In attesa del voto per l’elezione dei rappresentanti del Senato Accademico presso l’università di Siena

A Siena si sta puntualmente verificando quello che è già accaduto all’Università di Firenze. Sono stati appena ratificati, con il passaggio alle urne, i direttori di Dipartimento  e si stanno individuando i candidati per il Senato Accademico. In attesa del voto, riflettiamo con l’articolo di Fabio Galati (da “la Repubblica” del 26 ottobre 2012), di seguito integralmente riportato.

L’Ateneo della strana democrazia

Fabio Galati. I professori universitari interpellati ieri da Repubblica a commento delle elezioni del Senato accademico sono stupefacenti. Davanti ad un voto bloccato (in tre aree disciplinari due candidati per due posti) si sono risentiti per il dubbio di scarsa trasparenza democratica. Uno di loro è stato esemplare: «Le elezioni del Senato accademico non devono scimmiottare l’ipocrisia della politica» ha detto. E un’altra ha chiosato: «Ma scherzate? Per individuare le persone giuste abbiamo impiegato un anno e mezzo di discussioni».

Eh, sì. All’università di Firenze hanno finalmente trovato il segreto della democrazia 2.0: non si vota, si sceglie prima a tavolino. Le elezioni sono un antipatico e inutile intermezzo, un contentino per quei testoni che ancora si riempiono la bocca con concetti desueti. Una novità rivoluzionaria che assomiglia in maniera inquietante a vecchi meccanismi, in un’università italiana che ha i professori ordinari tra i più vecchi d’Europa. Assolutamente ripiegati su se stessi, i docenti sembrano non essere sfiorati dal dubbio di lanciare un messaggio devastante al mondo esterno, per primi i loro studenti. Se le regole democratiche sono «una scimmiottatura», che cosa rimane? E sembrano non rendersi conto, i professori, che il loro atteggiamento verso le elezioni del Senato accademico alimenta il fuoco di chi giudica il mondo degli atenei chiuso e sprezzante delle regole.

Un atteggiamento più volte finito sotto accusa, ad esempio, nel corso delle inchieste sui concorsi, dove secondo le Procure di mezza Italia accade con una certa frequenza che i vincitori vengano decisi a tavolino e che agli aspiranti sgraditi venga “consigliato” di ritirare la candidatura. Certo, per i concorsi c’è il seccante particolare che la legge prevede un iter diverso.

Ma si sa, sono le storture di una democrazia: il Parlamento approva le leggi e i cittadini le osservano. Quisquilie. La democrazia 2.0 prevede ben altro. Stupisce poi che ci si vanti del «metodo partecipativo», che consisterebbe nel fare lunghe e affollate riunioni in cui si decidono i candidati unici. Riunioni in cui i docenti anziani affrontano franche discussioni con ricercatori e colleghi con meno potere per decidere in fraternità chi mandare al Senato, previa formalità del passaggio alle urne.

Si spera che qualche voce autorevole si levi all’interno del mondo universitario per spiegare ai colleghi che il concetto di voto segreto non è stato inventato per fare un dispetto a chi doveva spartire i posti, ma per garantire libertà. In primo luogo a chi si trova in condizioni di oggettiva minorità davanti ai meccanismi consolidati del potere. Nel nuovo Senato accademico, su venti docenti, siedono solo tre donne e un ricercatore. Un caso?

Concluse le elezioni “bulgare” per l’elezione dei Direttori di Dipartimento all’Università di Siena

Rabbi Jaqov Jizchaq. Una domanda ingenua: com’è possibile che in alcuni megadipartimenti vi sia stato un solo candidato e nonostante ciò non abbiano raggiunto il quorum? In altri, si mormora, il Candidato Unico ha vinto per un pelo. Si è parlato di elezioni “bulgare”, per via della presenza di un solo candidato; ma se addirittura non vi era consenso così unanime attorno a quell’unico nome, i dissenzienti non potevano presentare un altro candidato alternativo? Domanda sicuramente naive, ignara delle supercazzole prematurate della “politique politicienne”, essa non celava secondi fini, se non quello autentico di accertarsi dell’effettiva coesione e prospettiva di durata di queste strutture che hanno preso il posto delle vecchie Facoltà, visto che non possiamo sopportare un terremoto ogni tre anni. Insomma, è lecito o no porsi il problema se questi “rassemblements”, come in precedenza accadde per i corsi di laurea, siano solo il frutto della necessità di reperire numeri, oppure sottendano un solido progetto scientifico? In alcuni casi, benché il fattore numerico sia evidentemente cruciale per tutti, mi pare che la risposta possa essere abbastanza rassicurante. In altri non tanto. Cattivi segnali. Ho il vago sospetto che di questi organismi pletorici che sono i mega dipartimenti da una cinquantina di persone, i quali, per sussistere, mentre si sta perdendo docenza a vista d’occhio e per di più in molti settori di base (conosciamo oramai tutti l’abominio di un eccesso immotivato di docenti in taluni settori non proprio strategici, cui fa da pendant una grave carenza in altri, falcidiati dalle uscite di ruolo e a rischio sparizione), devono oggettivamente assemblare le cose più svariate, alla fine ne sopravviveranno ben pochi: i più coesi, forse, ammesso che venga dismessa quella certa rozzezza che caratterizza l’attuale “dibattito culturale”, a causa della quale, se da un lato si consentono dei pastrocchi inguardabili a livello di corsi di laurea, dall’altro paradossalmente, complici anche un malinteso “specialismo” sotto il quale si cela una notevole ignoranza e il delirante egocentrismo che caratterizza l’intellighenzia tutta, non si vedono le effettive affinità, quando vi sono. È probabile che fra un paio d’anni si reclamerà addirittura il ritorno alle vecchie “Facoltà”. Nel frattempo si saranno persi per strada altri pezzi di università, altri ricercatori, stritolati dalla macchina infernale della burocrazia. Tacerò sul fatto che, come accadde per certi corsi di laurea, anche per i dipartimenti ci si è concessi il lusso di fare dei doppioni a beneficio delle Loro Maestà. Che tanto qui si sciala, come quei poveri che non hanno casa, ma comprano l’Alfa Romeo con le cambiali.

Dalle elezioni bulgare nell’Università di Firenze alla farsa nell’Università di Siena, per le elezioni dei direttori di dipartimento

Dichiarava il Prof. Enrico Livrea, commentando le elezioni svoltesi con candidature uniche in diciassette casi su ventiquattro: «dalle elezioni dei direttori dei 24 dipartimenti esce un’immagine penosa dell’Università di Firenze: un regime che porta con sé i vizi dell’Ateneo, clientelismo e quiescenza ai poteri occulti, che impongono le scelte senza possibilità di reazione di chi vuole un sistema più giusto. Una situazione che peggiora con il degrado sistematico dell’Università italiana, che attraversa la fase più tragica della sua esistenza. Addirittura nel fascismo – obbrobrio peggiore della storia italiana – c’era un sistema universitario migliore».

E all’università di Siena? Ci sono candidati unici in tredici dipartimenti su quindici. In quel caso, allora, a che serve votare? Il rettore designi subito i direttori! Emblematico, a tal proposito, è che abbiano presentato il programma solo in quattro. Gli altri perché dovrebbero perdere tempo? L’elezione è, comunque, assicurata! Infatti, se anche gli elettori scegliessero a maggioranza un altro docente, il “democratico” regolamento senese ne impedirebbe la nomina, per la mancata formalizzazione della candidatura. Pertanto, dal 29 al 31 ottobre si svolgeranno elezioni democratiche, con possibilità di scelta da parte degli elettori, in soli due dipartimenti: il “Dipartimento di Scienze Mediche, Chirurgiche e Neuroscienze” e quello di “Scienze della Formazione, Scienze Umane e della Comunicazione Interculturale”. Un ringraziamento particolare a quei due docenti, tra i diciassette candidati, che con la loro presenza ci consentono una libera espressione di voto, evitando che una competizione elettorale si trasformi in farsa, con elezioni bulgare, come quelle che per vent’anni e con candidature uniche hanno caratterizzato il rettorato di Berlinguer e Tosi.

Articolo pubblicato anche da: il Cittadino Online (15 ottobre 2012) con il titolo: Elezione dei capi dipartimento: i nuovi numeri della democrazia.

Il problema non è che s’insegni all’Università senza il titolo di studio ma che lo si faccia da incompetenti

Si legge sul Corriere della Sera: “Insegnava all’Università
 ma non aveva mai preso la laurea.
«Ho preso 110 e lode», non è vero: indagato per truffa ex docente dell’ateneo di Bergamo, ora in servizio al ministero.”

Rabbi Jaqov Jizchaq. Il problema non è tanto la mancanza del titolo, giacché con l’abolizione del valore legale dei titoli non ci si curerà più tanto di questi superati “formalismi”. Già da ora, del resto, abbiamo anche noi fulgidi esempi di personaggi che insegnano senza laurea materie inesistenti e potrei citare altri casi di personaggi che insegnano una materia che ignorano totalmente, semplicemente associando alla denominazione di quella materia un contenuto del tutto estraneo ad essa, in nome della libertà d’insegnamento: tutto ciò è legale, truffe perfettamente legittime, di fronte alle quali il lestofante bergamasco appare solo un po’ più naive. Ciò che mi scandalizza dunque, non è tanto che sia perfettamente consentito insegnare qualcosa senza possedere una laurea, quanto la probabile assenza, che nessuno evidentemente aveva notato e nessuno ha sottolineato, delle reali competenze; questo per dire a che livello è stata ridotta l’università, sospinta sempre più in basso da una sequela di riforme disastrose, da un localismo sfrenato, dai corsi in materie inesistenti, dagli “accorpamenti” varii e dai diplomi triennali in aria fritta chiamati “lauree”. Tutto ciò rappresenta il prodromo di una truffa. Il 25% di disoccupazione giovanile temo non sia estraneo a tutto ciò. Restando nel campo della suinicoltura, oltre al troiaio delle riviste di fascia A, c’è la porcata dei nuovi settori disciplinari, che in molti casi paiono assemblati a vanvera da un matto, mettendo insieme cose che si trovano a distanza cosmologica: sicché le famose “mediane” sulle quali valutano le idoneità, non mediano un fico secco, dovendo comparare le mele con le banane. Del resto tutto si tiene: il bergamasco in questione, manco a dirlo, adesso lavora al Ministero, a dare il suo contributo d’incompetenza come membro (in molteplici sensi) di quella compagine di burocrati da incubo bulgakoviano o kafkiano che tiranneggiano l’università con dispacci sempre più insensati.

Chieste le dimissioni del ministro dei rettori abusivi

È iniziata la raccolta di firme contro il ministro del Miur, Profumo, con il seguente appello, predisposto dai primi firmatari e dalle associazioni L’Università che vogliamo, CoNPAss, Università bene comune, Alternativa, Fuoriregistro, Forum Insegnanti, Il tetto.

Perché chiediamo le dimissioni di Profumo      (il Manifesto, 10 ottobre 2012)

Quasi un anno di governo è sufficiente per giudicare l’operato del ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, Francesco Profumo. Tutte le sue scelte confermano che egli è l’esecutore testamentario della legge Gelmini, vale a dire il prosecutore del più distruttivo attacco alle strutture della scuola e dell’università pubbliche mai realizzato nella storia della repubblica. Egli stesso ha dichiarato che tutte le sue iniziative sarebbero state realizzate «con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente, senza nuovi e maggiori oneri a carico della finanza pubblica». Ma è andato anche oltre. Egli continua a bloccare i concorsi universitari (sottobanco diminuisce la dotazione finanziaria per la loro applicazione), ha imposto nuovi tagli agli enti di ricerca, ha accresciuto il finanziamento alle scuole private, deliberato la possibilità di aumentare le tasse degli studenti universitari, ha prorogato i rettori in carica, al potere da decenni. Ma fa di peggio, perché sta fornendo all’opera di distruzione delle strutture della formazione un’ideologia ingannevole, quella che ha trovato espressione nel termine “merito”: che ovviamente è, in sé, criterio serio, rispondente alle aspettative di giustizia di tutti noi.

Tuttavia il merito, per il ministro, è quello che inizia a essere valutabile a partire dall’anno del suo avvento. Così nel recente bando di concorso per la scuola, le abilitazioni, i risultati di concorso, le specializzazioni (conseguiti nel passato dagli insegnanti), non hanno più alcun valore e i docenti devono essere di nuovo giudicati da chi oggi ne stabilisce i criteri a proprio arbitrio. Gli stessi titoli dei docenti universitari vengono valutati secondo parametri stabiliti quest’anno dall’Anvur, un organismo di nomina oscura, che in base a criteri privi di riscontro stabilisce che cosa è scientifico e cosa no, imponendo una classificazione delle sedi di pubblicazione delle riviste e case editrici, di 10 o 20 anni fa, sulla base di scelte arbitrarie e inaccettabili.

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Tra ricorsi preventivi e quelli degli esclusi, si profila il blocco dell’università

Tutti i ricorsi contro le «abilitazioni mostro» (il Manifesto 9 ottobre 2012)

Ro. Ci. La tragicommedia della lista delle riviste scientifiche ha fatto vacillare paurosamente l’agenzia Nazionale per la Valutazione del sistema Universitario (Anvur) tanto da spingerla a eliminarne venti, come si legge in un comunicato auto-assolutorio diffuso sabato 6 ottobre. Ancora nulla è stato però fatto contro il rischio dei ricorsi che sono stati annunciati nelle ultime settimane. La prima ad avere impugnato una parte della delibera che istituisce i criteri del processo di valutazione scientifica della ricerca è stata l’associazione dei costituzionalisti guidata da Valerio Onida. Lo stesso orientamento sembra che stia maturando tra i romanisti e i medici legali.

Anche la storia della matematica è in fibrillazione. Le decisioni dell’Anvur rischiano di cancellare una materia fondamentale per la cultura italiana che dal XII secolo fino ai discepoli di Galileo è stata avanguardia nel mondo. La preoccupazione è tale che duecento studiosi di sedici paesi hanno definito l’Anvur una «minaccia», accusando i suoi membri di lavorare «in modo poco trasparente e fuori controllo della comunità scientifica». «La storia della matematica si differenzia poco nelle pubblicazioni dalla storia in generale, e in particolare dalla storia della scienza – afferma Luigi Pepe, presidente della Società degli storici della matematica che ha firmato, insieme a 6 colleghi, un ricorso al Tar del Lazio contro il regolamento Anvur –. Esse sono costituite principalmente da edizione critiche, monografie e articoli su volumi monografici». L’Anvur ha invece stabilito che la valutazione avverrà in base alle banche dati Scopus e Isi che non prendono in considerazione una ricerca a cavallo tra le discipline scientifiche e umanistiche, ma solo le pubblicazioni su riviste, come accade per altre discipline «bibliometriche», come ad esempio l’algebra o la geometria. Si è venuto così a creare un paradosso: una decina di professori ordinari ha fatto domanda per entrare nelle commissioni e giudicare i candidati all’abilitazione, ma sono stati respinti perché non hanno raggiunto il punteggio sufficiente. I candidati all’abilitazione verranno giudicati da commissari che non hanno alcun rapporto con la storia della matematica.

«Questa situazione – sostiene Pepe – è frutto del connubio tra la mentalità ingegneristica del ministro Profumo e i guasti prodotti dalla riforma Gelmini che non solo scardina la tradizione humboldtiana, ma persino la tradizione medioevale dell’università, come insieme delle conoscenze utili che porta ad un titolo di studio con un valore legale in tutto il mondo civile. Le materie culturali come la storia verranno messe da parte rispetto a quelle che hanno un profilo pratico e professionale. È l’idea di Confindustria, una delle grandi sostenitrici della riforma Gelmini: un’università al servizio dei poteri forti che vogliono mettere sotto controllo le istituzioni neutrali dello stato liberale».

Esiste un terzo ricorso contro quelle che sono state definite le «abilitazioni–mostro». È stato presentato da 130 tra professori associati e ricercatori, e appoggiato dal Conpass, il Coordinamento Nazionale dei Professori Associati. Tra i firmatari ci sono medici, ingegneri, fisici, quindi studiosi che rientrano nelle materie «bibliometriche». «Nel ricorso che abbiamo presentato – spiega Armando Carravetta, professore di ingegneria idraulica a Napoli – chiediamo il sorteggio puro dei commissari perché l’Anvur non è stato capace di stabilire criteri attendibili per nominare solo quelli più attivi. La valutazione deve essere fatta analiticamente sui prodotti della ricerca e sui curricula dei candidati, come previsto dalla legge 240». Sarà davvero possibile fermare questo treno in corso prima dello schianto finale? «Questo è un caos complesso da capire – risponde Carravetta –. Il ministero si è indirizzato verso una strada che prevedeva l’individuazione dei docenti più meritevoli sulla base di criteri automatici e non ha capito che questi criteri non erano rigorosi e applicabili. Oggi mi metto nei panni dell’Anvur. Hanno operato in una condizione di urgenza. Poi si sono resi conto che era difficile tornare indietro. Ma oggi bisogna fermarsi, c’è ancora tempo per rendere la procedura trasparente. Questi sono solo ricorsi preventivi, poi verranno quelli degli esclusi. E allora l’università si bloccherà per molto tempo».

Elezioni bulgare all’Università di Firenze! E a Siena?

«C’è clientelismo: questa è stata la riprova» (Corriere Fiorentino, 5 ottobre 2012)

Gaetano Cervone. «Dalle elezioni dei direttori dei dipartimenti esce un’immagine penosa dell’Università di Firenze: un regime che porta con sé i vizi del clientelismo e dei poteri occulti». È un sfogo quello di Enrico Livrea, grecista di fama mondiale della (ex) Facoltà di Lettere e Filosofia e decano dell’Ateneo fiorentino. Un affondo che giunge a termine delle due settimane che hanno designato i direttori dei 24 dipartimenti, perché – prima – Livrea stentava a credere che in 17 casi le elezioni si sarebbero svolte con candidature uniche. È invece andata proprio così.

Professore parlare di «poteri occulti» forse è troppo, non trova?

«È un’immagine penosa, che evidenzia i vizi dell’Ateneo: localismi, clientelismo, quiescenza ai poteri occulti che impongono le scelte senza possibilità di reazione di chi vuole un sistema più giusto. Una situazione che peggiora con il degrado sistematico dell’Università italiana, che attraversa la fase più tragica della sua esistenza. Addirittura nel fascismo – obbrobrio peggiore della storia italiana – c’era un sistema universitario migliore».

Ma come mai è così arrabbiato?

«Non sono arrabbiato, sono amareggiato. Sono cinquant’anni che subisco sulla mia pelle tutto questo, trent’anni che insegno a Firenze e non sono riuscito a trattenere nessuno dei numerosi allievi di valore che con sacrificio ho formato: qui tutte le porte sono chiuse ed è normale che i cervelli in fuga non tornino, una volta capita l’enorme differenza di sistema. All’estero un ambiente umano e di ricerca accogliente, a Firenze tutti contro tutti. E non parliamo poi delle strutture: io mi vergogno di invitare i miei colleghi in queste aule che sono un incrocio tra un obitorio e un carcere».

Crede che non ci sia possibilità migliorare? Nemmeno con la riforma Gelmini?

«Non ho mai smesso di crederci e nel mio piccolo ho fatto di tutto per migliorarla, ma mi sento sempre di più solo. La selva di candidati unici ne è la dimostrazione ed è spia di un profondo senso di sfiducia nella democraticità del sistema. E quella riforma, a cui Firenze non si è opposta, è un obbrobrio».

Tanti considerano la candidatura unica un segnale di compattezza del dipartimento…

«Le scelte sono fatte sempre altrove. Chi dirige o è l’espressione di questi gruppi di potere, oppure ne è l’uomo di paglia».

Accuse pesanti…

«Non mi importa, non devo fare carriera. Non ho interessi personali e si figuri se con cinquant’anni di anzianità non conosco i mali dell’istituzione. Provengo da un dipartimento (Scienze dell’antichità, Medioevo, Rinascimento e Linguistica, ndr) dove quattordici persone erano legate da rapporti di parentela. Sono solo stanco».

A Siena il silenzio della stampa locale e dei siti allineati sposta le notizie censurate sui settimanali a grande tiratura

Da due lunghi servizi di Panorama e L’Espresso sulla crisi delle istituzioni senesi intitolati “La festa è finita” e “Siena città chiusa” riportiamo i passi riguardanti la censura della stampa locale e dei siti allineati e la controinformazione svolta dai blog liberi.

Siena Leaks corre in piazza del Campo

Mikol Belluzzi (Panorama 12 settembre 2012). Anche Siena ha la sua Wikileaks. Nella città toscana le notizie più scottanti non si leggono più sui giornali locali, ma ormai corrono velocissime e incontrollabili su internet. E molti si chiedono chi sia il Julian Assange locale. La caccia all’uomo è iniziata un paio d’anni fa, quando il blog Fratello illuminato ha iniziato a essere una delle fonti più informate sugli scandali cittadini: commenti, ma anche decine di documenti che talpe e gole profonde mettevano online per la gioia di tanti senesi, entusiasti di questa improvvisa e benvenuta controinformazione. In tanti hanno provato a mettersi sulle tracce di questo censore dei costumi senesi, che nelle sue indignate cronache ha come bersagli preferiti l’ex sindaco Franco Ceccuzzi, soprannominato «Frank» o «il cittadino semplice», il numero uno della Regione Toscana Enrico Rossi, detto il «Montesquieu di Pontedera», mentre il Pd è il «Partito dissestatori». Ma chi è l’inafferrabile Fratello illuminato? Prima di tutto un buon informatico, visto che i server (soprannominati «Latitante» e «Contumacia») si trovano all’estero, pare in Norvegia e in Canada. E poi un personaggio trasversale, che ha rapporti con banchieri, amministratori e politici. Gli stessi che quotidianamente vengono «fustigati» dal blog L’eretico, alias Raffaele Ascheri, e dal sito Ilsensodellamisura.com, fondato e gestito da Giovanni Grasso, che dal gennaio 2006 denuncia la sempre più difficile situazione in cui versa l’Università di Siena, travolta da una dissennata gestione finanziaria. Ma di tutti gli scandali cittadini, capitolo per capitolo, sono pieni anche i blog Il cittadino online, Il santo di Siena e Il gavinone, che per i senesi è la grata che raccoglie l’acqua a piazza dei Campo. Per tutti gli altri la fogna.

Sabina Minardi (L’Espresso 13 settembre 2012). (…) E su Internet: «Le voci libere si trovano nei blog», informa un professore: l’Eretico di Siena, Fratello illuminato, Il senso della misura, Il Gavinone. Da Facebook è partita una protesta con un leader, Giulio Burresi, studente di Storia dell’arte: dice di ispirarsi a Ranuccio Bianchi Bandinelli, «fiero perché i senesi gli tolsero il saluto». Dalla sua pagina è nato un Osservatorio per la cultura, apartitico, che si riunisce nelle librerie. Anche in vista di Siena capitale della cultura. La città se lo è messo in testa.

Preoccupazioni giuste ma inutili per un asilo infantile

Rabbi Jaqov Jizchaq. Serpeggia la voce che vogliano cedere anche l’immobile di Pian dei Mantellini, ex Chimica, attualmente Matematica. Ma come? Mi sembra tutto un po’ paradossale: a novembre partono i nuovi dipartimenti; eccetto un certo numero di fortunati che rimangono dov’erano, in tempi rapidi gli altri dovranno cercare ospizio altrove, raggiungendo il nuovo dipartimento di appartenenza, giusto? E non si conosce nemmeno, né la destinazione di alcuni, né l’esatto ammontare delle sedi (o “plessi”, come va di moda dire adesso)? Immagino il caos che ne seguirà per la didattica. Temo che anche su questo urga una parola di chiarezza.
L’anno accademico, comunque, non parte sotto i migliori auspici. Aggiungo due cose.

1) Per quanto ne so, fra un anno partono le lauree abilitanti: cioè a dire per insegnare nelle scuole medie e medie superiori non basterà il TFA (tirocinio formativo attivo) o i crediti formativi richiesti, ma servirà aver conseguito il titolo presso una specifica sede dichiarata “abilitante”. Le magistrali “abilitanti” conquistate da Siena sono veramente pochine (quasi punte). Dunque che fine faranno gli attuali corsi di laurea di quelle materie (tutti i settori umanistici, molti settori scientifici) per le quali l’insegnamento è comunque da sempre uno sbocco privilegiato, se non saranno buoni nemmeno per avere diritto all’insegnamento?

2) A parte settori con forti sbocchi professionali che sono stati abili nell’attingere sostanziose risorse anche al “mondo esterno”, le altre, residue lauree magistrali, spesso non hanno, infatti, più nemmeno i dottorati e dunque una proiezione alternativa nella ricerca: adesso vi sono (ma purtroppo solo in alcuni settori: addirittura due su dieci in economia) i dottorati regionali in collaborazione fra i tre atenei maggiori, sponsorizzati dalla Regione, e mi domando se non sia urgente generalizzare questa pratica, ai dottorati non farlocchi, ma che non hanno più la forza di sorreggersi in una singola sede, e addirittura ai corsi di laurea stessi, anziché continuare a ricicciare, accorpare, mescolare membra sparse come nel pentolone della sòra Cianciulli, anche in considerazione del fatto che le massicce uscite di ruolo dei docenti non colpiscono solo Siena. Altrimenti assisteremo solo a un triste declino dell’università pubblica.

3) In questo periodo tutti sono agitati per la faccenda delle idoneità, dell’ANVUR, delle mediane ecc. …ma qui mi pare che chi si piglia un’idoneità (sia egli precario, ricercatore o associato) lo faccia essenzialmente con spirito decoubertiano, oppure nella speranza (ancorché remota) di venir chiamato altrove, giacché, a parte le solite eccezioni e i soliti settori politicamente ed accademicamente “forti” sopravvissuti alle intemperie, in generale a Siena non c’è più trippa per gatti: con la fuga determinando forse un auspicabile alleggerimento del debito, come nel caso dei prepensionamenti, secondo i conti della serva che oramai paiono presiedere al “dibattito culturale” intorno alle sorti dell’ateneo, ma anche la perdita, esattamente come in quel caso, delle migliori energie. Fuori sia i vecchi, che i “giovani”: sicché alla fine si dirà che la medicina ha funzionato, sebbene il paziente sia morto. Anche qui, non sarebbe inutile una qualche ulteriore riflessione per una maggiore chiarezza intorno alle prospettive dell’ateneo in ordine al mantenimento o la cessione dei suoi “asset”, di molti settori attualmente assai penalizzati e non inutilissimi, nonché della gente che ci sta dentro, giacché un clima di totale incertezza non invoglia certo ad un maggiore impegno chi ha già la valigia in mano, pronto ad andarsene, per quanto obtorto collo.

Ateneo senese: la trasparenza invisibile

Il Prof. Angelo Riccaboni non può continuare a esporre al ridicolo, con risposte manifestamente illogiche e menzognere, sé stesso e l’istituzione che dovrebbe rappresentare. Come può definire della “massima trasparenza” la vendita del Palazzo Bandini Piccolomini, se ai cittadini è precluso addirittura l‘accesso alla documentazione tecnica? Lo ripeto per l’ennesima volta, il principio della trasparenza (L. 241/1990) ha assunto una diversa e più ampia configurazione, al punto che è definita nei termini di “accessibilità totale per tutti i cittadini” all’intero patrimonio informativo delle pubbliche amministrazioni (art. 11, D.lgs. 150/2009), allo scopo di favorire forme diffuse di controllo e trasformandosi, di fatto, in un mezzo fondamentale di prevenzione della corruzione, rendendo possibile una forma di rendicontazione sistematica ed evidente nei confronti dei portatori d’interesse, cioè dei cittadini. Alla cultura della trasparenza si è uniformato l’intero sistema universitario italiano, con l’eccezione dell’ateneo senese. Per restare nello specifico della vendita dell’immobile, perché la documentazione tecnica (mappe, foto, schede ed elaborati planimetrici) non è accessibile a tutti? Perché si è dichiarato che tutte le informazioni sono riservate e confidenziali, mettendo, così, la mordacchia a chi intende formulare una proposta d’acquisto? Ci sarà pure un consigliere del CdA disposto a violare queste illegittime disposizioni e a rendere pubblico tutto il materiale, ammesso che riesca a ottenerlo!?

Queste osservazioni e interrogativi non sono solo legittimi ma, nel caso di specie, doverosi, se si considerano i precedenti. Ne ricordo alcuni: il tentativo proceduralmente scorretto di far approvare dal CdA il progetto di costituzione di un Fondo immobiliare; il sospetto di una speculazione finanziaria ai danni dell’Università di Siena; le intercettazioni telefoniche che documentano il coinvolgimento di un docente del nostro ateneo e le agevolazioni a lui concesse, dal Rettore e dal Direttore amministrativo, tipo la giustificazione alle assenze (passate e future) a lezione e al ricevimento degli studenti.

Per concludere, il solito interrogativo, già posto in passato: l’Ateneo senese può continuare ad avere una guida priva di legittimazione, credibilità, autorevolezza e senso delle istituzioni?

Articolo pubblicato anche daIl Cittadino online (30 agosto 2012) con il titolo: Grasso replica al rettore: “ma quale trasparenza”.