Per il risanamento dell’ateneo senese è necessario individuare tutte le responsabilità

unisienaCi piace Massimo Pedani, perché è l’unico che, come noi, chiede di conoscere le responsabilità (Corriere di Siena, 1 agosto 2009) del disastro dell’ateneo senese.

Massimo Pedani. Mi ero ripromesso di non intervenire più sul caso San Niccolò, visto che i cani ad abbaiare alla Luna sono veramente pochi e li ringrazio per la gradita compagnia, ma le dichiarazioni sui giornali dell’onorandino gentile Minnucci – è un diminutivo del gerundio semplice del verbo onorare – colui che stiamo onorando in questo rettore Focardi mi hanno veramente sbalordito. Se tra i tanti turisti in questi giorni a Siena fosse in visita anche un alieno venuto da Saturno (Marte è un po’ troppo vicino) e leggesse gli articoli usciti in questi giorni sulla soluzione della crisi finanziaria dell’Ateneo, non potrebbe che candidare il prode Rettore ad un ambito premio (il Mangia d’Oro, il Santa Caterina?). Infatti viene sbandierato il grande accordo che permette di sanare (ma sembra parzialmente, visto che ci sono pendenze scadenti nel 2011) il debito con I’Inpdap, svendendo il San Niccolò (che, gentile professor Minnucci, come la Torre del Mangia, la Maestà di Duccio, Le Biccherne, Rocca Salimbeni, il ceppo di Montaperti, il Santa Maria della Scala, potranno avere un valore di stima reale ma di fatto, sono beni inalienabili perché consegnati dalla Storia alla comunità senese, e perciò comunque e sempre svenduti, a qualsiasi prezzo venga realizzato, se la comunità cessa di essere proprietaria. Le persone, a qualsiasi livello e ruolo, fanno la cronaca, il presente, ma non possono modificare la Storia, che è scolpita nella memoria collettiva e ne fa parte integrante. Mi chiedo come faccia il Magnifico rappresentante dell’Università a non chiedere pubblicamente scusa, con il capo cosparso di cenere, alla comunità senese privata di beni custoditi per secoli, e soprattutto, ai lavoratori dell’ateneo, ai quali non sono stati versati all’Inpdap per anni contributi mensilmente trattenuti dallo stipendio, sottratti dai bilanci familiari e ai bisogni quotidiani per finire chissà dove. Invece di chiedere il plauso dei dipendenti, che giustamente riavranno riconosciuto dall’Inpdap il maltolto, ci spieghi che fine hanno fatto i contributi non versati del 2004, 2005, 2006 eccetera, ci spieghi dove sono stati spesi, chi li ha spesi, di chi è la colpa, chi doveva vigilare, chi doveva contabilizzare, chi ha la responsabilità diretta ed indiretta degli storni dei flussi finanziari. Questo, Magnifico, non è un accordo storico, ma una misera soluzione di un problema che di storico ha ben poco, che salva le teste dei potenti che hanno causato il disavanzo, a spese della collettività.

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14 Risposte

  1. In effetti la maggior parte di questo articolo è largamente condivisibile, soprattutto ove si spogli della questione del San Niccolò in sé per sé considerato. In prima istanza infatti Pedani aveva pubblicato una lettera assai pesante non tanto sulle responsabilità, quanto sulla scandalosa dismissione di un edificio di valore storico senza chiederne se non altro il beneplacito della comunità e dei suoi rappresentanti.
    A parte il fatto che sull’effettiva rappresentanza – non tanto elettorale, che è innegabile numericamente, quanto etica – delle Istituzioni ci sarebbe molto da discutere e lo dimostrano le dichiarazioni, spesso assurde e in malafede, degli ultimi giorni, c’è da dire che, sfrondato di due o tre passi, quanto dice Pedani ricalca quanto viene detto qui ormai da mesi, se non da anni. Gli sfrondamenti sono – per essere chiari – da eseguire là dove si equipara la Maestà di Duccio al San Niccolò. Non siamo esattamente d’accordo su questo punto: un capolavoro inarrivabile della pittura senese del Trecento (ma neanche gli altri tesori citati da Pedani) equiparato a quello che senza tanti giri di parole fino a qualche anno fa era un manicomio, per quanto urbanisticamente apprezzabile, mi sembra eccessivo. E poi c’è un altro punto: la Maestà, come la Torre del Mangia e il resto sono dello Stato, il San Niccolò è stato acquistato anni fa dall’Università nella sua facoltà di agire come privato e come tale è stato rivenduto. Quindi i paragoni non stanno in piedi.
    A parte questo, il Pedani ha ragione da vendere: questa gente (non solo il Rettore, insisto, il Rettore non è il dominus dell’Ateneo, ci sono gli Organi di Governo, ma come lo devo dire? In urdu? In aramaico? In tagalog?) va inchiodata alle propria responsabilità e non con calma o con i tempi tecnici della Magistratura. Vanno messi di fronte alle responsabilità ora, hic et nunc. Devono essere sollevati dagli incarichi, se ne hanno, e l’Ateneo (cioè il Direttore Amministrativo) deve costituirsi parte civile nei confronti di questi organi e dei dirigenti e con rapidità, perché a questa gente va chiesto un risarcimento materiale e tangibile che, anche non dovesse (e non sarà certamente) sufficiente a coprire il disastro, almeno serva a recuperare un po’ di soldi e a far cessare all’interno ed all’esterno quella sensazione (giustificata) di impunità e impermeabilità a qualsiasi cambiamento che è invece molto diffusa. E comunque anche la semplice sospensione dello stipendio per certuni costituirebbe di per sé una bella boccata d’aria per l’Università.
    E invece si fa il contrario: si promuovono coordinatori dei poli (che andrebbero spianati tutti, tutti anche Arezzo e Grosseto) personaggi che forse, dico forse, qualche reponsabilità ce l’hanno e sui quali comunque si risparmierebbe (l’Ateneo risparmierebbe) più di centomila euro l’anno (l’affitto della cripta di San Francesco, per dire).
    Inoltre sarebbe il caso che Rettore, Prorettore ed Organi riconoscessero un po’ di più quanto è stato fatto fuori di Siena rispetto a quanto è stato fatto dentro Siena per dare un po’ di respiro all’Ateneo. Perché mi pare – vorrei sbagliare, ma non credo – che le Istituzioni più che petizioni di principio e chiacchiere a vanvera e vagamente moraleggianti non abbiano saputo fare, mentre in altri Palazzi ci si sia dati un po’ più da fare per convincere chi di dovere a concedere certi benefici. Ma è un’impressione mia.
    Buon solleone dal Favi di Montarrenti

  2. Gentile Massimo Pedani,
    oggi primo agosto 2009 non è un giorno qualsiasi per chi all’ateneo senese ha dedicato la propria vita: da poche ore abbiamo saputo che l’università non sarà più nostra, il che potrebbe anche risultare logico visti i tuttora incommensurati abusi compiuti da coloro che negli ultimi anni l’hanno gestita.
    Il problema irrisolto però è questo: si può lasciare in mano a soggetti inetti e scialacquatori una creatura vecchia di quasi ottocento anni? La domanda è retorica e la prova sta proprio nella perpetrata ricerca di una svendita a pezzi dell’ateneo e della concessione ad altri enti di ciò che rimane. Esiste un filo rosso che unisce causalmente le scelte attuali allo scempio perpretato dalle precedenti amministrazioni, con relativo corteo di complici e cortigiane, che hanno dato manforte in un saccheggio al patrimonio mobiliare, immobiliare, nonché scientifico, storico e morale. Quelli che hanno fatto la bella vita a spese della comunità accademica, grazie alla maledetta autonomia hanno massacrato, senza ritegno, non solo le casse prima e le cose poi, ma anche il ricordo e il rispetto che la Scuola Senese si era conquistato.
    Chi scrive ha avuto come Maestro di Medicina Legale Mauro Barni e chi ci ospita in questo blog il Maestro di Anatomia Umana Leonetto Comparini. Ebbene, proprio gli eredi di tali Maestri sono colpevoli di essersi accorti per primi del malaffare senese e di avere lanciato l’allarme in tutte le sedi possibili (anche giudiziaria e giornalistica).
    Vuole un’altra prova? Vada alla lettera aperta https://ilsensodellamisura.com/?s=caro+amico+rettore+ti+scrivo
    Era stato appena eletto il nuovo rettore che mai ha risposto con condotte coerenti alla mia accorata richiesta di definizione interna delle responsabilità. In nome di una ipocrita democrazia si son fatti girare questionari rigorosamente anonimi tra gli studenti: si provi ad intervistare il corpo docente su elementari basilari questioni a cominciare dalla priorità della individuazione dei responsabili preliminare alla perenne radiazione, all’esemplare punizione ed al recupero del maltolto: si resterà sorpresi nel constatare quanti sono coloro che di verità e giustizia non vogliono neppure sentir parlare!!! Giova ribadire che costoro sono sospetti anche come scienziati e in ogni caso indegni della cattedra: https://ilsensodellamisura.com/?s=omertoso+%C3%A8+indegno
    Mirabile la sintesi di chi afferma che https://ilsensodellamisura.com/2008/06/malauniversita-il-problema-sta-nella-protervia-di-chi-attribuisce-colpe-a-chi-scopre-il-malaffare-e-lo-rende-pubblico
    Cordialmente, Cosimo Loré

  3. «Riordino del personale, anche dei docenti, prepensionamenti compresi, vendita del patrimonio immobiliare, sono alcune delle misure che dovranno essere maggiormente dettagliate nel documento conclusivo.» Corriere di Siena
    —————-
    Colgo l’occasione per ringraziare il prof. Loré (il “miglior fabbro”) e vi somministro ancora le mie inquietudini: vedo che insistono sui prepensionamenti, senza nulla dire sugli avvicendamenti (sebbene prendere un ricercatore al posto di un ordinario che va in pensione sarebbe un ottimo affare): come il Favi mi toccherà cimentarmi nel turco e nel vandalo per farmi capire, ossia per significare al gentile pubblico il timore che rottamare centocinquanta professori come richiede il buon Iacoboni, coadiuvato dall’uomo del Monte, in forza dei minimi mussiani (in procinto di essere irrigiditi dalla Gelmini) voglia dire chiudere altri corsi di laurea, probabilmente interi comparti, a occhio e croce ridurre a mal partito quasi tutta la ricerca di base, oltre ai trentacinque corsi di laurea che abbiamo già chiuso. Questo creerebbe un notevole sconquasso e andrebbe segnalato anche a piazza Salimbeni, o se già lo sanno, sarebbe utile parlare esplicitamente di ciò, anziché con linguaggio da ragionierino asburgico costellato di molti eufemismi: sopravviveranno tre facoltà, più Scienze della Comunicazione, come gentile omaggio e ricompensa a chi ha creato ‘sto popò di casino. Questo è un disegno politico e dunque, come dicono gli psicologi televisivi à la Crepet (già nostro collega in terra di Siena, anche se nessuno se n’è accorto): “parliamone”.

  4. Ok a tutti! Molto efficaci…
    Favi ha ragione per l’ex-psichiatrico, ma la Torre del Mangia è del Comune e la Maestà è dell’Opera del Duomo. Le visite alla Torre rendono al Comune ogni anno più del Santa Maria nello stato attuale, cioè di deposito a metà (o un terzo?) del compimento, per il quale necessitano 40 milioni di euro.
    Dopo gli sprechi infinite volte segnalati quando mai ci saranno? Intanto andate alla Città Aromatica (di che malodore in questa situazione?) dopo il palio e al Costituto dal 12 settembre in poi, tutte cosette in cui si andrà ad investire (eufemismo) un milioncino cadauno. Poco se ricordate che Sgarbi ci è costato 2,5 milioni. E poi Cenni ci viene a fare la romanzina. Quando toccherà al Comune in questo contesto? Già si parla di guai seri all’Azienda ospedaliera: chi ne sa niente di preciso?
    Archie

  5. I pazienti lettori di questo blog si saranno oramai abituati al fatto che i miei pareri dissentono spesso da quelli del Favi (preso spesso a paradigma delle tendenze comuni ad altri “avventori”, grazie soprattutto alla sua capacità di parlar chiaro). E si saranno anche resi conto che in realtà spesso diciamo solo le stesse cose in modo diverso, o da angolature diverse, sia perché i fatti di cui si parla sono drammaticamente gli stessi e sono davanti a tutti quelli che li vogliono vedere o non fanno finta di non vederli, grazie anche (o soprattutto) a questo blog, sia perché i nostri fini sono poi gli stessi.
    Al contrario di lui, come ho già scritto, sono perfettamente d’accordo con Pedani sulla gravità della ferita inferta alla città dalla alienazione del S. Niccolò e sul fatto che le storie, le vite, i sogni e le sofferenze dei matti e delle persone che li hanno accuditi e non di rado angariati fanno parte dell’identità comune non meno (e talvolta in modo più profondo) di tante opere d’arte. E, come pure Pedani ha ricordato, non si è trattato – se non da un punto di vista puramente tecnico – di una semplice transazione fra privati: era stato infatti a sua tempo ceduto all’Università ad un prezzo volutamente stracciato proprio per garantirne la valorizzazione ed il mantenimento all’interno di una istituzione cittadina. Non è come vendere Zuniga o Ghezzial.
    Va da sé che la responsabilità della perdita non è da addebitare a chi oggi lo ha dovuto vendere, ma alle scelte che hanno determinato l’attuale dissesto e ne hanno reso l’alienazione necessaria. E qui dissento sia da Favi che da Pedani, quando declinano queste responsabilità principalmente sotto il profilo giudiziario e di risarcimento economico. Ci saranno anche quelle, ma a parte il fatto che gli ultimi decenni di vicende italiane suggeriscono che attendere la salvezza dalla magistratura potrebbe risultare molto illusorio, dubito che, anche incastrando alcuni maggiori responsabili e riducendoli in ceppi, miseria e vergogna, si procederebbe di molto. Non che le colpe non vadano perseguite, ma quello che serve è trovare e correggere gli errori più che le colpe. Perchè, se non ricordo male, le amministrazioni precedenti avevano maggioranze fra il 70 e l’80%. Il prof Grasso può testimoniare che le eccezioni erano poche. Il che vuol dire che buona parte degli elettori che hanno scelto (o per lo meno cercato) di cambiare pagina votando l’attuale Onorando rettore (senza diminutivo, per favore), da lì viene, né potrebbe essere altrimenti. E così quindi lui stesso e gran parte della “squadra” su cui può contare. Questa non può essere una colpa: è una banale necessità aritmetica. Anzi, potrebbe anche essere un merito il fatto di avere cambiato idea.
    Ma qui è dove i conti non tornano, e dove scommetto che torno in sintonia col Favi: qual’è questa “idea” che avrebbero cambiato? Esistono idee, al di là della ricerca di escamotages per farla franca e rimandare i problemi ai posteri? Possibile che nessuno di quelli che hanno avuto o hanno adesso delle documentabili responsabilità nella gestione dell’università se ne sia uscito dicendo “ho sbagliato in questo e quest’altro e per uscirne propongo di fare invece così e cosà?”. Lo farà la “commissione strategica”, formata mi pare proprio da persone che avrebbero ampia materia per farlo? Lo faranno i candidati alle prossime elezioni del rettore?
    Torno a citare Keynes: «Soon or late, it is ideas, not vested interests, which are dangerous for good or evil” e magari anche Churchill: “There is nothing wrong with change, if it is in the right direction». Ma le idee, la critica, i cambiamenti dove sono?
    Possono essere sostituite dal tintinnare delle manette, o dai forconi della folla inferocita?

    saluti scettici,
    sesto empirico

  6. E infatti anche stavolta diciamo più o meno le stesse cose. Mi spiace solo che, mentre mi riconosci di saper parlar chiaro, per facta concludentia asserisci il contrario. Sono diversi post ormai che sto dicende a chiare, chiarissime lettere che la magistratura in tutto questo casino ci entra, ma fino ad un certo punto e in maniera solo parzialmente risolutiva. E che per quanto attiene all’errore (“Ein Irrtum!!!”) può presumibilmente essere corretto solo azzerando gli organi di governo, il che va forse un po’ più in là di quello che asserisci tu e nella medesima direzione di sicuro, vale a dire “quella giusta”.
    A me di udire il tintinnare di manette non importa proprio niente e sono sicuro che sia una cosa che non risolverebbe niente, mentre spianare totalmente gli organi di governo e sostituirli più assennatamente forse qualche beneficio lo porterebbe.
    Altra cosa è il problema dei risarcimenti. E’ evidente che il dissesto è talmente enorme da essere fuori dalla portata di chiunque, figuriamoci delle tasche di chi lo ha creato. Però insomma agire in questa direzione forse permetterebbe di recuperare non dico tutto e nemmeno la metà, ma qualcosa sì. E la cosa avrebbe anche un sapore vagamente punitivo e retributivo, il che – con tutto lo spirito umanitario che si possa avere – non guasterebbe.
    Un mansueto Favi di Montarrenti

  7. Nella mia celletta, armato di pazienza certosina, ascolto i boati della città, che si intravvede nelle sue belle linee all’orizzonte. Siena, oggi, è impegnata in questioni d’altissimo livello: le nomine del Mons Pascuorum e polemiche grosse e piccole di ritorno. Ma arrivano anche le vostre voci, benedetti figliuoli, che continuate ad agitarvi, giustamente, per le vicende dell’antico Studium ridotto com’è da un bel gruppo di persone delle quali, da un po’ di giorni, però, non fate più, come nel recente passato, nemmeno il nome. Il problema sembra diventato la vendita dell’ex luogo di dolore manicomiale, diventato un luogo di dolore “cittadino” per la sua svendita, per cui si attacca il novello Prorettore “onorandino” (così lo chiama questo tal Pedani, ma chi è il signor Pedani? Che mestiere fa? Mi si dice in carriera montepasquina, sarà vero?), che si aggiunge all’ “onorandino”, non più magnifico, Rettore. Condivido molte riflessioni, ma la lettura dei quotidiani, che qui alla Certosa arrivano quotidianamente (se no che quotidiani sarebbero), apre ulteriori inquietanti scenari.
    Vedo di raccapezzarmi un po’, da povero monacello, in questo marasma mondano. Si invoca giustizia. Qui, nella pace monastica del Chianti, sappiamo che l’unica giustizia che funziona è quella divina; quella umana, pare, funzioni, un po’ meno. Comunque, da quel che si legge, pare che nei mesi scorsi si sia provveduto alla “messa in mora” di chi avrebbe fatto danno (è questa la responsabilità civile tanto invocata oppure si può fare dell’altro?); pare anche che si sia pure iniziato un “procedimento disciplinare” ai dipendenti, che non è la “disciplina” alla quale ci sottoponiamo volontariamente noi monacelli. Ma sono sicuro che a questi signori, come agli altri, la nostra “disciplina” tanto male non gli avrebbe fatto. Mi dice il mio confratello dottor di diritto della cella accanto che, però, se c’è di mezzo la magistratura penale, gli “imputati” possono chiedere che il sullodato procedimento debba sospendersi; quanto a mandare a casa i dipendenti “infedeli” senza stipendio (ho letto anche di questa richiesta) lo si potrà fare solo se il giudice penale li “rinvia a giudizio”.
    E quelli che dovevano controllare i conti? Mi si dice – ma da qualche parte è stato scritto – che il Consiglio di Amministrazione gli ha chiesto spiegazioni, e che loro se ne guardano bene dal darle. Pare che in questo benedetto paese italiota non ci siano “regole” per mandare a casa chi non controlla. Ohibo! Lo dicevo che l’unica giustizia che funziona è quella del Padreterno. Ma non è finita. Fra poco il Mons Pascuorum chiederà di vendere
    altra roba. Leggeteli i comunicati stampa. Da monacello esperto in “ipocrisia monastica” fra le righe, e nemmeno tanto, c’è già scritto. E che faremo? Ce la rifaremo – come fa il signor Pedani – con chi ha fatto poco danno o con chi non l’ha fatto per niente? Oppure diremo qualche parola di verità, tornando alla “causa prima” del danno? Mi sa che dovrò lasciare questa mia amata cella “certosina” perché qualche pescecane si comprerà tutto. E allora mi ridurrò a fare l’eremita in qualche anfratto sui Monti del Chianti, o chiederò ospitalità ai confratelli di Vallombrosa o di Camaldoli, sempre più lontano da una città impazzita che non sa più distinguere il “bene” dal “male”, la “giustizia” dall’ “ingiustizia”!
    Monacus singularis semper singularis

  8. Bravo! Io ormai pensavo a Monte Oliveto ora che ci hanno riconosciuto il beato Bernardo.
    Tanto clamore per l’ex-Psichiatrico, comprato a prezzo di favore come ha ricordato giustamente Stavrogin, perché venduto per la “pia causa studiorum”. Che pena.
    Ma non si ricorda che il MPS sta facendo altrettanto con i suoi uffici dopo che BT ha venduto Palazzo Portinari a Firenze, senza che la stampa dia alcun risalto al fatto.
    1,8 da immobili, più 1,8 da mutuo di Tremonti= 3,6, per cui neppure in questo modo si è recuperata la differenza tra prezzo reale (5 mil.) e prezzo d’acquisto (10,4 mil.) di Antonveneta approvato con tanta veemenza da Cenni (con tanto di PD osannante che ora recalcitra alle sue nomine: ridicolo) & PdL, in Comune e Provincia, donde posto al Brini, carabiniere in pensione pare, in Deputazione larga della Fondazione, con fors’anche posto nella centrale operativa, più ghiotta, della stessa.
    Ma lì ci metteranno, per il suo notorio radicamento nel territorio senese, un fiorentino, tale Bosi.
    Qualche nome è bene rifarlo, giusto.
    Archie
    (sapete, cari Colleghi,
    1 – che è ancora in vigore la legge che consente a un ordinario, con timbro ministeriale, di insegnare qualsiasi disciplina?
    2 – che avevamo un buon centro di storia dell’Università: non lo si potrebbe invitare a fare ricerca sulla storia recente?
    3 – in particolare, bisognerebbe accordarsi per sancire informalmente un’esclusione dalle prossime elezioni per qualsiasi carica chi ha ricoperto posizioni accademiche durante l’ultimo decennio: non è questione di età, ma di ricambio, mettiamola così…)

  9. Saluto il monacus singularis, benvenuto! Un tempo ai monaci di Monte Oliveto si affidava la Magistratura della Biccherna, oggi ad altri Monaci la fondazione… tu sembri più della pasta dei primi.

    Mi pare che siamo abbastanza in sintonia per quanto riguarda la scarsa fiducia nelle procedure giudiziarie (per lo meno quelle terrene, sulle altre sospendo il giudizio, limitandomi a ricordare che anche in quel caso, se pure i responsabili si salvassero l’anima con la penitenza, l’università resterebbe nei guai), sia carcerarie che risarcitorie, e soprattutto sulla ricerca di ‘qualche parola di verità, tornando alla “causa prima” del danno’

    Il che riporta alla mia domanda iniziale, non prima di essermi scusato con Stavrogin per aver attribuito al Pedani e non a lui le considerazioni sul modo con cui il S. Niccolò era stato ceduto all’università e con il Favi per aver rimosso il suo richiamo a Thomas Bernhard (“Un errore! È tutta una storia terribilmente filosofica e intollerabile”, traduco con l’aiuto di Google) che però mi pareva fosse stato più una notazione canzonatoria per un mio errore che mi ero affrettato ad ammettere che non un riferimento all’importanza del riconoscimento dell’errore (e della sua correzione) nel procedere della conoscenza.

    La domanda era: quando coloro che hanno o hanno avuto responsabilità negli anni passati si interrogheranno e ci diranno quali siano i motivi che li hanno indotti a fare le scelte rivelatesi scellerate che sappiamo? Quali erano allora le giustificazioni, e in cosa si sono oggi rivelate errate? Quali erano gli scopi che si perseguivano, e con quali mezzi si intendeva farlo?

    Perché l’ipotesi del Favi che l’errore “può presumibilmente essere corretto solo azzerando gli organi di governo, il che va forse un po’ più in là di quello che asserisci tu e nella medesima direzione di sicuro, vale a dire “quella giusta” non regge per due motivi:
    Il primo, come ho già ricordato, è demografico: se, come ho ricordato, le precedenti amministrazioni avevano maggioranze bulgare e dopo di esse ben pochi docenti sono entrati nei ranghi, non vedo da dove si possa prendere la nuova classe di governo, se non in gran parte comunque fra coloro che in precedenza hanno dato fiducia a quegli amministratori.
    Il secondo è insopportabile e filosofico e risiede nella “Legge di Hume”, che nega la possibilità di dedurre un “ought” da un “is”, ciò che si deve fare da ciò che è. Si possono legare assieme solo con uno scopo e dei mezzi capaci di raggiungerlo. In altri termini, non è la purezza morale o la candida innocenza dei nuovi amministratori (in attesa di un più puro che li epuri) che ci garantisce la correzione degli errori ma possiamo solo tentare una scelta sulla base del riconoscimento delle cause degli errori, del disegno che propongono per correggerlo e delle capacità che hanno di portarlo avanti.

    E il primo punto, ripeto, è riconoscere le cause degli errori (e con questo intendo le idee che sottintendevano alle scelte, non i singoli episodi, le cui responsabilità ultime più o meno sono conoscibili dagli atti). Finora, tutti i responsabili mi paiono bravi a scaricare le responsabilità sugli altri, ma un’analisi delle proprie? Possibile che tutto sia causa di un pugno di mariuoli? Che tutti dormissero? (e in caso, perché dormivano?) Perché l’80% o giù di lì li votava?

    Come si può dare fiducia a qualcuno che si presenta a correggere degli errori, se non propone innanzi tutto una visione convincente del come e perché sono stati fatti? (e poi un modo convincente di porvi rimedio?)
    Secondo me è su questo e non su altro che dovrebbe vertere la prossima campagna elettorale per il Rettore. E si, Favi, molti di coloro che hanno avuto responsabilità anche recenti potrebbero avere molte difficoltà ed imbarazzi a farlo, e potrebbero essere tentati di nascondersi dietro inossidabili facce di piombo. Starà al libero dibattito (che ha poche sedi oltre a questo blog) cercare di stanarli su questi temi.

    saluti scettici
    sesto empirico

  10. Personalmente dei palazzi non mi frega. Dei posti di lavoro sì. E siccome il mio salta mi girano le pxxxe… e sarò brutale – spero davvero che chi ha diretto il baraccone veda S. Spirito dal di dentro… La magistratura non sarà risolutiva, concordo con voi. Ma intanto mi duole vedere che Martinelli sia stato nominato Presidente del Rotary… ma arriveranno questi provvedimenti della magistratura… il vegliardo dovrà difendersi? Quello che i rotariani sanno fare è farlo presidente?

  11. Forse l’hanno fatto Presidente proprio per proteggerlo…

  12. Senza forse …

  13. Giuristi, aiutatemi! Ma l’università si è costituita parte civile contro i responsabili inquisiti o bisogna attendere i rinvii a giudizio? E come fa il Focardi a costituirsi contro se stesso? Avete sentito che le cariche in Fondazione sono state all’unanimità? Il nostro Bertelli ha subito dimostrato di essere un intellettuale ‘alternativo’.
    Detto questo, chi spiega perché Zanchi si è dimesso? Strana democrazia: non si motiva niente, si mandano solo segnali, messaggi, si resta nel giro così, pronti per un nuovo incarico quando gli equilibri saranno mutati: basta non rompere mai con il Partito!
    Archie

  14. La cultura comunista è dura a morire, caro amico mio, di che ti meravigli?

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