elezione del Rettore, siano stati recentemente eletti a cariche di particolare rilievo all’interno degli organi dell’Università di Siena.

Il senatore Amato chiede la revoca della nomina del rettore e il commissariamento dell’università di Siena

Scrivevo, il 20 novembre 2011, un breve commento intitolato: «Per la comunità accademica Riccaboni non è più il rettore dell’università di Siena». Ebbene, l’inchiesta del settimanale “Il Mondo” e l’ultima interrogazione del senatore del PdL, Paolo Amato, indicano che Riccaboni è ormai giunto al capolinea. Riuscirà il nostro magnifico a recuperare il senso delle istituzioni necessario in tali circostanze? O, più modestamente, un po’ di buon gusto e di dignità? Ce lo auguriamo tutti, nell’esclusivo interesse dell’Ateneo! Intanto il senatore Amato chiede di sapere se, nel dovuto rispetto dell’autonomia dell’Università – dato il particolare contesto attinente l’elezione del Rettore dell’Università di Siena ed il carente piano di risanamento economico dell’Ateneo adottato da questi –, il Ministro in indirizzo non ritenga opportuno provvedere alla revoca dell’atto di nomina dell’attuale Rettore e operare un contestuale commissariamento per far fronte alle straordinarie esigenze gestionali dell’Ateneo, oggetto di un dissesto finanziario senza precedenti.