Il riscatto della città passa attraverso il risanamento dell’Ateneo senese

Cosimo Loré. Impossibile dissentire dalla scrittura lodevole di una delle persone tra le più colte e capaci di comunicare cultura! Non praticabile però la sola via delle dichiarazioni d’intenti se si vuol uscire dalle guazze meno malconci possibile come istituzione: la legittima magistrale esposizione di Barzanti deve essere integrata da una fattiva azione politica in una città dove i più fino ad oggi hanno dormito o per indomabile ignavia o per la comoda certezza di una serie di posti offerti dalla triade banca-comune-ateneo… I nomi che cita Barzanti si distinsero tutti per iniziative che oggi verrebbero dileggiate come turbative degli equilibri su cui si fonda l’attuale apparente pax in una city fuori dal mondo come tempio di arte e cultura (e questo ben venga!), ma anche fuori da quella partecipazione civica e trasparenza civile che proprio a Siena rifulsero in secoli ormai remoti! In soldoni, dico che sono testimone del fatto che da una ventina d’anni a questa parte coloro che hanno (s)governato la “nostra” Siena l’han fatto come se fosse “cosa loro”. Della serie: non disturbate il manovratore… di banca-comune-ateneo! Ai loro tempi, per opporsi a condotte certo fisicamente più violente ma indubbiamente più franche e aperte e, se ci è concesso, più “leali”, i grandi nomi citati non si nascosero né si limitarono a encomiabili enunciazioni stilisticamente sopraffine: si misero in gioco come Uomini e come Maestri! In altri termini non dettero solo lezioni di storia o di italiano! E qualcuno non esitò a varcare con onore le soglie di un carcere!

Ora è il momento forse irripetibile per liberare nuovamente Siena da una condizione più subdola e nociva per chi ama nei fatti e non solo nei proclami la propria dignità e la nostra città. I fatti mostrano che la banca, il comune ed anche l’ateneo sono stati in mano a predatori senza scrupoli, ben più perniciosi del rapinatore che rischia in prima persona. Focardi, come rettore della emergenza, dia prova di talento decisionista e si senta parte di un risanamento che non riguarda solo la malamministrazione accademica ma innanzitutto il “giro di denaro” che impunemente sta uccidendo la città e l’ateneo. Non solo Pontignano va difesa ma deve essere ricordato che fino ad oggi non è mai fregato alcunché ai “tromboni di turno” di rendere ateneo e città centri accessibili e vivibili di arte e cultura. Mai un collegamento diretto e decente su rotaia o asfalto, mai un luogo per “dormire e mangiare” con decenza sia agli studenti afferenti da ogni parte d’Italia sia per i drappelli di turisti provenienti da ogni landa del pianeta! Se non si mette in chiaro questo la vita – prima che la politica o la banca – diviene una squallida recita dove è “tutto finto” e falso e fuorviante rispetto a quelle mete che pomposamente vantiamo di voler perseguire! Essere fregati da chi ci dovrebbe garantire è già insopportabile. Sottoscrivere una dichiarazione di soddisfazione per il fatto di essere “presi anche per il culo” è atto contro natura. Anche un animale inferiore all’uomo nella scala zoologica di fronte a tormenti offensivi darebbe luogo a reazioni di protesta. A noi – portati in limine vitae come ateneo – non è consentito nemmeno di scalciare per la disperazione ed il dolore? Scalciare e non tirare quei “calci” che sicuramente più d’uno in una comunità sana e reattiva meriterebbe, ma da cui tenta ostinatamente di salvarsi… Altrimenti che senso ha celebrare Montaperti e il 1260?!

12 Risposte

  1. Caro Professore Loré, il mio è ben lungi da essere un panegirico, ma è quanto di più nobile abbia letto negli ultimi anni da un uomo di accademia e di cultura. Lei ha perfettamente e inequivocabilmente centrato tuti i problemi: un centro lobbistico di potere ha soffocato per anni e anni Siena: il conformismo più aberrante e indegno ha poi fatto da collante, ha soffuso tutto il resto. Ha, meglio, inquinato tutto. Quando ho sentito il vice di Fondazione mandare in pratica alle ortiche Pontignano e il San Niccolò (ci feci degli studi sulla ergoterapia) e proclamare che il filantropo cessa dove inizia il banchiere (messo colà dal PCI che si spartiva le cariche col PSI) ho capito ancor più di che pasta son fatti codesti “compagni”: li metto in basso, nella scala aut gerarchia zoologica – e non son partigiano di Haeckel. Magari li trovi alla cena del piatto, a farsi vedere dai bancari-contradaioli, dai “mangerecci” – tutto fa spettacolo e quota la demagogia -, ma di Siena non gli frega un fico secco. Perché Siena è anche l’antico studium, che san Bernardino raccomandava ai governanti e ai cittadini. E io lo dico benché certi ignobili baroni abbiano sempre fatto di tutto per rendermi la vita ben dura. Piegato in due dal dolore fisico e morale, senza chieder nulla a costoro, ho svolto a Lettere delle lezioni: non ho chiesto una lira, solo attestati di docenza – mi pare il minimo! Come mi disse il prof. Ascheri: dott. Paolo, se non ha amici là dentro, non c’è speranza ch’ella insegni… è grassa se prenderanno in considerazione la sua interessante ricerca che lei dona alla città intera e alla pubblica amministrazione.
    Caro prof. Loré, ho conosciuto anch’io gli eroi che si immolarono e pagaron col carcere le loro idee di vera democrazia. Mi sento sulla stessa lunghezza d’onda. Non temo – e non tema, mi permetto – né la gogna né alcun patibolo. Il popolo vero sa che abbiamo ragione, perché è la storia che ce la dà. Siamo nel giusto, lottiamo per rovesciare una lobby incancrenita che non inganna più neppur se stessa! Gli “ideologi” han distrutto un patrimonio storico, fatto obliare lotte, conquiste. Vergogna! Gogna eterna! Se gente come il Barzanti difende un patrimonio comune non bisogna essere settari o acrimoniosi pel fatto che lui stava… accanto alla “banda”. Se difende noi potremmo anche difenderlo, nella comun difesa dello “Studio”, dell’occupazione e della libertà.
    Paulus

    Addenda. Per la cronaca il “compagno” della Fondazione è mr. Bonechi che ha fatto quelle dichiarazioni al “confratello” Bisi nel suo “Angolo dell’Unto”. Poco può stupire in una congerie di “Power” che regalava lauree agli amici e parenti, che metteva a dirigere in enti culturali persone non troppo consone e prive di titoli, che faceva di biblioteche enti gaudenti e incompetenti, sovraffollati – l’Università è, chiaramente, in ballo… Mentre Bonechi parla di miliardi e investimenti redditizi io sto in biblioteche di abbazie dove l’Ascheri – do you remember? – mi scambiava per un… frate. E ci sto grazie alla bontà dei frati, quando la si trova… Bonechi avrà pure stoppato la concorrenza PSI ma qui a essere stoppato è lo sviluppo della città. E lo dico vedendo anche cose positive fatte da componenti della attuale maggioranza, sia chiaro. Settario od estremista, mai.
    Paulus

  2. Giusto, caro Paolo!
    Bisogna superare la faziosità endemica, cercare di vedere al di là del proprio naso. Il PD è crollato in Abruzzo, e in Toscana non dovrebbe essere lontano con tutti i troiai che ha fatto e fa. Oggi ne vedremo delle belle al convegno CGIL, no? Arlecchino, capisco che sei un amico e mi vuoi bene, ma non bere troppo (festeggiavi l’Abruzzo?), lascia ogni tanto il fiasco al suo posto e non attribuirmi messaggi tuoi! E non sdoppiarli almeno nell’ottica di più servizietti, mettiti gli occhiali, perdio…
    Archie

  3. Federazione Lavoratori della Conoscenza CGIL
    http://www.flcgil.it

    LINEE PROGRAMMATICHE PER L’UNIVERSITA’ ITALIANA

    I recenti provvedimenti legislativi e quelli annunciati, se non abrogati e bloccati, determineranno la definitiva scomparsa dell’Università’ pubblica, mutandone radicalmente la natura, la missione, le finalità e l’assetto. Un’Università alla quale la nostra Costituzione assicura autonomia e liberta’ di ricerca e di insegnamento. Come per la Scuola, nel respingere fermamente le scelte di fondo che ispirano tali provvedimenti, intendiamo riproporre a tutti gli interlocutori, a cominciare dal Governo, un quadro di interventi alternativi che affrontino le criticità del sistema, valorizzino le risorse presenti, sollecitino la crescita della qualità della didattica e della ricerca, e consentano all’Università italiana di svolgere quel ruolo sociale di promozione della cultura e dell’innovazione di cui il Paese ha enorme bisogno. A seguito dei provvedimenti del Governo si è avviato un dibattito pubblico che, a partire dalle criticità del sistema, vere o presunte, si sta esercitando a 360 gradi in ipotesi di modellistica istituzionale; per quanto ci riguarda, riteniamo che ogni dibattito serio non possa che muovere da dati certi e incontrovertibili, evitando banalità, generalizzazioni improprie, facili slogan fondati sul nulla o esplicite strumentalizzazioni, come spesso accade di leggere o sentire nei dibattiti televisivi. Le correzioni di rotta proposte dal Governo con il decreto 180 non risolvono, ed in qualche caso aggravano, gli effetti della L. 133 e della Finanziaria. Occorrono interventi ben più radicali e ad ampio raggio su tutti gli aspetti costitutivi del sistema universitario. Noi siamo per individuare con precisione le criticità e le loro cause, e proporre soluzioni adeguate ai problemi veri; l’Università è un oggetto troppo importante per il Paese perché sia consentito a chiunque di giocare con il suo destino sulla base di opinioni non supportate dai fatti. I valori fondanti Noi crediamo che qualsiasi intervento non possa prescindere dal rigoroso rispetto di alcuni valori fondativi che rappresentano la parte migliore della storia e dell’esperienza dell’Università italiana, valori che desideriamo sinteticamente ricordare:
    1. la natura pubblica del sistema universitario. Il ruolo dello Stato come erogatore e garante di un sistema di alta formazione è indispensabile per assicurare le condizioni affinché l’Università resti, ed anzi divenga sempre più, elemento centrale del sistema di welfare. E’ compito del sistema pubblico garantire parità di condizioni universali nell’accesso all’Università, assicurare la qualità dell’offerta didattica, e per questa via ripristinare una mobilità sociale che appare ridotta, presidiare la ricerca in tutti i campi, anche quelli che, pur dotati di alto valore culturale e scientifico, non presentano possibilità di valorizzazione economica immediata, garantire la libertà didattica e di ricerca costituzionalmente sancita. Va inoltre assicurato il carattere unitario del Sistema nazionale universitario, dotato di effettiva autonomia, all’interno del quale deve essere garantita l’autonomia dei singoli Atenei. Il ruolo del privato rappresenta un’utile integrazione, uno stimolo ed una risorsa, che deve avere tuttavia carattere complementare al mantenimento di un forte, prevalente sistema pubblico di Atenei. La stessa idea di autonomia, che è autonomia del sistema ed autonomia dei singoli Atenei, si tiene nella misura in cui il riferimento concettuale è ad un sistema nazionale pubblico.
    2. il ruolo sociale del sistema universitario, ruolo che si estrinseca in un rapporto trasparente tra la domanda sociale, il concreto funzionamento degli Atenei e la loro capacità di dare risposte sulla base di un misurabile rapporto costi-benefici, da rendere visibile attraverso una congrua valutazione del sistema e delle sue singole articolazioni (Atenei, Facoltà, Dipartimenti, progetti di ricerca, percorsi formativi).
    3. la natura cooperativa e partecipata del sistema universitario. L’Università deve rappresentare il modello di una comunità di pari, libera da gerarchie formali e sostanziali, capace di autogovernarsi perché fondata su una salda cultura democratica della responsabilità individuale e collettiva. Una comunità che si fonda sulla libera circolazione dei saperi e su una virtuosa competizione di meriti scientifici.
    Ogni provvedimento di riforma deve misurarsi con questi valori fondanti e con la natura laica dell’Universita’. Condividere tali valori definisce un perimetro di scelte ed interventi che disegnano un preciso modello di Università. Ciò significa, ad esempio, non rinunciare all’idea di un sistema nazionale: l’autonomia degli Atenei, (che difendiamo, nonostante le forti contraddizioni che la sua spesso mal gestita attuazione ha prodotto) deve trovare limiti e temperamento in un insieme di regole e finalità condivise; respingendo le suggestioni, che da più parti provengono, che prefigurano un sistema universitario fatto di istituzioni del tutto indipendenti quanto a offerta, ruolo, meccanismi di funzionamento. Significa scegliere ed investire esplicitamente sul ruolo e la natura pubblica del sistema universitario, raccogliendo la sfida che consiste nel provare a realizzare un sistema di qualità capace di confrontarsi con i grandi numeri; scelta che, come ognuno può vedere, porta con sé precise conseguenze ed ipotesi di assetto. Per queste stesse ragioni la FLC è contraria all’abolizione del valore legale del titolo di studio; leggiamo in questa proposta l’idea di una polverizzazione programmata del sistema universitario, che marcia di pari passo con il ritrarsi del ruolo dello Stato nel definire contenuti e requisiti omogenei per le professioni e i saperi connessi. Anche in una lettura realistica e non ideologica del tema (non sfuggono a nessuno le forti differenze qualitative che già oggi diversificano gli stessi titoli in Atenei diversi), non condividiamo l’idea di affidare istituzionalmente al mercato la valutazione del titolo conseguito. Se si abolisce il valore legale della laurea poi, non si vede perché debba continuare ad esistere un diploma di secondaria, o, al limite, perché debbano esistere curricula e prove d’esame omogenee a livello nazionale nella Scuola. Se invece il tema è il passaggio a forme di accreditamento da definire, allora il pre-requisito per una discussione è la messa a regime di un sistema di valutazione pervasiva ed efficace dell’intero sistema. Siamo perfettamente consapevoli della distanza che separa oggi l’Università dalla compiuta realizzazione di un modello ideale: l’Università italiana è in condizioni difficili, in parte prodotte dal contesto politico-istituzionale, in parte da una distorta applicazione dell’autonomia la cui responsabilità è da imputare al ceto accademico. E’ tuttavia nostra convinzione che non vi sia riforma possibile che non muova dall’affrontare i nodi ed i valori che dovrebbero sostenerne il modello. Nei provvedimenti di Governo vediamo invece disegnarsi una prospettiva di liquidazione del ruolo pubblico ed un sistema universitario sempre più impoverito sul piano finanziario e, soprattutto, sul piano delle risorse intellettuali ed umane. Un sistema che nel giro di pochi anni compirà fino in fondo una parabola discendente che porterà ad una condizione di paralisi e di irrilevanza istituzionale.

    Per queste ragioni proponiamo un programma che muove da quelli che a noi appaiono i veri nodi del sistema universitario. Chiediamo al Governo di fermare gli iter legislativi in corso, di abrogare gli art. 16 e 66 della L. 133/2008, e di aprire un confronto autentico con tutti i soggetti coinvolti ed interessati.
    1. Il sistema di finanziamento
    Il settore della conoscenza deve essere considerato una risorsa strategica del Paese. I finanziamenti devono essere pertanto adeguati a questo compito. La valutazione dell’utilizzo di questi finanziamenti deve essere effettuata a partire dalle ricadute sull’intero sistema Paese. Oggi non è così, da molti anni, e utilizzare gli Atenei per fare cassa non è l’approccio migliore ad una discussione seria sulle necessità del finanziamento e sulla qualità della spesa. Occorre partire da un dato incontrovertibile: qualunque indicatore venga assunto, il sistema italiano è largamente sottofinanziato, ed in queste condizioni ogni ragionamento credibile sulla qualità è pura poesia. Se si realizza il taglio ulteriore di un 25% in termini reali nei prossimi quattro anni, come prevede la L. 133, si entra in una condizione di bancarotta degli Atenei, anche quelli che oggi si considerano “virtuosi”. Esiste un problema vero e profondo che riguarda gli sprechi e la qualità della spesa, cui è necessario porre rimedio attraverso la valutazione e la revisione dei meccanismi di governo degli Atenei, ma la dimensione del sottofinanziamento è tale da non poter essere risolta con una pura razionalizzazione della spesa. Occorre invece partire da:
    a) una previsione pluriennale di crescita del finanziamento che avvicini il nostro Paese alla media OCSE
    b) una rimodulazione delle regole della distribuzione del FFO sulla scorta di una valutazione sistematica che valorizzi indicatori credibili di crescita della qualità dei servizi e delle prestazioni dei singoli Atenei, e su di essi distribuisca le risorse, fino al 30% del totale, evitando di incentivare comportamenti perversi (la caccia all’iscritto o le promozioni facili). Un finanziamento così rivisto esplicherebbe inoltre la sua piena funzione se, riconoscendo che le Università possono vivere solo nel binomio inscindibile di attività di didattica e di ricerca, si osservasse che tali requisiti non vengono attualmente rispettati in tutti gli Atenei italiani, e si procedesse quindi ad un attento monitoraggio delle loro caratteristiche in maniera tale da porre rimedio a queste situazioni. Quando si parla di proliferazione delle sedi, è utile ricordare che, oltre ad una cattiva gestione dell’autonomia, un ruolo decisivo lo ha avuto la pressione della politica e delle istituzioni locali, cui molti Atenei hanno colpevolmente consentito
    c) una rigorosa revisione delle regole di finanziamento dei fondi di progetto, sia nelle modalità di valutazione ed assegnazione, sia nella platea dei destinatari, che deve consentire alle buone idee e alle buone pratiche di emergere senza vincoli, a prescindere da chi le presenta; insieme con l’ampliamento degli investimenti a progetto, a cominciare dai PRIN (che quest’anno calano da 160 a 98 milioni)
    2. La docenza universitaria
    La necessità primaria del sistema è costituita dal riavvio di un processo di immissione di giovani che vada ad equilibrare la “gobba” di uscite per pensionamento previste nei prossimi anni. E’ esattamente il contrario di quanto previsto dalla L.133, e dallo stesso Decreto 180, che viceversa blocca sostanzialmente il turn-over. Sempre in virtù della centralità strategica dell’università l’approccio al turn-over deve essere totalmente ribaltato: a fronte dei pensionamenti il personale docente e tecnico-amministrativo di ruolo deve essere aumentato in modo da rispondere in misura adeguata agli standard europei. E’ necessario programmare un’operazione di reclutamento straordinario di consistenti dimensioni, su fondi nazionali aggiuntivi, che consenta di dare una prospettiva alle competenze presenti nell’abnorme area del precariato; e al tempo stesso programmare la ripresa di un reclutamento ordinario che eviti l’andamento disomogeneo per classi di età, dovuto nel passato agli “sbottigliamenti” legati ad ondate di immissioni concentrate nel tempo. L’investimento nel reclutamento di giovani e precari può essere gestito anche attraverso meccanismi che consentano di utilizzare le risorse derivanti dai pensionamenti, e/o attraverso forme di anticipo delle competenze, da restituire man mano che i costi immediati tendano a riequilibrarsi, prendendo in considerazione preparazione e pregresse attività di coloro che possono dimostrare interesse e impegno nella ricerca e nella didattica. Partendo dalla constatazione che ai fini istituzionali concorrono a pieno titolo gli attuali professori e ricercatori, occorre una revisione profonda delle carriere e del sistema di reclutamento, allo scopo di fornire risposte reali alla crescita scientifica e retributiva dei docenti, all’ingresso e alle prospettive dei giovani, all’enorme serbatoio di precariato prodottosi negli ultimi anni. Va affermata la unitarietà della funzione docente e la piena contrattualizzazione del rapporto di lavoro; la carriera, che deve essere unica, può essere articolata in fasce, scandita da verifiche periodiche che diano luogo alla progressione stipendiale e ai passaggi di fascia, che devono realizzarsi ad esito di valutazioni della qualità scientifica e didattica del singolo docente. Va salvaguardata una quota di accessi dall’esterno, attraverso un meccanismo concorsuale, a tutte le fasce, ed abolito lo straordinariato per il passaggio da una fascia all’altra. L’eliminazione del concorso tradizionale per i passaggi di fascia, se accompagnato da regole rigorose per la valutazione della qualità scientifica dei singoli, può risolversi in un importante passo avanti in direzione della trasparenza e della rimozione di un autentico elemento di discredito dell’Università. Non mancano le soluzioni tecniche utilizzabili per assicurare un grado accettabile di imparzialità e trasparenza nelle decisioni, purchè si rompa il meccanismo di scambio che oggi lega in un nodo inestricabile le componenti accademiche. Anche per quanto riguarda il reclutamento iniziale, noi riteniamo che vada superato il concorso tradizionale. La nostra proposta prevede la creazione di una figura post-doc (o attività di ricerca assimilabile), con contratto a tempo determinato triennale e retribuzione assimilata al ricercatore, con funzioni esclusive di ricerca. Al termine del triennio, una valutazione seria della qualità e produzione scientifica del candidato, da svolgersi con i medesimi requisiti di trasparenza di cui sopra, dà luogo all’accesso al ruolo di ricercatore. Nel reclutamento iniziale devono avere voce in capitolo sia valutatori esterni “ciechi” (la comunità scientifica) sia l’Ateneo che recluta. La valutazione positiva dà luogo all’accesso; in caso negativo, il contratto triennale può essere reiterato una sola volta. Quest’approccio richiede la definizione di alcune condizioni di contesto: a) la fissazione di un rapporto esplicito e credibile tra il numero di coloro che entrano nel percorso triennale e il numero di docenti da reclutare; b) un’applicazione graduale, che consenta di ridurre il precariato esistente attraverso un consistente reclutamento straordinario; c) il divieto per gli Atenei, a regime, di utilizzare strumenti diversi dal contratto triennale (atipici, co.co.co., ecc,); d) la creazione di un meccanismo che faciliti la mobilità dei docenti fra i diversi Atenei, per esempio rendendo impossibile lo svolgimento della carriera (laurea magistrale-dottorato-postdottorato-docenza) nella stessa sede e fornendo le risorse necessarie a detta mobilità; e) la distinzione tra il budget destinato al reclutamento e quello dedicato all’avanzamento di carriera; f) la rivisitazione, anche rivedendone l’impianto, della remunerazione dei docenti per renderla più omogenea possibile a quella degli altri. paesi europei. g) sanzioni ex-post a carico dell’Ateneo che recluta persone che successivamente, ad esito di valutazione periodica, si dimostrino inadeguate. Quest’impianto presenta alcuni evidenti vantaggi: a) dà certezza di procedure e tempi sufficientemente precoci per l’avvìo della carriera accademica; è un vantaggio per il singolo ma anche per la massimizzazione dei talenti; b) supera la piaga del precariato e consente agli Atenei di dispiegare un’autonomia virtuosa nella programmazione e gestione delle risorse intellettuali; c) elimina alla radice la scandalosa gestione di tanti concorsi. Va risolta una volta per tutte l’annosa questione dei Lettori/CEL, riconoscendo loro attraverso provvedimento legislativo la funzione di insegnamento delle lingue e la parificazione retributiva con i ricercatori confermati.
    3. Il governo dei singoli Atenei e del Sistema nazionale
    E’ ormai evidente come sia necessario rivisitare l’assetto del governo degli Atenei, caratterizzato da forti differenze legate ai singoli Statuti, ma comunque accomunato da alcuni punti critici: il rapporto spesso clientelare che lega i Rettori al loro elettorato, soprattutto in occasione del rinnovo del mandato; la sovrapposizione e confusione dei ruoli tra Senato e Consiglio di Amministrazione; la composizione degli organi di governo e la loro base elettiva. Noi riteniamo necessario che il mandato rettorale sia unico, per un massimo di sei anni, e che comunque il mandato non possa essere prolungato tramite successive modifiche di statuto. Che gli Statuti regolino in modo puntuale, sulla base di un quadro normativo nazionale, le competenze degli organi, distinguendo con nettezza l’indirizzo, dal controllo, dalla gestione. Occorre ristabilire, anche attraverso la composizione, un equilibrio tra il ruolo e il mandato del Senato, di indirizzo e controllo, e quello del Consiglio di Amministrazione, cui spetta la gestione. E’ forse utile immaginare un Senato interamente elettivo da parte di tutte le componenti dell’Università, ed un Consiglio eletto dal Senato in una rosa di proposte formulata dal Rettore, con il vincolo di una presenza maggioritaria di interni all’Ateneo, e con facoltà di sfiducia, a determinate condizioni, da parte del Senato. Riteniamo necessario inoltre che si valorizzi il lavoro di gestione della dirigenza amministrativa e dei dipendenti tecnico-amministrativi, riconducendo la docenza alle funzioni sue proprie ed evitando di assegnare ai docenti improprie funzioni di dirigenza. Che si prevedano forme di partecipazione effettiva degli studenti alla vita democratica degli Atenei. Occorre anche affrontare il dualismo tra Facoltà e Dipartimenti: si tratta di un dibattito in corso, con diverse opzioni possibili, ma i tempi sono maturi per scelte e sperimentazioni che affrontino il tema. E’ necessario snellire e razionalizzare gli iter consultivi e decisionali, che oggi vedono le decisioni filtrare attraverso una pluralità di sedi e organi che, anziché implementare il processo democratico, hanno spesso per effetto l’appannamento delle responsabilità.
    A livello nazionale, è necessario superare lo stato attuale di autonomia frammentata del nostro sistema, configurato oggi come sommatoria confusa e non coesa di Atenei. Le palesi divisioni all’interno della CRUI, accentuate dalle politiche governative, sono un chiaro sintomo della crisi dell’attuale modello; noi riteniamo che l’autonomia non possa essere riferita ai soli, singoli Atenei, ma all’intero sistema universitario, e che, anzi, gli Atenei, allo stesso modo di altri soggetti dotati di autonomia costituzionalmente garantita, debbano “fare sistema”. A nostro parere occorre configurare il nostro sistema universitario nazionale come “sistema delle autonomie”, dotato di un suo organismo di autogoverno e di rappresentanza. Oggi abbiamo una rappresentanza duplice:
    a) la CRUI, nata come libera associazione dei Rettori e auto-candidata come struttura esclusiva di riferimento del Governo per quanto riguarda gli interventi legislativi e il finanziamento;
    b) il C.U.N., organismo di consulenza del MIUR, costituito da rappresentanti eletti dalla comunità scientifica.
    Questa duplicità di rappresentanza indebolisce il sistema delle autonomie nell’interlocuzione con il Governo e i decisori politici. È possibile ed utile prevedere un organismo di coordinamento nazionale capace di assicurare l’autonomia del Sistema Universitario ed un suo sviluppo organico. Un organismo non corporativo e non rigidamente disciplinare, elettivo e rappresentativo della comunità accademica nazionale, con la presenza istituzionale degli Atenei, aperto ai contributi del mondo del lavoro e delle imprese, in grado di fornire un contributo alla definizione delle priorità di sviluppo del Sistema Universitario. Un organismo la cui composizione e modalità di funzionamento dovrebbero essere definite per legge, e che si ponga, accanto allo Stato (Governo e Parlamento) e ai soggetti preposti alla valutazione, come la terza gamba istituzionale di un sistema pubblico in equilibrio tra autonomia e responsabilità.
    4. Il diritto allo studio
    L’Università dovrebbe svolgere un ruolo di promozione della mobilità sociale; questa funzione, oggi più di ieri, è un’utopia che rischia di essere ulteriormente compromessa dalla legge 133. Per garantire che questo avvenga è necessario che il sistema universitario sia effettivamente accessibile a tutti, indipendentemente dalle condizioni economiche e dal contesto sociale di origine, rimuovendo le barriere, formali e sostanziali, che ostacolano l’accesso e la prosecuzione degli studi. Il sistema del numero chiuso sta progressivamente estendendosi anche all’accesso alla laurea magistrale, creando un ulteriore sbarramento intermedio; esso esclude gli studenti sulla base di un meccanismo che ha poco a che vedere con la valorizzazione dei più meritevoli, e trae spesso le sue origini dallo scarso investimento economico sulle Università, che le costringe a limitare il numero delle immatricolazioni in assenza di strutture e di personale docente adeguati. Si deve allora prevedere l’adozione di piani pluriennali di adeguamento, affiancati da un congruo e mirato investimento, che porti progressivamente alla rimozione delle barriere all’accesso. Allo stesso tempo, è necessario ragionare su un’adeguata valorizzazione del merito degli studenti, che devono essere valutati sulla base dei risultati conseguiti nel corso del loro percorso di studio.
    Il definanziamento del sistema del diritto allo studio e la sua organizzazione tarata su modelli ormai superati (la legge quadro nazionale risale al 1999 e l’ultimo DPCM che regola l’erogazione dei benefici del diritto allo studio al 2001) fanno sì che molti degli studenti idonei in base ai previsti parametri di merito e di reddito non possano di fatto beneficiare dei servizi per il diritto allo studio, e non abbiano la possibilità di scegliere quale sede e quale corso di laurea frequentare. E’ necessario che gli investimenti statali siano in grado di garantire la copertura totale delle borse di studio, integrando l’offerta con il necessario investimento in mense, alloggi, agevolazioni sui trasporti. Le differenze di condizione economica di origine portano di per sé a differenze nell’accessibilità all’offerta culturale, anch’essa componente essenziale della formazione. Perché siano garantite pari opportunità per tutti è necessario intervenire anche su quest’aspetto con agevolazioni mirate.
    5. L’offerta didattica
    Il giudizio sul modello 3+2, a distanza di alcuni anni dall’avvìo, è un giudizio molto articolato e differenziato tra Atenei e discipline. I dati quantitativi sembrano indicare notevoli avanzamenti sul fronte della percentuale di successo negli studi, nonché sui tempi di compimento dei percorsi di laurea. Tuttavia, vanno segnalati elementi di criticità da affrontare: a) la percentuale elevata di chi prosegue dopo il triennio indica l’insufficiente consistenza della laurea triennale, sia sul piano culturale sia su quello della preparazione professionale; b) si rileva in modo diffuso la percezione di una caduta di qualità dei percorsi: va svolta una riflessione sull’effettivo ruolo dell’Università, che sta oggi progressivamente licealizzandosi e perdendo il ruolo di elaborazione e formazione culturale; c) non è stato colto e valorizzato in modo adeguato il sistema dei crediti, tant’è che ci sono ancora forti difficoltà nel loro riconoscimento, nel passaggio tra un Ateneo e l’altro, e perfino all’interno dello stesso Ateneo. Tali aspetti vanno a riferirsi sia all’architettura del modello, che ha sofferto di una eccessiva rigidità e uniformità di approccio tra realtà molto diverse per natura e problematiche, sia, soprattutto, all’applicazione che ne è stata fatta dagli Atenei: un’applicazione che ha privilegiato le logiche accademiche e la spartizione dei crediti rispetto alle scelte didattiche. Né hanno giovato i reiterati interventi legislativi, che hanno parzialmente corretto alcune criticità, ma hanno per altro verso generato confusione e difficoltà applicative. Nonostante ciò, noi non riteniamo che la critica fondata al 3+2 debba risolversi in una cancellazione tout-court del modello: sia perché si colloca all’interno di un processo, quello dei tre cicli di istruzione superiore, attuato e diffuso a livello internazionale in decine di Paesi ed in tutta Europa; sia perché un ritorno all’antico lascia del tutto immutate le condizioni e criticità precedenti, che avevano per l’appunto portato alla scelta del Processo di Bologna. Occorre un ripensamento profondo della strutturazione dei cicli di laurea in tutte le Facoltà, con un grado di flessibilità che consenta di leggere le diversità tra discipline e tra Facoltà. Per questo, è necessario un intervento esteso di ricognizione, di ascolto e monitoraggio sistematici: una campagna nazionale di rilevazione, da concludersi con un’iniziativa nazionale che faccia il punto, indichi i punti di sofferenza, individui percorsi di correzione condivisi, prima di procedere a qualsiasi ulteriore intervento di aggiustamento. Non è più possibile procedere alla modifica dell’offerta didattica sulla base di decreti, in cui ogni Ministro dice la sua: va dato un assetto stabile alle Università, inquadrando l’ordinamento all’interno di una legge ordinaria.
    Quanto alla proliferazione dell’offerta formativa, che attualmente viene indicata come uno degli scandali più vistosi dell’Università, è certamente vero che esistono molti casi di corsi, indirizzi e insegnamenti creati per supportare cattedre dubbie o incentivare le iscrizioni, prospettando esiti occupazionali tutti da verificare quanto a reale consistenza. Del resto, l’espansione dei docenti a contratto, passati dai circa 31.000 del 2001 ai 52.000 del 2007 (dati MIUR), e che rappresentano il 46% dell’offerta formativa, testimonia di una fase espansiva imponente successiva all’attivazione del 3+2. Il ricorso ai docenti a contratto in tale misura è indice di una patologia; al fenomeno non sono estranei né i reiterati blocchi del reclutamento né la ricerca spasmodica di risorse finanziarie attraverso una presunta maggiore attrattività: fenomeni riprovevoli, che tuttavia si inscrivono in una dinamica di governo politico del sistema universitario, e rappresentano una risposta non virtuosa a problemi reali di risorse. Anche in questo caso sarebbe però utile qualche raffronto con gli altri Paesi, per verificare la dimensione del fenomeno. Dai dati del Miur per l’anno accademico 2007-2008 risulta che in Italia vi è una popolazione studentesca di 1.412.000 iscritti, distribuita su 87 Università, comprese le telematiche. Il dato medio è quindi di 16.229 studenti per Ateneo. Le Università con meno di 1000 iscritti sono 11, con un numero complessivo di soli 5518 iscritti. Escludendo queste 11, quasi tutte telematiche o private, si arriva ad una media per le altre 74 Università di 19.000 iscritti per Ateneo. Ferma restando la nostra convinzione che le Università telematiche non rappresentino in generale un modello da perseguire, ma che anzi vadano attentamente monitorate in vista di una riduzione, è evidente perciò che occorre concentrarsi su alcune priorità: a) gli Atenei che, per la loro micro-dimensione, non sono oggettivamente in grado di sostenere un’offerta formativa con livelli accettabili di qualità; b) per la ragione opposta, i mega-Atenei che soffrono di evidenti disfunzioni da gigantismo; c) l’ individuazione di criteri per ridurre la proliferazione di corsi e insegnamenti sparsi sul territorio, spesso senza strutture adeguate, con un supporto insufficiente ed episodico di docenza, realizzate al di fuori di una vera programmazione, e carenti dal punto di vista formativo e didattico; evitando però criteri puramente quantitativi che, se applicati meccanicamente, finirebbero per cancellare tutte le discipline minori che trovano una possibilità di mantenimento solo in ambito universitario.
    6. La valutazione
    Un efficace e credibile sistema di valutazione è parte essenziale di un processo di revisione degli statuti normativi dell’Università. Valutazione della qualità del prodotto universitario, del funzionamento di ogni articolazione del sistema. Senza una valutazione che consenta di misurare meriti e difetti in modo puntuale, l’Università non sarà in grado di ristabilire una bussola condivisa e condivisibile sul proprio operato. Il precedente Governo aveva costituito l’Agenzia per la valutazione del sistema universitario e di ricerca (ANVUR), provvedimento a lungo discusso e sul quale avevamo prodotto numerose critiche, a cominciare dalla sua effettiva terzietà e dalla quantità di compiti assegnati, per finire con una certa farraginosità dell’impianto costitutivo. Nonostante i numerosi punti di dubbio e contrarietà, l’ANVUR costituiva tuttavia il primo tentativo sistemico di introdurre una valutazione continua e ricorrente. L’attuale Governo ne ha finora congelato la costituzione. Noi riteniamo necessario riprendere in mano il progetto, verificarne e correggerne i punti di debolezza, e procedere operativamente alla sua costituzione. Va garantita per l’Agenzia la natura di soggetto terzo, problema che sussiste anche all’interno dello schema proposto dal Governo precedente, per evitare strumentalità e autoreferenzialità del valutatore. I risultati della valutazione devono essere correlati con l’erogazione delle risorse – in misura opportunamente crescente – da parte dello Stato. Va, infine, assicurato un effettivo coinvolgimento degli studenti nel funzionamento, attribuendo un peso reale al giudizio dei discenti e agli attuali questionari di valutazione.
    7. Il dottorato di ricerca
    Occorre una riforma del dottorato che riorganizzi i corsi in scuole di dottorato dotate di un progetto formativo, aperte alla dimensione internazionale della ricerca e valutate periodicamente. Le scuole potrebbero così diventare, nel territorio, agenti di dialogo fra mondo della ricerca universitaria e privata e motori di innovazione.
    L’aumento delle borse di dottorato a 1040 euro rappresenta un importante passo avanti nella valorizzazione della formazione alla ricerca. Si deve però superare la figura del dottorando senza borsa, che, oltre a rappresentare una palese ingiustizia, non vede garantita la qualità del percorso formativo e di ricerca. Occorre pertanto affiancare ai dottorandi a tempo pieno e destinatari di borse di studio una figura di dottorando lavoratore, che permetta a persone inserite nel mondo del lavoro di rafforzare il proprio profilo professionale e le proprie capacità di ricerca. Il dottorato deve essere poi valorizzato e individuato come strumento privilegiato di formazione alla ricerca in vista della carriera accademica, ma anche in relazione al mondo del lavoro, della pubblica amministrazione, delle professioni. Deve infine essere approvata, a partire dalla Carta Europea dei Ricercatori, una carta dei dottorandi, che riconosca loro i diritti legati al loro doppio status di studenti del terzo ciclo di formazione superiore e di giovani ricercatori.

  4. Meno male che c’è la Cgil, altrimenti come faremo?

  5. Cari Amici,
    fate sempre un ottimo lavoro: complimenti!
    Sto tornando da una giornata di consiglio comunale a Siena durante il quale si è parlato (grazie alle nostre liste civiche) di Università: 1) per chiedere al Sindaco se non sia il caso di intervenire sul problema Revisori (Luciano Campopiano ha illustrato da grande esperto i loro doveri: dovrebbe essere al cons. del 17?); 2) per l’incontro col governo del 2 dic.(non è venuto fuori niente di significativo); 3) sulle notizie avute in questi anni dal rappresentante in CdA, dove il sindaco ha dichiarato di esser sempre stato al corrente e che il vero problema è la governance: questi docenti che volevano sempre qualcosa…
    Al che gli ho ricordato che il CdA aveva il dovere di non approvare le follie dei docenti e che c’erano possibili responsabilità… Non sapevo che fosse presente, come assessore ora, la sua rappresentante degli anni passati (del resto c’era anche il dott. Iantorno in CdA per quanto mi consta)!
    Beh, succede qualche volta. Forse non Le ho fatto un regalo di Natale, e mi dispiace perché è una Signora. Ma forse io sono ormai un vecchio prof. démodé…
    A proposito, uno dei miei amici mi ha avvertito che qualcuno sul blog ha ricordato i miei 100 giorni alla Presidenza di Lettere (purtroppo sono stati di più…): vi racconto la storia per fine anno, ora mi devo disintossicare dalle valanghe di ideologia che mi son dovuto sorbire (Rifondazione ha contestato l’inno naz. all’inizio e alla fine del mandato… c’è sempre qualcuno, troppo furbo, che ci impedisce di diventare un Paese).
    Di nuovo complimenti! alcuni fanno interventi davvero importanti. Il Paolo fratacchione è sempre combattivo, e fa piacere che tenga duro! Quando avrò il verbale dell’incontro col Pres. della Fondazione ve ne metto a parte. Non è facile avere neppure uno spillo dai nostri democratici del Comune, lo saprete già immagino. Ma così basta.
    Auguroni a tutti e a Giovanni e Michela in particolare (ho ricordato anche al sindaco che se non lui almeno il suo rappresentante avrebbe dovuto leggere questo blog a suo tempo per un dovere di normale diligenza…).

  6. Se siete riusciti a leggere tutta quella borlanda siete pronti per il Finnegans wake in originale.

  7. Dimenticavo! È stato pubblicato l’avviso della selezione per un rappresentante del Comune (ossia del sindaco) in Toscana Life Sciences, che è piuttosto importante – per i soldi che riceve dalla Fondazione sicuro, per i risultati della ricerca, si dice: io non saprei valutare. È sicuramente nel sito del Comune di Siena per chi fosse un competente (biotecnologie) interessato; scade il 29 p.v. a fine mattina.
    Come si può immaginare, essere di un partito di maggioranza (centro-sinistra con Rif, ma senza Com.) può ritenersi quanto meno titolo preferenziale anche se non ufficialmente. Ma prendetela per una mia presunzione cattiva, da cancellare subito in clima natalizio!
    m.a.

    Alt! stavo archiviando il bando di cui parlavo e mi sono accorto che si può essere, oltreché specialisti del settore (ma allora senza consulenze con l’ente), anche degli amministrativi, esperti di gestione…
    Auguri, per il bando e per le Feste, da
    Mario Ascheri

  8. Ringrazio il prof. Ascheri per gli auguri al combattente. Fo quel che posso… Ma lei è testimone di avermi incontrato in abbazia… altri, nei dipartimenti – certi baroni democratici (ehm…) – non si vedon mai, son fantasmi, parenti ignobili di quel di Canterville.
    Sugli Inni. Vorrei far modestamente notar che gli inni di libertà io li adoro e così i canti folk di vita vissuta, popolare, ecc.
    Palmiro Togliatti – di cui riconosco l’intelligenza acuta anche se non è proprio un mio mito – fece mettere fra gli Inni di Partito “Bandiera rossa” e “l’Internazionale” anche “Fratelli d’Italia”. Certo, si potrebbe dire che il testo è retorico, inattuale… ma non voglio dir col Bossi che è meglio l’Inno del Piave (che mi pare don Camillo mettesse al Peppone per farlo sragionare e socialdemocratizzare).
    …Gratta il pepito e troverai il Peppone… (Don Camillo).

  9. Cari signori, senza voler essere offensivo, penso di dover dire che anche qui vedo parecchie oche che starnazzano ma poca gente con i veri attributi. Penso che l’ora delle chiacchiere e dei qua qua qua sia finito. Ora bisogna pensare ad un’azione concreta e coraggiosa. Invito quindi tutti a studiare una strategia operativa che possa trasformare i buoni propositi in operazioni vere a favore della Comunità e dei cittadini. Ribadisco per l’ennesima volta l’invito ad organizzare un dibattito che potrebbe essere propedeutico alla formazione di un circolo, un’associazione o altro gruppo che possa incidere in positivo nell’asfittica e corrotta politica senese.
    A questo proposito segnalo un altro disastro voluto dalla lobby clerico-massonica-PD: la cacciata di Tomassini dall’AO è una vergogna e un insulto ai cittadini senesi. Hanno voluto punire una persona che aveva iniziato a fare pulizia di baroni e privilegi per rendere la sanità senese meno schiava delle suddette lobby e per ridare un’assistenza più degna della nostra cultura. Complimenti all’assessore Rossi che si è piegato ai poteri forti (anche quelli della stampa di regime cittadina guidata dal capo massone che ha condotto una vergognosa campagna di stampa personale).
    Quindi basta chiacchiere: azione.

  10. …E c’è del marcio in… Danimarca! Italo Bocchino di AN e Lusetti del PD sono indagati per associazione a delinquere… E predicavan bene… Tangentopoli non è mai finita. Ora attendiamo note del Belli senese sulla “diversità” del PD, dato che faceva appelli sulla stampa ad aderire al “nuovo”, al PD… E con lui i vari lobbisti e proff. marcianti o meno…
    marciare, non marcire era forse il loro slogan… Ma sono putrefatti…

  11. OK, Paolo, vatti a leggere nella “Balzana” ora in distribuzione la storia recente di Fondazione e MPS, quella alternativa scritta dalle liste civiche, naturalmente, non i soliti bla bla di regime! Quelli ce li ammanniscono tutti i giorni con i loro poderosi media…
    Prof. Tosi ha querelato, dice la stampa locale, l’on.le Gasparri per quanto dichiarato sulla sua gestione. Interessante, no? Quella a Libera Siena è mai arrivata?
    A proposito, circola voce che la Stranieri non abbia ancora approvato il bilancio preventivo…
    Archie

  12. Rispondo tardivamnte, per cause di vario tipo. Mi dispiace moltissimo non aver sottomano La Balzana con la storia interessante MPS-Fondazione. Ci fosse qualche buon’anima che potesse ragguagliarmi! Io ho fatto solo la storia succinta del MPS quando era in formazione e si assunse il Monte Pio e quello dei Pascoli nel grossetano, mi par di ricordare. Svolgeva funzione di banca anche il Santa Maria, “Amerikano” permettendo (Seminario Soleti, ecc.).
    Ora mi rammento solo di certo Mussari che pare vivesse da studente fuorisede come l’artista bohèmien del Puccini in una soffitta nei Pispini, quand’era un capetto della FGCI al pari degli “enfant prodige” tipo quel giovine assessore Machetti molto impegnato nell’import-export Italia-Cuba. Machetti, già,… mi deve ancora quel milioncino… e forse me lo ridarà con tutti gli interessi, magari inviandomi la sua segretaria che brillava per la bellezza ombrosa…
    Che carriera quel Mussari: capo della Fondazione, avvocato, la bella signora bionda di vetusta storia al suo fianco. Che volete di più? Un Lucano!
    The Poet

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