I portualli dell’università di Siena e la perdita del senso del ridicolo

EnricoVaime

Enrico Vaime. La storia che nessuno ci ha raccontato, ma che abbiamo dedotto con l’imprecisione dell’immaturità, dai fatti incomprensibili ai quali abbiamo assistito. Brandelli di storia, tratti dai ricordi di un figlio della lupa che non riuscì a diventare balilla e che oggi mi ricompare nella sua immagine più grottesca e nella sua più vistosa carenza: in quegli anni un popolo conosciuto come arguto, acuto, di vivace temperamento, perse del tutto uno dei sensi grazie ai quali un Paese può salvarsi, almeno dal punto di vista culturale: il senso del ridicolo.

Eccola la tabe più vistosa.

Accantonammo quello spirito che alcuni ci avevano forse troppo generosamente attribuito. La Storia che ci cascò addosso ci trovò (noi così portati alla indisciplina creativa, al temperamentalismo individuale quasi patologico) intruppati con gente e idee che accettammo per pigrizia mentale (e per scarsa cultura, certo).

E quando – tardivamente – cercammo di defilarci, pagammo un prezzo alto che non avevamo previsto. Eravamo – in quegli anni lontani – dei “portualli” termine che nel meridione si usa per indicare le arance. E questa storiella dell’epoca che riportiamo, ci sembra significativa.

Nel Mezzogiorno d’Italia, al tempo della raccolta delle arance (i portualli, appunto) si usava gettare questi frutti nei fiumi che, con la loro corrente, li portavano al mare dove venivano raccolti e quindi spediti ai mercati.

La storiella racconta che i portualli, mentre l’acqua del fiume li spingeva verso l’imbarco, erano soliti cantare una loro canzone-inno che diceva: «Noi siamo i portualli e andiamo verso il mare».

In mezzo alle arance (succede nei corsi d’acqua libera) capitò un reperto. Un rifiuto umano, diciamo. Che, per una ipocrita forma di educazione orale, chiameremo «cilindro fecale». L’inelegante deiezione galleggiò insieme alle arance che cantavano, «noi siamo i portualli andiamo verso il mare». E dopo un po’, coinvolto emotivamente (concediamo anche alla cacca una sua creativa sensibilità) il cilindro fecale si unì al coro. Cantava con crescente partecipazione insieme agli agrumi quella canzone così aggregante.

Finché un arancio non lo notò. Il cilindro fecale, preso dal ritmo, continuava a cantare «noi siamo i portualli andiamo verso il mare». Si era quasi convinto di essere come i suoi compagni di viaggio.

Quando il portuallo che aveva notato l’intruso-illuso non gli si avvicinò e, con tono deciso, lo inchiodò alla sua realtà diversa.

Gli disse: «Statte zitto!» E aggiunse: «Strunzo!»

Successe anche a molti di noi.

L’università di Siena è sempre prima nel calo delle immatricolazioni

GianniriccantiniDa un articolo di Stefano Taglione, che analizza l’emigrazione degli studenti toscani verso le università del Nord, si scopre che l’università di Siena è sempre prima (in negativo): ha dimezzato in dieci anni le immatricolazioni totali e quelle toscane in particolare (-53,4%).

Matricole, fuga al nord: ecco dove studiano i nostri giovani

Stefano Taglione. (…) L’ateneo pisano, fra i tre della nostra regione, è quello che regge meglio alla crisi: in dieci anni la differenza di iscrizioni al primo anno della lauree triennali e a ciclo unico si è fermata al -4,7% (-7,9% se consideriamo i soli toscani). Si tratta di una flessione, a livello assoluto, di 334 studenti. Firenze ne perde invece il 28,4% (da 11.167 a 7.992 immatricolazioni). E, nel 2013/2014, 6.466 nuove iscrizioni sono arrivate dalla Toscana (ben duemila in meno di dieci anni prima). Ma se Pisa regge e Firenze cala, Siena sprofonda. In dieci anni nella patria del Palio le immatricolazioni si sono dimezzate, passando da 4.396 a 2.271. Solo quelle toscane, nello stesso periodo analizzato, sono scese da 2.684 a 1.252 (-53%). Un’emorragia senza precedenti. Calo generale. I dati che interessano gli studenti toscani e coloro che si sono immatricolati nei nostri atenei vanno di pari passo con una situazione generale alquanto disastrosa. (…)

Un posto dove la cultura – nel senso più ampio – non gioca alcun ruolo non è più “università”

Rettori a vita

Rabbi Jaqov Jizchaq. Credo si possa sintetizzare l’intervento di Salvatore Settis dicendo che il grande assente da tutte le discussioni, ad ogni livello, sull’università pubblica, è la cultura, ogni tanto tirata in ballo qua e là come vuoto intercalare nei programmi per un radioso avvenire, o come acquetta lenitiva per risciacquarsi i cabbasisi: sempre intesa, di fatto, come sotto-cultura, “cultura” per modo di dire, di basso profilo, mai (per carità!) cultura scientifica, al massimo saccente erudizione.
L’esito sono delle mostruosità. Nel 1782 Mozart mise in scena Die Entführung aus dem Serail (KV 384); l’imperatore commentò: “troppe note, mio caro Mozart”. Mozart, non senza insolenza, rispose: “allora ditemi voi quale devo togliere…”.
Anche un corso di laurea, un dipartimento, un’area scientifica, sono come una composizione musicale: non se ne può affidare la composizione a burocrati incompetenti che contano solo il numero di note (per restare nella metafora) o duri d’orecchi, o affidarsi all’anarchia e alle pulsioni particolaristiche degli strumentisti di un’orchestra litigiosa ed egoista di genere felliniano.
Ci si cimenta, magari, in inutili “dibattiti culturali” da benignesca Casa del Popolo (“Pòle la donna pareggiare coll’òmo…”) su dove finisce la cultura scientifica e dove comincia quella umanistica, con lo stucchevole provincialismo di chi appare essere abbastanza digiuno sia dell’una che dell’altra. E poi, quando si parla di “cose serie”, ça va sans dire che si parla d’altro: di fundraising, startup, bootstrapping, crowdfunding, venture capital, angel investor … ed è tutto uno sciorinare di anglicismi, talvolta biascicati senza pensare, come mantra, quasi scopo apotropaico per scongiurare la carestia.
Non è chiaro che importanza abbiano in tutto ciò l’alta cultura e la ricerca di base (quella che in Italia non ha finanziatori), ma in generale il sospetto è che di importanza ne abbiano sempre meno, perché non portano quattrini. Sospetto che, in particolare, a Siena, diventa vieppiù certezza. Non che tutto ciò che ruota attorno al rapporto col mercato ed alle applicazioni non sia importante (anzi, ci mancherebbe altro! Personalmente aborro sinanco la distinzione netta fra “puro” e “applicato”), ma il fatto è che spesso ci si limita a parlare dei mezzi, giusto perché il fine non è chiaro.
Tuttavia senza un orizzonte di senso questo, un posto dove la cultura – nel senso più ampio – non gioca più alcun ruolo, non è più “università”, è un’altra roba: il prodotto delle ultime riforme e delle ultime vicissitudini locali è una “università” senza cultura (“scientifica”, “umanistica”, lascio a voi le dispute bizantine sul sesso degli angeli)? Per intenderci, andiamo (mutatis mutandis) verso una distinzione alla tedesca fra Fachhochschulen e Universitäten? Magari! Quella è una cosa seria!
E tuttavia, anche di recente, quello senese è stato definito in un documento ufficiale “ateneo generalista”: ma “generalista” de che? Quello che si vede da noi, con l’incompiuta non certo schubertiana del “3+2″ (di cui, come mozzicone, in molti casi rimarrà solo un inutile “3” senza “2”), con il grande rimescolamento dell’abolizione delle facoltà e dell’accorpamento dei corsi, è solo l’apoteosi della burocrazia (la prevalenza del mezzo sul fine) e un tentativo di fare le nozze coi fichi secchi.

Siena: dal buco dell’Università a quello di Siena Biotech

Bucoverita

Rabbi Jaqov Jizchaq. Alcune riflessioni su Siena Biotech e sull’Università di Siena.

«Puntare sul polo delle scienze della vita. Esprimo la mia solidarietà ai dipendenti di Siena Biotech che vivono un momento di grande difficoltà e di incertezza…. Siena Biotech è elemento di un più ampio progetto di rafforzamento del polo biotecnologico senese.» (Luigi Dallai).

… insomma, sarà anche al centro di non so quale progetto, ma di fatto sta per chiudere e i dipendenti stanno per essere licenziati: se non la Fondazione, i soldi per mantenerla in vita (che è cosa forse diversa dal tappare momentaneamente un buco), in buona sostanza, chi ce li mette, per quanto tempo e a quali patti?

Leggo però che Biotech è un classico prodotto del Groviglio armonioso: «La Scienza è una faccenda seria, e affidarne le sorti a politici, bancari e avvocati non può che condurre al disastro» (Paolo Neri). Dalla lista nera mancano solo i preti. Che, come diceva Balzac, vestono in nero perché, come gli avvocati, portano il lutto delle loro colpe (”il prete, il medico e l’uomo di legge… vestono di nero perché portano il lutto per tutti i desideri e le illusioni degli uomini” – H. De Balzac, Il colonnello Chabert).

Leggo che ha ingoiato da sola una quantità di danaro pari alla metà del “buho” nel bilancio dell’università: una storia di scialo o dissipazione, dunque? Personalmente non sono in grado di valutare se i quattrini siano stati realmente buttati al vento, o se i risultati sul piano scientifico siano stati invece all’altezza delle attese, ragionevolmente, nell’arco temporale dall’esistenza di questa struttura.

Certo, iniziare da zero prevede tempi assai lunghi di rodaggio e forti investimenti: la ricerca feconda di risultati non si instaura in un mese o un anno, e questo mi porta peraltro a riflettere ancora una volta sulla leggerezza con la quale all’università si parla, a seguito della spada di Damocle costituita dal pensionamento del 50% del personale docente, di tagliare, chiudere, amputare sopprimere aree, che per essere eventualmente riavviate impiegherebbero un ventennio.

Mi riallaccio dunque al mio messaggio precedente. Non solo la ferale notizia solleva qualche perplessità sullo sbandierato progetto di volgere l’ateneo interamente in direzione delle “scienze della vita”, ma non si capisce bene, in realtà, se si vogliano e si possano salvare altre aree scientifiche escluse da questo cono di luce, oppure se le si considera oramai espulse dal contesto accademico e culturale senese: nel primo caso, onestà e logica vorrebbero che si pensasse e si dicesse, operativamente, anche come si intende salvarle; nel secondo caso, se oramai le si considera perdute e chi ci lavora, pura zavorra, si eviti di mentire: si aggreghino ad altri atenei, o addirittura si trasferiscano altrove baracca e burattini, onde garantire almeno un presidio robusto, dotato di massa critica a livello regionale. Tertium non datur.

«Auspichiamo che la Fondazione collabori effettivamente con la Regione e con le altre istituzioni coinvolte nel Protocollo di valorizzazione del Polo senese delle Scienze della vita. L’obiettivo prioritario è quello di attrarre sul territorio senese nuovi player che potrebbero portare investimenti e valorizzare competenze e talenti già presenti nel nostro territorio» (Bruno Valentini)

Tutti paventano, all’università, non senza motivo, la colonizzazione da parte degli altri atenei della regione (vaso di coccio fra vasi di ferro). Ufficialmente, dunque, si vuol salvare tutto e tutto, a parole, si vuol preservare dall’invasione de “lo stranier”; ma si sa che questo non è possibile, né risponde alle reali intenzioni di chi ha in mano le leve del potere accademico e politico; se alcuni settori sono moribondi, altri sono già andati al creatore e molte aree scientifiche, checché si dica, per molteplici responsabilità, sono state di fatto abbandonate alla deriva. Per la resurrezione dei morti, aspettiamo il giorno del giudizio.

Certo è che non si possono fare entrambe le cose assieme: preservare aree scientifiche e strutture didattiche e di ricerca, e non supportarle con adeguate risorse. Allora bisognerebbe essere chiari ed espliciti al riguardo, senza promettere tutto a tutti, per poi trovarsi a fare le nozze coi fichi secchi. Il continuo alternarsi di dichiarazioni, ora in un senso, ora nell’altro, credo che abbia già smesso di sortire come conseguenza un diffuso consenso e abbia cominciato semmai a produrre sgomento.

Visto che siamo adesso a chiederci se valeva la pena creare una struttura durata lo spazio di un mattino, mi domando con che criterio si facciano le cose in questa città, con quanta convinzione, quanta lungimiranza, quanta cognizione di causa. Cosa voglia dire che si punta su un settore, entro quali tempi è legittimo attendersi dei risultati concreti, cosa sono i risultati “concreti”, e quanto, finanziariamente, si è in grado di scommetterci. Se pensiamo all’ateneo degli ultimi venti anni, è tutta una storia di costose intraprese effimere, inconcludenti, di non-finiti, non certo michelangioleschi, ma più simili semmai a certe palazzine abusive mai completate che appestano le periferie italiane.

Auguri a tutto il blog!

Siena Biotech e i professori che fornivano coperture scientifiche intascando lauti gettoni

Paolo Neri

Paolo Neri

Ma quali professori universitari facevano parte del poltronificio della Siena Biotech? Paolo Neri si riferisce, forse, ai colleghi del Comitato scientifico, del Comitato etico di controllo e del Consiglio di Amministrazione?

«Sulla misera fine di Siena Biotech tante colpe dei prof» (da: Corriere di Siena, 17/12/2014)

Paolo Neri. Parlar male, oggi, della Siena Biotech, senza una parola di solidarietà per chi rischia di perderci il lavoro è un po’ come sparare sulla Croce rossa. D’altra parte, la Storia è piena di bravi soldati, che hanno combattuto (spesso con valore) per cause perse, sotto il comando di generali inetti. Il grosso pubblico reputa che la ricerca scientifica sia cosa buona in assoluto, e ne considera i centri ove essa si svolge come i monasteri di un tempo: dove i monaci levavano preghiere per implorare la fine di una pestilenza o di una carestia. La realtà è molto diversa. Secondo le stime di un importante istituto internazionale per la valutazione della qualità della ricerca, solo l’8% delle pubblicazioni scientifiche contribuisce a far avanzare la conoscenza. Il restante 92% riguarda conferme, rifiniture e, soprattutto, banalità.

Se si considera che solo una minima parte di quell’8% potrà generare innovazioni significative per il benessere della società, si capisce quanto il successo nel campo della ricerca sia realmente raro. Ricordo, in proposito, quanto soleva dire Albert Sabin: «È facile darsi da fare in laboratorio. Il difficile è farlo utilmente». Anche la fiducia, illimitata nella quantità di denaro investita è fuorviante. Serbo nella mente un’altra massima che ho appreso da un premio Nobel, col quale ho avuto l’onore d’iniziare la mia carriera scientifica, il professor Boris Chain, che condivise il prestigioso premio con Fleming e Florey: «Il denaro è importante, ma usarlo bene lo è di più». Credo che queste semplici considerazioni siano sufficienti a chiarire come Siena Biotech sia un altro classico prodotto di quel “groviglio armonioso” che ha ridotto la nostra Città allo sfascio. La Scienza è una faccenda seria, e affidarne le sorti a politici, bancari e avvocati non può che condurre al disastro.

La Siena Biotech, però, non è stata tanto un errore dal punto di vista tecnico scientifico (anche!), ma soprattutto da quello politico. Infatti, la cosa che serviva di meno, per mettere in sicurezza il distretto biotecnologico senese, nato dalla diaspora della vecchia Sclavo, rispetto agli imprevedibili disegni delle varie multinazionali, perno del sistema, era un centro ricerche. Tale, infatti, essa ha finito con l’essere, seppur camuffata da start up. Nata senza avere un brevetto veramente originale, o di una tecnologia propria, o del controllo riconosciuto di un segmento di mercato (condizioni essenziali per destare interesse in investitori sani di mente), Siena Biotech ha avuto soprattutto funzioni d’immagine, grazie a una disponibilità praticamente illimitata di denaro. Sicché, al momento che il sistema Siena è andato in crisi, e il flusso di denaro si è arrestato, l’impresa è necessariamente andata in coma. Ovviamente, l’obiettivo ufficiale suonava in altro modo: un’impresa per finalità proprie per differenziare le attività della Fondazione.

Siena Biotech, quindi, ha cominciato a funzionare, partendo da zero (per quanto riguarda la scienza) ma da una disponibilità finanziaria spropositata. E, soprattutto, a tempo indeterminato. Quale sarebbe richiesto (ma non è vero!) dalle imprese di alta tecnologia. Il tutto, condito con succulenti compensi per consiglieri, consulenti e direttori. Insomma: un “poltronificio” in piena regola. (C’era anche un Comitato per prevenire il rischio di ricerche non etiche: un doveroso tributo al politically correct!)

Quando, come esperto della materia, esternavo questi miei dubbi a personaggi di vario calibro intricati nella vicenda, ne ricevevo un compunto – direi quasi – doloroso assenso: salvo vederli correre, un momento dopo, a incassare lauti gettoni o a pietire piccoli favori.

Tra i molti che hanno contribuito a creare la leggenda della Siena Biotech, forse le colpe maggiori vanno a molti miei ex colleghi, il cui compito era, quella, di tranquillizzare gli amministratori della Fondazione (digiuni sia di creazione d’imprese che di Biotecnologia), fornendo le coperture scientifiche d’occasione.

Ora che i buoi sono scappati, sarà difficile recuperare, anche in parte, quanto la Siena Biotech ha, inghiottito (si parla di 160 milioni). E pensare cosa si sarebbe potuto fare di realmente utile e sensato per il mitico “Territorio”, con tutte simili risorse! Ad esempio: promuovendo e sostenendo lo sviluppo di competenze cruciali nella nostra Università; o creando servizi accessibili a tutte le imprese biotecnologiche operanti autonomamente nel territorio. Cose serie ma – ahimè – poco adatte per pompose inaugurazioni.

Fusse ca fusse la vorta bbona: Marco Pannella senatore a vita?

Garantista

Fausto Bertinotti. Marco Pannella ha concluso ieri a Roma un convegno su “Stato di diritto contro ragion di Stato”. Si è trattato di una messa a fuoco di un lungo lavoro di ricerca, inchiesta e riflessione che Pannella e il suo partito conducono da tempo passando per le diverse capitali europee. Ancora una volta colpisce la capacità del vecchio leader di stare al passo coi tempi, quando non gli accade addirittura di anticiparli. A nessuno può sfuggire l’importanza della questione per lo stato di salute della democrazia.

La ragion di Stato viene indagata criticamente e denunciata per come essa si è eretta (spesso) contro la verità dei diritti della persona. La guerra in Iraq – le cui disastrose conseguenze investono anche il mondo di oggi – è stato un caso clamoroso nel quale i governi dell’Occidente, a partire da quello di Blair, hanno motivato la guerra sulla menzogna. Ma così accade ogni giorno e in tanta parte del mondo nel rapporto tra lo Stato e i cittadini, quando lo Stato, per perseguire i suoi obiettivi fa strame della legalità, fino al ricorso alla tortura.

È la pretesa dello Stato di avvalersi della proclamazione dello Stato di eccezione. Ma c’è un aspetto del problema che investe ormai l’Europa reale nella quale la democrazia è sempre più sostituita da un ordine oligarchico che usa costruire il velo dell’ignoranza al riparo del quale prende le sue decisioni. Lo Stato di eccezione tende a farsi permanente. La ragione di stato investe l’economia, il conflitto, come le condizioni di disagio sociale o di povertà o di immigrazione contro lo Stato di diritto e i diritti di tutti gli abitanti di questi territori. Porre, come fa Pannella, il diritto alla conoscenza come diritto umano da rivendicare alle Nazioni Unite – e noi aggiungiamo, in Europa – mette in luce la sua capacità di cogliere la sfida del tempo. Giorgio Napolitano ha nei giorni scorsi resa pubblica la sua volontà insindacabile di mettere fine prossimamente al suo mandato presidenziale. Io penso che questa fase conclusiva di una lunga esperienza presidenziale dovrebbe essere l’occasione per compiere un gesto capace di onorare la bella politica.

La politica di oggi vive una crisi per molti versi addirittura devastante. Il discredito polare ha colpito lei come le istituzioni rappresentative. Non è un j’accuse. E non è più neppure una tesi ricavata da un’analisi politica. Questo distacco del popolo dalla politica si è manifestato direttamente con l’esodo dalle urne nelle recenti elezioni parziali di circa metà degli elettori. Qualcuno, tempo fa, aveva detto discutibilmente che non si governa con il 51 per cento dei voti, ma è certo che non si governa democraticamente senza la partecipazione e il voto popolare.

La crisi della democrazia in Europa e l’abbandono di tanta parte della popolazione – specie quella più colpita dalle disuguaglianze e dal disagio sociale – camminano insieme. E insieme erodono le fondamenta stesse della nostra democrazia.

Ma la politica non è sempre stata così misera. E se è stata capace un tempo di suscitare impegno, partecipazione e grandi passioni, se lo è stata nel passato, può tornare ad esserlo nel futuro. Perciò oggi, per posare lo sguardo su un futuro nel quale possano rinascere la politica e la democrazia, è utile indicare degli esempi di un passato glorioso (del resto si è chiamato così anche quel tempo detto “dei trent’anni gloriosi”). Marco Pannella ha attraversato, camminando per i suoi sentieri, l’intero dopoguerra italiano. Ha vissuto il tempo delle grandi culture politiche. Ha militato con rispettabile partigianeria per una delle grandi opzioni in campo. È stato interlocutore autorevole, anche quando radicalmente critico, nei confronti delle altre. È stato un protagonista tra i protagonisti dell’Italia politica uscita dalla Costituzione repubblicana e segnata da grandi e dure lotte: lotte di classe, lotte politiche e di civiltà. Di quella storia, Marco Pannella è rimasto uno dei pochi a vivere l’attuale (e così diversa) stagione sempre da protagonista. Come recita il motto riferito a Radio Radicale –“dentro ma fuori dal palazzo” –, Pannella vive una politica in cui la strada vale almeno quanto le aule del palazzo. Ha frequentato le une e le altre con decoro, come la nostra Costituzione richiede al politico. Ha privilegiato e privilegia l’essere sull’avere. Non cerca il potere. E alla sua età fa riprendere nel Satyagraha uno sciopero della fame per una nobile quanto difficile battaglia per il diritto e la legalità.

Che Guevara ha detto che la politica è una passione durevole. Pannella ha fatto di questa passione durevole la sua scelta di vita. Io penso che in questi tempi grigi una scelta di vita come la sua andrebbe indicata alla politica per la sua rinascita.

Il presidente della Repubblica può farlo dalla sua alta cattedra, nominando Marco Pannella senatore a vita. La conclusione del mandato presidenziale suggellerebbe così la fede nella politica e nella sua sempre possibile resurrezione.

Se non è pienamente legittimato a fare il Rettore, perché Riccaboni dovrebbe preoccuparsi di una competizione elettorale studentesca viziata?

Altan-liberostronzo

Una lista sola alle elezioni universitarie studentesche

Kris Cipriani (Presidente di Gioventù Universitaria). A un giorno dalle elezioni universitarie, mi trovo costretto a scrivere nuovamente per informare la Comunità universitaria e la cittadinanza di quanto sta avvenendo all’Università di Siena.

Noi, Gioventù Universitaria, abbiamo più volte cercato il dialogo tra le parti, per trovare una soluzione all’incredibile situazione elettorale che si sta prospettando: l’ammissione di una sola lista alla competizione elettorale negli Organi di Governo. La nostra propensione all’incontro, alla comprensione e all’incessante volontà di trovare una soluzione utile a garantire la rappresentatività, la rappresentanza e la democrazia, non è bastata all’Amministrazione, la quale si è esentata dal darci una risposta e prendere atto delle nostre lettere formali, correlate con la necessaria documentazione.

Le elezioni sono state volte non seguendo quanto previsto dal Decreto Rettorale, senza concedere la possibilità agli studenti di avvalersi della commissione elettorale, non formalizzatasi. Gli errori amministrativi, palesi ed evidenti, hanno viziato la competizione elettorale, ma questo sembra non aver suscitato l’interesse di nessuno, se non il nostro. La nostra lista è stata esclusa senza preavviso, senza aver preso in considerazione le nostre segnalazioni, ci hanno semplicemente “chiuso la porta in faccia”, quando, invece, abbiamo sempre dato prova di essere una risorsa e mai un problema per la nostra Università.

Purtroppo, si sa, in Italia non si va più al voto, e questo lo dico con grande rammarico, poiché vedo la mia generazione cadere in un baratro senza ritorno. Tuttavia, nutro con forza la convinzione che ci sia ancora la volontà di molti nel voler aprire gli occhi e combattere un sistema che ci sta annientando nella scuola, nel lavoro, nelle Università. Ora più che mai è tempo di reagire con consapevolezza alle tenaglie della burocrazia e delle logiche di potere, che metodicamente ci stanno togliendo i diritti fondamentali, prima di adesso considerati scontati e naturali, come la possibilità di avere una casa, un lavoro e una famiglia.

Per quanto detto in questa lettera, si vanno a ledere non solo gli interessi di una lista o di un’Associazione, ma la credibilità e la legittimità di elezioni, che per forza di cose, sembrano aver già proclamato il vincitore. É la chiara imposizione e l’inequivocabile consolidamento di un modus operandi che non ha nulla a che vedere con un sistema democratico e partecipativo. Adesso, più che mai, c’è la necessità di fare quadrato e di ricompattare tutte le parti sociali verso un cambiamento di rotta. Quanto successo rende evidente che la partecipazione alla vita decisionale della res publica è un dovere, diritto che, a quanto pare, non sembra essere poi così scontato. Per tutto questo e per quanto ci troviamo, per tali vicissitudini, a rappresentare, non abbiamo intenzione di arrenderci e dunque ci rivolgeremo per vie legali al TAR, come precedentemente avevamo segnalato all’Ateneo in caso di mancata risposta. Nel mentre, continueremo con vivacità e vigore a portare avanti le nostre battaglie. In questo tempo di crisi c’è la necessità di ergersi in difesa degli studenti e delle loro famiglie.

Tutta la tecnologia “touch screen” è nata in laboratori pubblici e l’innovatività dei giganti della Rete si vede solo nei trucchi usati per evitare le tasse

RampiniRetepadronaConoscere i nuovi Padroni dell’Universo per imparare a difendersi

Federico Rampini. La deriva che porta la Rete sempre più lontana dagli ideali libertari, egualitari e antimercenari dei suoi fondatori si accompagna a un’ideologia privatistica che è un’impostura. La Silicon Valley oggi vive un’orgia di autocompiacimento per il suo dinamismo imprenditoriale, gli “spiriti animali” del suo capitalismo innovativo. Dimenticandosi quanto lo Stato abbia avuto un ruolo decisivo, trainante, insostituibile. E non solo nella genesi di Internet, che non esisterebbe nella sua forma attuale senza l’iniziativa originaria che fece capo al ministero della Difesa americano. Ma il ruolo dello Stato è andato ben oltre. Una ricercatrice italoamericana, Marianna Mazzucato, ha dimostrato che Steve Jobs ha potuto sviluppare gli iPod, iPhone e iPad grazie a ricerche finanziate dal settore pubblico. Tutta la tecnologia “touch screen” – quella per cui diamo i comandi agli smartphone e ai tablet sfiorando la superficie dello schermo con i polpastrelli delle nostre dita – è nata in laboratori pubblici. È una storia che si ripete dalle origini della Silicon Valley, che esiste perché nella Seconda guerra mondiale l’America spostò in California una parte delle sue risorse di ricerca scientifica a scopi bellici (il primo avversario da sconfiggere era il Giappone nel Pacifico).

Quel che è vero per l’elettronica, l’informatica e Internet è altrettanto valido nel campo delle biotecnologie, altra industria portante della Silicon Valley. Nell’era più recente, dal 1993 al 2004, il 75% delle scoperte più innovative è stato generato nei laboratori del National Institutes of Health sotto gestione federale, non nelle aziende biotech private. Eppure le risorse per la ricerca di base oggi si stanno riducendo anche in America, perché il privato prevale sul pubblico. Quanta ricerca “pura” sta finanziando Facebook, al servizio dell’innovazione? Con una valutazione di Borsa superiore ai 100 miliardi, Facebook può permettersi di staccare un assegno da 19 miliardi per una singola acquisizione di una piccola start up come WhatsApp. Quanta ricerca si sarebbe potuto finanziare con quei 19 miliardi? La retorica dei giganti della Rete, come Google e Apple, Facebook e Amazon, esalta la loro funzione innovativa. Nella realtà questi gruppi capitalistici si sono appropriati a fini di profitto anche dei “terreni di pascolo comune” che sono gli investimenti statali per la ricerca. E quando si tratta di dare allo Stato una parte dei loro proventi, l’innovatività si vede solo nei trucchi usati per evitare le tasse.

Per ricordare Alessandro Mastrangelo, studente universitario di “Geologia”, scomparso ieri

Alessandro Mastrangelo

Alessandro Mastrangelo

Abbiamo scelto, per ricordare Alessandro, le parole di chi lo ha seguito negli anni della sua formazione scolastica presso il “Sarrocchi” di Siena. I funerali si svolgeranno martedì 18 novembre alle ore 10,00 nella Chiesa di S. Ansano a Dofana, Loc. Casetta, Siena.

Emanuela Pierguidi e tutta la comunità del Sarrocchi. Ieri, dopo una breve dolorosa malattia, è morto Alessandro Mastrangelo, uno studente del Sarrocchi che si era diplomato qualche anno fa e a cui tutti eravamo molto legati. 
Alessandro, nonostante i problemi di salute, aveva affrontato gli anni del Liceo con grinta e allegria, sostenuto dai genitori e dall’affetto di compagni e professori. Ha superato le difficoltà con tenacia e impegno e non si è ma nascosto dietro ai suoi problemi di salute. 
Oggi che è volato via, come una di quelle farfalle di cui era studioso competente e appassionato, lascia un gran vuoto nei nostri cuori, ma anche un grande esempio di vita.
 Una vita vissuta pienamente con la certezza che tutto si può raggiungere con la forza di volontà, l’amore e l’amicizia. 
Non ci sono parole per esprimere il dolore, la tristezza, lo smarrimento che pervadono me e tutti coloro che lo hanno conosciuto. 
A mamma Doris e a babbo Domenico vogliamo far sentire l’abbraccio fortissimo di tutta la comunità del Sarrocchi che oggi si stringe intorno a loro e al loro dolore.
Ciao Alessandro, farfalla meravigliosa volata via troppo presto, 
porteremo nei nostri cuori la tua dolcezza  e il tuo sorriso.

In fondo ai tuoi occhi. La morte di un ragazzo di venti anni è uno di quegli eventi che nessuno vorrebbe mai raccontare e neppure vivere. In particolare se questo ragazzo è Alessandro Mastrangelo, 20 compiuti un mese fa, un ragazzo speciale, dal cuore d’oro che dopo aver affrontato già alcune difficoltà nella sua breve vita, non è riuscito a superare l’ultima, una importante operazione effettuata a Genova. Alessandro è figlio di Doris Hadistjilianou, la dottoressa responsabile del centro di riferimento per il retinoblastoma nel reparto di Oculistica dell’ospedale “Le Scotte” di Siena, e di Domenico Mastrangelo, medico, ricercatore che ha dedicato buona parte della propria vita e dei propri studi a trovare soluzioni alla cura del tumore che colpisce agli occhi i bambini in età pediatrica. Doris e Domenico sono due punti di riferimento per la nostra associazione che si stringe a loro in un grande e forte abbraccio. Momenti simili non sono semplici da affrontare e le parole non servono mai a consolare né a spiegare il dolore. Per questo vogliamo soltanto dire: «Ciao Alessandro che la terra ti sia lieve».

Il solito silenzio assordante sullo stato di salute dell’ateneo senese

Altan-mismuovoRabbi Jaqov Jizchaq. Il “radioso avvenire” che ci attende, senza troppe illusioni, è questo:

«Ricercatori precari a vita solo uno su cento ce la fa. Effetto perverso delle riforme in serie: la stabilizzazione negli Atenei è una chimera. Solo un ricercatore precario su 100 nelle università italiane ha davanti a sé una possibilità vera di stabilizzazione, gli altri 99 stanno perdendo tempo» (La Stampa, 3 novembre 2014)

Le nubi sul futuro mi paiono dunque tutt’altro che diradate; i finanziamenti diminuiranno e i problemi restano sul tappeto; a parte alcuni grossi atenei, gli altri paiono destinati a vivacchiare. Comunque, noto il solito silenzio assordante che accompagna ogni notizia, bella o brutta, sullo stato di salute dell’ateneo, rotto a tratti da moti rapsodici di esultanza, o da stantie battute di dileggio. Sarà una forma di “pruderie”, di affettato ed ipocrita pudore, ma di quello che sta succedendo realmente pare vietato parlarne.

“Eh so’ troppi, guadagnano un fottìo di quattrini e un fanno una sega; du’ ore di lezione, e poi al bar!”, ribadisce il genius loci, attossicato dall’acquavite come i Pellerossa d’America. Eppure all’Università di Siena non entra un “giovane” da dieci anni quasi. In compenso, di giovani ne sono stati buttati fuori parecchi. Quasi tutti. Età media, quella di Matusalemme. Quelli che (forse) entreranno nei prossimi anni saranno una quota infinitesima, e tutti in settori accademicamente e politicamente forti, ove sono rimaste in piedi gerarchia, catena di comando e potere accademico, mentre il 50% dei docenti che va in pensione e l’offerta formativa si impoverisce ulteriormente in modo drammatico.
E poi starei attento a certe generalizzazioni, perché anche tra i docenti di ruolo (“privilegiati”, entrati prima che si fermasse tutto, anche se giunti esangui al traguardo dopo innumerevoli anni di precariato a pane e acqua), ve n’è per tutti i gusti e tutti gli stipendi, tra i 1.700 e i 10.000 euri. Ce ne sono alcuni che, pur essendo gerarchicamente pari grado di altri, avendo avuto la fortuna di vivere quando ancora c’erano gli scatti, per il solo effetto dell’anzianità guadagnano incomparabilmente più dei loro sfortunati colleghi che sono venuti dopo (oltre ad averci la pensione assicurata): due epoche, due mondi, prima del diluvio e “àpres le déluge”.

Soprattutto, a Siena circa il 50% (e scusate se è poco), è costituito da ricercatori (prego verificare nel sito MIUR), congelati nel freezer da un decennio nella vana speranza, forse, che non invecchino, già pesantemente barcocchiati e colpevoli solo di essere venuti al mondo dopo una certa data; buona parte di costoro non sanno cos’è uno scatto stipendiale, non hanno avuto e non avranno alcuna prospettiva di carriera e non avranno mai una pensione.
Voglio sperare non si sia così inetti, da pensare che la prospettiva di vivacchiare per il resto dei propri giorni, pur percependo un modesto salario, sia in cima ai desideri di ogni “giovane ricercatore” (locuzione oramai vuota, visto che, come già ricordato, sono quasi dieci anni che a Siena non entra stabilmente un “giovane”), anche perché oramai gli aguzzini dell’ANVUR non lo consentono. Chi ci riesce perciò scappa, accentuando le voragini nella didattica e nella ricerca.

Silenzio di tomba da parte di politici, accademici e OO.SS, e una discussione rivolta al futuro, alle prospettive, agli indirizzi, ma in termini concreti ed operativi, cioè al di là degli slogan, personalmente non l’ho ancora sentita. È del tutto evidente che, prescindendone, non si va oltre gli alti lai o gli slogan, riproducendo solo l’insopportabile teatrino che mette in scena le corporazioni e la finzione di una realtà immutata, cartapesta che copre le macerie: i “docenti” contro “TA” , “noartri” contro “voartri”, senza additare una prospettiva e perdendo di vista l’essenziale: quando la fabbrica fa fallimento e chiude gli stabilimenti, è evidente che vi sono delle ripercussioni disastrose su tutti i lavoratori (che ovviamente risultano più gravi per quelli meno tutelati) e per l’indotto, e qui pare che taluni in fondo godano, luddisticamente, nel vedere gli impianti in fiamme; godano cioè, nel tagliarsi i cabbasisi.