Ma il Rettore dell’Università di Siena c’è o ci fa?

Il Mondo pubblica oggi la replica del rettore di Siena a un articolo del 13 febbraio che riferiva dei rapporti imbarazzanti tra il magnifico e il suo consigliere finanziario, docente del nostro ateneo e gestore unico, da venti anni, di una Società in grado di compiere operazioni mobiliari e immobiliari. Ebbene, Riccaboni non poteva approntare peggior difesa! E poi, perché screditarsi a difendere l’indifendibile? Ma ancor più grave, perché arrivare a giustificare le assenze (passate e future) del docente a lezione e al ricevimento degli studenti?

Angelo Riccaboni. In merito a quanto pubblicato nella rubrica «In cattedra», (il Mondo 6), preciso quanto segue. Secondo la normativa vigente, la posizione di socio di maggioranza di una società a responsabilità limitata ricoperta da un docente universitario non comporta lo svolgimento di un’attività professionale né l’esercizio di commercio o industria e non viola quindi la normativa (articolo 11 comma 5 lettera A del Dpr 382/1980). Infatti, il possesso di quote, seppur di maggioranza, all’interno di una società di capitale, come la Srl, configura un investimento di carattere finanziario e non un esercizio di commercio, industria o di attività professionale. Pertanto, anche nel caso citato dall’articolo, l’assenza di incompatibilità scaturisce dall’applicazione delle norme e non da una mera valutazione di carattere soggettivo. Mi preme inoltre respingere con forza la connotazione di assoluto discredito con la quale viene caratterizzato l’ateneo di Siena in apertura del pezzo. Nella consapevolezza delle criticità affrontate, è giusto tenere presenti il percorso di risanamento da tempo efficacemente avviato, e i molteplici riconoscimenti della qualità della didattica e della ricerca ottenuti.

Fabio Sottocornola. L’articolo dava conto di un’interrogazione presentata al ministro Francesco Profumo da parte di una parlamentare e di un’altra interrogazione formale sottoposta al rettore da David Cantagalli, consigliere di amministrazione dell’ateneo. Non si capisce, dunque, perché il rettore parli di «discredito». Quanto all’argomento, l’articolo ha riportato sia le domande sia la risposta fornita dal rettore, cioè la posizione di Lorenzo Frediani, professore a tempo pieno e socio di maggioranza di una Srl. Semmai va aggiunto un aspetto successivo alla stesura. Lo stesso membro del CdA, a proposito della risposta ricevuta dal rettore, scrive: «Non sono affatto soddisfatto delle argomentazioni addotte». E chiede di sottoporre la questione all’Avvocatura generale dello Stato.

Alla ricerca della piramide perduta

L’ascesa del «Faraone» nell’Ateneo della ‘grandeur’ (Piero Tosi: il patologo che studiava da ministro) (Da: La Nazione Siena, 19 febbraio 2012)

Tommaso Strambi. «Va bene per martedì alle 18.30. Ma non incontriamoci al Rettorato. È  meglio vederci al solito posto …». Sono le 14 e 17 minuti del 10 novembre 2010. Fissato l’appuntamento, il professor Piero Tosi saluta Angelo Riccaboni, il giovane ‘delfino’ che, proprio in quei primi giorni di novembre si è insediato in Banchi di Sotto, dopo una lunga attesa dovuta alle incertezze dell’allora ministro dell’Università, Maria Stella Gelmini, a firmare il decreto di nomina a Rettore vista l’esistenza di un’inchiesta della magistratura sulla regolarità delle elezioni che nel luglio precedente avevano visto Riccaboni superare per un pugno di voti (16) il ‘magnifico’ uscente, Silvano Focardi. Perché non parlare in Rettorato? Chissà? «Meglio vedersi al solito posto», osservano. Lasciando, intendere, che è una prassi consolidata. «Malelingue», ribatteranno. Forse, non essendo esperti di cultura africana, non conoscono il vecchio proverbio secondo il quale se devi nascondere un albero quale posto migliore della foresta. Ma tant’è. Così andiamo avanti «con il solito». In fondo lo diceva anche la pubblicità: «Mario, il solito!». Altro giro, altra corsa. È il professar Tosi a chiedere a Riccaboni un appuntamento. Ci sono tante cose da affrontare. E lui lo sa bene. Per dodici anni – prima dell’appassionato contradaiolo della Chiocciola Focardi – ha guidato l’antico Studium senese. Non per nulla è stato un ‘grande elettore’ di Riccaboni, il giovane economista che lui stesso nel 1997 aveva chiamato a presiedere il Nucleo di valutazione dell’Ateneo (incarico che ricoprirà sino al 2004) e, poi, ad aiutarlo a fondare il Cresco. Non solo. Nel 2005 sarà sempre Tosi a sostenerlo nella corsa alla presidenza della Facoltà di Economia e, poi, ancora ad affidargli l’incarico di prorettore per la sede distaccata di Arezzo. Questione di cooptazione. L’Università italiana funziona così. Da sempre. Bisogna mettersi in coda e confidare nella benevolenza del ‘barone’. Ma tra Tosi e Riccaboni non c’è il solito rapporto da docente e discepolo. Il primo, infatti, è un eminente patologo con 300 pubblicazioni scientifiche e testi di Anatomia e Istologia Patologica nel curriculum, il secondo è un economista. Cosa accomuna, dunque, il medico e il professore di economia aziendale? La gestione dell’Accademia. Sapere e potere che, sovente nelle aule universitarie, si confondono in un connubio indissolubile. E Tosi lo sa bene. Ha sempre accompagnato all’intensa attività scientifica quella di gestione della res universitaria. Tanto che nel 1981 diventa prorettore. Il primo passo della carriera ‘nelle stanze dei bottoni. Quel cammino che negli anni Novanta lo porterà a diventare a sua volta Rettore. Molti ex presidi e docenti ricordano ancora quando, nel corso di una seduta del Senato Accademico, l’allora ‘Magnifico’ Luigi Berlinguer, in procinto di diventare ministro della Pubblica Istruzione, mettendogli le mani sulle spalle lo indicò come suo successore. E nel 1994, in effetti Tosi, con qualche mese di anticipo rispetto ai tempi programmati, divenne Rettore. L’inizio di un nuovo ‘Regno’, ma nel segno della continuità. Beninteso.

Anche Piero Tosi, come il suo predecessore, sa miscelare doti da ammaliatore e tessitore di relazioni, ma con un’inclinazione, ancora più spiccata, alla grandeur. E, a spalleggiarlo, Tosi trova Maurizio Boldrini. Che teorizza e mette a punto la più grande area comunicazione mai vista all’interno di un Ateneo. A dire il vero Boldrini ci aveva provato anche nella gestione Berlinguer, ma si era dovuto scontrare con l’inflessibilità ed il rigore della ‘comandante’ Jolanda Cei Semplici. Tra lei e il comunicatore non c’era un gran feeling. Anzi. Nel segreto delle stanze lei lo aveva ribattezzato il ‘giornalaio’. Così, nel momento in cui la Semplici lasciò gli uffici di Banchi di Sotto, Boldrini poté finalmente mettere a punto il suo piano. Intanto, sull’altro versante, Tosi moltiplicava corsi di studio e cattedre. Un vero e proprio maestro in questo. Il capolavoro lo compie il 19 aprile del 2002. Quel giorno sottoscrive con l’Azienda ospedaliero-universitaria senese un accordo per «lo sviluppo delle attività di ricerca e docenza della Facoltà di Medicina e Chirurgia per settori di interesse per le funzioni assistenziali della Facoltà stessa». Inutile dire che a controfirmare l’accordo fu Jolanda Cei Semplici nella sua veste, questa volta, di direttore generale delle Scotte. Alè! Inizialmente i soldi venivano presi da fondi erogati dalla Regione Toscana ma, da preveggente, Tosi si preoccupava di non far mancare cattedre a coloro che le avrebbero così ricevute. Per questo l’articolo 4 dell’accordo evidenzia «al momento dell’eventuale interruzione concordata del finanziamento per la retribuzione della docenza reclutata, l’Università se ne farà carico, con propri fondi di bilancio comunque acquisiti». In fondo «un posto fisso» non si nega a nessuno. Anche pochi mesi prima, alla fine di dicembre 2001 ci fu un’infornata di assunzioni. E questo, nonostante, il direttore amministrativo dell’epoca, Loriano Bigi, avesse firmato una relazione in cui si metteva in guardia dall’eccessivo drenaggio di risorse per il personale. Mentre nel dicembre del 2005, allorquando si diffuse la notizia che la Finanziaria 2006 avrebbe stabilito il famoso rapporto del 90% tra spese e personale, in soli quattro giorni (dal 16 al 20 dicembre) vennero ‘sgonfiate’ tutte le graduatorie ancora in essere. Un vero peccato lasciare qualcuno a casa. Via, così, all’assorbimento di tutti i ruoli banditi in precedenza. Avanti un altro! E, se i soldi non ci sono, si troveranno. I bilanci, del resto, si aggiustano. All’epoca non si sapeva, ma l’inchiesta aperta dalla Procura di Siena qualche anno dopo (nel 2008) lo ha dimostrato. E sebbene Tosi osservi «che io sono arrivato a fare il rettore da patologo e il mio successore da ecologista: cosa volete che ne sappiamo di conti», dai riscontri degli uomini della Guardia di Finanza incaricati dai magistrati della Procura, alla fine della fiera, dalle casse dell’Ateneo mancano, almeno, 200 milioni. E, comunque, qualche ‘ritocco’ si può sempre fare. Così tra i faldoni della Procura c’è anche un appunto manoscritto, datato 11 febbraio 2003, che ha spinto i magistrati ad ordinare una perizia calligrafica. Secondo l’ex direttore amministrativo Interi, infatti, alcune correzioni a penna erano state fatte da Tosi «desideroso di ricucire lo scollamento tra entrate ed uscite, pari a circa 18 milioni di euro». Una ricostruzione che la consulente nominata dai pm, Rosaria Calvuana, ha confermato: «le manoscritture di colore nero presenti nell’appunto datato 11 febbraio 2003 appartengano alla mano del professor Piero Tosi». Vedremo. Se e quando sarà celebrato un processo. Tra le inchieste e le sentenze, infatti, ci sono sempre i dibattimenti in aula.

E, anche questo, l’ex rettore Tosi lo sa bene. Il 27 aprile del 2010 è stato assolto per una serie di accuse (dalla truffa all’abuso d’ufficio, dalla tentata concussione alla falsità materiale) in cui era incappato con altri docenti ed ex direttori generali dell’università e dell’azienda ospedaliera-universitaria. Anche se, per due concorsi (medicina legale e chirurgia plastica), deliberati a maggioranza dall’università, ma «non in modo regolare» secondo le accuse in quello stesso processo, Tosi è stato condannato (con il riconoscimento delle attenuanti generiche e la sospensione della pena) a nove mesi. In fondo, il potere ha sempre un costo. E al ‘faraone’ Tosi il potere piace. Ne è affascinato. E Siena per lui è piccola. Perché non puntare in alto? L’occasione la fornisce la Crui. Per Tosi è un gioco da ragazzi conquistarne la guida non appena un altro rettore toscano, il matematico Luciano Modica, lascia Palazzo alla Giornata (la sede del rettorato di Pisa) per candidarsi alle elezioni suppletive al Senato. La Crui è un trampolino di lancio importante per chi aspira ad un ruolo da ministro. Tosi lo ha imparato da Berlinguer. E così ci si butta anima e corpo. Tanto che nel novembre del 2004 porta in Senato Accademico una modifica allo Statuto in modo da «far coincidere il termine del proprio mandato quale presidente della Crui con quello di Rettore». Nessuna forzatura, beninteso. Tosi, si legge nella delibera, «comunica di aver ricevuto, da parte di presidi e rappresentanti di area in Senato, una sollecitazione». Ci mancherebbe che qualcuno pensasse ad un Ateneo ad «uso e consumo». Roba da regimi. Qui, siamo in democrazia. Così la delibera passa con il voto di tutti i presenti, compreso quello di Tosi. La cosa non passa inosservata e il professor Giovanni Grasso presenta ricorso al Tar. Ma i giudici amministrativi, senza entrare nel merito, ‘bocciano’ il ricorso «perché il ricorrente avrebbe dovuto procedere solo dopo la delibera ad hoc del Senato accademico». Ed, in effetti, era quello che aveva fatto il professor Grasso. In realtà, quello che mancò fu l’atto amministrativo di recepimento di quella delibera approvata il 15 novembre 2004. Quisquilie. Dopo la pronuncia del Tar la cosa non andò avanti e Tosi rimase alla guida di Banchi di Sotto e della Crui. Come sollecitato dai colleghi e come previsto. Purtroppo, il 26 febbraio 2006, il sogno si infranse davanti agli uomini della polizia giudiziaria che gli notificarono un’ordinanza di interdizione. Un tramonto improvviso, solo in parte risarcito (come abbiamo visto) dalla sentenza dell’aprile 2010. E pensare che in quella primavera del 2006 l’Ulivo vinse davvero le elezioni. Il «barone rosso» avrebbe potuto ben figurare nella compagine governativa alla guida del dicastero della Sanità o di quello dell’Università e della Ricerca Scientifica. Che peccato! E, invece, lasciata la cattedra, è fra color che aspettano che il gup decida sulle 18 richieste di rinvio a giudizio formulate dalla Procura in merito all’inchiesta sul dissesto dell’Ateneo. «Sono tranquillo – dice -. Ho fiducia nella magistratura, ho la coscienza a posto e sono sicuro di dimostrare di aver sempre agito in buona fede. A breve, comunque, mi farò sentire, è venuto il tempo di parlare e raccontare come stanno veramente le cose. Non solo leggere quanto viene scritto da altri». Perché no? È una questione di trasparenza e chiarezza. Sempre. E non solo «al solito posto».

Altro grosso danno erariale per l’università di Siena?

La domanda è la solita, già formulata in precedenza più volte: «l’Ateneo senese, nelle condizioni attuali, può continuare ad avere una guida priva di credibilità, autorevolezza e senso delle istituzioni?» Ebbene, il tentativo – proceduralmente scorretto sul piano formale e sostanziale –  di far approvare dal CdA il progetto di costituzione di un Fondo immobiliare, la scelta, per lo scopo, di un consigliere finanziario, docente del nostro ateneo e proprietario da venti anni di una Società che ha per oggetto sociale proprio operazioni del genere, hanno legittimato il sospetto di una speculazione finanziaria ai danni dell’Università di Siena. Il CdA ha bocciato la proposta, tuttavia lo sconcerto aumenta nell’apprendere dal settimanale “Il Mondo”, ancora in edicola, che il rettore è stato quanto mai reticente a fornire una banale (perché è sul sito di Unisi) risposta all’interrogazione di un consigliere d’amministrazione. In sostanza, si chiede di conoscere se il consigliere di Riccaboni sia a tempo pieno o definito e se il regime a tempo pieno sia compatibile con la proprietà di una Srl. Siccome, per l’esercizio del commercio e dell’industria, l’incompatibilità è da collegarsi all’ufficio di pubblico dipendente e non al regime d’impegno prescelto, nella peggiore delle ipotesi ci troveremmo nella situazione di un altro grosso danno erariale.

Fabio Sottocornola. Imbarazzo ai vertici dell’università di Siena, la più disastrata d’Italia. Dai palazzi della politica romana si osserva con timore quanto accade nella città del Palio. In un’interrogazione l’onorevole Flavia Perina (Fli) ha chiesto al ministro Francesco Profumo se non ritiene opportuna la revoca «in autotutela» del rettore Angelo Riccaboni dopo l’inchiesta della Procura cittadina sulle elezioni in odore di irregolarità. Non solo: Perina propone al Miur di costituirsi parte civile in eventuali processi sul dissesto. E non è tutto. A fine gennaio si è mosso David Cantagalli, rappresentante del governo nel CdA dell’ateneo. Ha posto al rettore alcune domande su Lorenzo Frediani, docente di economia dei mercati finanziari che «risulterebbe socio di maggioranza della Astrea», società di consulenza. Il consigliere voleva sapere se il professore «avesse optato per il regime a tempo pieno o definito. E, qualora risulti accertata l’attività professionale, se il regime scelto sia compatibile con le disposizioni di legge». Questione delicata e definita dalle norme. Lo spiega Cantagalli domandando se «la presunta attività di Frediani sia compatibile con la legge quando afferma che il regime a tempo pieno è incompatibile con attività professionali». Non solo: il consigliere vuole far girare i quesiti all’intero CdA. La situazione pare imbarazzare Riccaboni: in un elenco del 2010 Frediani figura «ordinario a tempo pieno». Il magnifico ha dapprima preso tempo «per approfondire la posizione del professore. Non ritengo possibile proporre al CdA una situazione individuale, per evitare eventuali ricorsi dell’interessato». Cantagalli ha fatto notare che «l’interrogazione è per l’accertamento di fatti presunti». Senza il quale, ci potrebbero essere «conseguenze che non auspico». Il 3 febbraio Riccaboni ha ammesso che Frediani controlla Astrea ma non è Ad o presidente. Per lui non è incompatibile.

Articolo pubblicato anche da: il Cittadino Online (13 febbraio 2012) con il titolo: Università: a proposito del tentativo di costituire un fondo immobiliare.

Il “grande vecchio” e la distruzione dell’Università di Siena

Dal diritto settecentesco sardo all’olimpo dell’Università (da: La Nazione Siena, 27 gennaio 2012)

Tommaso Strambi. «Stai attento a questa città». «Stai attento a questa città». Una raccomandazione e un ammonimento da vecchio ‘pater familias’. D’Università s’intende. Perché di figli di sangue ne ha soltanto due: Aldo e Iole. Ma l’interlocutore a cui Luigi Berlinguer si rivolgeva in una telefonata dell’ottobre 2010 era il più giovane della nidiata allevata tra le mura dell’Ateneo senese: ovvero il rettore Angelo Riccaboni. L’economista chiamato a raccogliere il testimone alla guida dell’antico Studium, che tante soddisfazioni ha regalato al professore sardo di Diritto settecentesco, il quale, proprio dall’isola, sbarcò nella città del Palio, inviato dal Pci come ‘deputato’ del Cda del Monte dei Paschi. Studioso di Domenico Atzuni (quel giurista che dà il nome a tante piazze e tante strade della Sardegna, ma nessuno sa chi sia», ebbe a osservare Francesco Merlo sul Corriere della Sera), proprio tra Piazza del Campo e Rocca Salimbeni, Berlinguer impresse una svolta alla propria carriera. Anche se all’inizio non fu semplice. Perché, sebbene portasse un cognome altisonante nella storia del Pci e della sinistra italiana, sia nel partito che in città era considerato un forestiero. Una diffidenza che gli dev’essere rimasta appiccicata addosso, visto l’ammonimento che molti anni dopo rivolse, appunto, a Riccaboni. Senza sapere, ovviamente, di essere ascoltato dalla polizia giudiziaria nell’ambito dell’inchiesta sulla regolarità delle elezioni del rettore. Una città un po’ matrigna e un po’ amante. Già. Chissà che traiettoria avrebbe comunque preso la sua vita se non ci fosse stata Siena, visto che nella natìa Sardegna non riusciva proprio a spiccare il volo, come avrebbe sognato.

All’Università di Sassari, negli anni Settanta, faceva parte di un cenacolo d’intellettuali: da Gustavo Zagrebelski a Valerio Onida, da Mario Segni a Franco Bassanini, da Francesco Cossiga a Roberto Ruffilli (diventato negli anni il ‘fine’ consulente di Ciriaco De Mita, prima di essere assassinato dalle Brigate Rosse nel 1988). Tra torte e creme (vera passione di Berlinguer, tanto da meritarsi il soprannome di ‘gola e vanità‘, affibbiatogli proprio da Ruffilli), quel reticolo di amici formò un gruppo destinato a ricoprire ruoli chiave nel potere accademico. Il vero e proprio pallino di Luigi. Quasi un’ossessione. E come poteva essere diversamente, visto che sin da piccolo si era dovuto confrontare con il mito del cugino Enrico. Mica uno qualsiasi. Il vero padre nobile del Partito Comunista. Ortodosso e rigoroso al punto tale da essere l’ultimo dei politici capace di portare in strada e far piangere, lacrime vere, decine di migliaia di compagni (e non) in occasione dei suoi funerali. Oggi al massimo i politici raccolgono fischi e contestazioni al grido di «andate a lavorare», come è accaduto pochi giorni fa all’Isola del Giglio al governatore Enrico Rossi e al consigliere regionale Marco Spinelli. Altri tempi.

Ma torniamo a Berlinguer, Luigi s’intende. Vanitoso e dalla forte propensione alla grandeur, ma allo stesso tempo ammaliatore e grande tessitore di relazioni. Così, nonostante le difficoltà, in poco tempo riuscì a conquistare l’Università. Del resto, studenti interessati al Diritto settecentesco sardo non è che ce ne fossero molti. Trovata l’intesa con i cattolici di Medicina, per Berlinguer si aprirono le porte del rettorato. L’apoteosi. Gli insegnamenti iniziarono a moltiplicarsi e così le cattedre e la popolazione studentesca. Per i detrattori, però, anche i bilanci cominciano a ingigantirsi. In fondo, il potere ha sempre un costo. Il capolavoro, in questo senso, arrivò con i festeggiamenti per i 750 anni di fondazione dell’Ateneo. E poco importa se non era proprio l’anniversario giusto, visto che la data del 1240 non fa riferimento alla fondazione dell’Università ma a un documento in cui il Comune di Siena si impegnava a pagare parte degli stipendi dei professori dell’Ateneo. Che, quindi, già esisteva. L’importante era ottimizzare il risultato. E Luigi, il ‘comunista modernizzatore’ (come lo definisce Francesco Merlo) puntò in alto. E a ragione. Prima Romano Prodi, poi Massimo D’Alema, poi, ancora Prodi lo accontentarono, affidandogli il ministero della Pubblica Istruzione (1996-2000) e, ad interim, anche quello dell’Università e della Ricerca scientifica e tecnologica (1996-1998). Un uomo riconoscente, comunque Luigi. Così nell’avventura romana si portò dietro ‘la comandante’, al secolo Jolanda Cei Semplici, che in Banchi di Sotto ricopriva il ruolo di direttore amministrativo. Piccola e determinata, una volta conclusa l’esperienza al Ministero, è tornata a Siena come direttore generale del Policlinico Le Scotte, pur fra i mille dubbi dei politici locali di area cattolica.

Ma Berlinguer non è uomo da lasciare niente al caso. E, così, prima di salutare Banchi di Sotto, si assicurò che a succeder gli fosse qualcuno di fiducia. Ed ecco che alla poltrona di rettore arriva il patologo Piero Tosi supportato da una squadra di comunicatori d’eccellenza, capitanata da Maurizio Boldrini, Omar Calabrese e Maurizio Bettini. Altro che piccola Oxford: l’Ateneo di Siena può pensare ancora più in grande. Mentre Luigi Berlinguer nel mese di maggio del 2003 decide dunque di andare in pensione (salvo poi essere reintegrato, diciotto mesi più tardi), il patologo Tosi, proprio come Penelope, tesse e disfa la tela con nuove assunzioni di docenti e personale tecnico amministrativo, Maurizio Boldrini ordina l’acquisto di 300 volumi in onore di Berlinguer. E non importa se manca una delibera del Cda che autorizzi la spesa da 26mila euro. Tanto qualcuno pagherà. In fondo, a Roma Berlinguer è in corsa per la Corte Costituzionale.

Gola e vanità‘. Ma anche familias. Già, perché in tutto questo c’è spazio anche per il figlio Aldo. Sulle orme del padre, il giovane Berlinguer riparte dalla Sardegna per la sua carriera di docente universitario, senza disdegnare altre esperienze. Ovviamente in nome della ‘buona politica’ per la quale dà vita all’Associazione ‘Il Campo delle idee’. E, tra un trattato di filosofia del diritto e un’analisi sociologica, Aldo si fa le ossa prima nel consiglio di amministrazione dell’aeroporto di Ampugnano (sotto l’ala protettiva del presidente dell’epoca Enzo Viani), poi a Bruxelles, dove diventa esperto di legislazione dei fondi comunitari. Nel frattempo lo chiamano all’Università di Firenze. Come il padre molti anni fa, anche lui è pronto a entrare nei salotti delle banche italiane. Così, dopo un timido tentativo di candidarsi sindaco di Siena nel 2011 (sostenuto dall’Italia dei Valori, infatti) nel giugno dello scorso anno viene nominato nel Cda di Banca Antonveneta. Chissà se il padre gli avrà rivolto lo stesso ammonimento fatto a Riccaboni: «Stai attento a questa città». Un po’ matrigna e un po’ amante. Chissà. E, mentre la magistratura di Siena ancora indaga sulla voragine di debiti accumulata dall’Università, la riforma del 3 + 2 varata proprio dal ministro Luigi Berlinguer mostra evidenti crepe, come emerge dall’ultimo rapporto della Fondazione Agnelli. Secondo il rapporto, infatti, il livello di preparazione dei giovani universitari italiani è calato enormemente, così come le loro possibilità di trovare impieghi adeguati (e non per colpa della crisi economica»). Che ingrati. Meno male che restano i fidelissimi: Antonello Masia, Marco Tomasi (quello che consigliava a Riccaboni di far presto a nominare Ines Fabbro direttore amministrativo: «non si sa mai»), Alessandro Schiesaro, Tommaso Detti, Omar Calabrese, Maurizio Bettini, Jolanda Cei Semplici, Antonio Cardini, Saverio Carpinelli, Maurizio Boldrini, Alessandro Stagnini, Alessandro Piazzi, Gabriella Piccini e, ovviamente, Angelo Riccaboni e Ines Fabbro. Anche a loro Luigi Berliguer, da garante nazionale del Pd, ripete spesso: «Guardatevi da questa città».

Sullo stesso argomento:
– Francesco MerloL’importanza di chiamarsi Berlinguer (Corriere della Sera, 19 maggio 1996).
– Francesco SpecchiaBerlinguer critica i nepotisti ma si dimentica del figlio (Libero, 30 novembre 2010).
– Giovanni Grasso. E c’è chi entra in Università, ne esce andando in pensione e poi ci rientra (Il senso della misura, 16 marzo 2011).
– Giancarlo MarcottiMa quanto è bravo Aldo Berlinguer (Borsa Forex Trading Finanza, 30 settembre 2011).
– Gian Marco Chiocci. I peccatucci del “saggio” Berlinguer (il Giornale, 20 gennaio 2013).

Inciucio istituzionale all’Università di Siena: l’ex Ministro Gelmini smentito dal rappresentante del Governo in CdA

Con la sigla R.S., su La Nazione Siena di oggi, è apparsa una interessante intervista al rappresentante del Governo nel CdA dell’Università di Siena, David Cantagalli, che smentisce clamorosamente la testimonianza resa dall’ex Ministro Mariastella Gelmini alla Procura della Repubblica di Siena, nell’ambito dell’inchiesta sulle irregolarità nelle elezioni del rettore.

Avvertii personalmente il ministro dell’inchiesta sulle elezioni del rettore

Dottor Cantagalli, lei è stato nominato quale rappresentante del Governo nel CdA dell’Università. Negli ultimi giorni, con la chiusura delle indagini sulle elezioni per il rinnovo del rettore, avrà letto le dichiarazioni rilasciate dall’ex ministro Gelmini durante il colloquio dello scorso febbraio con i magistrati, in cui sostiene che non sapeva esattamente come stessero le cose. Lei non l’aveva mai informata?
«Sì, ho letto e ho seguito con attenzione la vicenda rimanendone sorpreso. Nel periodo immediatamente successivo alle elezioni, in attesa che fosse firmato il decreto di nomina del nuovo rettore, Angelo Riccaboni, ebbi modo in più occasioni di mettere al corrente lo staff più vicino al Ministro di quello che stava accadendo all’Università di Siena, e cioè l’adombrasi sulle elezioni del sospetto di irregolarità, confermato dall’apertura di un fascicolo d’indagine da parte della magistratura. In particolar modo parlai con il suo segretario personale al quale inviai una email con una informativa da trasmettere immediatamente e personalmente al Ministro, in cui spiegavo quello che stava accadendo. E sottolineando che: la magistratura svolgeva delle indagini; che nella cittadinanza e negli ambienti universitari si andava diffondendo l’idea che le elezioni fossero viziate da gravi irregolarità; che tutto ciò non giovava all’opera di risanamento dell’Università di Siena. Infine ‘pregavo’ il ministro Gelmini di decidere se firmare o meno il decreto, facendo affidamento sulla sua sensibilità istituzionale e di donna e suggerendo anche una possibile via di uscita da questo vicolo cieco. Per confermare l’imparzialità di quanto affermavo inviai al segretario personale del Ministro una nutrita rassegna stampa su questa vicenda».

E non ha mai parlato dell’inchiesta con nessuno del Gabinetto del ministro?
«Sì, in particolar modo ho avuto occasione più volte di parlare con il professor Schiesaro, consigliere del Ministro, a cui ho riferito in quelle occasioni le mie preoccupazioni sulle elezioni, tenendolo aggiornato costantemente su quello che stava accadendo. Più volte ho ricevuto dallo stesso Consigliere rassicurazioni sul fatto che la vicenda era seguita con attenzione dal Ministero».

A leggere gli atti, il suo chiedere il rispetto delle regole e delle procedure non incontrava molti entusiasmi…
«Non ho avuto modo di leggere gli atti d’indagine, ma non stento a credere che la mia nomina e il mio operato nel CdA non abbia suscitato molti entusiasmi. Come più volte ho avuto modo di affermare pubblicamente e in Cda, per risanare l’Università di Siena occorre uno spiccato senso del bene comune, da perseguire considerando l’Istituzione come un bene primario e indispensabile per la città sia dal punto di vista economico che culturale. Se si pongono in atto le logiche di difesa di interessi particolari o peggio ancora si cerca di compiacere le categorie e le realtà che esercitano attività di lobbying sull’Università, il risanamento si allontana e il bene comune diventa una chimera. In poche parole chi esercita il suo mandato secondo la logica volta al perseguimento dell’interesse collettivo e non particolare non può piacere, e non può esercitare sugli animi di chi ha favorito il disastro di questa gloriosa Istituzione entusiasmi d’alcun genere».

Il rettore Riccaboni ha rivisto, proprio in questi giorni, il piano di risanamento e ha spostato al 2017 l’anno del pareggio. È un obiettivo possibile o quali altre azioni devono essere intraprese?
«A dire il vero per ciò che concerne il piano di risanamento sono un po’ preoccupato per due motivi. Il primo è che non ho visto novità importanti nel piano di risanamento Unisi 2017 rispetto al piano di risanamento Unisi 2015 approvato dal precedente rettore Silvano Focardi e dall’allora direttore amministrativo Antonio Barretta. Ciò dimostra da una parte che l’Unisi 2015 era un piano efficace ma allo stesso tempo dimostra una certa carenza di idee da parte dell’attuale governance. Più volte ho invitato l’attuale rettore e l’attuale direttrice amministrativa a metter mano all’Unisi 2015 o per lo meno a fare il punto sul suo stato d’attuazione. Il secondo motivo è che rispetto al Piano Unisi 2015, l’Unisi 2017 allunga i tempi del risanamento di due anni. Questo fa pensare ad un ammorbidimento della linea per ciò che concerne il pareggio di bilancio con il pericolo, sempre più concreto, che si possa verificare una crisi di liquidità. Io credo che per risanare l’Università di Siena occorra rinunciare ad atti considerati con favore dalle lobby interne ed esterne all’Università, perseguendo solo ed esclusivamente l’obbiettivo del risanamento, con coraggio e provvedimenti anche dolorosi e impopolari. Credo che il consenso e la credibilità della classe dirigente universitaria, e in generale della macchina statale e politica, non si possa fondare sui meccanismi che hanno trascinato l’Università e lo Stato sull’orlo del baratro, ma si debba fondare su attenta e appassionata opera, libera da qualsiasi condizionamento politico o di altro genere, diretta a perseguire e a realizzare ad ogni costo il bene comune di questa istituzione e del nostro Paese».

Siena: dalla “piccola Oxford” all’Università delle truffe

Ormai è chiaro! L’Università degli Studi di Siena ha un altro primato, quello delle truffe compiute da autorevoli personaggi che hanno gestito l’ateneo per fini esclusivamente personali. Si trova di tutto: consulenze dorate per gli amici, uso privato di mezzi e strutture pubbliche, compensi in conto terzi senza controllo, rimborsi di missioni mai avvenute, centri di servizio costituiti per macinare profitti per pochi, posti di ricercatore senza copertura finanziaria per figli e amici, compensi illimitati ai docenti dei master e dei corsi di perfezionamento, tasse del post-laurea senza alcun tetto e in parte intascate da qualche furbo. Ecco, tutto questo accade da 26 anni e spiega la voragine nei conti e il dissesto anche morale di un Ateneo dal glorioso passato. Le prove raccolte dalla Procura della Repubblica di Siena per il primo filone d’indagine, rese pubbliche da pochissimi giornali e da qualche blog, rivelano solo una piccola parte del malaffare ma dimostrano chiaramente le responsabilità dei vertici passati e attuali, la mancanza di senso delle istituzioni, le piccinerie, l’irrazionalità e, per alcune decisioni, l’imbecillità manifesta. Altrimenti, perché falsificare platealmente il concorso per Direttore Amministrativo quando si sarebbe potuto ottenere lo stesso risultato in modo regolare? Infatti, lo Statuto concedeva a Riccaboni la prerogativa di nominare la persona che lui aveva scelto: la Fabbro, appunto. Allora, perché bandire una “selezione pubblica” (con una commissione presieduta da lui stesso), alla quale parteciparono ben 49 candidati, tra direttori amministrativi e dirigenti d’altre università? Com’è noto, vinse la Fabbro e il concorso-farsa ha in seguito assunto i contorni di una truffa ai danni dell’Ateneo senese, dei suoi dipendenti e dei candidati. A questi ultimi è toccata anche l’onta di veder prevalere una collega già condannata per illecito amministrativo-contabile nell’esercizio delle sue funzioni di direttore amministrativo dell’Università di Bologna. Di questo, ovviamente, nel suo curriculum non c’è traccia. Ma al danno si aggiunge anche la beffa, se si legge di seguito l’intercettazione telefonica tra Marco Tomasi (ex Direttore generale del Ministero dell’Università) e Riccaboni. I due dispensano a piene mani amenità e “perle di saggezza” del tipo: «lei ha visto il parterre dei candidati? … uno che è bravo non verrà mai a mettersi in concorso!»; i concorsi sono «falsa democrazia, demagogia, finto rispetto delle regole che poi diventa masochismo!». Ci si meraviglia ancora del baratro in cui è sprofondata l’Università di Siena?

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Poltrone vacillanti per Formigoni, Cota e Riccaboni

Evidente l’analogia tra i governatori delle regioni Lombardia e Piemonte e il prossimo rettore dell’università di Siena: tutti e tre rischiano la poltrona. Ultimo, in ordine di tempo, il ricorso depositato il 13 ottobre al Tar della Toscana, con il quale si chiede l’annullamento dell’elezione del rettore Angelo Riccaboni. I punti contestati, tra irregolarità e illegittimità gravi, rivelano quel che è accaduto: una completa violazione delle regole più elementari in materia elettorale ed operazioni condotte nella massima superficialità ed approssimazione. «Si è sempre fatto così» è l’espressione che si sente ripetere in questi giorni negli ambienti universitari. E con il pensiero che corre al governo di Piero Tosi, viene spontanea una riflessione: «l’ex rettore ha colpito ancora». Per molti anni, nell’ateneo senese, si è agito (e si continua ancora) per consuetudine, diventata poi prassi consolidata e, infine, regola locale, senza alcun rispetto delle leggi esistenti. Di seguito i punti contestati dal ricorso.

1) Mancata identificazione degli elettori: né con l’indicazione del documento d’identità e neppure con l’apposizione, nella colonna d’identificazione, della firma di un membro del seggio.

2) Mancata nomina del segretario del seggio, espressamente prevista dal Regolamento elettorale.

3) Inesistenza dei verbali della postazione di voto d’Arezzo e inesistenza di documenti che attestino quali componenti del seggio la costituissero.

4) Individuazione dei criteri di nullità del voto avvenuta dopo l’apertura delle schede.

5) Inserimento dei ricercatori a tempo determinato nell’elettorato attivo, nonostante lo Statuto preveda il voto solo per quelli di ruolo.

6) Errata ponderazione del voto di due incaricati esterni, conteggiati per intero e non per un decimo.

7) Violazione del DPR 382/80 che prevede il ballottaggio dopo la terza votazione e non dopo la seconda, com’è avvenuto a Siena.

Al “nuovo”/vecchio che avanza nell’Università di Siena: «ccà nisciuno è fesso»

Ines Fabbro

Ines Fabbro

Il tormentone agostano per l’ateneo senese, il waka waka accademico che sta rendendo un pessimo servizio all’interessata, riguarda il nome del prossimo direttore amministrativo. È il Corriere di Siena che intona il motivetto, con le movenze, i passi giusti, e i cori in sottofondo, ancor prima che i due rettori avessero deciso la procedura per la scelta del dirigente. Comincia l’8 agosto Sandro Benetti con foto della designata e titolo eloquente: «Ines Fabbro per il dopo Barretta; già direttore amministrativo dell’università di Bologna con Roversi Monaco e Pier Ugo Calzolari, è considerata dirigente di ferro, Cavaliere della Repubblica.» In seguito, però, l’emissione del bando per una “selezione pubblica” del direttore amministrativo spiazza i fautori del progetto, al punto che, il 13 agosto, interviene con durezza Stefano Bisi sul suo blog per dettare la linea a questi universitari sprovveduti: «Chi sarà il nuovo direttore amministrativo dell’Università di Siena? È stato finalmente emesso il bando per la scelta (…). Il nome più gettonato è quello di Ines Fabbro. Ma chi lo sceglierà? Il rettore uscente Silvano Focardi o il successore Angelo Riccaboni?» Molto opportunamente, un commento a firma Valeria L. fa notare che: «La domanda nella sua evidente e voluta irriverenza è di certo accattivante come effetto, ma forse poco “educativa” equivalendo a dire (e dandolo di buon grado per assunto) che i concorsi sono solo una mera legittimazione formale di esiti già prestabiliti.
 Ciò appare lesivo verso la figura, l’autorevolezza che entrambe le persone citate (Focardi e Riccaboni, n.d.r.), invece, meritano in virtù del loro ruolo presente e futuro.» Da quest’orecchio, però, Gaia Tancredi non ci sente e sul Corriere di Siena del 21 agosto rincara la dose: «Ines Fabbro favorita. I colloqui dei candidati saranno pubblici e si svolgeranno il prossimo 3 settembre da parte della commissione preposta. Tutto alla luce del sole quindi, senza alcuna iniziativa personale che avrebbe sollevato nuove ed inutili polemiche.»

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Un percorso per il risanamento dell’ateneo senese che punti sulla qualità della ricerca e della didattica e su una maggiore efficacia dell’attività amministrativa

Angelo Riccaboni. Care e cari componenti della nostra comunità universitaria, dopo essermi confrontato con docenti, tecnici, amministrativi e studenti dell’Ateneo, ho deciso di presentare la mia candidatura alle prossime elezioni per la carica di Rettore, proponendo un percorso per il risanamento che punti sulla qualità della ricerca e della didattica e su una maggiore efficacia dell’attività amministrativa. Sono pienamente consapevole della gravosità di tale impegno, acuita dalla difficile situazione nella quale versa ancora la nostra Università.

Il principale motivo che mi spinge a candidarmi, insieme al fortissimo attaccamento nei confronti dell’Istituzione e alla fede che ripongo nell’Università come luogo di produzione e trasmissione di ogni forma di sapere, sta nel desiderio di mettere a disposizione le mie competenze, esplicitamente pertinenti ai temi della gestione e del bilancio e ai problemi dell’organizzazione del lavoro nelle strutture complesse; confacenti, pertanto, ad una guida strategica consapevole del nostro Ateneo. Vorrei, inoltre, condividere con la nostra comunità le idee e le esperienze maturate sui temi dell’internazionalizzazione, della programmazione delle attività universitarie e dei rapporti con le istituzioni e gli enti della società civile.

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