Lo volete capire che l’università di Siena non è una fabbrica di cavallucci e panpepati?

Rabbi Jaqov Jizchaq. Aderendo allo sciopero sulla sospensione dell’erogazione del trattamento economico accessorio al personale tecnico e amministrativo dell’Università di Siena, Elisa Meloni, segretario provinciale del Pd senese, scrive: «sosteniamo con convinzione il lavoro del Comune e della Provincia per tenere alta l’attenzione sul risanamento dell’Università…». Sì, ma Maremma maiala, lo volete dire alla fine cosa intendete per “risanamento” dell’università? Cosa volete fare? Perché non muovete il culo, a livello politico, almeno laddove contate qualche cosa, ossia a livello cittadino e regionale? Perché dovete essere succubi a baronie che facendo scompisciare la buonanima di mio nonno anarco-socialista ottocentesco, hanno l’improntitudine di proclamarsi addirittura di sinistra? Perché non la piantate con la lista dei nauseanti luoghi comuni? Basta con le manfrine, coi discorsi di circostanza, con le frasi fatte e i proclami vuoti. L’università di Siena non esce dal pantano in cui si è cacciata con la sciatta demagogia populista e i minuetti: che cacchio volete fare? È lecito chiederlo? Questo del “risanamento” sta diventando un mantra, una frase ripetuta ossessivamente che cela un sostanziale navigare a vista, una coltre di spessa retorica per bischeri che giustifica ogni sorta di scelleratezza, senza che nessuno, in concreto, dica cosa esattamente vuol fare, a parte ridurre stipendi e personale, smantellare ricerca e didattica e naturalmente non toccare gli interessi costituiti: ma qual è la prospettiva, da un punto di vista scientifico, di quella che è una delle istituzioni accademiche più antiche del mondo, che non è dunque una fabbrica di cavallucci e pampepati? Quali osterie bisogna frequentare per averne contezza?

Corsi in inglese nelle università e mortificazione della sovranità culturale italiana

Se l’Università rinuncia all’italiano (la Repubblica 17 aprile 2012)

Raffaele Simone. È ufficiale: dal 2014 i corsi specialistici e dottorali del Politecnico di Milano si terranno solo in inglese. La misura punta ad attirare studenti e professori stranieri di qualità. Del resto, in vari atenei italiani si progettano da tempo corsi in inglese, col convinto sostegno del ministro Profumo a cui questa sembra la giusta via per l’obiettivo indicato col tremendo termine di “internazionalizzazione”. La linea del Politecnico promette di esser condivisa da altre università, anche perché il programma di internazionalizzazione conta su finanziamenti speciali, non disprezzabili in un’epoca di vacche magrissime. Ma che cosa pensarne? In generale, a una risorsa sovrana (come la moneta o la lingua) si rinuncia quando ha perduto valore o non ne ha mai avuto. È per questo che in Argentina negli anni Ottanta e Novanta il peso fu a lungo affiancato dal dollaro come mezzo di pagamento (il processo si chiamò “dollarizzazione”) e la contabilità nazionale fu redatta nelle due divise. Analogamente, in alcuni paesi dotati di lingue “rare” (come l’Olanda o i paesi scandinavi), lo studente universitario può trovare in aula, senza preavviso, un professore che insegna in inglese. Ma in un’università francese, spagnola o tedesca è difficile, e comunque rarissimo, che i corsi si tengono in una lingua diversa da quella del posto, soprattutto se i destinatari sono tutti o quasi tutti nativi. Questa differenza rinvia a un dato cruciale: tendono a cedere il passo le lingue (come le monete) di scarsa circolazione e di debole tradizione; tengono duro quelle che si chiamano “lingue di cultura”, cioè associate a una lunga storia, una grande tradizione culturale, una vasta reputazione internazionale e (last but not least) una forte “fedeltà” da parte del loro popolo. Che francese e spagnolo appartengano a questa categoria, non c’è alcun dubbio. Basta pensare alla tenacia con cui hanno frenato l’anglicizzazione della terminologia del computer (ordinateur nella prima lingua, computadora nella seconda). Anche il tedesco, a dispetto della sua fama (non vera) di lingua impervia, è usato senza limitazioni nelle università della Germania. Gli stranieri che vogliono studiare in quei paesi ne imparano prima la lingua, anche profittando delle loro efficienti reti di servizi culturali all’estero.

L’Italia è come al solito una curiosa eccezione. Già da tempo i sociolinguisti avevano segnalato la fiacca “fedeltà” (in gergo inglese, loyalty) degli italiani (il popolo come i potenti, la gente come le istituzioni) verso la propria lingua, che pure è indiscutibilmente una “lingua di cultura”. Pur non disponendo di una reale conoscenza di lingue straniere (lo mostra ad abbondanza il ceto politico, amministrativo, professionale, intellettuale e anche accademico), i nostri mollano senza indugio se ritengono che l’ammiccamento inglese faccia fino. Gli esempi si sprecano. La togatissima Galleria Borghese, impassibile alle proteste, inalbera da anni un truce cartello che indica la ticketteria; e non più tardi dell’altro giorno ho visto nel caffè del Maxxi di Roma un avviso che dice (letteralmente): “Maxxi21eat – Ristorante-Happy hour-Aperto-È gradita la reservation”. Spiritosaggini fuori posto? Puro cretinismo? Forse anche questo, ma è soprattutto il penoso provincialismo di chi, senza saper niente di lingue straniere (e poco della propria), vuole sembrare up to date, in, cool. Immaginate quindi cosa potrebbe accadere quando un professore italiano entra in aula e si mette a far lezione in inglese dinanzi a ragazzi quasi tutti italiani (nel Politecnico milanese gli stranieri sono il 17%)! Teatro dell’assurdo? Straniamento brechtiano? Tre uomini a zonzo o Achille Campanile? E di quali studenti stranieri si tratterà poi? Certo non di statunitensi, tedeschi, inglesi e francesi; saranno cinesi, rumeni, bielorussi, ucraini, cioè persone per cui la conoscenza dell’italiano potrebbe essere una risorsa essenziale. Vale la pena di mortificare la sovranità culturale italiana in questo modo? Si potrebbero immaginare risposte di più vasto respiro. Siccome l’italiano, a dispetto dei leghisti, è una grande lingua di cultura, molto ricercata all’estero e ancora mal nota agli italiani stessi, si potrebbe dare un poderoso impulso alla traballante rete dei corsi di italiano negli istituti di cultura, col sostegno di un marketing intelligente e di finanziamenti opportuni, creando simultaneamente negli atenei italiani stazioni dedicate dove gli stranieri possano imparare in poco tempo i fondamentali della nostra lingua. In questo modo, invece di chiedere ai nostri studenti di digerire vacillanti pronunce inglesi, si incrementerebbe il numero degli stranieri colti che conoscono l’italiano. Ciò potrebbe avere uno straordinario effetto moltiplicatore, dato che la conoscenza di una lingua induce una varietà di desideri e aspirazioni, da quelle sentimentali (che favoriscono la pace) a quelle professionali e economiche (favoriscono la crescita). E irrobustisce anche, indirettamente, la gracile “fedeltà” dei nativi.

L’università di Siena ha fatto scuola

L’ateneo perde colpi, ma tengono banco proroghe e candidati (dal Giornale dell’Umbria, 24 marzo 2012)

Alessandro Campi. Ho letto ieri sul Giornale dell’Umbria, per la firma dell’ottima Marcella Calzolai, l’ultima puntata della novella intitolata “Proroga sì, proroga no”, che ha per protagonista il Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Perugia. E mi chiedo come un semplice lettore, un cittadino, o un docente di questo medesimo ateneo (quale il sottoscritto) possa appassionarsi a questa vicenda, che va avanti da mesi attraverso continui colpi di scena, rivelazioni a denti stretti e interviste sulla stampa, annunci o minacce di ricorsi, accuse incrociate e ipotesi di candidature che vanno e vengono.
Intendiamoci, che Francesco Bistoni rimanga ancora per un anno alla guida dello Studium, oltre la scadenza naturale del suo mandato, e ciò grazie ad un inghippo legislativo, fa una qualche differenza: per il diretto interessato, ovviamente, che potrà continuare a fregiarsi dell’impegnativo titolo e a ragionare con più tempo a disposizione sul da farsi in vista del suo futuro, ma soprattutto per chi rischia, per ragioni anagrafiche, di restare tagliato fuori dalla corsa alla successione.
Ed è certo interessante sapere quali complesse manovre si stanno ordendo, dentro e fuori i corridoi di Palazzo Murena, in vista di elezioni che ancora nessuno ha ben capito quando si terranno.
Ma l’impressione, viste le condizioni generali dell’università perugina, è che tutto questo agitarsi intorno al nome del prossimo rettore (per inciso, sempre le stesse facce e gli stessi nomi), tutto questo balletto di carte, circolari, rumors e riunioni infuocate (ufficiali e riservate), di cui si legge spesso sulla stampa, sia solo un modo per sfuggire al problema centrale. Che a costo d’apparire irriguardosi o grossolani può ridursi a ciò: un ateneo un tempo glorioso e onusto di storia, s’è ridotto col passare degli anni, ad una condizione che non si fatica a definire critica e decadente.

La sua immagine, rispetto anche al passato recente, s’è deteriorata, come del resto quella della città che l’ospita. Il numero degli iscritti è diminuito di alcune migliaia negli ultimi anni, come s’è ridotto il numero dei frequentanti i corsi, facendo così venir meno il mito di Perugia “città degli studenti”.
Il suo corpo docente – basta leggere i cognomi di coloro che lo compongono – è ormai nella quasi totalità umbro, senza più ricambi o innesti dall’esterno, che possano portare idee ed energie nuove. Quelle che erano le sue eccellenze, specie nel campo umanistico, tali non sono più. I suoi bilanci sono perennemente in rosso (ma questa, in verità, è condizione comune agli altri atenei nazionali). L’offerta didattica è al tempo stesso sovrabbondante, disordinata, dispersa e modesta (per quanto finalmente in via di riordino), con corsi specialistici che sovente ricalcano (negli insegnamenti e nei docenti) quelli triennali: corsi, inoltre, che non sempre risultano orientati alle necessità del mercato del lavoro.
Sorvoliamo, per decenza, sul nepotismo e sui concorsi dall’esito precostituito (anche questo un male italico). La ricerca langue, per cronica mancanza di fondi. E come conseguenza di tutto ciò si è ridotta l’incidenza dell’università, un tempo considerata la prima industria sul territorio, sulla già asfittica economia locale.
Di questo – e di come uscire da una tale situazione – si dovrebbe parlare in pubblico, di questo dovrebbero preoccuparsi le istituzioni e i politici, e tutti coloro che a vario titolo operano all’interno dell’ateneo, ma a quanto pare si preferisce discutere d’altro.
Appunto della proroga a Bistoni o di chi potrà, prima o poi, prenderne il posto magari col suo appoggio. Ma per fare cosa? Per ufficializzare – di qui a qualche anno – il definitivo declassamento di Perugia a università di serie inferiore, nemmeno più in grado di attirare i giovani umbri entro le sue aule (già oggi i più volenterosi e determinati tra questi ultimi compiono i loro studi fuori regione)?

Si dirà che una simile rappresentazione è ingenerosa e persino errata. Che non tiene conto dei drastici tagli nei trasferimenti finanziari dello Stato e del complesso riordino, organizzativo e scientifico, imposto alle università italiane dalla controversa riforma Gelmini.
Ma proprio perché siamo in una fase, come suole dirsi, di transizione e di profondi cambiamenti – i Dipartimenti prenderanno il posto delle Facoltà, si andrà verso un nuovo modello di governance della struttura accademica, i finanziamenti alla ricerca verranno assegnati sulla base di un complesso sistema di valutazione della medesima su base nazionale, nuovi criteri concorsuali determineranno la selezione dei docenti –, proprio per questa ragione converrebbe dirsi tutta la verità sulle reali condizioni in cui versa l’ateneo di Perugia e avviare un’ampia discussione, franca e pubblica, sul suo futuro. Lo Studium perugino, non foss’altro per i sette secoli che ha alle spalle, possiede grandi potenzialità, non c’è dubbio, ma rispetto a venti-trenta anni fa ha conosciuto – come nasconderlo? – un declino obiettivo, che si registra a pelle e che certo non può essere smentito ricorrendo alle classifiche farlocche che ogni tanto pubblicano i giornali. Basta infatti essere stati studenti a Perugia negli anni Settanta o Ottanta per ricordare la qualità e il prestigio dei docenti che vi impartivano lezione; per ricordare il peso o l’influenza che esso aveva sulla vita civile e culturale cittadina; per ricordare, ancora, la sua capacità di produrre ricerche innovative e di promuovere appuntamenti scientifici di rilievo internazionale; per ricordare, infine, come in città arrivassero, rendendola unica e vivace, studenti da ogni parte d’Italia, spesso destinati a rimanervi con ruoli professionali di prestigio.
Così oggi – semplicemente – non è più. Tutti lo sanno, tutti lo percepiscono, ma si preferisce far finta di nulla o illudersi che le cose stiano diversamente. Ecco, invece di parlare della proroga a Bistoni o dell’eventuale discesa in campo di questo o di quello, forse sarebbe più interessante chiedersi tutti insieme – docenti, politici, opinionisti, cittadini – quale ruolo possa ancora giocare l’Università nel contesto cittadino e regionale, cosa fare per renderla nuovamente attrattiva e all’altezza del suo antico nome, come rivitalizzarla dal punto di vista scientifico e didattico. Insomma, come farla tornare ad essere quel punto di riferimento – civile, culturale, economico e simbolico – e quel vanto agli occhi del mondo che per Perugia e l’Umbria essa è stata nel passato.

Con le proroghe è iniziato lo smantellamento della riforma universitaria

Quelle poltrone eterne nelle università, intervenga Profumo (da: Il Sole 24 Ore, 4 aprile 2012)

Antonella Arena. Siamo un gruppo di docenti dell’università di Messina. Vogliamo esprimere il nostro accordo con l’articolo pubblicato sul Sole 24 Ore lunedì 2 aprile con il titolo Comma dopo comma la proroga dei rettori diventa eterna. Il servizio ha finalmente posto in luce il grave vulnus al rispetto della legalità e della democrazia che si sta creando in molte università italiane. L’inerzia mostrata dai vertici di parecchi atenei nel recepire le norme della legge 240/10 che riguardano la decadenza e il rinnovo delle cariche accademiche – rettori in primis – appare una strategia mirata unicamente a preservare la propria posizione di potere. Interpretazioni inverosimili sul “momento di adozione dello statuto, di cui ai commi 5 e 6” della legge 240/10, e sui limiti delle proroghe concesse a presidi di facoltà, coordinatori di corsi di laurea e direttori di dipartimento, mortificano i principi stessi di rappresentanza e partecipazione democratica nelle nostre università.

Non bisogna certo essere esperti di diritto amministrativo per intendere che: il comma 9 dell’art. 2 della legge 240/2010 nella parte in cui recita, individua temporalmente il momento dell’adozione nella fase di prima adozione (vedasi commi 5 e 6) del nuovo statuto da parte degli organi accademici. L’aggiunta delle parole “organi monocratici” al primo periodo del comma 9 dell’art. 2 della Legge Gelmini (si veda il Dlg 5/2012, semplificazioni) si riferisce alla decadenza e non certo alla proroga degli stessi. È chiaro che in una legge che prevede il rinnovo di cariche deve essere esplicitato che i mandati vecchi ancora in essere devono decadere al momento del rinnovo se non si vogliono creare sovrapposizioni di cariche accademiche. Le proroghe degli organi monocratici rimangono normate dallo stesso comma 9 che pone precisi limiti recitando «gli organi il cui mandato scade entro il termine di cui al comma 1 restano in carica fino alla costituzione degli stessi ai sensi del nuovo statuto», riferendosi agli organi validamente in carica e non a quelli surrettiziamente prorogati. Vorremmo che il ministro Profumo prendesse una ferma presa di posizione che segni una netta discontinuità rispetto al passato a difesa della legalità e della democrazia nelle università italiane.

Un mondo con tanti professori e nessun maestro di vita

Francesca Patanè
(1953 – 2009)

Francesca Patanè. Senza valori, senza famiglia, senza educatori. Una città come tante
 di questo mondo malato e globalizzato dove tutto è a perdere, dove la violenza è sinonimo di forza e 
la prevaricazione strumento di potere. In ogni ambito sociale, in ogni fascia di popolazione, nelle 
piazze antistanti gli stadi e negli uffici delle Pubbliche Amministrazioni. Dove non lanciano pietre 
per ucciderti, ma ti spappolano l’anima. E tu in silenzio a subire. Dolore, quanto dolore. Tutto il
 dolore di un mondo orfano di padri e di madri. Di un mondo con tanti professori e nessun maestro
 di vita.
 Voltare pagina? Certo. Ripartire da zero. Imparare parole desuete e persino ridicole: amore,
 solidarietà, partecipazione, giustizia. Cominciare, a casa, da una tavola di nuovo apparecchiata –
 momento di condivisione sempre più raro in ogni famiglia del mondo – e continuare tra i banchi,
 fino alle aule di una Università davvero rinnovata.

Un boomerang, la montatura contro Marco Ruggiero

In difesa di Marco Ruggiero, di seguito una lettera del gruppo Hiv Informa al rettore dell’Università degli Studi di Firenze, Alberto Tesi.

Hiv Informa (7 marzo 2012). Illustre Rettore, siamo un gruppo di persone risultate sieropositive ai test anti-Hiv, ex malati di “aids”, medici e supporters riuniti sotto il nome HivInforma; motivo di questa lettera è per esprimere il nostro disaccordo circa le comunicazioni dei sedicenti malati del sito HivForum.info. Nonostante tale gruppo si arroghi il diritto di parlare a nome delle persone sieropositive italiane è doveroso sottolineare che questo non corrisponde a verità, e prendiamo le dovute distanze da quanto comunicatoLe da questi signori.

In primo luogo intendiamo sottolineare che il suddetto gruppo si presenta in maniera del tutto anonima in rete. Il sito web HivForum.info è infatti registrato da parte di una società prestanome DomainsByProxy (servizio spesso utilizzato anche per truffe in rete, spam, phishing e cybersquatting), per quanto in un contesto quale Internet si possa inneggiare al diritto alla privacy, organizzazioni e associazioni ma anche piccoli gruppi sono tenuti per motivi di trasparenza ad essere identificabili in persone fisiche o associazioni. La maldestra speculazione iniziata in rete da questi signori ai danni dell’immagine dell’Università degli Studi di Firenze ci ricorda tanto le mitologiche vicende omeriche tra Odisseo e Polifemo. Altrettanto poco attendibile è la stessa utenza del sito web, poiché in presenza di pseudonimi di dubbia serietà e poca credibilità, il software utilizzato per il servizio di forum in HivForum.info lascia spazio e possibilità ai titolari-gestori (anonimi per le ragioni di cui sopra) di creare utenti fittizi apparendo come grandi community che seguono un leitmotiv unico. Assumendo la buona fede di questi amministratori non riusciamo a giustificare come mai i nostri pareri esposti nel sito HivForum.info siano continuamente censurati e quotidianamente assistiamo alla revoca degli accessi a tale servizio web di tutti quegli utenti che espongono pensieri discordanti circa questa campagna, i cui effetti sembrerebbero tendere a screditare la ricerca tenutasi presso l’Università di Firenze e al fine, più che esplicito, di promuovere l’utilizzo (e la conseguentemente copiosa spesa finanziata dai contribuenti, da parte del Governo Italiano) di terapie sulle quali attualmente, a livello medico-scientifico e accademico si pongono numerosi dubbi sull’effettiva efficacia, riconoscendone all’unanimità gravissimi effetti collaterali nocivi per la salute (primo fra tutti “Bassa conta di globuli bianchi”, tenendo presente che tale condizione si definisce esattamente con il termine immunodeficienza).

Vogliamo notificare che tale campagna diffamatoria è fomentata da associazioni quali Nadir Onlus, NpsItalia. È doveroso ricordare che tali pie associazioni che presumibilmente non dovrebbero avere finalità lucrative ricevono annualmente laute donazioni da parte di industrie farmaceutiche (A, B, C). Beneficiando del dubbio e pur volendo credere ai filantropici scopi di tali gruppi, il significante “preoccupazione” tanto ripetuto nella lettera, dai suddetti, assume connotazioni, ai nostri occhi, inevitabilmente tendenziose nel contesto di cui sopra.

Ci teniamo a sottolineare l’encomiabile lavoro del Prof. Ruggiero circa lo studio attento e completo del quadro Hiv e Aids. Siamo entrati in contatto con il sopracitato ricercatore lo scorso anno, dopo aver preso visione del documentario “La Scienza del Panico” diretto da Patrizia Monzani e Isabel Otaduy Sömme (la cui conoscenza è stata approfondita e corroborata da dati e studi scientifici che vorremmo tanto poter condividere con i colleghi del Professore, vittime anch’essi di comunicazioni circa l’espressione della “preoccupazione” di cui sopra). Abbiamo invitato il Professore ad intervenire in qualità di relatore durante il nostro congresso HivInforma tenutosi a Maggio 2011 a Bari affiancato dal Dott. Daniele Mandrioli (Medico, laureato presso l’Università degli Studi di Bologna e ricercatore presso l’Università di Berkeley, California) e dalla Prof.ssa Raffaella De Franco (Ordinaria di Bioetica presso l’Università degli Studi di Bari). È importante rendere noto che, nonostante avessimo avanzato la proposta di caricarci l’onere relativo alle spese di viaggio e alloggio, il Prof. Ruggiero ha rifiutato qualsiasi rimborso, provvedendo per suo conto alle dovute spese.

Volevamo oltremodo spendere alcune parole circa la ricerca condotta relativamente all’immunoterapia, il cui concetto è de facto in linea con quanto asserito dal Premio Nobel per la scoperta del presunto virus Hiv, Prof. Luc Montagnier (sottolineiamo “presunto” in quanto il processo di potenziale confutazione è materia quotidiana del giusto approccio scientifico, tenendo presente che i dati attualmente disponibili sembrano convergere verso una ridefinizione di ciò che attualmente chiamiamo “lentivirus Hiv”). Oltremodo ci risulta strano che questi gruppi di sedicenti malati e le “pie” associazioni di cui sopra dimentichino che l’uso dei probiotici è ritenuto addirittura una misura preventiva dell’infezione da Hiv, propagandata anche da noti prodotti della casa farmaceutica GlaxoSmithKline, i cui farmaci antiretrovirali nella terapia presumibilmente anti-Hiv appaiono in bella vista in un poster pubblicato proprio dal “pio” gruppo Nadir Onlus (supporter di questa campagna contro la scienza).

Ancora, ci teniamo a specificare che l’epiteto “negazionista” non definisce affatto l’operato del Professore, poiché la sua ricerca non nega assolutamente la possibile esistenza di un retrovirus quale Hiv, né il suo potenziale ruolo (ad oggi ancora da dimostrare) nell’eziopatogenesi dell’Aids. Al contrario la ricerca sull’immunoterapia si focalizza sul sistema immunitario e quindi sulla ricostruzione dello stesso. Si noti che tale tipologia di approccio è ben lontana dal “miracolo” rispetto alla dogmatica convenzione, socialmente accettata, circa l’esistenza di un virus che ha capacità mutanti tali da sfuggire anche ai luminari della scienza, quanto più darebbe credito all’ipotesi risolutiva suggerita dal Prof. Montagnier (A, B, C, D, E).

Bisogna oltremodo considerare che analoghi approcci immunoterapeutici prodotti da società estere, in linea con l’approccio di ricerca del prof. Ruggiero, sono attualmente approvati per la sperimentazione negli Stati Uniti (addirittura in Fase 2). Conseguentemente l’Università degli Studi di Firenze con tale ricerca, si pone ad un livello di avanguardia e dovrebbe essere vanto per la nostra Nazione e per la comunità scientifica italiana stessa. L’approccio immunoterapeutico oltremodo nell’ambito dell’AIDS non è una novità, sin dal 1997 numerosi ricercatori hanno studiato ciò che consideravano meri rimedi naturali della medicina orientale (erbe note sin dall’antichità, anche in Europa, come potenti stimolatori del sistema immunitario Es. Astragalus Membranaceus) concludendo la ricerca con il seguente periodo: “L’AIDS è una condizione reversibile” il tutto, come potrà vedere dalle note, nella più sancita ortodossia medico scientifica, diversamente quindi, da come alcuni furbi tendono a descrivere tali ricerche in maniera avulsa, forzandone la contestualizzazione in dubbi trattati di naturopatia o di medicina alternativa. Non ci risulta che il Professore recluti in rete pazienti sieropositivi, ciononostante intendiamo affermare che tra noi, coloro i quali sono risultati positivi al test anti-Hiv (i quali aprioristicamente da tale evento e dalle parole del Prof. Marco Ruggiero hanno scelto di non sottoporsi ad alcuna tipologia di terapia farmacologica elargita da cliniche infettivologiche e propagandate con tanto buonismo da dubbie associazioni di malati ignoti), offrono la loro più completa disponibilità a collaborare nella ricerca inerente l’approccio immunoterapeutico.

Consci del fatto che il Rettorato e la Presidenza di Facoltà faranno valere il metodo scientifico tanto caro a coloro i quali desiderosi della verità e ligi al dovere, ricercano il sapere spesso con sacrificio, ci congediamo nell’attesa di una risposta e di conoscere gli eventuali sviluppi.

Se non è possibile mettere al rogo Peter Duesberg mettiamoci Marco Ruggiero!

Di seguito un articolo de il Fatto quotidiano(21 marzo 2012) dal titolo: «Firenze, inchiesta interna per il ricercatore “negazionista” che cura l’Aids con lo yogurt». Altre brevi letture consigliate: «Una mediocrità, nella ricerca, anche se di prim’ordine»; «Tecnici abilissimi ma scienziati mediocri»; «Barbara McClintock: “la scienza è cresciuta a dismisura diventando ottusa”»; «Virus fantomatici, grossi guadagni e conflitti d’interesse sull’epatite C»; «La vera storia dell’Aids è ancora tutta da scrivere: dal virus osannato al virus inventato»; l’intervista di Ruggiero a “la Repubblica” di oggi.

Alessandro Delfanti. L’Università di Firenze torna a essere invischiata in un problema legato ai “negazionisti” dell’Aids. Pochi giorni fa il rettore Alberto Tesi ha aperto un’inchiesta interna sulle attività accademiche di uno dei suoi professori, il biologo molecolare Marco Ruggiero, in seguito alla lettera ricevuta da un gruppo di pazienti e attivisti. Ruggiero infatti è conosciuto a livello internazionale come facente parte del piccolo gruppo di ricercatori che nega che il virus Hiv sia la causa dell’Aids, una tesi infondata e osteggiata dalla stragrande maggioranza degli esperti e della comunità accademica e medica.

Ruggiero, secondo la lettera inviata dal gruppo di discussione Hiv Forum, nella sua attività all’università di Firenze insegna corsi negazionisti agli studenti ed è il relatore di tesi di laurea dello stesso tenore. Inoltre sarebbe arrivato a contattere pazienti in rete proponendo l’uso di yogurt addizionato di Gc-Maf, una proteina con effetti “rafforzatori del sistema immunitario” e che consentirebbe all’organismo di combattere il virus senza l’uso di farmaci antiretrovirali: un’ipotesi irricevibile per chi fa ricerca medica e per gli stessi pazienti. Nella lettera infatti si esprime “estrema preoccupazione per la disattenzione con cui l’Università di Firenze appare affrontare le teorie insegnate e le attività poste in essere dal professor Marco Ruggiero su un tema per noi di vitale interesse: quello dell’Hiv quale causa dell’Aids”.

In risposta alla lettera, che chiede all’ateneo di dissociarsi dalle attività del biologo, l’università di Firenze indagherà su “comportamenti didattici e responsabilità” di Ruggiero, come afferma un portavoce intervistato dalla rivista scientifica Nature. Pochi mesi fa Ruggiero aveva firmato insieme al capofila dei negazionisti, l’americano Peter Duesberg, un articolo scientifico pubblicato proprio da una rivista dell’università di Firenze, l’Italian Journal of Anatomy and Embriology (Ijae). La rivista è diretta da un altro biologo dell’ateneo fiorentino, il professor Paolo Romagnoli. In quell’articolo si mette in discussione il ruolo dell’Hiv nell’epidemia di Aids in Africa e si sminuisce il ruolo dei farmaci antiretrovirali usati per combatterlo.

La guerra agli antiretrovirali messa in campo dai “negazionisti” è pericolosa: mettendone in discussione l’efficacia si rischia di convincere i pazienti a non usarli. In un’intervista a GalileoStefano Vella dell’Istituto Superiore di Sanità e della Commissione nazionale per la lotta all’Aids sottolinea che nello studio di Ruggiero “non vengono illustrati i benefici prodotti da questi farmaci in termini di aumentata sopravvivenza e di imponente riduzione della mortalità, osservati attraverso sia trial clinici controllati sia studi osservazionali, né è citato il fatto che oggi l’aspettativa di vita dei pazienti in regime terapeutico è paragonabile a quella delle persone non infettate. È proprio questo straordinario effetto della terapia a dimostrare la relazione di causalità tra il virus e la malattia”.

La commissione d’inchiesta interna dell’università valuterà le attività didattiche di Ruggiero e si pronuncerà entro il prossimo 15 aprile. Non è ancora chiaro se le sue decisioni potrebbero avere ripercussioni sulla carriera accademica di Ruggiero. Intanto due membri internazionali del comitato scientifico della rivista dell’università di Firenze si sono già dimessi. Nessuna ripercussione invece su chi la dirige, il professor Romagnoli.

Affossata l’università di Siena, pronto un nuovo ateneo: il DIPINT

Non è un’esagerazione dire che è nato un nuovo ateneo: è sufficiente leggere il “Regolamento” del Dipint, la “Convenzione” fra l’Università e l’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese (AOUS), e l’articolo del sindacato USB, di seguito riprodotto integralmente.

Attenzione inchiostro fresco!

Massimo Viani (USB P.I.). Non toccare, non leggere, non discutere, possibilmente approvare senza sfogliare il regolamento del DIPINT. Non sappiamo più come dirlo, ma a costo di sembrare ripetitivi, lo scriviamo di nuovo: in questo Ateneo Rettore e Direttrice Amministrativa pensano di poter fare ciò che vogliono senza pudore. Siamo di nuovo chiamati ad occuparci della questione DIPINT. Lunedì 19 marzo si è svolto il Senato Accademico, e in quella sede è stato approvato il regolamento del DIPINT, con annessa nuova convenzione fra AOUS e Università. Non sappiamo quale sia stata la discussione in merito al regolamento. La maggior parte del documento riguarda didattica e ricerca e crediamo che il Senato avrebbe dovuto prestare attenzione a quello che approvava. Probabilmente non si è detto granché visto che in passato, nonostante gli appelli della USB P.I. ad una maggiore pressione anche dei docenti in merito all’indebolimento del ruolo dell’Ateneo e della Facoltà di Medicina, nessuno ha mosso foglia pubblicamente. È probabile però che non se ne siano accorti nemmeno che approvavano il regolamento del DIPINT perché è stato messo fra le convenzioni in una lista anonima quasi in fondo. La stessa cosa avverrà venerdì 23 marzo in occasione del CdA. All’ordine del giorno, al punto 9.28 come ultima convenzione è portata in approvazione la delibera con allegata convenzione che dà il via libera al Regolamento del DIPINT. Fin qui non ci sarebbe nulla di male a livello sostanziale se non il fatto che un dipartimento che ha trovato dignità di menzione nel nuovo Statuto, e che porta risorse necessarie (8 milioni) all’Ateneo, venga passato nel mucchio senza che vi sia un approfondimento. Sembra quasi che si voglia farla finita con le richieste di chiarimento, quasi che 8 milioni valgono bene una facoltà!

In passato ci risulta che ben altro ruolo ha avuto, fin dall’ordine del giorno del CdA, la questione DIPINT. Si vede che ora c’è fretta. C’è bisogno di far arrivare questi benedetti 8 milioni anche se non c’è accordo fra AOUS e Università su quanti ne arriveranno in verità alla fine: 1 milione potrebbe essere trattenuto dall’AOUS per finanziare progetti di ricerca aziendali. Inoltre, nella convenzione, all’art. 3 comma 3, si legge: «Il Regolamento può essere sottoposto a procedure di revisione e/o aggiornamento ogni qualvolta ne emerga la necessità, dietro approvazione del Comitato di Indirizzo del DIPINT.» Forse, per un dipartimento di tale importanza e previsto dallo Statuto, sarebbe stato giusto riportare che le variazioni del regolamento vengono approvate dal Senato e dal CdA su proposta del Comitato d’Indirizzo. Siamo fissati con la precisione, è vero, ma la nostra precisione può essere vista come pignoleria solo da chi non vuole ammettere che vi sono perplessità in merito all’iter di approvazione del regolamento del DIPINT. La questione forse più grave però è quella riguardante il testo del regolamento del DIPINT. Abbiamo già analizzato la questione in modo puntuale, facendo molte considerazioni sul ruolo del personale tecnico e amministrativo, ma non ci aspettavamo che i nostri rilievi fossero tenuti in considerazione. Lo stesso Rettore, però, nella comunicazione inviata in data 29 febbraio a tutto il personale, scrive che verrà inserito un riferimento alle linee guida sulla mobilità del personale universitario. Per noi avrebbe rappresentato una prima tutela per coloro che andranno funzionalmente ad operare nel DIPINT. Questa modifica non c’è stata, segno del rispetto che si ha degli impegni assunti in riunioni ufficiali di confronto sindacale. Ricordiamo al Rettore che i sindacati d’Ateneo sono in stato di agitazionee lo stesso Prefetto di Siena ha riconosciuto che l’Amministrazione sta tenendo nei confronti delle OO.SS. un comportamento discutibile. L’episodio riferito nel presente comunicato è una prova ulteriore della delegittimazione costante operata dai vertici dell’Ateneo nei confronti delle OO.SS., per cui sarà nostra cura informare il Prefetto di tale ulteriore manifestazione di disprezzo delle relazioni sindacali regolate dall’art. 11 del CCNL. Invitiamo i consiglieri a riflettere bene su quanto vanno ad approvare e ad avere il coraggio di affrontare le questioni per quanto delicate siano.

L’università di Siena? Una fabbrica di pentole da venditore ambulante

Scrivevo nel 2008 che il necessario e rigoroso risanamento dell’ateneo senese avrebbe dovuto salvaguardare la centralità degli studenti e dei docenti, razionalizzando l’offerta formativa e puntando sulla qualità della didattica. L’amministrazione universitaria dell’epoca, ipotizzando un pareggio di bilancio per il 2012, fornì anche le seguenti proiezioni sul numero dei dipendenti, calcolato considerando le uscite per pensionamenti senza alcuna sostituzione: 872 docenti e 1163 non docenti al 31 dicembre 2014. Dopo tre anni, a che punto siamo? Quanto hanno inciso politica dei prepensionamenti con lauti incentivi e demotivazione per l’assenza di una seria proposta di risanamento e di rilancio dell’università? I dati della tabella ci dicono che già oggi, con tre anni d’anticipo, il numero dei docenti è inferiore a quello previsto per il 2014. La situazione è drammatica ed è facile immaginare quel che accadrà fra tre anni. Ma ancor prima fra tre giorni, quando entrerà in vigore il decreto legislativo sul sistema d’accreditamento, che «comporta l’accertamento della rispondenza delle sedi e dei corsi di studio agli indicatori, volti a misurare e verificare i requisiti didattici, strutturali, organizzativi, di qualificazione dei docenti e di qualificazione della ricerca idonei a garantire qualità, efficienza ed efficacia nonché a verificare la sostenibilità economico-finanziaria delle attività.» Quel che sta accadendo a Siena preoccupa: richiamare i colleghi già pensionati per ricoprire gli insegnamenti va bene; ma assegnare i corsi al primo che passa è inaccettabile; non si può dimenticare che «docenti universitari, esperti cioè nell’insegnamento e nella ricerca e capaci di guidare l’uno e l’altra, non si nasce né ci si improvvisa.»

Siena: Università e Banca un trench double-face

Di seguito una recensione dell’ultimo libro di Raffaele Ascheri pubblicata su Notizie Radicali.

Mussari Giuseppe: una biografia (non autorizzata)

Simonetta Michelotti. Per molti anni Siena è stata l’isola che c’è, primeggiando nelle classifiche per la qualità della vita, una città mediamente benestante con istituzioni importanti che nel corso della loro lunga storia si sono distinte nei rispettivi settori di competenza: l’Università (fondata nel 1240), il Monte dei Paschi (fondato nel 1472) e l’ex Istituto sieroterapico, fondato da Achille Sclavo nel 1904 da alcuni anni targato Novartis. Nell’ultimo decennio, Università e Mps hanno prestato due loro leaders alle rispettive associazioni di categoria: il rettore Piero Tosi è stato presidente della Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui) dal 2002 al 2006 e dall’estate 2010 Giuseppe Mussari non è più solo presidente Mps ma anche presidente Abi. Curiosamente, a fronte di questi successi personali che hanno dato (e danno) grande lustro alla città, Tosi (insieme ad altre diciotto persone) è in attesa che il giudice competente si pronunci circa il rinvio a giudizio (o meno) per il dissesto finanziario dell’ateneo senese e Mussari ha ricevuto, poche settimane dopo la nomina all’Abi, un avviso di garanzia (insieme ad altre sedici persone) per una vicenda collegata al progetto di ampliamento del piccolo aeroporto senese di Ampugnano.

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