Analogie inquietanti: governatore abusivo e rettore abusivo

Il Governatore abusivo (Da: Europa, 27 luglio 2012)

Marco Cappato. Il presidente Formigoni rimane innocente davanti alla legge almeno fino a sentenza definitiva. Non è sulla base di indagini non terminate che si possono esigere le dimissioni di chicchessia, per quanto Formigoni per primo faccia il possibile per farsi travolgere dalla fragilità dei suoi stessi proclami prima ancora che dalle gravi accuse che gli sono mosse. C’è chi lo chiamerebbe “garantismo”, in contrapposizione al “giustizialismo”, intendendo in realtà due partiti faziosi e intercambiabili a seconda del collegamento politico delle parti in causa.
Nel partito che fu di Enzo Tortora, più del garantismo ci interessa la legalità, il rispetto della legge. In uno stato di diritto tanto dovrebbe bastare, ma l’Italia non è né una democrazia né uno stato di diritto, e il “caso Formigoni” rende necessaria qualche riflessione in più.
Proprio se non si vuol far danzare la politica al ritmo delle inchieste, non si aspetta il procuratore di turno per battersi contro un sistema di potere che opera contro le libertà civili ed economiche, né per denunciarne l’occupazione abusiva delle istituzioni. In Lombardia, i lavori pubblici, gli appalti, la sanità (e il fatto stesso che accuse come quelle del caso Daccò possano essere mosse dice molto sulla trasparenza del sistema, vedremo sulla sua legalità), le opere infrastrutturali, le costruzioni, le bonifiche e tanto altro ancora sono governati da regole non scritte di lottizzazione feroce ed efficiente, in una rete fitta di conflitti d’interesse, di controllori controllati, di consigli d’amministrazione pubblici e privati incestuosamente intrecciati.
La sussidiarietà modello Comunione e liberazione è utilizzata come cavallo di Troia contro il mercato, per saccheggiare risorse pubbliche e coinvolgere il privato nei meccanismi clientelari e consociativi che dominano il pubblico. La straordinaria capacità di Roberto Formigoni è stata quella di saper affasciare attorno a sé per quasi un ventennio le più diverse forze economiche, ottenendo sostegni da parte del mondo della cooperazione (non solo Compagnia delle opere, ma anche cooperative bianche e rosse) e di rappresentanti istituzionali di destra, di centro, ma anche di sinistra. Il tentativo di esprimere una vera alternativa è infatti stato del tutto assente nell’opera di leader come Penati, rassegnati a difendere una parte minoritaria di potere invece di provare a metterne in discussione i meccanismi.
Di fronte a tale sistema di potere, è oggi indispensabile parlare di giustizia, non per cavalcare le inchieste in corso, ma per denunciare come al sistema formigoniano non sia stata e non sia estranea né la malagiustizia italiana (quella che colleziona record di condanne in Europa) né il palazzo di giustizia di Milano. Per comprenderlo, si dovrebbe infatti partire dallo scandalo “Oil for food”, dove la condanna in primo grado per corruzione internazionale ai danni delle Nazioni unite e del popolo iracheno comminata a faccendieri in stretti rapporti con Formigoni fu cancellata dalla prescrizione.
Va poi ricordata la sentenza con la quale un giudice stabilì che il limite di due mandati consecutivi non si applica a Formigoni in Lombardia (dunque neanche a Errani in Emilia), avallando un sovrapposizione ormai totale tra governo e potere che è all’origine dei guai ai quali il governatore è andato incontro.

Per terminare il quadro, ricordiamo un fatto semplice: due anni e mezzo fa, noi Radicali portammo all’allora sostituto procuratore Bruti Liberati indizi seri di una truffa elettorale senza la quale non solo Formigoni, ma tutta la coalizione PdL più Lega non avrebbe potuto presentarsi alle elezioni. Formigoni ci accusò di aver ordito una macchinazione, fu chiesta l’archiviazione senza indagini, ma quando poi portammo le prove della falsificazione materiale delle firme imponemmo l’apertura di un’inchiesta, e ora di un processo, oltre a quello per diffamazione ai nostri danni. La giustizia amministrativa, l’unica che potrebbe – e dovrebbe in tempi immediati – determinare l’annullamento o la convalida di elezioni truffaldine, si è però infilata su un binario morto, con la copertura della Corte costituzionale che ha così creato un precedente devastante per l’impunità dei crimini contro la democrazia.
Auguro a Formigoni di dimostrare la propria innocenza (magari prima della prescrizione) sull’inchiesta in corso su tangenti e sanità. Rimane un presidente abusivo, che non avrebbe potuto nemmeno candidarsi, emblema e sintomo di un paese dove il potere si considera al di sopra della legge, potendo contare sul fatto che non vi è una giustizia in grado di fargliela rispettare.

Università di Siena: la supercretinata del giorno

Università: Siena vola, è il titolo del Corriere Fiorentino di oggi che commenta la classifica degli atenei italiani del Sole 24 Ore. L’augurio è che non si tratti di ali di cera appesantite da affermazioni trionfalistiche e immotivate. Purtroppo, le dichiarazioni del rettore, gli indicatori usati per stilare la graduatoria, le scelte scellerate sull’offerta formativa del corrente anno accademico, gli espedienti, il prepensionamento dei docenti, fanno ripiombare dall’alto sulla dura roccia la situazione comatosa di questo martoriato ateneo.

Angelo Riccaboni. Né rivincita, né sorpresa, ma la conferma che il risanamento non ha leso la qualità. Non credo che si possa parlare della favola del brutto anatroccolo, perché noi cigno lo siamo sempre stati. Siamo contenti di poter dimostrare che il risanamento finanziario è stato fatto senza ledere in alcun modo la qualità. Un riconoscimento per nulla inatteso, poiché nella didattica come nella ricerca il nostro Ateneo ha sempre tenuto risultati eccellenti.

La latitanza del corpo docente dell’Ateneo senese ha candidato Siena a capitale europea della dabbenaggine

Il commento di Rabbi (1 marzo 2012) sull’attuale condizione dell’Università di Siena, dove si vive alla giornata e con espedienti, senza alcun intervento sul sistema che ha generato il dissesto.

Rabbi Jaqov Jizchaq. Ho sentito tempo fa nel corso di un servizio su “La 7” dedicato alle disgrazie senesi, enumerare tra i problemi che attanagliano l’ateneo, quello di un esubero di personale docente: ma c’è qualche incongruenza nel ripetere che a Siena ci sono troppi docenti e, nel contempo, chiudere molti insegnamenti e corsi di laurea di base (non le famigerate “scienze del bue muschiato”) per mancanza di docenti, non credete? Dalla ventina di professori di ruolo in un unico settore, alle decine di contratti, appannaggio di altri ben ammanicati profesurun: mica qualcuno penserà che per tutti, negli anni dello scialo, sia stato un tale bengodi? Bisognerebbe almeno soggiungere che i “troppi docenti” non sono stati ovunque, ma in alcuni settori, non necessariamente i settori più importanti (anzi…), come non necessariamente “inutili” sono quelli che man mano vengono cassati con un indifferente e cinico tratto di penna; ma anche qui, se il giudizio è lasciato ai diretti interessati, essi vi diranno che i docenti del vicino sono sempre “troppi” rispetto ai propri. La politica dei “tagli lineari” indotta dal mero meccanismo anagrafico delle uscite di ruolo, unita all’impossibilità di reclutare, ha messo in ginocchio proprio chi di personale non ne aveva reclutato in abbondanza, forse perché morigerato, forse perché fesso: per quanto indiretta e travestita da meccanismo aleatorio tipo tombola, una scelta – ossia quella di colpire proprio costoro – la si è dunque operata, ed è parecchio opinabile che una tale opzione risponda a criteri principalmente qualitativi. Pietà l’è morta, ma una volta compiuta una tale scelta, come persone coscienziose, si dovrebbe essere conseguenti e ci si dovrebbe rendere conto che si sono creati diversi orfani, cui sarebbe doveroso offrire almeno una via di fuga, visto che altrimenti il piano di risanamento, come letterariamente lo si definisce – quasi narrassimo le vicende dell’ingegner Hans Castorp alle prese con la tubercolosi – assomiglia più che altro ad un golpe.

La sicurezza di andarsene con cospicua buonuscita entro un breve lasso di tempo, ha accentuato la scelleratezza di alcuni e l’assenteismo di altri, favorendo soluzioni raffazzonate di cortissimo respiro, tese solo a posticipare di poco la catastrofe e a garantire un congedo definitivo privo di traumi a gente con le chiappe al caldo. Paradossalmente in alcuni corsi di laurea i prepensionati riassunti a contratto costituiscono pressoché gli unici simulacri di “professore ordinario” rimasti, immobili e silenti come i busti marmorei dei “patrioti” al Gianicolo o i manichini di un museo delle cere di Madame Tussauds: pensione cospicua, lauto contratto, magari altre collaborazioni esterne,  nessuna responsabilità; da parte di molti scarsissimo impegno, a fronte di gente alle prese col salario accessorio o che nei ranghi della didattica e della ricerca riempie i vuoti lasciati da costoro, praticamente in incognito. Gente che dura fatica a mettere assieme il pranzo con la cena, una generazione di “giovani” decimata, che la pensione non l’avrà, e alla “carriera”, coloro che fortunosamente saranno sopravvissuti assieme alla propria disciplina e ai corsi di laurea sui quali è incardinata, dovranno incominciare a pensarci… a partire dal 2018, cioè mai. A tutti si consiglia intanto, amorevolmente, di pensare per così dire a una “polizza”, ossia a scegliersi una rupe abbastanza alta per buttarvisi a tempo debito, anche senza riscattare la laurea. Tutto ciò non ha senso: se una parte del corpo docente è stata civilmente seppellita, pensionandola, altri mostrano ancora le loro membra scomposte ai rapaci, cadaveri rimasti a puzzare insepolti senza la pietà di nessuna Antigone: siccome non si comprende quale colpa dovrebbero espiare, chi è il giudice e quale sentenza possa emettere chi a sua volta è attenzionato e oggetto di indagine, vogliamo per decenza e per il residuo onore dell’istituzione accademica offrire loro una via di scampo, semplicemente trasferendoli altrove? Altrimenti, cosa volete farne? Contentarvi di constatare che il suicidio di un po’ di persone è tutto sommato un costo sociale accettabile, se come contropartita produce una razionalizzazione dell’offerta didattica che consenta la sopravvivenza delle mirabili “scienze del bue muschiato”? In fondo Siena è ancora università statale e la porcherrima autonomia universitaria non può precludere soluzioni che altrove sarebbero considerate addirittura ovvie.

L’uscita di ruolo, naturale o anticipata di un numero considerevole di professori, avendo messo in crisi interi comparti, ha creato profughi e gruppi di sbandati i cui reggimenti si sono dissolti, come un esercito in rotta, ma curiosamente questo pare non essere un tema all’ordine del giorno: se ti viene un canchero, dal punto di vista contabile, lassù stappano lo Champagne, e non so se si possa considerare un ambiente sano, quello in cui si è costretti a difendersi dall’amministrazione la quale (costantentemente sperando che ti pigli un accidente o ti investa un tram) ti guarda solo come peso sul FFO o un nemico da abbattere, in un contesto ove pare oramai che anche la notizia di un colpo apoplettico venga accolta con gioia, essendo cagione del risparmio di uno stipendio.

Dopo l’alea della chiusura a capocchia di corsi di laurea o cattedre senza considerazione alcuna della loro importanza, tenendo in piedi magari la fuffa per il solo fatto che vi sono cinquanta professori di fuffologia, reclutati dal potentissimo capo dei fuffologi per non fare un cazzo, è accaduto che tra coloro che andranno in pensione, non domani, ma fra quindici o vent’anni, vi siano oramai sparuti gruppi che non hanno o a breve non avranno più un insegnamento, un corso di laurea di riferimento, dunque alcuna possibilità di operare nella ricerca, come nella didattica, e non credo che si possa, con la rozzezza che caratterizza oramai il “dibattito culturale”, ripetere la cretinata che si ode sulla bocca di grevi personaggi: “icché vòi che sia? Si metteranno a fare qualche altra cosa, che tanto è uguale”.

Essendo la sicumera un sottoprodotto dell’ignoranza, non mi sorprende la smagliante e serena grettitudine con cui in questa fase molti parlano senza discernimento di cose che non sanno, ordiscono strane trame leggiadramente sorvolando sulla struttura delle scienze contemporanee e la difficoltà delle singole specializzazioni ad essere irreggimentate dentro lo schema degli “accorpamenti” cinobalanici e della didattica “just in time”, strano mascheramento di una ottusa e grigia burocrazia sovietica bulgakoviana, da toyotismo “de noartri”, che continua a spacciare il declassamento e la caduta di livello degli studi universitari per “efficienza”. “La burocrazia – diceva Balzac – è un gigantesco meccanismo mosso da pigmei”.

Adesso tutti sono alle prese col VQR e da anni si parla assai ipocritamente di come meglio cucinare “i giovani” (latu sensu), senza che peraltro nessuno si sia incaricato in questa fase di andare a vedere, non solo cosa fanno “i vecchi” (circa l’UGOV queste mie povere orecchie hanno udito diversi di costoro commentare beatamente: “io me ne strafotto!”), ma anche individualmente chi sono, come operano e in che condizioni attualmente lavorano questi  “giovani”: ebbene, siccome il pesce puzza dalla testa, sarebbe utile riflettere sul fatto che la credibilità dei progetti di ricerca, la possibilità di approdare a pubblicazione su rivista internazionale, peer review etc., non vengono da sé e non sono appannaggio dell’ultimo sfigato imbelle assegnista di ricerca che si ritrovi a lavorare nel deserto, bensì presuppongono l’organizzazione della ricerca, dunque che chi guadagna il quintuplo di lui faccia quello che sarebbe incaricato di fare: ciò è chiaramente incompatibile col livello di latitanza, o di omertosa complicità nella latitanza che caratterizzano una parte (dico una parte, benché significativa) del corpo docente di questo ateneo, ove troppi personaggi catafottutivisi a svolgere un mestiere “che non era il loro” (vo’ mi capite) hanno sicuramente candidato Siena a capitale europea della dabbenaggine.

I quattro dell’Ave Maria e la centralità della didattica nella riforma dell’Università

Stefano Semplici, Giampaolo Azzoni, Paolo Leonardi, Emanuele Rossi

Atenei, ipotesi autoriforma (da: Avvenire, 6 luglio 2012)

Enrico Lenzi. Offerta formativa di qualità per tutti o più attenzione al merito? Potenziamento della didattica o valorizzazione della ricerca? Il mondo universitario italiano da tempo si sta macerando su questi dilemmi. E anche tutte le riforme che negli ultimi anni i ministri hanno messo in campo non sono al momento riusciti a trovare un punto di equilibrio, almeno secondo l’opinione di chi nell’università vive e opera. E allora quattro docenti (Stefano Semplici dell’Università di Roma Tor Vergata e Collegio «Lamaro Pozzani»; Giampaolo Azzoni  dell’Università di Pavia, Centro di etica del Collegio Borromeo; Paolo Leonardi dell’Università di Bologna, Collegio Superiore; Emanuele Rossi del Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa) hanno deciso di prendere carta e penna nel tentativo di offrire una soluzione ai dilemmi, o almeno «un contributo al dibattito». «È una proposta che parte dal basso – spiega Stefano Semplici, ordinario di Filosofia morale – e che è il risultato di una riflessione a partire dai testi e dalle proposte fatte fino ad ora». E a sorpresa per questo gruppo di docenti non solo «il punto di equilibrio si può trovare», ma «siamo anche convinti che entrambi i punti siano obiettivi prioritari per far funzionare l’università».

Partiamo dal primo: equità e merito. «Come abbiamo scritto al ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Francesco Profumo – spiega Semplici – la contrapposizione fra equità e merito non solo è sbagliata, ma dannosa per il Paese e in particolare per chi ha bisogno di maggior aiuto per far fiorire il suo talento». Insomma l’università deve «garantire percorso formativi che mettano in grado tutti – e questa è l’equità – di poter sviluppare i propri talenti e anche di aiutare a farli emergere in coloro che non sembrano averli». Nello stesso tempo «deve saper riconoscere il merito, ma non considerandola come una risorsa del singolo, bensì dell’intera comunità». Per il professor Semplici «occorre pensare ai “benemeriti”, cioè a coloro che hanno potuto sviluppare i propri talenti e poi li hanno posti al servizio di tutti».

Altrettanto delicato il secondo dilemma: didattica o ricerca. «Sono le due gambe su cui si regge l’università e devono viaggiare in parallelo – sottolinea Semplici–. Oggi, invece, si tende a privilegiare la produzione scientifica e la ricerca nella valutazione dei docenti, lasciando ai margini la didattica. Risultato? Professori dedicati solo alla ricerca e poco propensi a entrare in aula a fare lezione. Con grave danno per gli studenti». E qualche avvisaglia di questa tendenza si è vista con alcune levate di scudo da parte di alcuni docenti «che si lamentano del tetto obbligatorio di 100 ore di lezione all’anno, quasi che quel tempo – tra l’altro 10 ore al mese visto che luglio e agosto non ci sono lezioni – fosse perso per le cose importanti, cioè la ricerca». Il danno per l’università è più che evidente.

La proposta elaborata dal gruppo dei quattro docenti affronta anche altri aspetti giudicati decisivi per una buona riforma dell’università. «Penso all’incentivazione dei comportamenti virtuosi nell’amministrazione degli atenei – spiega il professor Semplici – in modo da produrre risparmi da reinvestire ad esempio nel diritto allo studio. O alla figura del garante degli studenti. Ma anche al sistema di abilitazione e reclutamento, che continua a non garantire una valutazione di qualità del corpo docente, lasciando maglie troppo larghe per il riconoscimento dell’idoneità e anche in questo caso basando la valutazione solo sui titoli e le pubblicazioni ignorando la didattica».

La proposta del professor Semplici e dei suoi tre colleghi ha già creato un po’ di dibattito nel mondo accademico, tra consensi e critiche. «Abbiamo voluto – ribadisce il docente di Filosofia morale – un contributo, che pensiamo di buon senso, cercando di mettere ordine nelle varie proposte sul tavolo. Ma soprattutto partendo dall’esperienza diretta sul campo».

Da sudditi a cittadini: secondo incontro dell’Osservatorio Civico Senese

Osservatorio Civico Senese. A un mese esatto dall’iniziativa Press in the City sulla libertà di stampa, giovedì 12 Luglio, ore 21.00, presso l’Hotel Moderno, Via Baldassarre Peruzzi, 19 (fuori Porta Ovile) l’Osservatorio Civico Senese organizza un dibattito pubblico dal titolo “L’Italia dei Comuni: tra partitismo e primavera civica”, a cui sono invitate ad intervenire tutte le forze politiche cittadine. Lo spunto della serata è dato dalla presentazione dell’ultimo libro a cura di Alessio Berni, dal titolo “L’Italia dei Comuni: sogni, aspettative e proposte dal popolo italiano”, un insieme di contribuiti scritti da comuni Cittadini, ispirati dal solo ‘senso civico’, che provano a delineare proposte e prospettive che pongano al centro dell’azione politica, veramente, i bisogni, le esigenze e le aspettavive del “cittadino comune”, chiedendo alle forze politiche di lasciar da parte le vecchie logiche e i vecchi schematismi che hanno portato la Città e il Paese ad una profonda crisi. Per questo, nella convinzione che sia interesse di tutti un ampio confronto sui futuri scenari economici, sociali e politici della Città, l’Osservatorio auspica e invita alla massima partecipazione all’iniziativa tutti coloro che hanno a cuore il rilancio di Siena, affinché si affermi il principio di una sana e democratica partecipazione dei Cittadini alle decisioni strategiche che la classe politica dovrà affrontare nei prossimi mesi.

Il Palio delle Istituzioni senesi in bancarotta

Logo in ceramica Unisi e Sede MPSL’argomento affrontato da Bruno Tinti è il salvataggio della Banca MPS e dei suoi amministratori. E per l’Università di Siena? «Quante class action ci potrebbero stare, per recuperare dei bei soldi?». Ovviamente per entrambe le Istitutzioni!

Salvare le banche, non i banchieri (il Fatto, 29 giugno 2012)

Bruno Tinti. Il salvataggio del Monte dei Paschi di Siena ha collezionato critiche feroci. Il Fatto, il 27 giugno, ha ben descritto per quali vie ci si è arrivati; e molti organi d’informazione si sono indignati per il “regalo” a una banca gestita in modo dissennato.

Quattro miliardi? Bastavano per soccorrere i terremotati dell’Emilia; e, se è per questo, risolvere almeno parzialmente i guai degli esodati. Solo che non è così semplice. Non si tratta di favori tra banchieri, tra il governo dei tecnici e i loro colleghi di un tempo. Gli Usa, nel 2008, al tempo della crisi dei subprime, spesero 8.000 miliardi di dollari per sostenere il sistema bancario pericolante; poi lasciarono fallire Lehman Brothers e la crisi di oggi nasce in gran parte da lì. La Ue, tra il 2008 e il 2011, ha iniettato nel sistema bancario europeo 4.500 miliardi di euro (Barnier, commissario europeo per il mercato unico); e oggi si sta studiando come dare altri 100 miliardi alle banche spagnole.

Tutti regali tra colleghi? Ovviamente no. Una banca può essere gestita bene o male, servire gli interessi di pochi o svolgere correttamente la sua attività di raccolta del risparmio ed erogazione del credito; e anche una banca d’affari e investimento ha una funzione economico-sociale indispensabile; e anche e soprattutto questa può essere gestita male (ecco perché dovrebbero essere per legge separate). Ma, come che sia, che la crisi di una banca dipenda da una cattiva gestione o da sfavorevoli e insuperabili congiunture di mercato, resta un fatto che gli indignati per i salvataggi trascurano sempre: la banca ha nella pancia i soldi dei cittadini; e, se non la salvi, i cittadini li perdono. C’è di più: ogni banca è intimamente connessa con altre banche; tutto il sistema è interdipendente. Se una banca crolla, crollano tutte o quasi, come appunto avvenne con Lehman Brothers: e i cittadini che perdono i loro soldi diventano milioni.

Insomma, se crollasse il sistema bancario le conseguenze sarebbero catastrofiche: come se tutte le nazioni, tutte insieme, perdessero una guerra mondiale. Dunque le banche vanno salvate. Ma quelli che le hanno gestite male? Quelli che ci si sono arricchiti? Quelli che hanno regalato soldi ai politici? Quelli che li hanno presi? Quelli che …? Ecco, tutti questi non devono essere dimenticati. E invece non solo non gli succede niente ma nella migliore delle ipotesi restano al loro posto; e, nella maggior parte dei casi, sono trasferiti ad altri incarichi; sempre di vertice, si capisce. Certo, le banche sono imprese private; peculato, corruzione, i loro amministratori non possono commetterli. Però forse arriva la corruzione tra privati; poi c’è il falso in bilancio: è ancora quello di B, che gli servì per non andare in prigione, ma qualcuno potrebbe sporgere querela; e poi c’è l’azione di responsabilità nei confronti degli amministratori, la denuncia per truffa.

Insomma, i modi per rivalersi su chi è all’origine di tutti i mali ci sono eccome; l’onere di rivolgersi alla giustizia compete ai cittadini danneggiati. Quante class action ci potrebbero stare? A parte la prigione, si potrebbero recuperare dei bei soldi. Solo che, guarda caso, tutti strillano contro “le banche” e il governo tecnico che “le salva”; e pochi si ricordano di quelli che le hanno amministrate.

Istituto Italiano di Scienze Umane (Sum): processo alle “eccellenze” strombazzate

Il processo Sum tra star e Diamanti (da: il Mondo, 29 giugno 2012)

Fabio Sottocornola. Parata di prof-star all’udienza di martedì 12 giugno del primo processo Sum a Firenze su quello che doveva essere uno dei più prestigiosi istituti universitari italiani per dottorati post laurea. Almeno nelle intenzioni di Aldo Schiavone, ordinario di diritto romano che voleva chiamare in Toscana (l’altra sede è Napoli) nomi eccellenti dell’accademia. Peccato che, secondo l’accusa, i trasferimenti fossero pilotati (violazione del segreto d’ufficio) e farlocche le commissioni giudicatrici. Sostanziosi, sempre per l’accusa, i vantaggi (anche patrimoniali) per i docenti. Però, il sociologo milanese Guido Martinotti, ex prorettore alla Bicocca passato al Sum perché era «un progetto molto promettente», in aula ha sostenuto di aver rinunciato «a un sacco di consulenze». Gli garantivano entrate, attraverso l’ateneo meneghino, fino a 30 mila euro l’anno aggiuntivi rispetto allo stipendio. Più perdite che guadagni in busta paga anche per Leonardo Morlino, docente di scienze politiche transitato al Sum e che oggi insegna alla Luiss. In risposta a una domanda del pm Giulio Monferini, si è detto «non sorpreso» di essere stato l’unico a concorrere per la sua materia al Sum. «Ho l’impact factor più alto tra i colleghi in servizio. Non mi meravigliava che volessero me». A suo favore si è pronunciato al processo il sociologo, e volto noto al pubblico, Ilvo Diamanti per il quale il bando non era ad personam. «Ero stato allertato e potevo competere. Ma sto bene dove sto (Urbino, ndr)». A suo parere, nessuno partecipava «sapendo che c’era Morlino. Come se io mi mettessi a fare la gara a Bologna dove è in corsa Angelo Panebianco». Infine, per Giovanni Verde, ex vicepresidente del Csm e consulente delle difese, nei trasferimenti di docenti come di magistrati, non si guardano le competenze già verificate nei concorsi. Piuttosto, aspetti come stima, posizione scientifica o la linea che l’ateneo vuole avere.

Università di Siena: un modello organizzativo da ridere fa piangere alcuni amministrativi

Rsu d’Ateneo, Cisal, Cisapuni, Cisl, Flc-Cgil, Ugl-Intesa, Uil-Rua, Usb PI. Chiarissimo Rettore e gentile Direttrice, molti colleghi, che lavorano attualmente nei Dipartimenti o nelle strutture periferiche, ci chiamano preoccupati per quanto sta accadendo in questi giorni, nei quali si susseguono colloqui con la Direzione Amministrativa e le persone deputate all’assegnazione del personale alle strutture periferiche, secondo i criteri della nuova organizzazione dipartimentale. Le preoccupazioni vengono soprattutto dal fatto che è disattesa la parola data anche in sede di informativa sindacale, nella quale ci avete comunicato che il personale avrebbe continuato a lavorare nei nuovi Dipartimenti, mantenendo comunque indicativamente ciascuno la propria attività e la propria sede di servizio; così come ci avevate detto che non sarebbe esistito alcun problema relativamente all’assegnazione dei segretari di dipartimento, a seguito della riduzione dei Dipartimenti stessi, in quanto molti di loro avevano già manifestato la propria volontà di essere adibiti ad altre mansioni. Sembra invece che si stia attuando un piano ben diverso, che prevede spostamenti di segretari amministrativi, che ne declassa alcuni al ruolo di “vice segretario” (figura che sembra uscita all’improvviso, con chissà quale ruolo reale), che tiene in considerazione spostamenti d’intere segreterie amministrative che seguono un segretario e che vanno a ricoprire ruoli fino ad ora ricoperti da altre persone… un po’ come se la valutazione delle capacità operative di queste persone fossero compito del segretario amministrativo, che decide chi portarsi dietro nella nuova struttura.

Al personale delle c.d. “periferie” è stato fatto un test per la rilevazione delle attività svolte (nonostante molte informazioni fossero rilevabili da altri database), che doveva servire a valutare le competenze del personale e indirizzarlo nei posti di lavoro più appropriati. Sembra proprio che tutto ciò non sia servito a nulla, poiché l’amministrazione sta attribuendo incarichi e determinando trasferimenti, anche in sedi diverse, senza curarsi delle volontà del personale e adottando un criterio soggettivo per le proprie scelte, con riferimento sia agli incarichi di segretario amministrativo che all’assegnazione a sedi diverse. Una domanda, dunque, sorge spontanea: a cosa sono serviti i test? Chi li ha valutati? Quali i criteri oggettivi che hanno portato a scegliere i futuri segretari di dipartimento e a distribuire il restante personale nelle filiere? In questa fase delicata tutto si deve ispirare a trasparenza e a criteri equi e definiti. Invece tutto sembra essere frutto di trattative singole fatte con i vertici dell’Amministrazione. L’amministrazione deve subito convocare le OO.SS. per spiegare e illustrare criteri e parametri utilizzati per individuare queste nuove figure e deve interrompere subito questo assurdo e iniquo metodo di scelta (mosso da criteri piuttosto “personali”) che sta determinando un ulteriore disagio a tutto il personale interessato.

I Costituzionalisti italiani impugnano il Regolamento per l’abilitazione scientifica nazionale dei professori universitari

Presidente Associazione Italiana CostituzionalistiValerio Onida (Presidente dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti). Il direttivo dell’associazione italiana dei costituzionalisti, esaminato il testo del D.M. 7 giugno 2012 – che approva il regolamento sui criteri e parametri per la valutazione dei candidati e sulle modalità di accertamento della qualificazione dei commissari ai fini dell’attribuzione dell’abilitazione scientifica nazionale per l’accesso alla prima e alla seconda fascia dei professori universitari – ha rilevato, a prescindere da ogni altra considerazione di merito, un palese vizio di illegittimità e di irragionevolezza che inficia il disposto dell’allegato B (Indicatori di attività scientifica non bibliometrici), applicabile ai settori dell’area 12. In esso infatti si introduce fra gli indicatori di attività scientifica non bibliometrici, che condizionano la valutazione positiva dell’importanza e dell’impatto della produzione scientifica complessiva (n. 4, lettera b; n. 7, lettera b), il numero di articoli pubblicati nei dieci anni consecutivi precedenti il bando su “riviste appartenenti alla classe A” (n. 3, lettera b; n. 6, lettera b), secondo la suddivisione effettuata dall’ANVUR anche avvalendosi dei gruppi di esperti della valutazione della qualità della ricerca e delle società scientifiche nazionali (n. 2, lettera a). In tal modo si fa dipendere la valutazione della qualità della produzione scientifica da un elemento estrinseco (“classe” di appartenenza delle riviste su cui sono comparsi gli articoli) definito ora per allora e con effetto retroattivo, riferendosi la produzione scientifica da valutare ai dieci anni precedenti la indizione della sessione di abilitazione, ma essendo previsto che solo ora sia effettuata la suddivisione delle riviste. Tale disciplina appare lesiva dei principî di eguaglianza e ragionevolezza, nonché del principio di affidamento legittimamente sorto nei soggetti “quale principio connaturato allo stato di diritto” (cfr., ex multis, Corte cost., sentt. n. 206 del 2009; n. 156 del 2007). Il direttivo ha pertanto deliberato di impugnare il D.M. in questione nella parte in cui, attraverso le previsioni dell’allegato B, introduce il predetto indicatore con efficacia retroattiva, auspicando che la medesima iniziativa giudiziaria possa essere adottata d’intesa anche con altre società scientifiche dell’area 12.

Veline da Minculpop all’Università di Siena

Censura e veline all'Università di SienaNon sorprende che il quindicinale “Zoom” denunci l’autoreferenzialità dei vertici dell’Ateneo senese! Grave è il silenzio dei docenti per le veline da Minculpop del rettore e direttore amministrativo!

Servono messaggi chiari dall’Università

Zoom (22 giugno 2012). Nel cataclisma cittadino in cui tutte le istituzioni sono sconvolte da una crisi che sembra essere irreversibile, ci si mette anche l’Università a complicare la vita di chi vuol capirci qualcosa, dando all’esterno un’immagine assolutamente autoreferenziale e incomprensibile ai più.

Vi è come una mania dei vertici dell’Ateneo di inviare alla stampa, cartacea ed online, delle sintesi delle riunioni dei due principali organi di governo, Senato e CdA, prive di qualsiasi concreta indicazione sulle reali manovre (se ci sono) decise dall’Ateneo per uscire dalla crisi, così che i normali cittadini, anche quelli eventualmente interessati, non sono in grado di districarsi dalla aggrovigliata sintassi di questi comunicati. Da qualche settimana, ad esempio, tiene banco la riconversione – ex legge Gelmini – dell’Ateneo da una struttura con didattica e ricerca separati, ad una con didattica e ricerca integrati in un unico contenitore: il Dipartimento.

Fioccano i comunicati del Rettore dai quali chi non sia strettamente riguardato dalla vicenda non riesce a capire assolutamente niente. Grandinano termini come “eccellenza”, “qualità”, “rilancio”, “risanamento” e il cittadino riflette sull’incongruità di tutto questo con quello che vede, ovviamente dall’esterno, volgendo lo sguardo verso Banchi di Sotto. Poi, magari, parla anche con qualche amico o conoscente, dipendente dell’Ateneo, il quale scuote la testa sconsolato, adducendo il senso di demoralizzazione, di sfiducia, di svogliatezza visto che gli stipendi sono stati ridotti, che i fornitori spesso attendono mesi per riscuotere, che la Magistratura procede con lentezza esasperante all’individuazione precisa delle responsabilità che, pure, sono sotto gli occhi di tutti e così via. Una distonia che non ha giustificazione e che, soprattutto, non lascia comprendere in che modo queste manovre dovrebbero condurre ad un risanamento e ad un rilancio. È già da tempo che da queste colonne lanciamo grida di allarme su questi aspetti restando, evidentemente, inascoltati. Continuiamo a sperare che le cose possano cambiare rapidamente.