Una commissione di soli interni per la scelta di un dirigente del Dipint non dà la necessaria trasparenza e pari opportunità a tutti i candidati: parola di Cgil

Altan eticaFLC CGIL. Non entriamo nel merito di scelte gestionali legittime come la volontà di bandire un concorso per ricoprire un posto da dirigente per il DIPINT e diamo per scontato, naturalmente, che siano garantite le coperture finanziarie dalla Regione Toscana. Tuttavia, dal momento che si è voluto fare della trasparenza una delle bandiere del rilancio di questa Università (almeno questa è la percezione) quello che suscita più di una perplessità e, soprattutto, solleva dubbi di opportunità, è la nomina della Dott.ssa Ines Fabbro nella Commissione Giudicatrice del concorso. Sicuramente dal punto di vista formale sarà tutto corretto, ma bandire un concorso in qualità di Direttore Amministrativo e poi, quando non lo si è più, rientrare dalla finestra, facendosi nominare componente della commissione giudicatrice di quello stesso concorso, solleva almeno qualche dubbio.

Probabilmente si dirà che la Dott.ssa Fabbro conosce il DIPINT e le sue problematiche, ma altrettanto legittimamente si potrebbe sostenere che la Dott.ssa Fabbro conosca i candidati: un componente esterno dovrebbe assicurare una terzietà di giudizio, visto che a garantire e a difendere gli interessi dell’Università degli Studi di Siena c’è già il nostro Direttore Generale e per l’Azienda Universitaria Ospedaliera è in commissione il suo Direttore Generale. I dubbi aumentano se andiamo a cercare di capire quali siano gli obiettivi da assegnare al futuro dirigente del DIPINT, visto che fino ad ora si è navigato a vista e che alcune scelte organizzative sono già state fatte, anche in assenza di questa figura.

Suggeriamo pertanto al Magnifico Rettore e al Direttore Generale un cambiamento di rotta e persone per continuare a percorrere una strada nuova e uscire da vecchie pratiche che sappiamo fin troppo bene dove hanno portato la nostra Università, garantendo al contempo la necessaria trasparenza al pubblico concorso. Pensiamo infatti che, trattandosi proprio di un pubblico concorso, esso dovrebbe dare a tutti i candidati le stesse opportunità. Tale cosa può essere difficilmente garantita da una figura che bene o male è stata per anni titolare della gestione del personale della nostra università. Sarebbe opportuno infine prevedere un’apposita seduta di contrattazione in modo da comprendere meglio quali siano le intenzioni dell’amministrazione relativamente alla struttura organizzativa del DIPINT.

L’inesistente mobilità dei docenti tra atenei e la follia della classifica delle venti “migliori” università

Unisi2015

Rabbi Jaqov Jizchaq. Per inciso, checché ne dicano i neomelodici che intonano peana ad Apollo “il risanatore” (Paian), la situazione nuda e cruda è questa: le 20 università “migliori” secondo l’ANVUR, quelle che dovrebbero proiettarci nella competizione internazionale, sarebbero (e il condizionale mi pare più che d’obbligo) le seguenti: Padova, Trento, Milano Bicocca, Verona, Bologna, Bolzano, Pisa (Sant’Anna), Torino, Pavia, Ferrara, Milano (San Raffaele), Padova, Roma-Tor Vergata, Modena-Reggio Emilia, Trieste (SISSA), Piemonte Orientale, Venezia-Ca Foscari, Milano (Politecnico), Pisa-Normale, Roma-Luiss.

Le altre risulterebbero di serie B e secondo il liberal-meritocratico prof. Giavazzi non dovrebbero avere nemmeno corsi di laurea specialistici, né dottorati di ricerca (ma chi cavolo dovrebbe iscriversi ad un ateneo che possiede solo trienni? Allora tanto vale chiuderlo!). Notare che eccetto Sant’Anna, nella lista non c’è nessuno dei principali atenei toscani. Dunque, o l’ANVUR è una pagliacciata, oppure nessuna delle università toscane è degna di rientrare nel novero di quelle famose due decine destinate a partecipare alla competizione globale. Men che mai nei “cinque hub” di cui vaticinava il Giovane Favoloso Renzi (“Ma come sarebbe bello se riuscissimo a fare cinque hub della ricerca… Cinque realtà anziché avere tutte le università in mano ai baroni, tutte le università spezzettatine… cinque grandi centri universitari su cui investiamo… le sembra possibile che il primo ateneo che abbiamo in Italia nella classifica mondiale sia al centoottantatreesimo posto?”).

Al netto delle iperboli alle quali ci ha abituato il Nostro, la direzione nella quale stiamo andando è evidente: ridimensionamento degli atenei e del loro numero; riduzione delle piccole università a “teaching universities”, con punizione collettiva di chi ci lavora; allora, se uno dice “piove” quando piove, e invita a munirsi di un ombrello, costui è uno sporco miscredente eretico e servo delle multinazionali che brama avidamente la pioggia e persino gode delle inondazioni? Fuor di metafora, non voglio riferirmi a chi ha le gambe per stare ritto da solo, ma agli altri, quelli che barcollano: se uno adombra, visto che il progetto reale cui le Competenti Autorità segretamente mirano è quello testé descritto, la necessità per gli atenei di collaborare alla costituzione di robusti poli scientifici territoriali, adatti alla competizione nazionale ed internazionale, laddove essi abbiano ancora del personale specializzato in certe aree scientifiche (prima che qualche burocrate te lo imponga con criteri ottusamente burocratici del menga calati dall’alto), costui deve essere per forza sospettato di essere al soldo del re di Prussia? Se sì, l’alternativa quale sarebbe, quella di farlo, senza dirlo (“si fa, ma non si dice e chi l’ha fatto tace, lo nega e fà il mendace”)?

La suddetta classifica, sia detto chiaramente, mi pare di per sé un po’ folle, e ancor più folle mi pare il criterio che rischia di accentuare le distanze entro la classifica stessa: leggo in un documento CRUI che il numero di docenti tra il 2008 e il 2014 è calato di circa 10.000 unità. A Siena la situazione è ben più drammatica che altrove: meno 50% docenti entro il 2020 e ad oggi già perso il 53% delle immatricolazioni: «In dieci anni nella patria del Palio le immatricolazioni si sono dimezzate, passando da 4.396 a 2.271. Solo quelle toscane, nello stesso periodo analizzato, sono scese da 2.684 a 1.252 (-53%).» Orbene, può anche darsi che io non la sappia abbastanza lunga, non sia iniziato alle segrete cose, sì da non capire il mistero per cui la cifra numerologicamente “giusta” per Siena è quella di 610 docenti, quindicesimo numero della successione di Fibonacci (per 998 amministrativi: caso unico nella Via Lattea); ma il criterio col quale si addiviene a questa contrazione, cioè semplicemente smantellando i corsi man mano che i professori si avviano al “buen retiro” e le cattedre si svuotano, questo è ben visibile e a dire il vero mi pare un criterio del cacchio: all’estero fanno così? Nelle aziende fanno così? Chiudono il reparto motori, quando va in pensione qualche ingegnere od operaio?

Se un certo corso è di serie A, ma vanno in pensione metà dei docenti lasciando scoperte le cattedre senza rimpiazzo, ecco che questo cessa di essere di serie A, e anzi, probabilmente chiude proprio, per mancanza dei “requisiti di docenza” (e a Siena di corsi ne hanno già chiusi più della metà, concetto che è difficile a far capire all’indignato un tanto all’ora che manifesta incessantemente la sua indignazione al bar dello sport, ma nulla sa di leggi e numeri); cosicché la gente che rimane, messa nell’impossibilità di bene operare, viene d’ufficio classificata di serie B: è questo un uso sensato delle risorse umane? La mobilità tra atenei di fatto non esiste e tutta la giavazziana e abravaneliana meritocrazia, va in tal modo a farsi benedire: una volta marchiato a sangue come appartenente ad un ateneo, uno e luteranamente predestinato ad appartenere ai sommersi oppure ai salvati dal marchio d’origine e dalla imperscrutabile volontà divina, per cui a nulla valgono le opere di bene.

Insomma, le Competenti Autorità venissero allo scoperto, per favore: cosa vogliono fare? Qui c’è gente che il lusso di andare in pensione non se lo può concedere (e forse la pensione non ce l’avrà mai), e che si domanda cosa farà nel prossimo ventennio. Con tono grave ti dicono che siamo fatalmente trascinati verso un destino ineluttabile (odo risuonare l’allegro con brio della V sinfonia beethoveniana sullo sfondo). Può anche darsi che sia giusto, come scriveva Pasolini, che i figli paghino le colpe dei padri; meno chiaro è perché per le mie colpe debbano pagarle i figli altrui, e perché certi figli di cotanti babbi e mamme non paghino mai le colpe dei loro padri, ma in ogni caso nessuno considera che c’è parecchia gente destinata a restare in servizio ancora qualche lustro, molti nei settori smantellati o smantellandi: a fare cosa?

Di questo problema bizzarramente non se ne parla proprio; i cicli di studi o “coorti”, un po’ come piani quinquennali di sovietica memoria, rappresentano l’orizzonte oltre il quale nessuno osa guardarli. Tanto la maggior parte degli ordinari andranno in pensione entro il quinquennio e nonostante tutta la nauseante retorica giovanilistica e minacciosamente meritocratica, il “giovin ricercatore” (o ex tale: età media dei ricercatori senesi, 52 anni) è come quella strana figura dell’Homo sacer romano, che anche se uno lo ammazza, non gli viene ascritto alcun omicidio, in quanto la sua morte si dice sia stata decisa da una qualche volontà superiore.

Università di Siena, Dipint e AOUS: ma chi staccherà la corrente alla giostra della vergogna?

Riccaboni - Fabbro - Frati - Tomasi - Centini

Riccaboni – Fabbro – Frati – Tomasi – Centini

«Non siamo innamorati del DIPINT» ma del dirigente sì, parola di Rettore

USB P.I. Università di Siena. Forse molti non sanno che a ottobre 2014 è stato bandito un posto da dirigente per il DIPINT, il dipartimento interistituzionale integrato finanziato con 8 milioni l’anno dalla Regione Toscana. Come potete leggere dall’avviso si cerca un dirigente a tempo determinato con contratto triennale per dirigere il DIPINT per il costo annuale di circa € 95.000. Nulla si evince dal bando sulla copertura finanziaria per tale contratto. Ci risulta che quando si bandisce un contratto da ricercatore per tre anni la copertura per competenza vada garantita per i tre anni di contratto al momento della stipula. Vi sono due possibilità o i soldi per la copertura vengono dal bilancio d’Ateneo, oppure dai fondi stanziati per il DIPINT dalla Regione. Visto che il bilancio, a nostro avviso, non permette di dare copertura per un contratto a tempo determinato di questo tipo, che dovrebbe peraltro rientrare in una programmazione del fabbisogno di personale, immaginiamo la copertura venga dai fondi della Regione. Sorge spontanea quindi una domanda: ma se il DIPINT è finanziato su base annuale dalla Regione Toscana, e solo ora è stato dato un acconto di 4 milioni per l’anno 2014 dalla Regione, come garantiamo la copertura per il triennio 2015-2017?

Se poi, teniamo conto di quanto il Rettore venerdì 13 marzo 2015 ha dichiarato in seduta di contrattazione, cioè che la Regione per ora non avrebbe garantito il finanziamento del DIPINT per l’anno 2015, davvero ci dobbiamo porre la domanda sul perché un bando emesso ad ottobre 2014 sia stato ritirato fuori in tutta fretta ora a distanza di mesi. Nella stessa seduta di contrattazione il Rettore ha dichiarato: «non siamo innamorati del DIPINT»… ma del dirigente, pare di sì, se attiviamo un concorso senza copertura più che certa.

Ci sarebbe poi da chiedersi cosa vada a dirigere questo dirigente se il DIPINT è un contenitore vuoto che dopo anni non ha prodotto una sola relazione sulla sua attività, ed è servito solo ad incamerare liquidità, per noi vitale si intenda, ma sempre soldi pubblici della Regione, cioè di noi cittadini, che vengono dati in cambio di cosa? Assumiamo con i soldi della Regione, sotto mentite spoglie, un dirigente alla ricerca per l’Ateneo?

Il 19 febbraio 2015 il Pro-Rettore Frati ha firmato la nomina della commissione e in questi giorni si sono svolti i colloqui di selezione. Da notare poi ancora un aspetto che lascia basiti. Il bando viene emanato a firma del Direttore Amministrativo Dott.ssa Ines Fabbro ad ottobre 2014. La commissione nominata a febbraio 2015 risulta composta dal DG dell’Ateneo, dal DA dell’Azienda ospedaliera, una collega PTA universitaria, e per garantire la correttezza della selezione un dirigente esterno, ma udite, udite, chi è il dirigente esterno? La dott.ssa Ines Fabbro!

Siamo alla giostra della vergogna e noi vi guardiamo girare, girare, girare; ma prima o poi la corrente la staccano…

 

Come evitare la costituzione di dipartimenti psico-geologici e odonto-filologici

Altan-troppostronziRabbi Jaqov Jizchaq. Gian Antonio Stella puntualizza, e in effetti normalmente si riconosce, che l’imposizione di parametri così elevati per la sostenibilità di corsi di studio e dipartimenti (che io sappia non ve ne sono di eguali nei paesi avanzati coi quali ci confrontiamo: lì, se non bastano i docenti, semplicemente quelli che ci sono lavorano di più, non si chiude il corso o il dipartimento!), ha costituito una reazione al dilagare di corsi e corsettini sul “bue muschiato”, di microdipartimenti, sedi distaccate ed altre consimili amenità che hanno caratterizzato gli anni della dissipazione.

Fermo restando il biasimo per tutto ciò, allora l’imposizione di parametri insostenibili ha il sapore semmai di una vendetta, non di una riforma: come se per incrementarne la scarsa produttività, il perfido capo ufficio imponesse all’obeso ragionier Fantozzi di saltare 2,45 m. Ma data la sproporzione tra la causa e l’effetto, quel ragionamento a me pare più che altro un puro non sequitur, una spiegazione pretestuosa; a mio avviso una riforma sensata non può prescindere da elementi di realismo, e il realismo ci dice che con il turn over quasi bloccato, o bloccato del tutto a seconda delle sedi (e in posti come Siena, se si riaprirà, si tratterà di piccoli numeri), e il pensionamento di metà del corpo docente, quei parametri sono semplicemente irrealistici. Quasi surrealistici. Si dicesse dunque apertamente cosa si vuol realmente ottenere: la decimazione? Bene, ma anche dopo la battaglia normalmente ci si preoccupa del recupero dei caduti; cosa volete farne delle dozzine di persone che lavorano nei settori che via via state smantellando?

Così è sin troppo facile determinare, a priori, quali saranno le renziane università di serie A e di serie B; purtuttavia non è ben chiaro perché molti, individualmente, si verranno a trovare fra i sommersi, piuttosto che fra i salvati, né se possono emendarsi con le opere da questa colpa originaria. Una riforma non può difatti, nemmeno eludere le conseguenze della sua applicazione: non si può tirare il sasso in piccionaia e poi nascondere la mano, e qui le conseguenze della tenaglia fra requisiti numerici elevatissimi da un lato, e fuoriuscita di metà corpo docente a turn-over bloccato, dall’altro, sono semplicemente che, siccome in talune sedi molte aree scientifiche si avviano ad essere smantellate per la caduta dei requisiti di docenza e la scomparsa di insegnamenti fondamentali, il personale residuo che non potrà andare in pensione risulterà di fatto in esubero e difficilmente riciclabile.

Si è valutato ciò che è strategico, per un territorio, e ciò che non lo è? Secondo un uso razionale delle risorse umane, se si vogliono evitare mostruosità e i dipartimenti psico-geologici oppure odonto-filologici, i fritti misti dei corsi di laurea cinobalanici dal contenuto incomprensibile che condannano alla serie B chiunque abbia la disgrazia di rimanervi imprigionato, questo personale dovrebbe pertanto venire, per un verso o per un altro, associato ad altre sedi, continuando a dispensare utilmente la propria specifica competenza all’interno di poli scientifici territoriali robusti, competitivi, o semplicemente decenti. Dicendo questo, preciso, non esprimo un personale convincimento, ma cerco solo di far venire alla luce, con arte di levatrice, i pensieri, il non-detto e le segrete intenzioni dei riformatori, esortando le competenti autorità a non continuare col giochino di nascondere la mano, dopo aver tirato il sasso.

A proposito di pseudoriforme dettate da un aziendalismo che allegramente se ne frega dei contenuti, contribuendo pertanto allo smantellamento del sistema dell’istruzione pubblica, più che a riformarlo, aggiungo una considerazione sull’articolo di Lorenzo Bini Smaghi sul “Corriere” di lunedì 9 Marzo, circa la durata del ciclo scolastico, che da noi è più lunga che in altri Paesi europei di un anno: “Ciò significa che un ragazzo italiano finisce gli studi in media a 19 anni, contro i 18 dei suoi coetanei europei, arrivando dunque più tardi all’università o sul mercato del lavoro”. Ma, che vuol dire? Vuol dire studiare di più nell’arco di quattro anni, oppure – come temo – eliminare le conoscenze acquisite nell’ultimo anno? Si può prescindere dai contenuti? Quanta matematica sapranno coloro che s’iscriveranno ai curricula scientifici?
 Anzitutto la scuola superiore termina a 19 anni, come in Italia, in metà dei paesi europei; e poi il tasso di ignoranza e di impreparazione di molti studenti europei è evidente a chiunque ci abbia avuto a che fare; in Germania non sono punto soddisfatti di questa innovazione e così noi rischiamo di arrivare dopo la musica, spacciando per novità ciò che altrove appare già un esperimento superato. E poi immagino l’utilità, per il mercato del lavoro, di una pseudo-laurea triennale in scienze del piffero, conseguita avendo alle spalle addirittura un anno in meno di scuola superiore: inutili pezzi di carta rilasciati di un’istituzione vieppiù inutile, il nulla vestito col niente. Che se ne farà, se non la società tutta, “il mercato del lavoro”, di simili “laureati”? Noto en passant che il ruolo della cultura nella formazione del cittadino e della coscienza civica non viene mai preso nemmeno in considerazione.

Nel 1958, in Cina, si tenne l’VIII congresso del partito comunista, durante il quale Mao dichiarò guerra ai passeri! Le rese agricole erano pessime, il partito non poteva ammettere errori di gestione, e quindi si additò questo temibile “nemico del popolo”: il passero, colpevole di sottrarre risorse all’agricoltura. L’esito dello sterminio dei passeri fu naturalmente un dilagare smisurato degli insetti, che produssero danni devastanti all’agricoltura, ben peggiori di quelli eventualmente provocati dai passeri.

E se si costituisse un Dipartimento di Odontoiatria dantesca? Cerbero, il canino a tre teste

 

Paul Gustave Doré: Cerbero dantesco

Paul Gustave Doré: Cerbero dantesco

Rabbi Jaqov Jizchaq. Scrive Gian Antonio Stella: «Il colmo è stato toccato all’università di Chieti. Dove, a causa prima delle spaccature interne e poi della necessità di trovare una scappatoia alla rigidità della legge voluta nel 2009/2010 da Maria Stella Gelmini, decisa (con buone ragioni, anche) ad arginare l’eccesso di dipartimenti spesso mignon con la soppressione o l’accorpamento di quelli più piccoli, è nato il Disputer. Dipartimento di Scienze Psicologiche Umanistiche e del Territorio. Che tiene insieme gli psicologi che indagano nel sottosuolo delle menti umane e geologi che studiano il suolo e il sottosuolo della terra. Un capolavoro. Come se, per sopravvivere a una spending review, si fondessero insieme una carpenteria navale e un quartetto di violini.»

E perché non seguire il suggerimento di Totò (i famosi dentisti-dantisti di “Uccellacci e uccellini”) aprendo un Dipartimento di Odontoiatria Dantesca denominato magari Cerbero (il canino a tre teste)? Sicuramente si troverà che vi è un denominatore comune, legato alla sostenibilità ambientale. La Fondazione prometterà dei soldi (e poi non li darà). Questa è “l’estasi amministrativa” di cui parla Dostoevskij, ovverosia una sorta di delirio teso principalmente ad appagare la brama di autoaffermazione delle burocrazie ministeriali. Personalmente non capisco bene come possano andare d’accordo lo sputtanamento delle strutture didattiche e di ricerca, con la pressante richiesta di una sempre maggiore produttività scientifica (l’ANVUR, la SUA, il VQR, i renziani atenei di serie A e di serie B ecc.), ma tant’è: mettetevi nei panni di un referee estone o texano che si vede recapitare un paper e cerca di capire che mestiere fa l’autore… tornano esatte le impietose considerazioni del prof. Settis citate precedentemente.

… Eh, sì, come in quella celebre balera, l’orchestra sonerà “l’hai volsuto tu”, il mal voluto non è mai troppo. Quello del Disputer non è certo un caso isolato (e non c’è bisogno di andare fino a Chieti): anzi, è la norma, visto che, oggi come oggi, sono poche le sedi capaci di squadernare i grandi numeri richiesti dalla legge per la sostenibilità di un “megadipartimento”, nell’accezione gelminiana. E sarà sempre peggio. A Siena, dove bisogna primeggiare anche nelle disgrazie, calerà del 50% l’intero corpo docente, come evidenzia il grafico riportato in alto a destra, e tuttavia leggo che anche altrove non si scherza. Secondo il rapporto del CUN negli ultimi 7 anni la riduzione dei finanziamenti, il blocco del turnover dei concorsi e l’abbassamento dell’età pensionabile hanno provocato un crollo verticale esattamente del 30% dei professori ordinari e del 17% degli associati. La fascia dei ricercatori è ad esaurimento da alcuni anni.

Si fa notare che il crollo «supera ampiamente la diminuzione del numero degli studenti.» Entro il 2018 le cose peggioreranno ancora; i professori ordinari in Italia caleranno del 50 per cento: «nel 2018 infatti saranno solo 9.443 a fronte dei 18.929 del 2008, anche a causa del pensionamento di 4.400 docenti. Gli associati, invece, caleranno del 27%: nel 2018 13.278, a causa di 2.552 cessazioni, a fronte dei 18.225 del 2008. Complessivamente nel 2018 ci saranno 9.463 professori universitari in meno.» Tutto ciò era ampiamente prevedibile, perché conseguenza delle due uniche certezze alle quali possiamo aggrapparci: 1) che si invecchia e 2) che non ci sono quattrini. Homo sine pecunia est imago mortis.

Non premiando il merito ma la casualità e la territorialità, si creano università di serie A, B e C

Altan-ballaLa giungla dei fondi, così le università si dividono tra A e B (Il Mattino.it)

Marco Esposito. I premi ci sono e sono ricchi: 1,2 miliardi di euro. Ma sulla qualità della valutazione delle università c’è molto da perfezionare. Per esempio chi quest’anno ha ricevuto più soldi, Siena, è appena al 38° posto nelle classifiche Anvur. Quindi c’è il rischio che invece di incentivare il merito si sta premiando il vantaggio di operare in una zona rispetto a un’altra. Quest’anno la premialità vale un miliardo e 200 milioni, ripartiti tra le 56 università statali italiane, nelle quali studia (in corso) quasi un milione di ragazzi. Una somma che a fine 2014 è stata suddivisa in base a sei parametri, per tener conto della qualità della ricerca, delle politiche di reclutamento, del numero di studenti Erasmus in ingresso e in uscita, del tasso di internazionalizzazione misurato dai crediti formativi conseguiti all’estero degli studenti e dai laureati. Tutti criteri che offrono il fianco a critiche, come spesso accade quando si misura la qualità e non la banale quantità. In attesa di perfezionare il sistema, però, sono i criteri ufficiali di qualità del sistema universitario italiano, dietro i quali ci sono formule che permettono di individuare gli atenei di serie A e quelli di serie B. Con molte sorprese.

La migliore università d’Italia, in base a tali parametri, è come detto quella di Siena che ha potuto beneficiare di 26 milioni di premialità. Naturalmente la cifra in valore assoluto non è di per sé significativa, per cui nell’elaborazione del Mattino la si è confrontata con la quota base del Fondo di finanziamento ordinario, che per i 56 atenei vale 4.911 milioni di euro. La premialità media è del 24,4% ma per Siena raggiunge la percentuale record del 34,1%. Al capo opposto della classifica c’è Messina, dove la premialità è stata appena del 14,4% sempre rispetto alla quota base del Ffo. Dalla classifica non si può dire che la dimensione di per sé aiuti la performance dell’ateneo. Tra le prime dieci ci sono colossi come Bologna (55mila studenti) e Padova (41mila) ma anche i microatenei di Foggia e del Molise, i quali sono stati premiati soprattutto per le politiche di reclutamento, cioè la capacità di produrre ricerca dei docenti assunti da meno anni. Foggia e Molise tengono alti i vessilli del Sud insieme a Teramo, Sannio, Sassari e Salerno. Quest’ultima è anche l’unica università meridionale di serie A che è anche di dimensioni discrete, con 20mila studenti, mentre le altre promosse sono tutte piccoline.

Nella parte bassa della classifica ci sono università piccole un po’ di tutta Italia che non riescono a mantenere standard di qualità, almeno così come sono misurati attualmente. Vanno male la Iuav di Venezia, Camerino, Napoli Orientale, Napoli Parthenope e il Politecnico di Bari, tutti con meno di 10mila studenti in corso e performance premiali molto modeste. Tra gli atenei del Nord il peggiore è Genova, con un risultato allineato a quello dell’Università del Salento e dell’Orientale. Nelle ultime dieci posizioni si trovano anche i due colossi del Centrosud e cioè la Sapienza e la Federico II che insieme superano i 110mila studenti in corso. In base ai punteggi che sono dietro il riparto dei fondi premiali, Sapienza e Federico II non garantiscono performance all’altezza di atenei di analoghe dimensioni, come Bologna, Padova, Torino. Nel girone delle Università di serie B si trovano anche la Seconda università di Napoli, Bari e le tre siciliane di Palermo, Catania e Messina.

La premialità, però, ha senso se è correttamente misurata e può spingere verso un generale miglioramento dell’offerta formativa. Ancora è troppo presto, forse, per comprendere se il nuovo meccanismo sta spingendo gli ultimi a migliorarsi. Tuttavia ci sono alcune anomalie evidenti. Per esempio la «più premiata» università italiana, Siena, non è nella top-20 delle classifiche di qualità dell’Anvur e anzi è appena trentottesima. Anche Udine, Bergamo, Foggia, Molise, Insubria sono nella parte alta per quota di finanziamenti premiali, però non rientrano nella top-20 dell’Anvur. Trieste è a metà classifica come premialità eppure è negli ultimi dieci posti nella valutazione Anvur.

E nelle valutazioni Anvur, che comprendono anche gli atenei privati, la Bocconi varrebbe meno della Piemonte Orientale. Come a dire che ogni classifica segue criteri diversi e può smentire la precedente ma mentre molte graduatorie portano solo prestigio quella effettuata dal Miur sposta denari freschi. Anche il fatto che in coda si trovino simultaneamente tutti i grandi atenei delle città del Sud (Napoli, Bari, Catania, Messina e Palermo) consente di ipotizzare una forma di disagio territoriale piuttosto che una sincronica prova di inefficienza. E anche qui con delle anomalie, la più sorprendente delle quali riguarda la Sun. Per la premialità ufficiale è la peggiore università della Campania nonché terzultima in Italia, mentre nelle graduatorie dell’Anvur si piazza alla pari della Cattolica di Milano.

Qualsiasi analista ne dedurrebbe che tali metodologie vadano prese con le molle e utilizzate nel tempo dopo verifiche e approfondimenti. Invece in Italia il meccanismo, per quanto evidentemente imperfetto, ha già effetti diretti nella ripartizione delle risorse. Con esiti paradossali perché si rischia non di premiare il merito ma la casualità o più banalmente la territorialità. Se infatti per qualche ragione un parametro favorisce determinate aree del Paese al di là dei meriti degli atenei, la premialità invece di incentivare chi si migliora finisce con l’alimentare le distanze. Gli atenei siciliani, per esempio, sono quelli che ricevono meno fondi, hanno un turnover autorizzato molto basso e stanno anche perdendo rapidamente studenti. Se l’obiettivo dell’Italia è non offrire a nessun ragazzo corsi universitari di serie B, ci si deve affrettare a trovare un sistema per evitare che alcuni atenei precipitino in serie C.

Agli intellettuali senesi di una certa età manca tensione etica, apertura mentale e spessore culturale

IntellettualeRabbi Jaqov Jizchaq. Scrive Raffaella Zelia Ruscitto su Il Cittadino online: «Dove sono gli intellettuali senesi? In quali antri si nascondono? A quale esilio si sono autocondannati? È pur vero che l’Università perde docenti e che questi non vengono sostituiti da altri ma sarà rimasto vivo, da qualche parte, lo spirito dialettico e rigenerativo che si è sempre respirato lungo i corridoi e nelle aule dell’Ateneo!»

…Où sont les neiges d’antan? Della neve di due giorni fa, rimane solo un po’ di fango. Lo “spirito dialettico”? Cara Direttrice, di spirito dialettico, attualmente, di voglia, cioè, di discutere costruttivamente, mi pare che non ci sia rimasta nemmeno la puzza: parlare del senso delle cose è assolutamente vietato. Azzoppate le istituzioni culturali (già in passato colonizzate dalla partitocrazia) facendo fuori dall’università o emarginando le leve meno anziane (media di età dei “giovani ricercatori” senesi, 52 anni; età media degli ordinari, 62 anni) viene meno l’humus stesso dove cresce lo spirito dialettico. Quanto agli intellettuali di una certa età, quando non suonano bucolicamente il piffero, normalmente passano il tempo a parlare male l’uno dell’altro: manca tensione etica, apertura mentale e, in definitiva, spessore culturale.

Altrimenti risulterebbe chiaro, per esempio, che per la “cultura” (in senso rigoroso, scientifico od umanistico, per chi ama queste oziose distinzioni), nell’attuale impostazione aziendalistica dell’università, di spazio, proprio non ce n’è e non ce ne sarà in futuro. Verrà preservato forse qualche esemplare di “intellettuale”, preferibilmente con la “erre” moscia, da destinarsi al museo delle razze estinte, tra scheletri di brontosauri e nerboluti uomini di Neanderthal. L’efficienza aziendalistica, da mezzo è diventata il fine e peggio ancora una religio: vuota liturgia, ideologia, rovesciando il rapporto fra mezzi e fini; una finzione di efficienza che ammonta a un girare a vuoto soffocando ogni domanda di senso, in una metastasi di materiale cartaceo sfornato dall’apparato burocratico. Un susseguirsi di minacciose “circolari” che accompagnano, a livello del corpo accademico, la recrudescenza di certo autoritarismo, legato forse al fatto che i ruoli sono congelati da dieci anni, molti settori sono stati marginalizzati, e le gerarchie istituitesi paiono pertanto eterne e inamovibili. Risorge, dietro questa parodia della matematica oggettività, una certa insofferenza verso i “ludi cartacei” della democrazia…

L’aziendalismo dogmatico, da un lato sta conducendo alla mcdonaldizzazione del sistema dell’istruzione superiore (senza oltretutto raggiungere lo scopo di sfornare un maggior numero di laureati), e dall’altro, con la volontà di ridurre tutte le dinamiche interne dell’istruzione e della ricerca a leggi di mercato, si è ridotto esso stesso a un’astratta ideologia, malcelata dietro un profluvio di disposizioni burocratiche che, di fatto, contraddicono ogni idea pratica di efficienza.

Max Born diceva: «sono convinto che la teoria fisica sia oggi filosofia», ma oramai, qui, nella cornice aziendalistica dell’università riformata, anche “filosofia” è una parola proibita, o usata con significato dispregiativo. Oggi, invece dei filosofi, imperversano semmai i tuttologi, razza perniciosa che pontifica su tutto, non dicendo niente.

Va detto che tutti i rami delle scienze moderne sono oramai giunti a un tale livello di specializzazione che rasenta l’incomunicabilità; questo fatto taglia fuori l’intellettuale che, senza essere specializzato in nulla, svolazza di fiore in fiore; ma crea nondimeno eserciti di ignoranti altamente specializzati, i quali ritengono che non esista altra cultura, se non quel centimetro quadro di cui essi stessi sono cultori.

Il tutto si dovrebbe ricomporre nella cornice di quella che chiamiamo solitamente “civiltà” (la “civiltà occidentale”, uno pensa al già citato Musil, ad Einstein, a Turing – che ora va di moda – ecc.). La specifica vocazione professionale di ciascuno non dovrebbe esimere dal dovere etico di cercare di informarsi su ciò che accade in altri campi, e soprattutto dal piacere di farlo, pur senza pretendere di pontificare: «gli scienziati non leggono Shakespeare e gli umanisti sono insensibili alla bellezza della matematica», lamentava Ilja Prigogine.

È deprimente osservare come i poeti mediocri vantino con civetteria la loro ignoranza in cose di fisica e matematica, e gli scienziati mediocri disprezzino la poesia e la musica, senza rendersi conto di come, nella cornice sopra descritta, gli uni e gli altri si trovino al contrario dalla stessa parte della barricata. Quel che è peggio, è che, nonostante oramai tutti si sentano volteriani e brandiscano ampi cartelli “Je suis Charlie”, è rischioso dire queste cose in giro.

Che vuol dire rilanciare “la cultura” a Siena? Come si fronteggia la concorrenza di atenei italiani ed esteri che offrono corsi di studio prestigiosi?

Martin Heidegger

Martin Heidegger

Rabbi Jaqov Jizchaq. Ieri sera, in occasione della trasmissione del film della Von Trotta su Hannah Arendt e della ricorrenza del Giorno della Memoria, mi sono andato a rileggere il Discorso di rettorato che fu pronunciato sabato 27 maggio 1933 da Martin Heidegger, filosofo “agreste e boschivo” e discretamente nazista, in occasione della cerimonia ufficiale del suo insediamento come nuovo rettore dell’Università di Friburgo in Bresgovia. Non ho molta affinità con il personaggio, e men che mai condivido le sue simpatie, risalenti a questo periodo, per il regime nazionalsocialista, o certi lati criptonazisti del suo pensiero. Aborro altresì, per più ragioni, il suo disprezzo antisemita (i “Quaderni Neri”) per quel popolo che si distingue per “il rimarcato talento nel dar di conto” (sic), ossia gli ebrei. Ma il tono non è certo quello ragionieristico di chi parla solo ed esclusivamente di requisiti minimi e crowdfunding, intercalando qua e là la parola “cultura”:

«Scienza non è per loro [i greci] neppure il semplice mezzo del potenziamento del sapere che rende consapevole ciò che è inconsapevole; essa è invece quella potenza che, nel mantenere acuto e intenso l’intero Dasein (l’intero rapporto con l’essere), lo contiene e lo abbraccia completamente. Il sapere scientifico è l’interrogante e stabile stanziarsi nel bel mezzo dell’ente che, colto nella sua interezza, costantemente si nasconde. Tale operante perseverare è pienamente consapevole del proprio disconforto dinanzi al destino ecc.»

Lasciamo perdere il resto… probabilmente, ai nostri giorni, non del tutto senza ragione, l’uditorio, anziché inquietarsi laddove Heidegger accennava alla “missione storica e spirituale del popolo tedesco”, si sarebbe semplicemente addormentato, dopo aver cercato invano qualche istogramma da rimirare o qualche sito da compulsare; quello che voglio dire è che nel frenetico fare e disfare di questi anni, nell’università italiana e senese in particolare, mi pare che sia mancato e manchi un orizzonte di senso.

Ho più simpatia invece per quell’altra università germanica, di proporzioni non dissimili da Siena, dove di “talenti nel dar di conto” non mancarono certo e che vide succedersi o coesistere, tra gli altri, personaggi come Gauss, Dirichlet, Emmy Noether, Riemann, Klein, Hilbert, Born, Planck, Minkowski, Wigner, Husserl, Weber ecc. (sto parlando ovviamente della Goettingen che fu e diversi dei succitati illustri personaggi furono allontanati in occasione della “Grande purga” antisemita del 1933); tanto per dire che quando si parla di “eccellenza”, senza citare la solita “Ossforde” e “senza nulla a pretendere”, i punti di riferimento storici nella cultura europea, sarebbero di questa scala: allora, “senza nulla a pretendere” e contendandoci anche di parecchio meno, che cosa vuol dire che si vuol rilanciare “la cultura” a Siena?

Non è chiara in particolare, in una tale cornice, la sorte che in seno all’ateneo si riserva a quelle aree dove “l’approssimazione” non è di casa, cioè ai rami più astratti ed esatti della scienza e della cultura: “l’uomo impreciso domina il tempo presente”, scriveva Musil, ma non si capisce come si pensi di fronteggiare la concorrenza di atenei italiani ed esteri che oramai offrono ben delineati corsi di studio solidi e di tutto prestigio, concorrenziali non solo dal punto di vista dei contenuti e delle prospettive, ma oramai anche dal punto di vista economico.

Università di Siena: il conflitto d’interesse per il personale contrattualizzato è norma da applicare, per i docenti rientra tra i principi generali di comportamento

Altan-criccaFigli di un dio maggiore

USB P.I. Università di Siena. Scriviamo questo comunicato all’attenzione dell’intera Comunità, e in particolare ai componenti del Senato Accademico. Oggi, infatti, sarà portato in approvazione il codice di comportamento dei dipendenti dell’università di Siena. Il DPR 62/2013 prevede che tutte le pubbliche amministrazioni adottino dei codici di comportamento; vi è anche un’agenzia nazionale di riferimento, cambia spesso nome, CIVIT, ANAC, (forse oggi ha già ricambiato nome), che ha emanato delle delibere in proposito. Un anno fa fu avviato il percorso partecipativo sulla stesura del codice rivolto a tutti i componenti della nostra comunità. Il DPR di riferimento, infatti, prevede che ognuno scriva le proprie regole, fatto in modo intelligente, sarebbe corretto. La RSU rispose di comune accordo con le sigle avanzando delle proposte. Queste furono accolte dall’Amministrazione, in modo quasi totale. In sostanza, cosa era stato proposto? Trattandosi di una università ci si rendeva conto che si doveva scrivere un codice calato sulla realtà specifica dell’Ateneo. Il codice andava applicato a tutti pur tenendo conto degli status giuridici differenti, personale contrattualizzato e non. Era stato trovato un modo per far tornare tutto e dobbiamo dire l’Amministrazione stessa aveva accolto l’impostazione che cercava di applicare le regole a tutti.

Vi sono dipendenti con status giuridici differenti, vero, ma pur sempre tutti dipendenti dello Stato. Se è normato il conflitto d’interesse all’interno dell’Università di Siena, non si può sostenere che per i dipendenti contrattualizzati è norma, e si applica, mentre per i dipendenti non contrattualizzati sono principi generali di comportamento! Principi generali? Di cosa stiamo parlando, cioè si va nelle piazze a manifestare quando i conflitti riguardano gli altri, ma quando poi si tocca l’interesse personale ecco che scappa fuori lo status giuridico? Per favore, in questa fase storica in cui si stanno, a fatica, cercando di abbattere privilegi anacronistici, c’è ancora chi ritiene corretto sostenere che i conflitti si regolano in modo differente? Cioè per qualcuno si regolano e per altri, di fatto, no. Ebbene sì, il Nucleo di valutazione (NdV) propone questo, e oggi chiede al Senato di avallare questa tesi. Si sa, i docenti, dipendenti pubblici, sono figli di un dio maggiore, per loro le regole, che valgono per gli altri, sono principi generali.

Il punto del conflitto d’interesse è importante perché era stato costruito un sistema che nella valutazione dello stesso tenesse conto dei diversi ruoli, quindi iter di intervento e controllo differenti. Il NdV però questo non lo accetta e dice che è il codice etico dell’Ateneo a disciplinare la materia, e che non c’è bisogno di prevedere iter specifici sulla gestione del conflitto di interesse, ma basarsi sulle linee generali previste dal codice etico. Forse però si dovrebbe sapere che la delibera 75/2013 della CIVIT prevede che il codice etico venga ricompreso, di fatto scomparendo, nel codice di comportamento, e che si prevedano iter precisi! Tutto questo però si fa finta di non saperlo. Il codice etico dell’Ateneo approvato nel 2011 deve essere incluso nel codice di comportamento!

Il Senato oggi è chiamato a prendere una decisione delicata lo dice anche il NdV, nel documento che ha presentato. Nell’ultimo paragrafo, nel trasmettere il proprio parere agli organi di governo, per la delicatezza della questione, ritiene debba prestare attenzione alla materia anche l’organo rappresentante del personale docente. Quale sarebbe tale organo? Non ci risulta, esista, un organo del genere nell’Ateneo. Quanto fa paura che il conflitto d’interesse venga normato? Invitiamo il Senato accademico a riflettere bene sul segnale che si vuole dare rispetto alla trasparenza delle funzioni della Pubblica Amministrazione, tutti ne rispondiamo, non esistono figli di un dio maggiore.

A Sienne la Culture c’est moi

Riccaboniridens1Una buona notizia: verso gli “stati generali” della cultura!

Mario Ascheri. Entro un mare di notizie certo non esaltanti (MPS, Fondazione MPS e Chigiana, SMS, Università degli Studi, Aeroporto ecc.) e di chiacchiere soporifere sulla cultura in cui si sono distinti alcuni politici in questo inizio d’anno, è intervenuto anche un annuncio notevole. L’assessore Vedovelli ha previsto entro febbraio gli stati generali della cultura cittadina. Bene, benissimo. Bisogna arrivarci preparati affinché non sia un’occasione perduta e perciò sono sicuro che l’assessore starà pensando a scadenzare qualche fase precedente in modo che i partecipanti arrivino con idee chiare e concrete.

Banale ma forse non inutile precisare che la cultura è cosa diversa dal turismo, che ha o può avere tante implicazioni culturali ed economiche ma che di per sé non implica sviluppo culturale per chi lo fa e per chi ne fruisce i benefici. Se vado al mare in Sicilia, stando sempre al sole o in acqua ignorando tutto della cultura locale con i pop corn e la coca cola, ne ritornerò abbronzato e rilassato ma senza neppure un briciolo di maggior cultura, neppure gastronomica. Neppure visitando qualche museo o mostra è detto di per sé che la cultura personale se ne avvantaggi se la visita è fatta senza certe “basi” e la necessaria “assistenza” di letture o ascolti ecc. Il crollo della lettura di libri è avvenuto contestualmente all’aumento del turismo per spettacoli, concerti, mostre e città d’arte: nuove forme di consumismo? Passeggiare sulla Francigena quando fa “crescere” culturalmente? Ormai basta usare intelligentemente dell’enorme, incredibile patrimonio caricato sul web (a parte anche le tante oscenità) per divenire dotti di musica e arte, teatro e poesia, storia, diritti umani, economia e quant’altro. Andare all’inaugurazione di una mostra o a un evento pubblico è un fatto sociale sempre (un tempo anche molto eno-gastronomico a Siena), che può anche essere culturale. Ma non è affatto pre-detto per il singolo partecipante…

Ciò premesso, di fronte a una comunità l’ente pubblico locale per definizione, il Comune, per lo sviluppo culturale deve occuparsi delle strutture e dei temi nodali, che spesso il privato non cura perché non vi vede utilità o profitto. Non si deve né può sostituire al privato individuale o associato, terreno in cui Siena ha una realtà fantastica, dalle contrade con le loro società alle tante associazioni di settore (anche quelle sportive fanno cultura, sia chiaro), ai club, alle accademie (almeno 3 attivissime), alle fondazioni. Soprattutto a Siena il Comune ha davanti uffici ed enti statali come le scuole di ogni ordine e grado, le Soprintendenze, l’Archivio di Stato e le due Università, o grandi enti storici come l’Opera del Duomo.

Di fronte a tanto bendidio a Siena si può solo fare una selezione, un inventario delle priorità, cominciando con il dare il buon esempio. E curare il proprio patrimonio, formale (museo civico, chiese comunali come S. Agostino, SMS, la fortezza ecc.) e storico (come le mura), cosa che non sempre avviene, o non avviene in misura decente. Ma come sito Unesco il Comune ha anche l’obbligo di vigilare più del “normale” su tutta l’area entro le mura più ampie, del Tre-Quattrocento, per cui se una chiesa è trascurata dal proprietario dovrà intervenire (penso ora a S. Giorgio, a S. Salvatore ecc.), così come per le porte cittadine e le fonti talora ritenute private le une e le altre (è tema discutibile ma non seriamente discusso). Che l’area retrostante del SMS o i suoi portali, ad esempio, siano così mal ridotti è scandaloso perché dà l’idea di un ente che ha smarrito il buon senso oltreché quello delle priorità.

Prima di tutto quindi il patrimonio, compreso quello mobile, di arredi, monete antiche, medaglie fino ai quadri sparsi qua e là. In questo senso mi si consenta di segnalare come priorità “sostenibile” la liberazione dagli uffici dei locali di Palazzo pubblico con evidenze artistiche o architettoniche. Finché era una necessità si potevano tollerare, ma ora che i dipendenti comunali diminuiscono e si sono liberati spazi (caserma vigili) e altri si stanno per svuotare, pare (palazzo del Governatore, detto della Prefettura/Provincia), la giustificazione non c’è più. Aprire tutto il Palazzo pubblico non è un’idea di grande rilievo culturale (e turistico) da ampiamente pubblicizzare? Anche perché il Palazzo si può corredare di quella informazione visiva o digitale che fa entrare direttamente nella storia della città, dal Trecento ai giorni nostri! Non si può fare in economia una operazione del genere?

Altra operazione di altissimo rilievo culturale (e anche turistico e promozionale di prim’ordine per l’azienda) sarebbe la sistemazione del patrimonio artistico della Banca: perché non con solenne donazione al Santa Maria? Quale boom più grande si può pensare sui media internazionali? Il trasferimento della Pinacoteca è tutt’altro che vicino. Questa invece è realizzazione relativamente rapida che peraltro aiuterebbe non poco la ripresa di immagine di cui la Banca ha tanto bisogno. Altro intervento prioritario per il Comune non è il lavoro qualificato nei beni culturali? Ebbene, in attesa del nuovo Louvre (ancora molto indistinto, checché si dica, e lo sarà anche dopo l’intesa di fine mese con la Fondazione MPS, temo) non si potrebbe iniziare la scuola e laboratorio di restauro di cui si è sempre parlato? Non darebbe lavoro a docenti e subito dopo agli allievi a Siena e fuori? E non sarebbe il modo migliore per verificare nel concreto una positiva sinergia del Comune con le due Università, lo Stato e la Regione? Si parla di realtà problematiche da questo punto di vista (come la Chigiana) e si trascura quello che è quasi a portata di mano.

Le due università nei discorsi sulla cultura sono state quasi ignorate, prima dal miraggio Capitale e ora di nuovo dal miraggio SMS. Il Santa Maria, sia chiaro, potrà giovarsi e ospitare parte dell’Università ma non sostituirne certe funzioni. Non è un terreno tutto da arare, anche tenuto conto che l’Università tradizionale ha avuto un crollo delle iscrizioni a quanto pare più accentuato che altrove? Si dirà che l’Università non si è fatta viva per tanti anni. Se non ha saputo riflettere per nulla sulla crisi della città (si sveglia ora con singolare originalità per Charlie!) come può dare un contributo alla rinascita della città? L’Università per Stranieri sta maturando un diverso atteggiamento (e l’assessore giova senza dubbio), ma è il Comune che ha il dovere di pungolare un ente di quella importanza se non riprendere il suo ruolo storico per Siena e il suo territorio. Accademia Chigiana, Siena Jazz e Istituto Franci hanno problemi diversi, ma anche del loro futuro si deve parlare per il benessere culturale (ed economico) della città nel nuovo quadro di sostenibilità economiche con cui abbiamo a che fare. Ma avendo presenti le diverse scale dei problemi.

Basti questo per richiamare sommessamente a fare ordine. Chiarite le premesse, si potrà fare un discorso sul ruolo del Comune in campo culturale a Siena. Ma senza confondere il quadro con le cornici. Il rischio si corre eccome, perché la crisi della politica ha da tempo investito anche la cultura (e ne è un aspetto). Nel Paese, ma ancor più a Siena per la diffusa corruzione (morale, quando non criminale) dilagata per anni: anch’essa un problema enorme tutto culturale (anche) che non si ha la forza di affrontare.

Non sarà che si sia deviata volutamente l’attenzione con le varie chimere delle Capitali (perché i rapporti internazionali della CEC vanno persi?) e ora degli spropositati e onnivori orizzonti del SMS (sul quale un approccio in http://www.sienatv.it/web/podcast.html?task=videodirectlink&id=633)?