I Costituzionalisti italiani impugnano il Regolamento per l’abilitazione scientifica nazionale dei professori universitari

Presidente Associazione Italiana CostituzionalistiValerio Onida (Presidente dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti). Il direttivo dell’associazione italiana dei costituzionalisti, esaminato il testo del D.M. 7 giugno 2012 – che approva il regolamento sui criteri e parametri per la valutazione dei candidati e sulle modalità di accertamento della qualificazione dei commissari ai fini dell’attribuzione dell’abilitazione scientifica nazionale per l’accesso alla prima e alla seconda fascia dei professori universitari – ha rilevato, a prescindere da ogni altra considerazione di merito, un palese vizio di illegittimità e di irragionevolezza che inficia il disposto dell’allegato B (Indicatori di attività scientifica non bibliometrici), applicabile ai settori dell’area 12. In esso infatti si introduce fra gli indicatori di attività scientifica non bibliometrici, che condizionano la valutazione positiva dell’importanza e dell’impatto della produzione scientifica complessiva (n. 4, lettera b; n. 7, lettera b), il numero di articoli pubblicati nei dieci anni consecutivi precedenti il bando su “riviste appartenenti alla classe A” (n. 3, lettera b; n. 6, lettera b), secondo la suddivisione effettuata dall’ANVUR anche avvalendosi dei gruppi di esperti della valutazione della qualità della ricerca e delle società scientifiche nazionali (n. 2, lettera a). In tal modo si fa dipendere la valutazione della qualità della produzione scientifica da un elemento estrinseco (“classe” di appartenenza delle riviste su cui sono comparsi gli articoli) definito ora per allora e con effetto retroattivo, riferendosi la produzione scientifica da valutare ai dieci anni precedenti la indizione della sessione di abilitazione, ma essendo previsto che solo ora sia effettuata la suddivisione delle riviste. Tale disciplina appare lesiva dei principî di eguaglianza e ragionevolezza, nonché del principio di affidamento legittimamente sorto nei soggetti “quale principio connaturato allo stato di diritto” (cfr., ex multis, Corte cost., sentt. n. 206 del 2009; n. 156 del 2007). Il direttivo ha pertanto deliberato di impugnare il D.M. in questione nella parte in cui, attraverso le previsioni dell’allegato B, introduce il predetto indicatore con efficacia retroattiva, auspicando che la medesima iniziativa giudiziaria possa essere adottata d’intesa anche con altre società scientifiche dell’area 12.

Per salvare l’università di Siena «ci vorrebbe un docente e un economista!», ha dichiarato Riccaboni

Rabbi Jaqov Jizchaq. 1. Per creare “i migliori”, come dice Raffaele Simone, occorrono corsi di laurea con un percorso 
chiaro, didatticamente ben strutturati, ben gerarchizzati (cioè a dire dove il livello superiore non sia una mera ripetizione di quello inferiore, quello che è fondamentale si distingue da quello che lo è meno), con chiari curricula dal triennio, alle lauree magistrali, al dottorato, al postdottorato: insomma, l’esatto opposto di quello che sta accadendo in questa fase. Anche perché sennò “i migliori”, come sta accadendo massicciamente adesso, non trovando soddisfazione alla loro brama di conoscenza, scappano a gambe levate subendo l’attrazione di sedi ove l’offerta didattica è più ricca e meno cinobalanicamente assemblata che da noi. Ma qui siamo ancora al caro babbo, ignari della concorrenza che oramai esercitano altre sedi o altri paesi europei.

2. La massiccia uscita di ruolo di moltissimi docenti rende insostenibile un’offerta didattica come quella che c’era prima, per via di quell’altra geniale trovata dei “requisiti di docenza” mussiano-gelminiani, e si è detto: “vabbè, a qualcosa si deve rinunciare”; ma mi domando che razza di criterio di selezione sia questo e le toppe che si stanno cucendo su vestiti sempre più laceri, mi paiono peggio del buco che coprono. Si era detto che c’erano troppi docenti, ma dal fatto che ora scarseggino e si aprano voragini nella didattica, si evince evidentemente che non erano “troppi” dappertutto, bensì in alcuni settori, né che l’abbondanza fosse proporzionale all’importanza e alla fama scientifica. Si era detto che si dovevano sopprimere i corsi “inutili” e di basso livello, ma siccome alla fine le scelte sono state compiute sulla base, se non talvolta di criteri inconfessabili, del materiale umano disponibile dopo le uscite di ruolo naturali o con moto accelerato (e questo blog ha illustrato bene dove di materiale umano ce n’era parecchio, insinuando anche perché), a me pare che invece siano entrati in crisi o stiano per farlo alcuni tra i settori più specializzati, cioè a dire quelli qualificanti. Quanto al numero di studenti, tacerò su certe opere di prestidigitazione con le quali si è fatto sì che chi ne aveva, non ne avesse più (vedi punto 1.) e di corsi imbellettati affinché non si capisse che non potevano più vantare le oceaniche adunate di supplichevoli aspiranti matricole.

3. Pertanto la vulgata intorno alla ricerca dell’eccellenza non la racconta giusta. Siamo arrivati al dunque: hic Rhodus, hic salta e non c’è spazio per sotterfugi. Considerata la voragine di bilancio e la scarsità di risorse dei tempi dello “spread”, considerato inoltre che quello che è stato soppresso non risorgerà dalle ceneri, l’unica maniera per mantenere un’offerta didattica decente sarebbe quella di specializzarsi localmente e andare però verso una integrazione tra atenei che insistono su una medesima area nella distribuzione dei compiti anche a livello della didattica di base. Quello che occorrerebbe fare, come ho già detto, è a mio avviso creare per ciascun settore dei solidi presidî di un certo peso a livello territoriale, mantendo viva la tradizione scientifica, il livello della didattica e le competenze professionali almeno in una delle sedi “viciniori” e concentrando lì i docenti in esubero, non più utilizzabili in altre sedi (almeno quelli che hanno voglia di lavorare). Altrimenti, senza possedere una “massa critica” quantitativa e qualitativa di docenti e studenti, si è costretti a proseguire sulla via nichilista dei garbugli inestricabili multidisciplinari da far cadere in deliquio il Maestro Venerabile degli Armonici Grovigli, brodi di coltura d’ogni sorta di filibustiere. Spulciando i piani di studio che propongono un approccio “mordi e fuggi” alle singole discipline mi chiedo come faranno gli studenti a laurearsi e far emergere il loro “genio”, se non vi è alcuna possibilità di approfondimento, al di là di vari assaggini stile happy hour.

4. Quanto alla “scomparsa” di una intera generazione di studiosi e all’assenza di qualsiasi possibilità per gli attuali “giovani” non-strutturati, il punto toccato è drammatico: naturalmente occorre operare dei distinguo, ma io non vedo altro modo, se non quello indicato, per offrire una prospettiva a quei ricercatori meritevoli – in molti casi spremuti per anni come limoni – che con la scomparsa dei rispettivi comparti di ricerca vengono ad uno ad uno spietatamente eliminati (se non stabilizzati) o emarginati e verosimilmente indotti al suicidio (se stabilizzati), senza una cacchio di “valutazione” del menga di alcunché, con la banale e metodica indifferenza livellatrice del beccamorto che seppellisce i buoni e i cattivi: distruggere una generazione è un costo sociale e morale accettabile (soprattutto per chi non lo paga) o un crimine di irresponsabilità?

5. Anziché adagiarsi sulle vuote liturgie di una soverchiante e tirannica burocrazia, costituita da ominidi che hanno prodotto solo il trionfo delle Scienze Improbabili ed Indistinte, bisognerebbe ricominciare a guardare ai contenuti e all’orizzonte di senso delle cose che si fanno; ci vorrebbero insomma degli “intellettuali”, parafrasando quel famoso medico che chiamato in soccorso di un ferito esclamò: «qui ci vorrebbe un dottore!». Mi pare, infatti, che nel culto idolatrico e deresponsabilizzante del Moloch della burocrazia si riveli la tragica assenza di una classe dirigente, nel senso della élite paretiana, in grado di avere una visione ed assumersi le proprie responsabilità. Dopo anni di deliri e di vuote teorie pedagogico-burocratico-formalistiche, di “format”, di “descrittori di Dublino”, di “learning skills” … che hanno avuto come unico effetto quello di deresponsabilizzare e di offrire alibi a fannulloni incompetenti e personaggi di sconfinata cialtroneria, a stento trattenuti dalla bramosia di insegnare tutto, mi sentirei di dire che non aveva tutti i torti Giovanni Gentile affermando che «il metodo è il maestro».

Nell’università pubblica non si devono identificare i migliori; i migliori si devono creare

Tutti gli errori sull’università (da: la Repubblica, 15  giugno 2012)

Raffaele Simone. Le prime notizie sul “Pacchetto Merito” (ma non c’era un logo meno indisponente?) con cui il ministro Profumo intende portare il “merito” nella scuola hanno suscitato dissensi da ogni parte. Anche le misure sull’università contenute nel pacchetto non sollevano grida di entusiasmo; anzi.

L’idea di base è quella di spingere gli atenei a identificare, in ogni sede, i “migliori”. Non è chiaro cosa spetterebbe agli studenti migliori, salvo qualche riduzione di corso: potrebbero laurearsi un anno prima (una laurea triennale dopo due anni? una magistrale dopo un solo anno?) o conseguire il titolo dottorale dopo due anni invece dei previsti tre. Non capisco quale logica convinca il ministro che questi sconti possano costituire un premio; si tratta di plateali facilitazioni, che non aiuteranno i “migliori” a esserlo davvero, ma spingeranno i furbi a esser frettolosi, magari rompendo le scatole ai professori perché gli permettano la via breve. Non basta. I professori avranno l’obbligo di 100 ore di insegnamento (non erano 350 nella recente Riforma Gelmini? Chi ci capisce è bravo) e si ridurranno i finanziamenti agli atenei che non sceglieranno gli insegnanti “migliori”. Come si riconosceranno questi insegnanti? Ci penserà una commissione ad hoc, integrata da un componente straniero. Profumo è troppo esperto per non sapere che questa misura girerà a vuoto: ci voleva proprio un’altra commissione di valutazione, in un’università dove la valutazione, ignorata da sempre, è diventata ad un tratto ubiqua e invadente? E poi, ancora una volta il mito del componente straniero, il quale chissà perché, per il solo fatto di essere straniero, dovrebbe essere migliore dei colleghi italiani! Non basta: i docenti così identificati (che non potranno essere più del 20% del totale: e perché?) riceveranno premi anche loro. In cosa? In denaro? In posti per creare una scuola o una struttura? In risorse di studio e di ricerca? Non è chiaro. I premi avranno effetto anche nel mondo esterno: i datori di lavoro che assumeranno i migliori laureati e dottori di ricerca avranno incentivi fiscali; incentivi anche agli atenei per attrarre docenti dall’estero e ai professori che pubblicano in inglese.

In questa lista di queste misure si ritrovano, in mescolanze varie, miti e cascami che gravano da tempo sulla sfera della ricerca e dell’educazione. Anzitutto l’idea fissa di identificare i “migliori”. In un sistema pubblico non si devono identificare i migliori; i migliori si devono creare. A questo scopo, l’università deve proporre l’offerta migliore perché tutti possano essere migliori, anche se si sa che non tutti lo saranno, e deve poi occuparsi in modo serio dei non-migliori e dei tanti che, pur avendo vocazione, sono sviati e confusi da una struttura scoordinata e di qualità instabile. L’obiettivo di riconoscere “chi-è-già-migliore” va lasciato a quelle università (statunitensi o giapponesi) che praticano dichiaratamente la “selezione naturale”, lasciando indietro chi non è tra i primi, invece che farsene carico. C’è poi il mito secondo cui al bravo serve meno tempo: potrà anche esser così, ma con cicli formativi già frammentati (tre anni per tutti + due per pochi + tre di dottorato per pochissimi) che senso ha abbreviare ancora? Non manca l’idea sbagliata (esclusività italiana) dello straniero come deus ex machina, segno tenace di provincialismo, che dà per scontato che “loro” sono migliori e immacolati. Già da tempo colleghi stranieri partecipano a valutazioni di vario tipo, ma non pare proprio che la qualità media delle università sia migliorata. Lo stesso presupposto suggerisce di incentivare chi pubblica in inglese: io pubblico quasi tutti i miei lavori in inglese (e in altre lingue) dalla metà degli anni Ottanta, ma ciò non induce nessuno a leggerli, se non vuole. E che dire degli incentivi alle imprese che prenderanno i migliori? È il mondo alla rovescia: le imprese dovrebbero esser spinte a pretendere giovani preparati; incentivi andrebbero dati semmai a chi prende i meno fortunati. Il sistema universitario italiano, che nel panorama internazionale non riesce a superare il terz’ordine, non migliorerà iniettando “pacchetti” in una struttura che nel suo insieme è pericolante. Ha bisogno di qualcuno che riveda il progetto intero e rimetta mano a tutta l’architettura. Vasto programma …

Università di Siena: dai compagni organici ai rifiuti organici

La risposta di Rabbi Jaqov Jizchaq agli articoli e commenti sulla Facoltà di Lettere pubblicati sul blog di “Fratello Illuminato”.

Rabbi Jaqov Jizchaq. A parte quelli che non sono diventati esapresidenti galattici, i compagni organici sono diventati ahimè… rifiuti organici, gettati nella spazzatura assieme alla “autonomia del politico”, all’ermeneutica e all’estetistica per fare largo al nuovo che avanza nei settori recentissimi delle scienze Improbabili e Inesatte; culturalmente parlando, il declino si misura con l’arco concettuale che va da Hans Georg Gadamer a Red Ronnie, entrambi in fasi diverse “guest professors” di questo ateneo (e il secondo è sopravvissuto al primo in tutti i sensi).

Nelle operazioni recentemente decantate dal Magnifico, non mi pare di aver mai intravisto nessuna concreta considerazione di tipo scientifico e qualitativo a giustificazione delle scelte operate o non operate, ma non dico che sia sempre colpa della perfidia di qualcuno, sebbene in qualche caso purtroppo lo sia. Registro che, venendo sempre più a mancare nel corso di questi anni di riforme e ristrutturazioni cinobalaniche l’istanza del rigore scientifico, e addirittura la passione per il cimento della ricerca (sapere aude!), qualsiasi bischero si è creduto un von Humboldt, e con il conseguente venir meno di chiari indirizzi, ciò che è fondamentale e ciò che è complementare si sono mescolati in un inestricabile groviglio, un incommestibile pout-pourri relativistico (“Se Dio non esiste, tutto è permesso”, direbbe Ivan Karamazov). 
Il mio pensiero va a chi, fortunatissimo come coloro che si sono recati a comprare il cacio a Reggio Emilia il giorno del terremoto, è arrivato a Siena alla vigilia del buco, e che in un clima di debordante arroganza e vacuità scientifica, anziché compiacersi dei progressi del proprio lavoro, assiste di giorno in giorno all’avanzata del Nulla, avendo come unica scelta quella di tornare all’osteria a cercar padron migliore.

Anche senza scomodare cose d’insormontabile difficoltà matematica ed estrema raffinatezza filosofica, ma non mancando doverosamente di ricordare altresì (giacché tirate in ballo) a gente smemorata o semplicemente ignorante, che sin dai tempi del pòro Magari e per lungo tempo, Siena è stata internazionalmente nota proprio per queste cose, e non per altre; al netto inoltre di alcune inesattezze contenute nell’editoriale scritto a commento dell’avvelenata firmata dall’ “anonimo docente” inviperito e considerato che nel presente contesto in cui giganteggiano teorie futili dell’Irrilevanza Comparata tutto ciò che è difficile è ritenuto, ovviamente, inutile, si potrebbe anche ricordare, nella città del Monte dei fiaschi, tra damigiane di corte e prepotenti bottiglioni, con le parole di Wittgenstein, che la filosofia serve ad indicare ad una mosca la via d’uscita dal collo del fiasco: «Was ist dein Ziel in der Philosophie? Der Fliege den Ausweg aus dem Fliegenglas zeigen.»

A Siena, giornalisti e bloggers a confronto: a cosa serve la stampa se serve il potere?

Senza un’autorità super partes, che intervenga a sedare le pulsioni egoistiche e localistiche, l’università di Siena non ce la farà

Rabbi Jaqov Jizchaq. (…) serve casomai qualche ulteriore prova dell’incapacità dell’università – in generale – di riformarsi dall’interno? L’unica novità è che ci sono guai più grossi: cataclismi economici e naturali ad occupare le prime pagine della cronaca. Il sistema in sé, tende all’inerzia: il buco, nell’università di Siena, non è venuto alla luce ieri, le operazioni puramente ragionieristiche come i prepensionamenti, mostrano la corda (è da valutare se siano maggiori i vantaggi o i guai prodotti, sguarnendo corsi di studio che non possedevano i mitici venti professori di ruolo per un solo settore disciplinare e accelerandone la crisi) e non mi pare che dopo anni si intravedano oggi grandi spiragli di cambiamento che inducano all’ottimismo, ma solo una insopportabile ammuina, interrotta a cadenze regolari da esilaranti dispacci burocratici. Non si delinea il volto futuro dell’ateneo, il suo rapporto col territorio, se non (per così dire) “per difetto”, man mano che con insopportabile stillicidio comparti di base entrano in crisi, né appare chiaro quale sia il destino di chi ci lavora avendo davanti a sé una prospettiva di lavoro di una ventina d’anni, atteso che le generazioni meno anziane sono state comunque beatamente fottute (e il quadro nazionale, fra recessione e terremoti, non è certo confortante), con l’eccezione forse di qualche miracolato che forse verrà scongelato e assunto in cielo per intercessione divina, usufruendo delle poche chiamate che si renderanno disponibili in diebus illis. Mi pare che vi sia un diffuso rifuggire dalle responsabilità. La kafkiana, gogoliana, bulgakoviana burocrazia, arrogante ed autoreferenziale, che oramai è la vera signora, dal canto suo si accontenta delle pure apparenze, insorgendo magari se c’è una virgola fuori posto nei famigerati “format”, ma trascurando completamente il senso delle cose, volgendo altrove lo sguardo davanti ad operazioni di dubbio gusto e lasciando che un placido fiume di maleodorante nonsenso ci sommerga. La sensazione è che questa fase non sia governata, se non dal tiranneggiare di oscuri funzionari di genere sovietico, e ciò che si fa, sia tutt’al più apporre un imprimatur sopra gli esiti spontanei di quella che somiglia ad una darwiniana lotta per la vita nella foresta del Giurassico. Non voglio apparire noioso, ma ripeto ancora che non ritengo si possa cavarne le gambe, senza che un’autorità super partes intervenga a sedare le pulsioni egoistiche e localistiche: pensare solo al campanile, a questo punto, appare superato dal precipitare degli eventi. Il blocco prolungato del turn over, le risorse sempre più scarse, il calo degli iscritti, l’uscita di ruolo di un mare di docenti e i famigerati requisiti minimi stanno riducendo, infatti, a mal partito anche le “migliori famiglie”: non avrebbe più senso dunque, in molti casi, pensare ad una programmazione regionale e alla mobilità del corpo docente? Davanti al palpabile decadimento del livello dell’offerta didattica, non sarebbe sensato di certi corsi oramai alla canna del gas averne uno o due in Toscana fatti bene, che quattro o cinque sgangherati, accorpati, malamente imbellettati, insostenibili e impresentabili disseminati qua e là, magari in molteplice copia?

Università di Siena: il trionfalismo immotivato di un apprendista stregone

Ombre anche nel bilancio dell’Ateneo: le perdite di gestione continuano ad accumularsi (da: Zoom 25 maggio 2012)

Tutta presa dalle vicende comunali, dalla lotta fra monaciani e ceccuzziani su nomine e bilancio consuntivo, la città sembra dimenticarsi di ben altri bilanci che pure per gli ultimi quattro anni hanno tenuto banco: quelli del martoriato Ateneo. Eppure qualche settimana fa, in occasione dell’approvazione del bilancio consuntivo, i vertici avevano avuto cura di propalare quanto più possibile un ottimismo che, a chi scrive, pare poco giustificato. Vediamo perché. Anzitutto per il fatto che l’approvazione del bilancio è avvenuta con il parere negativo dei sindaci revisori e con il voto contrario di 7 consiglieri (tra i quali il rappresentante del Governo) e favorevole di 13 (tra i quali i rappresentanti del Comune e della Provincia di Siena) segno di valutazioni non proprio convinte sulla bontà dell’atto. Va poi considerato che un disavanzo di competenza di oltre 8 milioni, se è pur vero che è nettamente migliorativo degli anni immediatamente precedenti, è, comunque, un disavanzo importante (più importante di quello – eventuale – su cui è caduta la giunta comunale) e comunque non può essere preso come unico dato a disposizione. Si deve, infatti, considerare anche dove sia arrivato il debito complessivo, quel macigno che è stato scalfito dalle vendite immobiliari ma ancora di notevole dimensione, e quale sia il volume del disavanzo di amministrazione. Questo ultimo è, infatti, cresciuto di circa 7 milioni, raggiungendo la cifra di quasi 44 milioni, e non è certo l’indice di un vero cambiamento di rotta. Quello che però più deve far riflettere sono le dichiarazioni che da mesi e mesi giungono a proposito del piano di risanamento e rilancio ribattezzato Unisi 2015, poi 2017 e ora, sembra, 2020. In varie occasioni, è stato ribadito dai vertici dell’Ateneo che esso si basava su due fondamentali colonne, rispetto ad una prevista e, ormai quasi certa, decurtazione dei trasferimenti statali: la dismissione immobiliare e la rimodulazione dei mutui in essere con Cassa Depositi e Prestiti e, soprattutto, con la Banca MPS. Considerata la crisi istituzionale senese, quelle evidenti della Banca stessa e della Fondazione (che ha cessato di erogare contributi all’Ateneo e si può prevedere che non lo farà per molto tempo) e considerato altresì il silenzio assordante che su questi argomenti è calato da parte di Rettore e collaboratori, è lecito che i cittadini, tutti, non solo i dipendenti e chi ha degli interessi diretti su una delle maggiori realtà cittadine, sappiano a che punto sia questo piano. Sul fronte delle cessioni immobiliari, dopo aver annunciato la delibera del Consiglio di Amministrazione per la messa all’asta del Palazzo Bandini Piccolomini che risale al novembre scorso, a che punto siamo? E per la rimodulazione, o addirittura come era stato prospettato, sul blocco dei mutui, come va la trattativa con gli istituti creditori? Sono questi gli argomenti che andrebbero chiariti, piuttosto che passare alla stampa comunicati al limite del trionfalismo.

Muri di gomma e vicende giudiziarie dell’Università di Siena

Le vicende giudiziarie dell’Università di Siena (da: Zoom 25 maggio 2012)

La scorsa settimana la Procura della Repubblica di Siena ha depositato la richiesta di rinvio a giudizio di dieci componenti di commissione elettorale e di seggio per falso ideologico in atto pubblico in relazione alle elezioni del Rettore svoltesi nel luglio 2010. Senza scivolare nel giustizialismo, ci sembra giusto porre in merito una questione di trasparenza e pubblicità. Nel pieno rispetto dell’indipendenza dell’Ateneo, le domande che un cittadino potrebbe e, aggiungiamo, dovrebbe porsi (e molti se le sono poste) riguardano tematiche di legittimazione e idoneità a ricoprire incarichi pubblici che incidono su risorse pubbliche. Va considerato, infatti, che alcuni degli indagati (anzi, più che indagati) siedono in organi di governo dell’Ateneo e non si negherà che la vicenda non sia indifferente rispetto ad una auspicabile gestione di un ente corretta e insospettabile. È evidente che nessuno vuole esprimere giudizi che spettano ad altri, ma non sarebbe stato (ed è ancora possibile provvedere) più opportuno che gli indagati (sui quali ora grava una richiesta di rinvio a giudizio) si facessero da parte almeno per quanto riguarda la gestione della cosa pubblica? E il Rettore, che si è affrettato a chiarire sulla stampa che lui non era indagato (ma, trattandosi della SUA elezione, non può comunque negare che in qualche modo sia riguardato dalla vicenda), non avrebbe fatto una miglior figura a rimettere il proprio mandato nelle mani del Ministro (non a dimettersi, ma ad assegnare a chi gli è superiore la responsabilità)? Dobbiamo poi ricordarci che esiste l’altra inchiesta, quella sul dissesto, che ha visto chiuse le indagini per 18 persone (tutte rigorosamente al loro posto e sulle quali l’Amministrazione universitaria non ha preso alcuna determinazione). Ricordiamo tra l’altro che La Nazione, in quell’occasione, fece il numero di 23 persone, il che fruttò una bella perquisizione della sede della redazione e una conferenza stampa in cui la Magistratura fece sapere che effettivamente c’erano altre cinque persone indagate, ma che su queste indagini si doveva mantenere il riserbo in attesa di approfondimenti. Perché, ci chiediamo noi? Ancora una volta i cittadini avrebbero il diritto di sapere a chi è affidata l’amministrazione di beni pubblici e statali. Il silenzio, il segreto e la mancanza di trasparenza, come possono produrre una corretta gestione della Cosa pubblica? E se, nell’attesa, qualcuno di questi cinque fosse assurto a cariche che all’epoca non esercitava? La necessaria rinascita e il rilancio di una così prestigiosa e antica istituzione diventano ancor più difficili se continua a mancare un corretto e trasparente atteggiamento di tutti i soggetti coinvolti.

Il rettore dell’università di Siena come l’onorevole Trombetta!

Ma mi faccia il piacere!

Angelo Riccaboni. La titolazione della prima pagina de “La Nazione” «Rinviateli a giudizio», sovraimpressa al fotomontaggio che sembra ritrarmi in aula Magna, durante un momento dell’ultima tornata di votazioni per l’elezione del rettore, induce inevitabilmente i lettori a inferire erroneamente il mio personale coinvolgimento giudiziario nella vicenda narrata nell’articolo a cui si rimanda nelle pagine interne. Sono pertanto costretto a ribadire che non sussiste alcuna richiesta di rinvio a giudizio che mi riguarda nell’ambito dell’inchiesta relativa alle elezioni del rettore che si sono svolte nel 2010, e chiedo che la presente venga pubblicata con il giusto risalto per contrastare l’impatto lesivo provocato.

Tommaso Strambi. Il rettore Riccaboni ha ragione: non è tra le persone per cui è stato richiesto il rinvio a giudizio. E, infatti, non emerge né dalla titolazione, né dagli articoli pubblicati. Ma il rettore non può negare che l’inchiesta riguarda proprio la sua elezione al vertice dell’Ateneo per la quale i magistrati ravvisano delle irregolarità, tanto da chiedere il rinvio a giudizio degli indagati.

Dopo i baroni i bari: nell’Università le grandi manovre per le classifiche delle riviste

Il ranking è una cura peggiore del male (dal Corriere della Sera 26 aprile 2012)

Sebastiano Maffettone. Scegliere vuol dire prima confrontare e poi decidere. Per confrontare, può essere una buona idea adoperare guide che pubblichino elenchi in cui sono listati meriti e demeriti di un prodotto comparandoli con altri prodotti dello stesso genere. L’italiano medio tiene in buona considerazione il modello di automobile che compera e la qualità del vino che beve. Proprio perciò, prima di scegliere un’automobile o una bottiglia di vino, spesso e volentieri fa ricorso a giornali specializzati in questi settori. Di solito, in casi del genere, i giornali presentano classifiche – come quelle del calcio di serie A – in cui i vari prodotti vengono elencati dando maggiore punteggio a quelli che sembrano avere più merito e minore punteggio a quelli che ne hanno meno.

È possibile e giusto adoperare la stessa metodologia per valutare comparativamente la produzione scientifica degli studiosi di lingua e letteratura italiana? Questa era la inquietante domanda che Paolo Di Stefano ha sottoposto ai lettori del «Corriere della Sera» nel suo articolo del 23 aprile. La domanda in questione appare inquietante perché l’Anvur – l’Agenzia universitaria nazionale – sembra pretendere di volere mettere in classifica con simili strumentari i ricercatori e i dipartimenti non solo di italianistica ma anche di studi umanistici, filologia, filosofia, storia, sociologia e via di seguito. Di Stefano fa giustamente le pulci a una specifica classificazione di riviste, quelle di italianistica, svelando alla luce dei risultati ottenuti incongruenze e debolezze del sistema prescelto. Dato per scontato che quanto lui sostiene sia pieno di buon senso, vengono alla maggior parte degli studiosi anche di altri settori ragionevolissimi e più generali dubbi sul senso di queste misure comparative. Perché quanto detto per l’italianistica vale anche per molte altre discipline, a cominciare dalla mia, «filosofia politica». In quest’ultimo caso, i due autorevoli colleghi che rappresentavano la nostra disciplina nella commissione Anvur per le riviste avevano finito con il valutare – in maniera difficilmente condivisibile – di prima fascia solo due riviste del settore, trascurandone altre pure assai meritevoli: i più maliziosi hanno fatto notare che due colleghi nella commissione erano anche nella direzione delle due riviste prescelte.

Tutto ciò non fa bene all’università. Le evidenti incongruenze statistiche e sostanziali del metodo prescelto finiscono per creare disagio e scetticismo diffusi presso gli studiosi più seri. Alcuni di questi asseriscono che, tuttavia, talvolta bisogna oggettivare e classificare i risultati della ricerca perché quanto fatto finora – prima delle introduzione della classifiche – non ha portato l’università italiana a ottenere risultati esaltanti. Mi permetto di rivolgere a chi pensa in questo modo un’obiezione generale ma semplice. Innanzitutto, l’università italiana non è sempre così male come qualcuno suggerisce. In secondo luogo, non si deve dimenticare che per rimediare a un male si può crearne uno ancora peggiore. Perché – ci si chiederà – il metodo dei ranking potrebbe essere una terapia peggiore del male? A mio avviso, perché sposta l’enfasi e l’interesse dallo studio a queste classifiche spesso incomprensibili. Andando avanti così, finiremo con il creare una prossima generazione di studiosi abili a far entrare nel più breve tempo possibile in classifica loro stessi e i loro dipartimenti, ma magari scarsamente appassionati alla ricerca. E il rimedio ai disagi attuali? Non so rispondere, ma posso solo dire che da un po’ di tempo in università si parla solo di numeri, cifre, indici e statistiche. E quasi mai di libri, idee, proposte. Io vorrei solo rovesciare un po’ questo trend. Studiare e pensare non fanno parte del «cv standard» e non entrano in classifica. Ma guarda caso le decine e decine di studiosi di razza che ho avuto la fortuna di conoscere nella mia vita accademica, quegli stessi che hanno fatto grandi le maggiori università del mondo, non facevano altro.