Per far posto a 60 raccomandati quanti ricercatori sono stati sacrificati sull’altare del Centro che doveva curare l’immagine dell’ateneo senese?

StemmaUnisiStavrogin. Trovo sorprendente in particolare l’atteggiamento sdegnoso delle autorità locali verso l’università: per anni proprio loro, ossia le loro congregazioni politiche hanno fatto del bieco clientelismo (voto di scambio) mungendo fino a disseccarle le mammelle dell’ateneo; hanno dirottato qui cascami del mondo politico, personaggi dell’entourage senza titoli accademici chiaramente riconoscibili, figure di rappresentanza solite a rimbalzare da un ente all’altro come api di fiore in fiore, a non fare un’emerita minchia, ai quali si è osato (noblesse oblige) persino proporre carriere accademiche o contratti che un miserrimo ricercatore vero, che pertanto avesse “solo” i propri titoli scientifici e accademici, non si sognava nemmeno. Vorrei sapere quanti ricercatori sono stati sgozzati sull’altare del famoso centro che doveva curare l’immagine (a posteriori, di merda) dell’ateneo, per far posto ad una sessantina di raccomandati. Per i figli, parenti, amici e famigli della congregazione vi è stata un’autostrada a scorrimento veloce che i figli di n.n. non hanno mai avuto: l’università è stata vista alla stregua di un ente come un altro, al quale estendere le stesse pratiche solitamente poste in atto in altri enti pubblici (la famosa “autonomia” universitaria… eh,eh!). Ma perché parlo al passato?

Il comune di Siena deve restituire all’università una parte dei soldi che il suo territorio ha indebitamente e allegramente ricevuto dall’Ateneo

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Sono riprese le polemiche sulla voragine nei conti dell’ateneo senese. Un commento di Roberto Petracca, del 6 gennaio 2009, stigmatizzò l’inerzia del Comune di Siena sull’argomento. Data la sua attualità, lo ripubblichiamo.

Roberto Petracca. Trovo preoccupante il ragionamento del sindaco, che, in pratica è ancora affacciato alla finestra a studiarsi lo spettacolo per cercare di capire cosa succede prima di prendere decisioni o allestire “tavoli istituzionali” che prendano decisioni sul da farsi. La conclusione è che il sindaco non ha ancora le idee chiare su quale potrà essere il contributo che il Comune potrà dare per salvare l’Università. Il sindaco aspetta di vedere prima quale sarà il contributo che il governo e la Gelmini potranno dare per aiutare l’Università di Siena e solo dopo penserà a quale potrà essere il suo.

Era il 1453: quando le truppe del Papa arrivarono a Costantinopoli gli ottomani avevano oramai completato la conquista della città d’oro e del valoroso Basileus Costantino XI si erano oramai perse anche le spoglie, sublimate dal giubilo trionfante della Casa di Osman.
 Ed è sorprendente che in una città come Siena, storicamente campione di autodeterminazione, debba essere un salentino come me (atavicamente abituato ad un Re che decide per lui) a dover fare una simile critica. 
Inoltre il sindaco dice che «il contributo al risanamento dell’Università deve provenire dall’interno dell’Ateneo perché il vezzo di far pagare a piè di lista a (…) tutti noi (…) gli errori che vengono fatti io credo che sia un vezzo che non deve essere permesso a nessuno neanche alla nostra Università».
 Beh, l’alzata d’ingegno è senz’altro nobile perché è un invito chiaro a non fare ulteriori errori di gestione dell’Università, tuttavia suggerirei al sindaco a considerare che i 200 milioni di debito dell’Università sono soldi allegramente e scelleratamente travasati dall’Università al territorio di Siena. Non sono soldi che si sono persi o che sono stati portati via da Siena da qualche scippatore di passaggio. Penso che il Comune possa e debba fare qualcosa per restituire all’Università almeno una parte dei soldi che il territorio del Comune ha indebitamente e allegramente ricevuto dall’Università. 
Il Comune deve farlo prima che gli Ottomani depongano il Basileus per impiantarsi loro.

Per una storia degli ultimi 10 anni dell’Università di Siena

Nel giugno del 2008 rettore e direttore amministrativo scoprirono parte del dissesto dei conti dell’Ateneo senese e ne dettero pubblica notizia il 23 settembre 2008. “Il senso della misura”, che a partire dal 4 aprile 2006 aveva già scritto tutto sull’argomento, tacque per un mese intero, preferendo raccogliere gli interventi altrui in una categoria che, già nel titolo, prefigurava il modo per risolvere i problemi dell’ateneo senese: Commissariarla per salvarla. Il risanamento ed il rilancio dell’ateneo sarebbe stato possibile se si fossero adottate subito le seguenti misure: individuazione di tutte le responsabilità; adozione di un rigoroso piano di risanamento abbinato ad un progetto per migliorare didattica e ricerca; mobilità interna ed interistituzionale degli amministrativi in esubero; mobilità interna dei docenti in esubero; chiusura di tutte le sedi decentrate; dismissione di tutti gli immobili in locazione e contestuale completa utilizzazione di quelli di proprietà; eliminazione di tutti gli sprechi e riduzione delle spese strutturali.

A distanza di dieci mesi, la situazione è quella descritta in questi giorni dai seguenti titoli dei giornali, che ci riportano indietro a quel lontano 23 settembre 2008: «Assunzioni e sprechi un crac da 190 milioni» «Manipolavamo i conti su richiesta dei rettori» «Evasione fiscale e previdenziale per 95 milioni di euro» «L’Università di Siena ‘regina’ dell’evasione» «Stipendi a rischio. L’ateneo davvero sull’orlo del precipizio». E i docenti? Silenziosi, come sempre. E i cittadini? Sicuramente più attenti, a giudicare dalla lettera al “Corriere di Siena”, di seguito riprodotta in parte, che mi suggerisce una nuova categoria – «il saccheggio» – con lo scopo di scrivere la storia degli ultimi 10 anni dell’università di Siena.

Massimo Pedani. (…) Il San Niccolò, istituito con i denari della collettività, dalle opere pie senesi e prosperato con i risparmi, le pensioni e le proprietà dei poveri “matti”, è stato sacrificato sull’altare della malapolitica, delle baronie universitarie, dell’accondiscendenza di chi era tenuto a verificare bilanci, spese faraoniche, carte di credito a budget illimitato, carriere fulminanti, nepotismi imbarazzanti. Povero Monte dei Paschi, al confronto sembra un rassicurante eremo francescano. La vera mucca di Siena è stata l’antica università, fonte inesauribile di prebende per tutti, maggioranze, minoranze, movimenti, associazioni, liste civiche, rivoluzionari rossi, verdi e neri. Tutti hanno il loro scheletro nell’armadio, e allora… tutti zitti. Bilanci taroccati che porterebbero in carcere gli amministratori in tutto il mondo sono stati girati, rigirati, revisionati, accettati, illustrati, infiocchettati, celati. (…)

Attività conto terzi: risorsa o truffa per le università?

tommaso_gastaldi.jpgIl professor Tommaso Gastaldi, Università di Roma “La Sapienza”, chiede al Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, On. Renato Brunetta, una risposta ufficiale su un malcostume ormai diffuso non solo tra i docenti ma anche tra il personale amministrativo, con pesanti penalizzazioni per didattica e ricerca.

Tommaso Gastaldi. Quesito. L’attività relativa ai contratti conto terzi svolta da un professore universitario a tempo pieno deve considerarsi soggetta ad approvazione da parte della Facoltà di appartenenza, come avviene di norma per tutti gli incarichi retribuiti, oppure, al contrario, un docente può svolgere di fatto qualunque numero di ore per qualsiasi importo senza dover chiedere autorizzazione alla propria facoltà o renderne conto? Se sì, quali sono le conseguenze per omessa richiesta di autorizzazione? Nel caso di contratti conto terzi – per i quali si sono percepiti ad esempio decine di migliaia di euro – svolti senza alcuna autorizzazione della Facoltà, vi sono conseguenze per il docente che non ha chiesto autorizzazione, il Dipartimento che non ha informato del contratto la Facoltà, e la Facoltà che ha omesso il controllo?
Segnalazione. Constato che nel mio Dipartimento (ed in molti altri) ci si imbarca nello svolgimento di contratti conto terzi per importi notevoli (svariate centinaia di ore pro capite, spesso da erogare in tempi stretti a causa di precise clausole contrattuali) senza richiesta di autorizzazione alla Facoltà e distogliendo attenzione e forze dalla normale attività lavorativa, oltre che sfruttando alacremente le strutture e infrastrutture pubbliche ed il personale non docente e di segreteria. Mi sembra un’anomalia che, in virtù della piccola percentuale percepita dall’università, i docenti possano impegnare qualsiasi numero di ore in attività dalle quali spesso traggono ingenti profitti personali, inevitabilmente a scapito della docenza e dei compiti istituzionali. Tutto ciò appare fortemente lesivo degli interessi pubblici nell’ambito della Pubblica Amministrazione e, pertanto, mi sono permesso con il massimo rispetto, di porre il quesito e la segnalazione all’attenzione del Ministero nella certezza di poter contare su una risposta definitiva e autorevole, nell’ottica di andare nella direzione (e rivoluzione) per la quale il Ministro si batte quotidianamente.

A fine mese, forse, saranno noti i responsabili e l’entità reale del disavanzo nell’Ateneo senese

pettinella.jpg“Il Mondo”, oggi in edicola, pubblica un articolo con il quale informa che per la fine di marzo all’università di Siena i nodi sulla reale entità del disavanzo e sui nomi dei responsabili verranno al pettine. Auguriamoci che si tratti non di un pettine, ma di una pettinella in grado di scrinare nodi grandi e nodi piccoli.

SIENA, SUL DISAVANZO ARRIVANO I DATI. E I NOMI

Fabio Sottocornola. Martedì 31 marzo all’università di Siena i nodi verranno al pettine. Forse non tutti, ma certamente la data di fine mese si preannuncia come un punto di svolta nella travagliata vicenda dell’ateneo toscano. Che è gravato da uno dei più consistenti buchi di bilancio in Italia e il cui ex rettore Piero Tosi è sotto processo con diversi capi d’accusa legati a differenti episodi nella gestione dell’ateneo. La data è così importante che l’attuale numero uno Silvano Focardi ha convocato per il giorno precedente una riunione congiunta di Senato accademico e Consiglio di amministrazione. Probabilmente saranno anticipati alcuni passaggi di due relazioni molto attese per il giorno successivo. Infatti il direttore amministrativo Emilio Miccolis, passato nel dicembre scorso da Bari a Siena, dovrà finalmente rendere nota la reale entità del disavanzo che viene comunque stimato al di sopra dei 150 milioni di euro e riguarderebbe i bilanci di diversi anni. Una cosa è certa: al ministero dell’Università aspettano questi dati. Ma lo stesso giorno si conosceranno anche i risultati della commissione tecnica di indagine amministrativa interna che doveva accertare a chi risalgono le responsabilità di tutta la situazione. Ne fanno parte Bernardo Giorgio Mattarella, che in città è ordinario di diritto amministrativo, Antonio Davide Barretta, associato di economia aziendale ma anche delegato del rettore per bilancio e controllo di gestione, e Gaetano Prudente, un dirigente dell’università di Bari. La commissione in queste ultime settimane ha incontrato alcuni esponenti di punta della passata gestione: oltre allo stesso Tosi, anche i dirigenti Salvatore Interi, Monica Santinelli e l’ex direttore amministrativo Loriano Bigi. Risultati e verbali delle audizioni dovrebbero essere consegnati anche in Procura.

Obbligo di denuncia

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Obbligo di denuncia ampio: il dipendente pubblico deve avvertire la Procura degli illeciti

L’impiegato pubblico ha il dovere di denunciare tempestivamente alla competente Procura della Repubblica e della Corte dei Conti ogni attività illecita e dannosa, e se si sottrae a tale dovere, risponde in solido dei danni, come se li avesse cagionati. (Sezione I centrale della Corte dei Conti, 31 agosto 2005, N. 266/A).