Sindaco e rettore di Siena producono solo chiacchiere e propaganda

Bruno Valentini - Angelo Riccaboni

Bruno Valentini – Angelo Riccaboni

Rabbi Jaqov Jizchaq. Dichiarava Valentini: «Proprio in questi giorni ci siamo incontrati più volte con il Rettore per riflettere su come rendere la città ancora più accogliente per gli studenti, e su come sviluppare la ricerca intercettando opportunità e finanziamenti che proiettino gli studi universitari verso le esigenze del mondo del lavoro e dell’impresa.» Il Sindaco fa benissimo a guardare al “mondo dell’impresa”, ma non è chiaro cosa intenda in concreto e vorrei capire se si tratta di un ragionamento minimalista, supportare alcune attività esistenti, legate per lo più al turismo (battaglia sacrosanta, per carità, ma in questo caso non capisco l’enfasi sui dati Anvur relativi alla ricerca e bisogna intendersi allora su cosa si intende con questo termine: una metafora?), supportare legalmente, o pubblicitariamente, oppure voleva fare un discorso di più lungo respiro e allora urgono alcune considerazioni. Per quanto concerne l’innovazione tecnologica, a Siena vi sono infatti già interessanti realtà a livello universitario nel campo delle biotecnologie, così come in campo ingegneristico. E … poco più. Altre realtà sono totalmente assenti.

Vi sono (vi erano?) anche interessanti realtà nel campo delle “scienze pure”, ma la loro sopravvivenza, nella città candidata a capitale nientepopodimenoche Europea della cultura, che ospitò Galileo prima e dopo il celebre processo e la cui storica accademia dei “Fisiocritici” aveva come soci corrispondenti personaggi come Immanuel Kant, evidentemente è poco interessante: mi domando che senesi siano coloro che oggi auspicano una Siena senza cultura, o con un simulacro di cultura costituito da quel pout pourri di comunicazione e un po’ di “informaticcia”, con l’imperversare del quale l’ateneo che un tempo ospitò Gadamer, si ridusse poi a chiamare al suo posto Red Ronnie. Da “Segno e immagine” di un Cesare Brandi, ad altre meno edificanti immagini, nonostante l’alacre opera dell’Ufficio Imperialregio per la Propaganda dell’Immagine, con tanti membri quanti ce ne vogliono per costituire due dipartimenti.

L’innovazione tecnologica, comunque, non ha tanto bisogno di ragionieri de luxe, quanto di brevetti e prodotti competitivi: dunque a quali “imprese” sta pensando in particolare il Valentini? Solo il turismo? Ma per quello, più che appositi corsi di laurea, occorrerebbe che ad esempio si risolvesse la vexata quaestio del Santa Maria della Scala e del suo destino, o delle comunicazioni stradali e ferroviarie in questa città isolata dal mondo (lasciamo perdere aeroporti internazionali ed altre consimili castronerie). Di conseguenza, a quali corsi di laurea stiamo pensando? A quali dottorati, se ad oggi, con l’obbligo delle sei borse di studio, di “dottorati” veri e propri (assimilabili ai blasonati PhD) non ce ne è rimasti quasi punti?

Senza dimenticare che la situazione generale dell’industria italiana (cioè di un paese in piena deindustrializzazione), e toscana in particolare, di per sé al momento non è delle più brillanti (“Piombino, Lucchini in agonia, a rischio 4 mila posti di lavoro”), ma tanto per fornire un parametro di riferimento, l’esempio eccellentissimo di “impresa legata all’innovazione tecnologica”, a mio modestissimo avviso, è quel risultato di oculate e lungimiranti politiche universitarie e di investimento nella ricerca costituito dalla Samsung. Leggo sul Sole 24 Ore  che la Samsung (7 miliardi di utili) ha già registrato 407 brevetti che ruotano intorno al grafene, materiale che pare promettere mirabolanti applicazioni industriali. Nel 2012 ha stanziato 40 miliardi di dollari per investimenti nella ricerca e le classifiche dell’Ocse premiano la Corea del Sud come la nazione che ha i risultati migliori del mondo nella qualità dell’apprendimento.

Scendendo a più miti consigli e senza scomodare i colossi come la Samsung, leggo che alle Olimpiadi di Londra saranno adottati bicchieri e posate fatte di materiali ecologici e compostabili di produzione italiane (la “chimica verde” dalla vicentina Ecozema): anche questo è il frutto dell’ingegno e della ricerca nostrani. Ecco, seppur ovviamente nelle dovute proporzioni e si parva licet, stiamo parlando di questo genere di “impresa”? Per essere ancora più chiari, l’impresa che fabbrica cose, che poi sul mercato competono con altre cose: s’intende questo, o la produzione di quei prodotti tossici che sono le chiacchiere e la propaganda? È il caso di operare nettamente questa distinzione (una sorta di Glass-Steagall morale) tra la produzione di cose (che si tratti di brevetti, cose immateriali come la ricerca pura o materialissime come il cacio e le damigiane di vino) e la produzione d’aria fritta.

Nell’università che (lasciando pietosamente agli psichiatri il compito di commentare le affermazioni circa “uno dei migliori atenei del mondo”) si avvia a perdere metà del corpo docente rispetto al 2008, con le pesantissime conseguenze su ricerca e didattica, pensa il Sindaco di istituire nuovi corsi di laurea, che so, in Agraria, vista la vocazione fortemente agricola del territorio senese, o in Veterinaria, vista la tradizione equestre e la passione che contraddistingue questa città? Sarebbe bello, ma i professori dove li trova, se la prospettiva certa è quella del dimezzamento del corpo docente già esistente, se i corsi di laurea dal 2008 sono già dimezzati, e se tanto mi dà tanto (vedi precedenti calcoli) perdendo altri duecento docenti si ridurranno a un terzo? Stiamo parlando di domani o di una prospettiva di così lungo termine (quando saremo tutti morti), da risultare astratta?

Quanto al modello di università, si addita sostanzialmente un modello tipo “Fachhochschule” tecnico-professionale alla tedesca o si pensa anche a uno spazio per la ricerca di base? Nel primo caso non so cosa dirà l’Anvur la prossima volta che valuterà “la ricerca” e di cosa si vanteranno conseguentemente i politici, ma in ogni caso sarebbe assai schizofrenico vantarsi di avere ciò che non si vuole. Siamo conseguenti: se si va esclusivamente in questa direzione, allora non c’è più spazio per la ricerca di base, per corsi di laurea tipo Matematica, Fisica, in pratica tutto il comparto umanistico ecc … niente di male, la Scienza non soffrirà più di tanto, ma cosa pensa di farne il Valentini di chi a questi settori ci sta dentro (e sono centinaia di persone, non necessariamente i più bischeri)? Pensa di riconvertire un astrofisico in un veterinario o un dantista in un dentista?

E poi Berufsakademie e Fachhochschule sono cose serie. Vedete che anche per aderire seriamente a una prospettiva come quella additata dal Sindaco, non bastano i proclami, ma occorre anzitutto dire chiaramente cosa si vuole in concreto, indi muovere il didietro mettendo in campo serie politiche; non bastano piccoli aggiustamenti, o aspettare che la legge della jungla faccia il suo corso per poi fare la conta dei sopravvissuti, sperando che siano darwinianamente “i migliori” (i migliori rispetto a che cosa?!?!?!). Vedi che anche qui torna in ballo il tema della pianificazione a livello regionale e della mobilità: se ne sta parlando? Non odo nulla di significativo in proposito. Occorre una programmazione a livello regionale (come in Germania esiste a livello dei Länder), l’individuazione degli asset da preservare e sviluppare nelle specifiche porzioni di territorio, la possibilità di muovere i docenti da una sede all’altra e di collaborare tra atenei siti a un tiro di schioppo l’uno dall’altro. Altrimenti è solo aria fritta. In definitiva, non vedo come si possa sfuggire, anche in questo caso, a una prospettiva come quella indicata nei miei precedenti post. Né come si possa perseguirla restando immobili e contentandosi delle prediche.

Università e giornalismo a Siena: quando manca il pudore, il senso della misura e del ridicolo

MigliorealMondo

Siamo sempre in attesa di leggere i complimenti delle istituzioni nazionali

Bruno Valentini - Fulvio Mancuso

Bruno Valentini – Fulvio Mancuso

Scrive il rettore: «sono lieto di condividere con tutti i componenti della nostra Comunità i complimenti appena ricevuti dalle istituzioni nazionali…». Perché, il Magnifico, non li rende pubblici, così come ha fatto per i complimenti dei compagni di partito? Siccome già in altre occasioni ha millantato apprezzamenti che nessuno ha avuto l’onore di leggere – come quelli del Ministero dell’Economia e delle Finanze per l’azione di risanamento intrapresa -, sarebbe utile conoscere la provenienza dei riconoscimenti autorevoli. Altrimenti è molto difficile non dar credito ai suoi colleghi di Dipartimento che lo descrivono come un gran bugiardo.

Bruno Valentini (sindaco di Siena). L’Amministrazione comunale di Siena è orgogliosa delle proprie Università, a maggior ragione dopo i recenti autorevoli riconoscimenti di qualità. A Siena ha sede una delle migliori Università italiane in assoluto grazie all’impegno di docenti, ricercatori e personale tecnico-amministrativo di grande spessore. Tutto questo ci rafforza nella convinzione che, nonostante le notevoli difficoltà che hanno messo a dura prova l’Università così come altre prestigiose istituzioni senesi, occorre essere consapevoli delle straordinarie risorse che la nostra città è in grado di esprimere per continuare a meritare la propria fama mondiale, non prestando il fianco a chi preferisce fatalisticamente dipingere Siena come una bella storia in preda ad un inarrestabile declino. Proprio in questi giorni ci siamo incontrati più volte con il Rettore per riflettere su come rendere la città ancora più accogliente per gli studenti, e su come sviluppare la ricerca intercettando opportunità e finanziamenti che proiettino gli studi universitari verso le esigenze del mondo del lavoro e dell’impresa.

Fulvio Mancuso (vicesindaco e assessore allo Sviluppo economico). Il rapporto secolare tra Comune e Università di Siena è la dimostrazione di un legame che ha contribuito ad accrescere le reciproche fortune e la grandezza di entrambe le istituzioni: è la prova evidente che la qualità del patrimonio umano di cui Siena ancora dispone può essere la base su cui costruire e sognare senza false illusioni. Confermo che abbiamo già avviato un confronto serrato con l’Ateneo senese per fare di questo legame un campo fertile sul quale sfidare la pesantissima crisi sistemica facendo incontrare ricerca di qualità e sviluppo economico allo scopo di favorire la realizzazione di luoghi fisici e virtuali ove poter incubare idee imprenditoriali e innovazioni di processo produttivo a vantaggio di start-up e di aziende già operanti sul mercato.

«Siamo orgogliosi di ospitare nella nostra regione la migliore università italiana, Siena»!

Simone Bezzini - Stella Targetti - Stefano Bisi

Simone Bezzini – Stella Targetti – Stefano Bisi

Sesto EmpiricoEssere primi in una classifica è certamente una buona cosa, molto meglio che essere ultimi. Però sono anni che Siena è in cima alle classifiche e ciononostante perde più nuovi studenti della media nazionale. Mi pare di aver buoni motivi per rimanere scettico.

Simone Bezzini (Presidente della Provincia di Siena). In pochi giorni dal Ministero dell’Istruzione e dal Censis sono arrivati per l’Università degli Studi e per Siena due importanti riconoscimenti, attestati prestigiosi che premiano l’impegno e la volontà dell’Università di Siena di uscire da una fase difficile che vede una delle istituzioni più importanti del territorio impegnata da tempo nel coniugare l’azione di risanamento con il rilancio della didattica, della ricerca e dei servizi. I riconoscimenti conquistati non devono essere letti come un punto di arrivo ma come uno stimolo ad andare avanti, con determinazione, sia nell’azione di risanamento che nello sviluppo della didattica, della ricerca e dei servizi, che già gli utenti mostrano di apprezzare.

Stella Targetti (Vicepresidente della Regione Toscana con delega all’Istruzione). Siamo orgogliosi di ospitare nella nostra regione la migliore università italiana. I motivi di soddisfazione non finiscono qui perché Pisa e Firenze sono rispettivamente al terzo e quarto posto nella classifica degli Atenei con più di 40mila iscritti.

Questi risultati sono anche un riconoscimento per il nostro sistema di diritto allo studio, visto che tra gli indicatori con cui sono state stilate le classifiche ci sono i servizi (in particolare le mense e gli alloggi) e le borse di studio. Come Regione abbiamo sempre creduto che il diritto allo studio sia un diritto di cittadinanza fondamentale e continueremo a sostenerlo, anzi rafforzeremo il nostro impegno, come dimostrano gli indirizzi sui servizi e gli interventi a favore degli studenti per l’anno accademico 2013/2014 che abbiamo presentato nei giorni scorsi. Chiediamo soltanto che il Governo non ci lasci soli e che il Fondo integrativo statale per il 2014 sia rifinanziato al più presto.

Stefano Bisi (Redattore capo del Corriere di Siena). La tanto bistrattata università di Siena è la migliore d’Italia. È il giudizio del Censis che le assegna il primo posto nella classifica degli Atenei italiani stilata annualmente. E pensare che da quando è stato eletto rettore Angelo Riccaboni non sono mancate le critiche pesantissime, spesso offensive e anonime. Oggi Siena può dire che la sua università è Prima. Deve essere motivo di orgoglio per coloro che la guidano, per la comunità universitaria e per tutti i senesi. L’ateneo si aggiudica la prima posizione nella categoria dei medi atenei (da 10.000 a 20.000 iscritti), e con il punteggio di 103,4 risulta quello con il punteggio più alto in assoluto tra tutte le università italiane.

È un triste destino essere sempre e comunque primi! Meglio riderci su!

Ateneomigliore

Altan-bicchiereGentili Colleghe, Colleghi, Studentesse e Studenti, sono lieto di condividere con tutti i componenti della nostra Comunità i complimenti appena ricevuti dalle istituzioni nazionali, regionali e locali in merito ai risultati dell’indagine annuale Censis, pubblicati oggi in prima pagina dal quotidiano La Repubblica, secondo i quali ‘l’Ateneo migliore d’Italia è Siena’. Questo importante traguardo si aggiunge all’esito della Valutazione della Qualità della Ricerca, resa pubblica dall’ANVUR due giorni fa, secondo la quale Siena è prima in Italia nella qualità della ricerca, rispetto alle dimensioni.

Pur considerando la specificità dei criteri sui quali si basano tali analisi, si tratta di risultati che evidenziano la qualità del lavoro che i docenti e il personale tecnico-amministrativo del nostro Ateneo stanno svolgendo da anni con passione e tenacia, superando le oggettive difficoltà derivanti dalla situazione finanziaria ereditata.

Colgo pertanto l’occasione di notizie così positive, per ringraziarVi dell’impegno sempre profuso a servizio di un’Istituzione che, grazie al contributo di tutte le sue componenti, sta recuperando il prestigio ed il rispetto che certamente merita, per la sua storia e per la positività  dei risultati che l’hanno sempre caratterizzata.

Cordiali saluti. Il Rettore (Prof. Angelo Riccaboni)

Sienaprimoposto

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Fummo “eccellenti”, ma senza interventi sulle reali storture non resterà quasi nulla delle glorie passate dell’Università di Siena

Volto_unisiRabbi Jaqov Jizchaq. Leggo su “la Repubblica” di oggi: «È il migliore risultato nazionale nell’indicatore di sintesi della qualità della ricerca in rapporto alle dimensioni», dice il rettore Angelo Riccaboni dicendosi “orgoglioso del risultato” dell’Ateneo senese che ha ottenuto il migliore risultato nella qualità della ricerca rispetto alle dimensioni della struttura, con un differenziale positivo pari a 35,76%.» 

Dunque, se Siena ottiene, o meglio, ottenne dei buoni risultati nel campo della ricerca, probabilmente qualche merito lo avrà quel 44% del corpo docente costituito dai ricercatori di ruolo e la percentuale indefinita di quelli a tempo determinato, o no? Ossia di quella gente che qui a Siena, sostanzialmente, nella quasi totalità dei casi, non ha futuro. L’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) ha presentato i risultati della Valutazione della Qualità della Ricerca italiana (VQR) per il settennio 2004-2010, cioè, sostanzialmente (tranne un paio d’anni), il periodo precedente alla crisi che ha investito l’ateneo: ne traiamo la conclusione che ai rinviati a giudizio per il “buho” spetta la medaglia al valor civile anziché la galera? Il risultato viene, infatti, brandito dalle gazzette contro le Cassandre che denunciano lo stato di perdurante crisi in cui versa l’ateneo; al contrario, c’è da chiedersi quanto sia rimasto e quanto rimarrà delle competenze che hanno contribuito alla determinazione di quel risultato, proprio a seguito della crisi: 500 docenti, cioè il 50% del totale, andranno in pensione – essenzialmente non rimpiazzati – entro i prossimi cinque anni, sono scomparsi metà dei corsi di laurea che avevamo nel 2008 (e molti altri scompariranno un po’ a casaccio) e, a partire dallo stesso, anno gli studenti sono calati del 25%.

Si aggiunga la falcidia dei dottorati e le scarsissime prospettive per i meno anziani. In sostanza, visti i cambiamenti radicali intervenuti in questi ultimi anni e le prospettive tutt’altro che rosee del futuro, si può dire al massimo che fummo “eccellenti”, ma non c’è nessuna garanzia che il futuro sarà uguale al passato. Al momento di chiudere e sopprimere, si è “valutato” se si andavano a potare anche dei rami sani, anziché quelli secchi e basta? La domanda è ovviamente retorica. Guardiamo appunto al futuro: cosa resterà da qui a qualche anno di quelle competenze, di quelle “eccellenze” che hanno prodotto questo incoraggiante risultato? Nei post precedenti abbiamo fatto due conticini che non mi pare siano stati smentiti. Se il criterio è quello meccanicistico e incurante della qualità dei “requisiti di docenza” (leggasi “tagli lineari”), se manca il coraggio di porre un argine agli “orticelli”, ai corsi di laurea cinobalanici, per la pompa di questo o quel satrapetto del menga; se non vi è una volontà riformatrice vera di intervenire sulle reali storture, se non vi è la consapevolezza che dalla polverizzazione delle strutture non nasce alcuna ricerca, se dunque si dimentica il concetto stesso di “comunità scientifica”, non resterà quasi nulla. Insomma, stiamo celebrando le glorie passate, ignorando la magra realtà dei fatti presenti e le prospettive future, e che dei passati trionfi nel volgere di pochi anni resterà ben poco.

«Pisa al vertice
 della ricerca in Italia.» By the way, hanno 1800 docenti, a fronte dei meno di 600 che avrà Siena nel 2020; e non c’è l’òmino della strada di una città oramai assuefatta al luogo comune che instancabilmente bercia: “e so’ troppiiiiii!”. Insomma hanno le strutture pressoché integre: come si pensa di competere con i nostri ingombranti vicini di Pisa e Firenze? D’un balzo, pare che un dato positivo relativo a un intervallo iniziato dieci anni fa e conclusosi, essenzialmente, con l’esplosione del “buho” cancelli le magagne del presente. Insomma, crogioliamoci pure nel ricordo dei fasti passati, strombazzando le statistiche buone, nascondendo sotto il tappeto quelle cattive, ma non dimentichiamoci che la realtà presente è sostanzialmente diversa da quella di due lustri fa: non vorrei che un confuso e burocratico efficientismo che a Napoli si direbbe “facimm’ ammuina” inducesse a dimenticare la sostanza delle cose e io non vedo come si possano eludere i ragionamenti svolti nei miei precedenti messaggi (anzi…): se vi sono delle eccellenze nel campo della ricerca, è sensato disperderle?

Con l’offerta formativa all’insegna della “tuttologia” infiascata l’università di Siena continua a perdere studenti

Pupazzi-Unisi

Rabbi Jaqov Jizchaq. Si legge sul “Sole 24 Ore” che «negli ultimi dieci anni gli iscritti alle Facoltà umanistiche sono calati del 27%.» Seguiamo la tendenza, già in atto ad esempio negli USA, orientata verso la scomparsa degli studi umanistici, da noi politicamente teorizzata perfettamente bipartisan con la teoria delle famose “tre i” (mancava la quarta: idiota!); ma qui in Italia credo che questo sia un “trend” più ampio che investe anche le scienze “pure” in generale, i progetti di ricerca scientifici che non hanno una ricaduta immediatamente applicativa sui tempi brevi e le discipline teoretiche. Insomma, tutta la ricerca di base.

Mi viene in mente quel simpatico giornalista della “Frankfurter Allgemeine” perennemente ospite da Bruno Vespa, che con bonarietà paternalistica raccomanda agli italioti di dedicarsi alla cucina, al turismo ecc. e lasciar perdere la ricerca e l’innovazione tecnologica (che quella la fanno in Vestfalia o in Corea). Io, per la cronaca, fatta salva la necessità di sfruttare meglio turismo e patrimonio culturale, tenderei a pensarla in modo diametralmente opposto, ritenendo che le scienze pure ed applicate siano parte costitutiva imprescindibile del patrimonio culturale di questo paese, dato oggettivo che solo il prevalere per una certa fase di una cultura di stampo idealistico e storicistico ha potuto gettare nell’oblio.

Per quanto riguarda i settori cosiddetti “umanistici”, in particolare, leggo nel sito MIUR che qui a Siena tanto per cambiare è andata anche peggio, rispetto al dato nazionale: mentre rettori e presidi sbandieravano le classifiche taroccate del CENSIS e la “Ossforde” aretina, solamente dal 2008 ad oggi, Siena (includendo entrambe le sedi), nei corsi di laurea umanistici, è passata da 4600 studenti a 2900, cioè a dire ha perso quasi il 40% (diconsi il quaranta per cento!) degli iscritti in cinque anni.

È un circolo vizioso: alla disaffezione da parte degli studenti verso queste materie causata da un generale trionfo dell’ignoranza consumistica (come non pensare alla più volte citata “scomparsa delle lucciole” pasoliniana?), alla concreta difficoltà di trovare un lavoro (“con la cultura non si mangia”, ebbe a dire un celebre ministro) si aggiunge un’offerta didattica sempre più immiserita a causa delle uscite di ruolo di metà del corpo docente, dell’impossibilità di rimpiazzarlo, del disimpegno e della latitanza di molti che ritengono di essere stipendiati come “intellettuali”, e non come professori ma, temo (last but not least), anche di una politica che grida vendetta, consistita negli anni dello scialo nell’aver riempito a dismisura certi settori bizzarri e vacui in nome di una moda effimera durata lo spazio di un minuto, affossandone altri più solidi. Con ciò ammazzando l’unico motore che muove i giovani verso queste carriere: la passione.

Alla lunga, l’insieme di questi fattori ha prodotto corsi di laurea dalle denominazioni incomprensibili e dal contenuto vago, e ciò ha indotto gli studenti desiderosi di studiare qualcosa di ben preciso, e non la “tuttologia” infiascata, ad orientarsi verso altre sedi; mentre le iscrizioni colavano a picco e il corpo docente dimezzava, le competenti autorità pensavano a come mantenere in piedi periclitanti doppioni nelle sedi distaccate, “accorpando” il culo con le quarant’ore all’interno delle singole sedi, anziché abolire questi doppioni ed eventualmente le sedi stesse, fortilizi non più sostenibili, per concentrare le forze nella difesa della sede principale.

Purtroppo, in questo clima, hanno avuto vita facile i teorici dello sputtanamento globale-totale, cui si sono aperte autostrade all’interno di una comunità cittadina dove peraltro il provincialistico culto dell’effimero e la vanità, che considerano la cultura come una sorta di orpello, una “gravatta”, un belletto, in questi anni difficili di decadenza la fanno da padroni: ma se il trend è già di per sé negativo, com’è possibile che si ritenga di poter rispondere con proposte sempre più scadenti che hanno l’effetto di disorientare ed accentuare ancora di più la fuga da Siena?

E un disgraziato che volesse tentare la carriera accademica, come farà, in una sede dove, con le recenti disposizioni circa l’obbligo di possedere almeno sei borse di studio, non esisterà verosimilmente neppure un dottorato di ricerca specifico nei vari settori? Un dottorato… accorpato? E allora che minchia di dottorato sarebbe? Un respiro ed un attimo di riflessione bastano per rendersi conto che questa è una strada suicida.
Si salva (e ciò va ascritto a loro indiscusso merito) chi riesce a trovare fondi esterni con cui finanziare i dottorati; ma è evidente che ciò accade nella ricerca applicativa e nella sfera tecnologica e non è possibile estendere, se non in minima parte, il discorso ai settori di cui sopra.

Scusandomi se la mia ignoranza non è pari a quella di Lorsignori, la mia opinione ve l’ho detta: in queste condizioni di estrema scarsità delle risorse, che si ripercuote anche sulla qualità e dunque l’attrattività dell’offerta formativa, si facciano meno corsi e meno dottorati nella regione, ma buoni: si trasferisca lì la gente o si costituiscano corsi federati secondo il dettato della riforma, allo scopo di dar luogo a solidi presidî a livello regionale, costituendo corsi e dottorati interateneo (assai più di quanto non accada adesso, con gli attuali criteri cervellotici per il contributo della Regione ai dottorati interateneo) o trasferendo i docenti laddove le discipline hanno un maggior radicamento ed una maggiore possibilità di sopravvivenza, ponendo in definitiva la parola fine a questa finzione che è la claustrofobica “autonomia” totale degli atenei (monadi senza finestre).

Si dice che questo è ingenuo ed utopistico, non è “furbo” (meditate gente…) perché urta contro la suscettibilità dei baroni e i meccanismi spartitori che governano l’università italiana in regime di “autonomia”: eppure tutto ciò è scritto nella riforma, a questo mira l’articolo 3, a questo tendono i famigerati “requisiti minimi di docenza” e dunque mi chiedo chi comandi realmente in questa bottega, se persino il richiamo alla volontà (ancorché flebile) del popolo sovrano e alla matematica elementare è considerato un segno di ingenuità. E poi l’alternativa quale sarebbe? Assistere imbelli al declino accompagnando dolcemente alla pensione chi ne è stato concausa? E a cosa valgano tutti i fiumi d’inchiostro intorno all’eccellenza, alla meritocrazia, all’efficienza ecc., ecc. se poi cadono miseramente davanti ad argomentazioni così meschine.

L’ateneo senese si affossa anche con la disorganizzazione amministrativa programmata dai vertici

Altan_dirigentiUSB PI Università di Siena. Stiamo cercando nelle ultime settimane di mettere in chiaro alcuni aspetti dell’organizzazione di questo Ateneo. Tocca alle segreterie amministrative: si parla del lavoro di 72 colleghe e colleghi, ma anche di un problema più grande la contabilità di questo Ateneo e del programma che la gestisce. Vogliamo proprio partire da questo ultimo aspetto perché la questione è oltremodo complessa. Il nostro Ateneo ha deciso di fare nel 2013 il passaggio alla contabilità economico patrimoniale con bilancio unico, di utilizzare dal 2013 un nuovo programma di contabilità e di riorganizzare le strutture dipartimentali dell’Ateneo.

Attuare una trasformazione così radicale in un Ateneo normale è azzardato, farlo da noi è follia a nostro modo di vedere. Non lo scriviamo perché reputiamo che non vi siano le professionalità ma perché presuppone una organizzazione svizzera nella gestione delle fasi, che noi non abbiamo. Si può essere bravi, svegli e competenti, ma se si aumenta il carico di lavoro, e lo si trasforma per giunta in disorganizzato carico di lavoro, tutto questo vanifica le competenze e serve solo ad aumentare lo stress. Proviamo a fregarcene dello stress e cerchiamo di focalizzarci sui “benefici” di tutto questo cambiamento.

Il passaggio alla contabilità economico-patrimoniale fatto in un solo anno e prima del 2014 ci ha permesso di avere un premio da parte del Ministero di poco più di 100.000 euro! A fronte però di un lavoro allucinante di migrazione manuale di tutti i dati contabili dell’anno 2012 dei vecchi dipartimenti, degli impegni assunti e da rendicontare quest’anno e di viaggi infiniti dai dipartimenti alla ragioneria per inserire i dati (è normale, ci domandiamo, che tutte le spese di viaggio con i mezzi pubblici siano a carico dei dipendenti che si spostano per motivi di servizio?). Infatti solo da lì si sono potuti caricare i dati avendo un bilancio unico. I 100.000 euro non sono serviti a niente nemmeno ce li hanno dati in medicine per lo stress!

L’acquisto del software dal Cineca, cioè di U-GOV ci è costato molto, è uno strumento versatile, che ragiona in modo trasversale, che è tarato sul mondo degli Atenei, ma noi abbiamo acquistato la versione base! Sarebbe troppo lungo spiegare come funziona, nello scrivere questo comunicato abbiamo letto i vari manuali e oltre ad esserci spaventati, ma non è la nostra materia, abbiamo capito che non si può riassumere un enciclopedia in una pagina. Ogni volta che i nostri colleghi con competenza chiedono se si può utilizzare per fare un dato procedimento viene risposto: “si ma voi avete il pacchetto base, questo modulo va acquistato separatamente.”

La riorganizzazione delle segreterie in funzione dei nuovi dipartimenti, adempimento obbligatorio, è stato fatto senza una reale valutazione dei carichi di lavoro delle singole strutture, attraverso una aggregazione di colleghe e colleghi con diverse professionalità che nel momento in cui hanno iniziato a lavorare insieme, a conoscersi, si sono visti scaraventare addosso l’immaginabile. Sì, perché U-GOV gestisce tutto dalla contabilità, alle risorse umane, alla didattica intesa come contratti, costi, ecc., e quindi tutto ciò che insiste sui dipartimenti è stato gettato nel tritacarne delle segreterie amministrative, dove però ad essere tritati sono i colleghi e non i dati contabili, ecc.. Facciamo l’esempio del software Titolus per il protocollo: tutta la posta in entrata (didattica e amministrazione) deve essere protocollata dalla segreteria.

Ciliegina sulla torta è la cassa economale prevista per ogni dipartimento nel regolamento delle strutture scientifiche, al momento è unica e gestita centralmente. Così quando un professore oppure la segreteria ha bisogno di soldi per pagamenti pronta cassa si deve andare al Rettorato. Arriva un corriere che devi pagare al momento del ritiro e tocca dirgli: “aspetti arrivo in centro prendo i soldi e torno”, o dobbiamo anticiparli!?!

Non è stata fatta poi una valutazione della funzionalità di certe scelte di ricollocazione dei procedimenti, basta fare un esempio: master universitari. I master sono materia complessa, fondamentale per un Ateneo come il nostro che vuole differenziare l’offerta oltre i moduli classici di formazione e studio. Uno penserebbe che tutti gli attori della gestione degli stessi si fossero incontrati per mettere a punto una nuova procedura di gestione, e invece no, c’è chi ha deciso senza conoscere la materia, senza parlare con chi se ne occupava e in parte continua a farlo e con chi se ne deve occupare per intero da oggi, cioè le segreterie amministrative. Risultato? Confusione più totale, evidenziata dai segretari, ma che non trova soluzione. Alcuni vedono i suggerimenti come giudizi e si offendono irrigidendosi, non capendo che si sta cercando di lavorare bene. Ognuno pensa di essere il più sfortunato della terra, ma noi non stiamo stilando una classifica stiamo evidenziando la necessità di parlare e confrontarsi per trovare le soluzioni.

Benefici da tutto questo cambiamento non ve ne sono stati, ma solo rischio di ulcere e gastriti. La Direttrice Amministrativa può liquidare come un nulla la ventilata minaccia di dimissioni di tutti i 15 segretari amministrativi di qualche settimana fa, ma sa bene che questa non deriva da una mancanza di voglia di lavorare, ma dalla mancanza di voglia di lavorare in questo modo. In certi consessi può sminuire il senso di una tale azione, ma in privato è meglio che rifletta, e bene. La DA non ha parlato poi con i collaboratori delle segreterie e ha fatto bene perché forse, per una volta, non avrebbe potuto utilizzare i suoi modi rudi ed intimidatori, ma si sarebbe trovata di fronte 57 persone imbufalite. Le decisioni assunte a livello centrale si ripercuotono nei dipartimenti e poi sono le segreterie amministrative a dover “dialogare” con i docenti. I docenti devono capire che coloro con cui si rapportano stanno cercando di capire anch’essi perché vengono assunte certe decisioni.

O l’azione di semplificazione è coordinata fra tutti oppure si cola a picco: ma forse è quello che si vuole ottenere. Le segreterie amministrative non hanno saputo lavorare! Spiegazione utile a livello centrale, ovvia per le ditte esterne, e semplice per i docenti. Troppo comoda e falsa!

Gioiosamente l’ateneo senese cola a picco in un ozioso temporeggiare dei vertici

AltanfuturoRabbi Jaqov Jizchaq. Carpe diem. Il Magnifico ci informa che per l’A.A. 2013/2014, tutti i corsi di studio del nostro Ateneo (quelli rimasti dopo il dimezzamento) (Corsi totali: 63; lauree triennali: 30; lauree magistrali: 28; lauree magistrali a ciclo unico: 5. Ndr) risultano accreditati. Exultate, jubilate e soprattutto non chiedetevi cosa accadrà domani: tanto negli ultimi anni sono state approvate da una burocrazia ministeriale ottusamente complice dell’assassinio del sistema universitario, a livello di riordino dei corsi di studio, le peggiori porcate, con l’effetto di aver perso il 25% degli studenti in capo a un quinquennio. Ma negli anni successivi che succederà? Per il rudimentale computo dei requisiti minimi di docenza e la riduzione del corpo docente a un numero compreso tra i 500 e i 600 membri (cioè un quasi dimezzamento rispetto al 2008), di corsi 3+2 ne si potranno fare una ventina al massimo, come se aver perso due terzi dell’offerta formativa e quasi tutti i dottorati fosse la cosa più naturale e addirittura auspicabile del mondo. Ma si può andare avanti così, rattoppando, senza interrogarsi a fondo sul destino dell’ateneo, non dico per l’eternità, ma da qui a dieci anni?

Il gioco delle tre carte. Leggo dal sito ROARS che quanto toccherebbe a Siena (il condizionale è d’obbligo) secondo il piano straordinario per il reclutamento di professori associati (decreto interm. 28 dicembre 2012 -GU n. 27 del 1-2-2013) sono 14 unità stipendiali. Le tabelle allegate riportano le assegnazioni di punti organico ai singoli atenei: ma, riferiscono persone più informate di me, a Siena le 14 unità stipendiali esistono, misteriosamente, soltanto in teoria e che di fatto non chiameranno nessuno: che vuol dire? È il gioco delle tre carte? Qualche esegeta esperto sa essere più esplicito al riguardo? Ma quand’anche in capo a un paio d’anni si riuscisse ad elargire due o tre posti a dipartimento (a fronte di cinquecento uscite di ruolo nei prossimi anni), per lo più a persone già a libro paga dell’ateneo, che dunque in gran parte sono già conteggiate nei requisiti minimi, cambierebbe qualcosa in ordine ai conti della serva che abbiamo tentato di eseguire nei precedenti post?

Ora pro nobis. Certo non nego la rilevanza delle vicende del santo Patrono, del e della concorsopoli (unici eventi che paiono appassionare i lettori, mentre la barca cola gioiosamente a picco), ma in generale, possibile che non si riesca a impostare un discorso che vada al di là del proprio “particulare” e la punta del proprio naso? Cosa resterà di questo ateneo al traguardo del 2020, quali settori, quali corsi? Quanti esterni riusciranno ad essere stabilizzati? Qual è la prospettiva per quell’oltre metà del corpo docente che al 2020 sarà costituito da tre centinaia di ricercatori di ruolo, al di là di quell’infima parte che (forse) ascenderà al rango di associato? Che “ricerca” faranno coloro che lavorano in settori che con la riduzione ad un terzo dell’offerta formativa verranno semplicemente smantellati (sicché oltretutto nessuno li chiamerà di certo)? Che ci stanno a fare a Siena? Non credo si possano tenere ostaggio centinaia di persone o tacere ancora a lungo sulla loro sorte.

Risanamento. Mi pare evidente la sproporzione fra le uscite di ruolo e le possibili assunzioni; il che vuol dire che niente potrà essere ripristinato come era prima; quindi, o con la collaborazione del ministro e della regione si mette in piedi un piano di mobilità, l’eventuale federazione e razionalizzazione dei corsi di laurea e dei settori scientifici a livello regionale, di modo da offrire almeno uno sbocco, una finalizzazione, una prospettiva, strutture solide (anziché membra sparse, brandelli di corsi di laurea sparpagliati qua e là come di un corpo dilaniato) che possano costituire un riferimento per i singoli settori e che abbiano le gambe per crescere e l’attrattiva per competere sul piano nazionale ed internazionale, oppure non si capisce bene cosa si intenda per risanamento e rilancio dell’università, se non un ozioso temporeggiare.

Polli. Ma su questo mi pare che regni la più perfetta omertà. Sibili di corridoio, mezze parole… “si canta la mezza messa”, direbbe il commissario Montalbano. Evidentemente il pollo di Bertrand Russell dal profondo della pentola continua a fare proseliti.

Nulla dies sine linea

Ateneo di Siena: tutti a guardarsi la pagliuzza nell’occhio

Altan-pagliuzza

Volete Gesù o Barabba? Barabba

RSU d’Ateneo. La questione è stata sollevata per la prima volta nel mese di aprile anno corrente durante una seduta d’informazione sindacale alla presenza di tutti i rappresentanti delle lavoratrici e dei lavoratori dell’Università degli Studi di Siena. Il 21 maggio, poi, l’Amministrazione comunica con circolare a tutto il personale, la decisione di sostituire la fruizione della festività del Santo Patrono con il Palio della Madonna di Provenzano. La RSU di fronte a tale comunicazione il 28 maggio in sede di contrattazione sindacale ha posto il problema della valutazione dell’impatto che una chiusura il 2 luglio avrebbe avuto su molte strutture che, per obblighi istituzionali, dovevano restare comunque aperte. Di conseguenza la RSU propose di fronte a tutte le sigle, in ambito di discussione aperta tra la parte pubblica e la parte sindacale, di sostituire la festività del Santo Patrono con il Palio dell’Assunta, facendo recuperare ai colleghi un giorno di ferie all’interno della chiusura obbligatoria nel mese di agosto. Di seguito alla proposta della RSU nessuna sigla sindacale si oppose e la parte pubblica accolse la proposta seduta stante. La RSU alla fine della seduta d’informazione sindacale del 7 giugno ha poi chiesto all’Amministrazione il motivo del mancato invio della rettifica. E nemmeno in questa sede alcuna OO.SS. proferì verbo.

Quindi la RSU è unica e sola responsabile di questo abominevole, aberrante, inqualificabile, insormontabile bordello/abominio. Nell’assumerci quindi la piena e totale responsabilità, non comprendiamo come mai l’Amministrazione abbia impiegato circa 20 giorni ad inviare la rettifica, né riusciamo a comprendere come mai nessuno di coloro che oggi richiamano i problemi sulla viabilità e sulla sicurezza sociale abbia, oltre che nelle due sedute, in questo lasso di tempo, ritenuto opportuno intervenire. Siamo certi che la posizione della RSU non sia assolutamente lesiva delle tradizioni cittadine ma che sia stata strumentalizzata da alcuni per motivi che noi vogliamo continuare ad ignorare perché distanti dal nostro modo di fare sindacato.

Suggeriamo a tutti i responsabili di struttura una possibile via d’uscita (non dalle porte della Città). Ai sensi del Protocollo sull’orario di lavoro, art. 1 comma 3, art. 2 comma 12, art. 3 comma 6, i responsabili possono variare l’orario di servizio delle loro strutture, limitandolo alla sola mattina. Di sicuro la presentazione di molte richieste in tal senso potrebbe convincere l’Amministrazione a estendere una tale scelta a tutto l’Ateneo. Il nostro suggerimento vale ancora di più dopo la nota del Rettore che ingarbuglia ancora di più la situazione, visto che alcuni potranno uscire alle ore 14 senza utilizzare un giorno di ferie e chi invece lavora ad Arezzo e Grosseto, o deve restare al lavoro a San Miniato e alle Scotte per motivi istituzionali, resta fregato, ed è costretto a prendere ferie. Chi decide poi quali strutture possono limitare l’orario e quali no tenendo conto anche della sicurezza? Complimenti a tutti! Vorremmo sapere se, ora, dopo quanto scritto dal Rettore le sigle sindacali che hanno raccolto i lai di alcuni colleghi si sentono soddisfatte della soluzione. Alla fine è stata tutelata la tradizione o i problemi  logistici di qualcuno?

Nel concludere ci piace notare che in cinque anni di crisi per la prima volta abbiamo sentito alzarsi il “bollore” della partecipazione, così come mai era successo. Forse questa RSU ha dimostrato di capire più la città e la sua vita che non i propri colleghi. Alcuni l’hanno capito, altri fregiandosi di una senesità dubbia hanno fatto peggio.