Un pallottoliere cinese per l’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese


Un altro anonimo lettore, stimolato dal precedente articolo, ci ha inviato questa breve ma stimolante nota sulle spese dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese (AOUS).

Addendum (del 19 gennaio). Ho modificato la nota originaria, «risultata altamente offensiva per la reputazione» del fornitore dell’apparecchio, cancellando il nome della Ditta e del suo presidente dal blog e dai tag usati per i motori di ricerca. La differenza di prezzo, si dice in un commento, è dovuta al contestuale acquisto di pezzi di ricambio. Ne prendo atto! Vorrei ricordare al presidente della ditta e al suo legale che, in democrazia, i cittadini hanno il diritto di vigilare e gli amministratori pubblici il dovere di dare le spiegazioni richieste.

VIVA LA TRASPARENZA (2a puntata)

Agata Minnarsa. “Ottimi risultati per l’impianto di cuori artificiali al policlinico Santa Maria alle Scotte. In poco più di un anno, dall’inizio dell’attività, ne sono stati impiantati undici”. Ma quanto costano i cuori artificiali? Inoltre, il Sistema Sanitario Toscano riesce a soddisfare anche le richieste di finanziamenti per le malattie di base ad alta diffusione? Ce la farà a non penalizzare i fondi per le medicine anticolesterolo, che favoriscono una regressione dell’arteriosclerosi e quindi del rischio d’infarto, ictus e malattie vascolari periferiche? Alcune informazioni interessanti si trovano sui siti web delle aziende ospedaliere italiane che riportano i risultati delle gare di appalto per gli acquisti di materiale sanitario. Nel caso del cuore artificiale, però, solo due centri in Italia presentano in rete le delibere di aggiudicazione: Siena e Sassari. In Sardegna, il 15 dicembre 2010, il sistema è costato € 81.640 mentre in Toscana, sei mesi dopo, lo stesso apparecchio è stato pagato € 125.704. In altri termini, un plusvalore di € 44.064, per cui lo stesso apparecchio costa in Toscana il 54% in più. In ambedue i casi s’è trattato di una procedura negoziata in esclusiva con la stessa ditta. A questo punto una spiegazione da parte del Direttore Amministrativo e del Direttore Generale dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese è quanto mai necessaria. Comunque, l’unico dato certo è che i loro stipendi, comprensivi di tutti gli incentivi possibili, non vengono mai toccati.

Il pernicioso contributo dei cattolici alla politica

Mauro Aurigi. Da un po’ di tempo si sono infittiti i messaggi della variegata consorteria cattolica (il neo-guelfismo) circa il diritto-dovere dei fedeli di dare un maggior contributo alla politica nazionale. Non ci sarebbe niente di male (anzi!) se quel contributo fosse dato in quanto cittadini, come accuratamente prevede la Costituzione, e non in quanto cattolici, come altrettanto accuratamente la Costituzione non prevede. Così quel proposito di un maggiore attivismo cattolico nella politica diventa preoccupante, anzi minaccioso. E mi spiego.

Non c’è bisogno di particolare erudizione o competenza per rendersi conto che l’Occidente, ossia la parte più evoluta del pianeta, è diviso in due da una non sottile linea di demarcazione: da una parte i paesi protestanti, caratterizzati da livelli maggiori di ricchezza, cultura e moralità civica e dall’altra quelli cattolici (e quelli ortodossi) dove ricchezza, cultura e moralità civica stanno evaporando o sono già un antico ricordo. Il fatto è che dalla metà del Cinquecento la Riforma protestante e la Controriforma cattolica hanno concorso al rovesciamento di un assetto plurisecolare che aveva visto fino ad allora l’Europa mediterranea in generale e la Toscana in particolare rappresentare il vertice indiscusso della civiltà occidentale, mentre i popoli del nord erano rimasti ai margini remoti di quella civiltà. Da quel momento questi ultimi cominceranno la loro marcia fino a conquistare il primato planetario in fatto di ricchezza, cultura e moralità civica.

I protestanti affrontano meglio di noi l’attuale crisi
Si può restare perplessi di fronte all’affermazione di cui sopra, ma non esiste altra convincente argomentazione per giustificare quel rovesciamento di posizioni in Europa. Come non ne esistono per spiegare altrimenti l’enorme dislivello esistente tra l’America del Nord e quella del Sud. Anche all’interno di omogenee aree geografiche il fenomeno si riproduce con lo stesso identico segno. Nel ricco Canada esiste un’enclave (relativamente) più povera del resto del paese: è quella dello Stato del Québec, francofono e cattolico. E forse lo stesso potrebbe dirsi degli Stati Uniti per le ristrette aree francofone e cattoliche della Louisiana. O come nel Mar delle Antille, dove le isole colonizzate cinquecento anni fa dagli Inglesi sono molto più evolute di quelle contemporaneamente colonizzate dagli Spagnoli o dai Francesi, ancorché abitate tutte dagli stessi discendenti degli schiavi africani. Nella stessa Europa c’è il caso del Belgio dove una frattura insanabile ormai divide la zona fiamminga, più ricca e protestante, dalla zona vallone, anch’essa francofona e cattolica. Insomma questa è una regola che non ha eccezioni sul pianeta: non c’è un solo paese cattolico che possa vantare livelli di qualità della vita superiori a uno solo dei paesi protestanti.

Ma è proprio in questi giorni che abbiamo la riprova drammatica di quella linea di demarcazione tra mondo protestante e mondo cattolico (e anche ortodosso): i paesi che nell’attuale crisi rischiano di soccombere sono Irlanda, Spagna, Portogallo, Italia, Grecia, e forse anche la Francia, mentre non si ha notizia per il momento di ripercussioni altrettanto gravi nei paesi protestanti. Fa eccezione la piccolissima Islanda (380.000 abitanti). È vero che è stata travolta dalla crisi, ma ne è anche uscita subito con un referendum popolare di lacrime e sangue che, ovviamente, ha anche azzerato la classe politica del paese.

Ma non c’entra la fede religiosa
È necessario dire subito che la fede religiosa non ha alcun ruolo sul fenomeno sopra descritto: i cinque libri sacri (Bibbia e i quattro Vangeli) sono assolutamente uguali per tutti i cristiani. Ma lo stesso non si può dire del ruolo decisivo giocato dall’organizzazione gerarchica delle rispettive chiese. Quelle cattolica e ortodossa sono molto più verticistiche e più portate ad occuparsi dell’immanente (e quindi della politica). Mentre quelle protestanti hanno invece un’organizzazione molto più orizzontale (niente papi o cardinali e maggior potere della società civile sulla gerarchia religiosa) e sono quasi assenti dal dibattito politico. Questa situazione non poteva non condizionare la realtà socio-politica dei paesi interessati. In quelli protestanti ha prodotto livelli più alti di democrazia (maggior potere del popolo rispetto alla gerarchia politica) e conseguentemente anche di qualità della vita. Viceversa per quelli cattolici e ortodossi.

In soldoni: il contributo dei cattolici ha portato e porta iella. A Roma come a Siena. Siamo già molto malridotti e non abbiamo alcuna speranza in un’inversione di tendenza. Continueremo a precipitare (a Roma come a Siena) tanto più in basso quanto più i devoti dirigenti della politica terrena (come gli on.li Binetti o Fioroni, a puro titolo d’esempio, e sono tutti da valutare gli effetti futuri dell’attuale devoto governo Monti) metteranno la propria fede religiosa e il rispetto delle gerarchie cattoliche sopra l’interesse generale e il bene comune; quanto più la gerarchia cattolica metterà bocca nelle cose che attengono solamente alla terrena sovranità popolare; quanto più avranno peso fenomeni come l’Opus Dei, l’Ior, Comunione e liberazione o la Compagnia delle opere; e quanto più ex dirigenti del vecchio PCI, come D’Alema, Veltroni e Bersani (sempre a titolo d’esempio, perché il fenomeno è molto vasto), sgomiteranno per farsi vedere in prima fila alle celebrazioni in Vaticano o alle manifestazioni di Comunione e liberazione.

Insomma possiamo solo aspettarci il peggio. Con cattolica rassegnazione.

La Cina è vicina per l’azienda ospedaliera universitaria senese

Come altre volte, pubblichiamo un articolo, utile alla discussione in periodi di crisi, inviatoci da un anonimo.

VIVA LA TRASPARENZA

Pasquino. Si credeva che la sigla CSI si riferisse alla pluripremiata serie televisiva statunitense “Crime Scene Investigation”, in onda dal 2000. Invece la stessa sigla è usata anche dalla Regione Toscana per la cosiddetta Cooperazione Sanitaria Internazionale, che è il soggetto di molteplici delibere della Giunta Regionale, sempre proposte dal governatore Enrico Rossi. Dal 2008 al 2011 sono stati stanziati dalla Toscana circa 14 milioni € per finanziare i progetti CSI, ma fra questi non risulta il progetto di cooperazione tra l’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese (AOUS) e il Ministero della Sanità della Cina. Come mai? Come si è finanziato il progetto cinese del Dott. Morello, Direttore dell’AOUS? Come hanno fatto i nostri assessori al Diritto alla Salute, prima Enrico Rossi e dopo Daniela Scaramuccia, ad approvare un programma CSI con la Cina? La delibera 695/2011 (Allegato A, pag. 3) dice: «La Regione Toscana riconosce nell’obiettivo generale di “lotta alla povertà”, nella sua più ampia accezione, il focus di tutte le sue iniziative, perché soltanto attraverso il miglioramento delle condizioni di vita delle persone si può migliorare la Salute dei popoli.» Poveri i Cinesi!… Inoltre, nella stessa delibera (Allegato A, pag 6): «La Regione Toscana, per lo svolgimento delle sue progettualità di cooperazione sanitaria, ha individuato le seguenti aree di intervento prioritario: Medio Oriente, Africa Sub Sahariana, Area Balcanica e l’Europa dell’Est, Paesi arabi del Mediterraneo.» E la Cina dov’è? Che non si tratti di un programma di Cooperazione Sanitaria Internazionale approvato dalla Regione Toscana?

In un Comunicato Stampa del 30/9/10 si legge: «È appena arrivato alle Scotte il nuovo gruppo di medici cinesi impegnati in uno scambio formativo e scientifico con i professionisti senesi. “Il programma di formazione clinica tra la Regione Toscana e il Ministero della Salute cinese – spiega Paolo Morello Marchese, direttore generale – ha prodotto risultati più che positivi e molto promettenti per il futuro. In un anno ci sono stati più di 50 medici cinesi impegnati in una proficua collaborazione con i nostri medici”. Il progetto è andato avanti grazie ad un accordo di cooperazione internazionale tra Assessorato al Diritto alla Salute della Regione Toscana e Ministero della Salute della Repubblica Popolare Cinese, con pieno coinvolgimento dell’AOUS, che è l’unica sede toscana a ospitare i professionisti cinesi.» Come mai tra le tante delibere della giunta regionale non c’è quella che riconosca l’esistenza della CSI con la Cina? Anche l’Università di Siena è coinvolta, ma è difficile ipotizzare che possa contribuire alle spese. Da un comunicato stampa congiunto: «Accordi di collaborazione e scambio nell’ambito della ricerca, della didattica, della formazione specialistica dei medici sono stati raggiunti tra Università di Siena, Azienda Ospedaliera Universitaria Senese e alcune delle più importanti istituzioni universitarie e ospedaliere della Repubblica Popolare Cinese. Questi gli obiettivi conseguiti dal rettore, Silvano Focardi, dal preside della Facoltà di Medicina, Gian Maria Rossolini e dal direttore generale delle Scotte, Paolo Morello Marchese, appena rientrati da un viaggio di lavoro in Cina, nel quale hanno incontrato alti funzionari ministeriali e rettori di Atenei. Grazie a un solido rapporto di collaborazione instaurato da tempo tra Regione Toscana e Cina, lo staff senese ha portato a casa concreti risultati, con ben cinque progetti innovativi». Al viaggio per lavoro, hanno partecipato anche le relative consorti? È possibile sapere chi ha pagato?

Qualche mese fa il Dott. Morello ha portato in viaggio premio in Cina anche i medici senesi, universitari e non, che hanno contribuito alle attività formative per i Cinesi. Non basta! Anche le segretarie del Dott. Morello hanno beneficiato di un viaggio premio in Cina per meriti organizzativi. Infatti, coordinano tutte le attività “culturali” dei Cinesi in formazione che, grazie allo stage senese, conoscono le bellezze della Toscana meglio di noi. Tutti gli automezzi e gli autisti dell’AOUS sono mobilitati per portare in giro i medici cinesi, dimostratisi pienamente soddisfatti. Alla fine dello stage, medici cinesi e italiani, segretarie e autisti tutti sul pulman aziendale per una cena d’addio offerta dal Dott. Morello. È possibile sapere chi ha pagato?
Forse la sigla CSI non è poi così inappropriata.

Anatomia delle bufale sull’Università e sul mondo della ricerca italiana

Oltre all’articolo seguente si raccomanda la lettura di quello integraleUniversità: cosa dice l’OCSE dell’Italiazeppo di dati e di una sintesi in PowePoint.

Università postfattuale tra mito e realtà (il manifesto 30 settembre 2011)

Giuseppe De Nicolao. Viviamo in quella che Farhad Manjoo ha battezzato «società postfattuale»: non abbiamo solo opinioni diverse, ma viviamo in mondi diversi, perché il diluvio di dati e statistiche ci permette di selezionare le notizie che confermano i nostri pregiudizi. Alcune persino false, ma il fact-checking è un esercizio così raro che difficilmente verranno smentite. L’università non fa eccezione. Eppure, grazie al web qualcosa potrebbe cambiare.

Primo esempio: il 22 agosto scorso, la Repubblica lancia l’allarme. Italia maglia nera d’Europa: dopo anni di crescita, tra il 2008 e il 2009 la produzione scientifica italiana ha subito un tracollo del 20%. La fonte sembra autorevole: un articolo scientifico intitolato «Is Italian Science declining?» scritto da Cinzia Daraio, ricercatrice dell’università di Bologna, e di Henk Moed, senior advisor della casa editrice Elsevier. Tra l’altro, la Daraio è allieva di Andrea Bonaccorsi, uno dei maggiori esperti italiani di valutazione e membro dell’Agenzia Nazionale per la Valutazione della Ricerca (Anvur). La Repubblica legge il crollo come un effetto dei tagli imposti da Tremonti e Gelmini. La notizia, però, è una bufala. Nel mio blog dimostro, dati alla mano, che l’errore deriva dall’avere interrogato il database degli articoli scientifici del 2009 nella prima parte del 2010 quando gli archivi erano ancora incompleti. Chi dovrebbe reagire non lo fa. La Repubblica non rettifica e, a distanza di un mese, né il Ministro Gelmini né l’Anvur hanno commentato o smentito la notizia del crollo. Nella nuvola di fatti e dati non verificati, uno svarione in più non fa differenza sia per il giornalista sia per chi governa e valuta il sistema della ricerca.

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Raccolta di firme per disinnescare il comma “ammazza-blog”

Agorà Digitale. Ebbene sì, abbiamo un modo per disinnescare il nuovo tentativo di estendere a tutti i “siti informatici” compresi blog e siti amatoriali, la rigida regolamentazione della carta stampata in particolare relativamente all’obbligo di rettifica. 
Firma per chiedere ai tuoi deputati di sostenere gli emendamenti che disinnescano il comma “ammazza-blog”.

L’iter del famoso comma “ammazza-blog” è ripreso assieme a quello del ddl intercettazioni in cui è contenuto e, se approvato, prevederà che qualsiasi persona pubblichi testi in rete, anche in modo amatoriale e per ristrette cerchie di amici, possa ricevere una richiesta di rettifica quando tali contenuti siano ritenuti scomodi da qualcuno. In caso di mancata pubblicazione della rettifica entro due giorni, scatterà una sanzione fino a 12.500 euro. Facile ipotizzare la possibilità di utilizzare in modo intimidatorio tale strumento: qualunque cittadino scriva in rete, non avendo un giornale organizzato con struttura legale disposta a difenderlo, sarà certamente spinto ad accettare richieste di rettifica anche se ritiene di aver scritto fatti reali, attuando così una forma di autocensura per non incorrere nella sanzione. 

È fondamentale restare lucidi e assumerci la responsabilità di percorrere tutte le strade che, nel caso di approvazione della legge, quantomeno evitino la desertificazione del web italiano. Ciò è possibile perché, assieme all’iter sul provvedimento iniziato alla Camera nel luglio 2010 e poi sospeso in seguito alle forti pressioni contrarie, rientrano in gioco anche tutti gli emendamenti che erano stati presentati oltre un anno fa. 

Ebbene 26 parlamentari (qui i nomi) di PD (8), Radicali (6), UDC (5), PdL (3), IdV (2) e Gruppo Misto (2) hanno presentato alla Camera ben 7 diversi emedamenti (leggili qui) che in vario modo cercano di limitare ai soli contenuti professionali ed in particolare alle testate registrate la validità del comma incriminato. 

Si tratta di un tesoro inestimabile, tanto più per il fatto di avere una caratterizzazione bipartisan. Attorno ad esso abbiamo la possibilità di raccogliere la disponibilità di chi non vuole aggravare l’anomalia informativa italiana. 

Qualsiasi parlamentare può, fino al momento della votazione, apporre la sua firma su tutti o solo alcuni di questi emendamenti, se li ritiene condivisibili.

 Vogliamo provare a portare gli attuali 26 firmatari verso i 316 della maggioranza necessaria all’approvazione di tali emendamenti alla Camera? Invieremo a tutti i deputati la richiesta di modifica assieme a tutte le firme.

Ma è vero che “la barba fa il monaco”? Ricordi frivoli come auguri di compleanno

«Ce te sta faci criscere la barba?» («ti stai facendo crescere la barba?») mi chiese Elvira, nel mese di agosto dell’anno scorso, riferendosi alla mia barba lunga di una settimana. Ed ancor prima che potessi risponderle, aggiunse: «Ti sta bene! Ancor meglio se ti lasci solo baffi e pizzo!». Alla vicina di casa, una salentina che incontro ormai da venticinque anni alle Isole Tremiti, risposi che non avevo alcuna intenzione di farmi crescere la barba; non l’ho mai fatto, tanto meno ora, alla mia età. Il ricordo di quell’episodio, che qui riporto nel giorno del mio 66° compleanno, mi ha fatto venire in mente quella bellissima nota di Leonardo Sciascia: «perché la barba? Per distinguersi o per somigliare? Per affermare o per nascondere?» (Nero su Nero, Einaudi, Torino 1979). Spero d’esser più credibile del concittadino di Sciascia che dichiarava «che non per moda se l’era fatta crescere ma soltanto perché negli ultimi tempi aveva avuto tanto lavoro da non trovare il tempo di radersela.» Già, il tempo. Tutti gli anni, in vacanza d’agosto, la solita routine domestica: riaprire e pulire casa dopo un anno di chiusura; mettere al sole materassi, lenzuola e altri panni umidi; sistemare le tende per ripararsi dal sole; tagliare la vite americana che invade il piccolo portico; sbarbare le erbacce e zappettare il minuscolo giardinetto; curare i gerani e il rosmarino dopo il lungo abbandono; annaffiare le belle di notte e le bocche di leone. E così, la prima settimana di vacanze passa veloce e si finisce con il trascurare, deliberatamente e piacevolmente, il proprio aspetto, a partire proprio da quella noiosa attività mattutina che per undici mesi scandisce la vita lavorativa in città: radersi.

Leonardo Sciascia. Un nostro scrittore trovandosi una sera, in un salotto romano, ad essere aspramente contestato, a un certo punto reagì lanciando contro il più accanito dei suoi contestatori la domanda: «E tu perché porti la barba?» La domanda, inaspettata e violenta, sortì buon effetto: il giovane contestatore annaspò in cerca di una valida ragione a sostegno della sua e dell’altrui barba; poi si riprese dicendo che la barba non c’entrava, che il discorso era un altro. Ma per quella sera la contestazione a carico dello scrittore si spense.

Forse in quel determinato momento la domanda aveva davvero lo scopo di divertire il discorso; ma esprimeva anche la preoccupazione e il disagio che coloro che usano radersi totalmente e assiduamente provano di fronte al fiorire e moltiplicarsi di barbe. Barbe di ogni foggia e misura: corte o fluentissime, scriminate o arruffate, alla francescana, alla moschettiera, alla Lenin, alla D’Annunzio, alla Balbo. Già: perché la barba? Per distinguersi o per somigliare? Per affermare o per nascondere?

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Decidi tu che segno lasciare. Firma la petizione contro le mutilazioni genitali femminili

Ci sono tanti modi di fare violenza su una donna. Alcuni sono addirittura legali. Le Mutilazioni Genitali Femminili sono una pratica crudele che ogni giorno fa 8000 giovani vittime. Ora dipende anche da te. Puoi lasciare che quest’orrore continui oppure puoi firmare perché una risoluzione ONU nel 2011 metta al bando queste mutilazioni, per sempre.

Appello per una messa al bando universale delle mutilazioni genitali femminili all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2011

Noi sottoscritti cittadini di tutto il mondo e militanti per i diritti umani, riuniti oggi dopo anni di lotta affinché le mutilazioni genitali femminili siano riconosciute e condannate come violazione del diritto all’integrità della persona e coscienti che un divieto delle Nazioni Unite rafforzerà e apporterà un nuovo slancio agli sforzi che sono ancora necessari per eliminare la pratica ovunque nel mondo:

– chiediamo all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di adottare una risoluzione per mettere al bando le mutilazioni genitali femminili ovunque nel mondo.
– chiediamo ai nostri governi, così come a tutte le organizzazioni internazionali e regionali, di sostenere e promuovere l’adozione di questa risoluzione nel 2011.
– invitiamo i cittadini di tutto il mondo a sostenere e firmare questa petizione per mettere al bando questa violenza generalizzata e sistematica commessa contro le donne e le bambine in violazione del loro diritto fondamentale all’integrità personale.

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Auguri per un compleanno

A pomeriggio inoltrato, “lu villanu” (il contadino), rientrato in casa dopo una giornata di duro lavoro nei campi, distanti otto chilometri dal paese, si sentì dire da Niculetta, un’anziana vicina di casa: «è nata n’authra fimmina» (è nata un’altra femmina). L’uomo rispose: «va bene!». A quel punto la donna aggiunse: «auecchiu! Nu masculu è natu!» (Bugia! È nato un maschio!). Oggi, quel neonato, ha compiuto 65 anni. Nell’augurare tanta salute e lunga vita all’amico sincero e schivo, vorrei ricordare altri episodi che tante volte gli ho sentito ripetere. Da bambino, quando gli chiedevano cosa avrebbe fatto da grande rispondeva convinto: “lu thrainiere” (il conducente del carro). E suo padre, a chi gli chiedeva quale mestiere avrebbe preferito per suo figlio, rispondeva: «meju puercu ca villanu» (meglio maiale che contadino). Non poteva certo augurare, a suo figlio, il duro lavoro nei campi, al quale anteponeva la vita da maiale. Per fortuna l’amico non ha fatto il “thrainiere” e neppure “lu villanu”. Ma nel 1965 abbandonò il paese natìo, Campi Salentina, dove non ha più fatto ritorno.

Un docente anticonformista che ha curato lo sviluppo del senso critico e della responsabilità degli studenti

Il Prof. Antonio Viti con alcuni studenti di Medicina e Chirurgia

Il Prof. Antonio Viti con alcuni studenti di Medicina e Chirurgia

Il 27 gennaio 2009, la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Siena ha ricordato, con le parole del Preside Alberto Auteri, la scomparsa del prof. Antonio Viti.

È molto difficile ricordare un Collega scomparso senza cadere nella retorica dei sentimenti ma questo deve essere evitato, soprattutto parlando di Antonio Viti, che ha sempre vissuto lontano da ogni conformismo.

Molti di noi non dimenticheranno Antonio Viti. Un carattere schivo ma un uomo generoso, amatissimo dagli amici e sopratutto da generazioni di studenti.

Ha avuto la capacità di trasmettere il vero significato della figura del docente universitario; una sintesi di risorse culturali, morali e spirituali.

Come succede alle persone di talento ha teorizzato, con anni di anticipo, la necessità di riformare il modo di fare didattica nell’Università. Aveva capito che la crescita continua della conoscenza stava rendendo instabile ogni sapere. Questa provvisorietà richiedeva che il docente curasse soprattutto lo sviluppo del senso critico e della responsabilità, rinunciando ad affollare lo studente con nozioni destinate a cambiare.

Non sempre è stato capito, perché non sempre l’Università è riuscita a guardare oltre le proprie tradizioni e consuetudini. Probabilmente questo e la sua lunga malattia hanno contribuito al senso di solitudine che ha caratterizzato gli ultimi anni della sua vita.

I nostri sentimenti di profondo cordoglio sono per i suoi cari, la moglie e le figlie.

Il giudice Felice Lima su: separazione dei poteri, obbligatorietà dell’azione penale e politicizzazione del Csm

Riflettiamo sulla “riforma della giustizia” con questo articolo del giudice Felice Lima uscito il 28 agosto 2008 sul sito: “Uguale per tutti”.

L’IRRINUNCIABILE SEPARAZIONE DEI POTERI

Felice Lima (Giudice del Tribunale di Catania). Nel nostro Paese ormai è impossibile trattare razionalmente qualsiasi tema. Il cosiddetto dibattito pubblico si articola ormai esclusivamente in “campagne di stampa” sfrontatamente false, nelle quali vengono urlate, con una arroganza che dovrebbe riservarsi a miglior causa, le menzogne più paradossali. Appare sempre più evidente che non esiste più alcun confronto veramente democratico su nulla. Coloro che hanno il potere ne fanno l’uso che vogliono – tendenzialmente il peggiore – e il popolo viene solo “tenuto a bada” con falsi ragionamenti, falsi problemi, false emergenze. Questa è stata l’estate dell’annuncio della riforma tombale della giustizia. Sono decenni che il potere politico non fa altro che riformare la giustizia – guarda caso sempre e solo nel senso di fare in modo che funzioni sempre meno – e ora si annuncia la riforma “definitiva”.

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