Continua l’inerzia del rettore mentre la geografia dell’ateneo è ridisegnata dalla moria per inedia dei corsi di studio

AltansmarritoRabbi Jaqov Jizchaq. Scrive il Rettore che «Con riferimento alle attività didattiche l’Ateneo vuole garantire la sostenibilità nel tempo dell’offerta formativa, ottimizzando l’impiego dei docenti e focalizzandosi sui corsi di studio maggiormente attrattivi, promuovendo l’offerta formativa in lingua inglese, anche in collaborazione con Atenei stranieri…». Flatus vocis, se non ci si spiega come si garantisce la “sostenibilità nel tempo”, o come (così titola un giornale) si intenda in tre anni “far crescere l’ateneo”, dal momento che Siena è in piena decrescita, si accinge a perdere 500 docenti entro il 2020 a turn over sostanzialmente fermo e ha già perso metà dell’offerta formativa.

Le criticità nei conti, la conflittualità capillarmente esplosa con tutte le categorie di dipendenti che avanzano dei soldi, non consentono di dormire sonni tranquilli, anche se i conti pare vadano complessivamente meglio e dalle ultime comunicazioni del Rettore sembra si registrino timidi segnali di apertura – reale? – verso talune di queste legittime rivendicazioni; ma va aggiunto che con la botta che ha preso l’ateneo, per rimetterlo in piedi occorrerebbe un vero e proprio piano Marshall, non solo timidi segnali di miglioramento. Il gatto che si morde la coda è il seguente: molti corsi sono diventati meno attrattivi semplicemente perché è scomparso gran parte del corpo docente, dunque degli insegnamenti. Alcuni corsi sono stati addirittura chiusi o sono in procinto di esserlo a causa del venir meno dei “requisiti minimi di docenza” (ne sono seguiti cinobalanici accorpamenti senza capo, né coda). In quanto sono divenuti meno attrattivi, non saranno certo i primi ad essere soccorsi, quando (e se) arriverà qualche razione di rifornimenti ecc. ecc. … urge un progetto lungimirante e non si può attendere che la geografia dell’ateneo venga ridisegnata dalla moria per inedia o dalla lotta di tutti contro tutti.

Tra i luoghi comuni un po’ scemotti c’è quello che i pensionamenti costituiscano una sorta di selezione naturale, sicché alla fine resteranno in piedi poche cose ed eccellenti. Ma i pensionamenti colpiscono a casaccio ed è difficile prevedere da qui a quattro o cinque anni quanti posti sarà possibile rimpiazzare: l’unica cosa certa è che saranno pochi, mentre del tutto aleatorio è invece quali; così come non si è neppure affrontato l’argomento del destino delle decine di persone che lavorano in aree destinate alla dismissione e che non hanno la fortuna di andare in pensione. Di questo nessuno parla: sia perché chi va in pensione a breve (e sono per lo più gli ordinari anziani, ossia quelli che effettivamente decidono) tende mediamente a fregarsene, sia perché alcuni oggettivamente non sono interessati alla problematica e verosimilmente non lo saranno finché non li toccherà personalmente (fate pure, but not in my backyard), sia perché in condizione di scarsità di risorse vale il motto “mors tua vita mea”, sia perché, last but not least, nulla titilla il narcisismo di certuni (una soddisfazione di genere tafazziano) quanto vedere gli altri versare in gravi difficoltà.

Non è che a causa dei suddetti fenomeni sia entrata in crisi necessariamente la fuffa: molti corsi entrati in crisi facevano parte per l’appunto delle millantate “eccellenze” e molti che ne hanno subìto le conseguenze non erano esattamente i peggio del paniere; dunque a oggi, di fatto, “l’eccellenza” a Siena ha finito per coincidere in molti casi con la mera, casuale, sopravvivenza (e non so se si può accampare la difesa che il caso ha un ruolo di grande rilievo anche nell’evoluzionismo).

Sul risanamento dei conti nell’Università di Siena

LinkSienaFavole

L’Università di Siena è l’unica a non aver ancora calcolato e aggiornato gli stipendi dei docenti, come prevede il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri (30 aprile 2010). Evidenti le conseguenze anche sui trattamenti pensionistici degli interessati. Gli arretrati stipendiali ammontano a circa € 9,69 milioni d’euro (comprensivi anche degli oneri a carico dell’ente) così ripartiti, negli anni: € 2,36 ml per il 2010, € 2,23 ml per il 2011, € 2,10 ml per il 2012, € 3 ml per il 2013. Chi, entro oggi, non avrà presentato richiesta di tutte le somme dovute, comprensive degli interessi legali, rischia di vedere prescritto il credito dell’anno 2010. Non si sa cosa deciderà l’Amministrazione universitaria. Di sicuro, liquidare arretrati, sia pure circoscritti al 2010, pari a 2,36 milioni d’euro, renderebbe manifesta l’infondatezza delle ottimistiche dichiarazioni del Magnifico, che continua ad annunciare l’uscita dalla crisi. Infatti, si deve ricordare che al 14 marzo 2014 il Miur ha già erogato € 75 milioni (dei 104 previsti per l’anno corrente); in cassa sono rimasti € 55,98 milioni che, aggiunti ai 29 che arriveranno dal FFO, faranno € 84,98 milioni. Cifra ampiamente insufficiente a coprire le sole retribuzioni dei dipendenti da marzo a dicembre 2014: occorrono, infatti, altri 43 milioni d’euro per raggiungere i 128 milioni necessari per gli stipendi. Certamente, questi dati potranno servire a quei consiglieri comunali che, ironizzando sui «comunicati trionfalistici basati su classifiche farlocche e postdatate», si chiedono: «se è vero che l’Università è in fase “di risanamento”, perché i revisori hanno bocciato il bilancio?»

Articolo pubblicato anche da: Il Cittadino Online (31 marzo 2014) con il titolo: «Università e arretrati stipendiali: i conti che non tornano».

Una diabrotica nell’ateneo senese che convive con la malauniversità

Diabrotica virgifera virgifera

Diabrotica virgifera virgifera

Un insetto ha imparato a mangiare i campi di mais Ogm

Maria Ferdinanda Piva. Nei campi degli Stati Uniti una bestiolina sta facendo secco (letteralmente) il mais Ogm studiato apposta per resisterle. Ricordate la diabrotica (foto), l’insetto che ha imparato a fare marameo ai campi di mais geneticamente modificato della Monsanto? Ebbene, ora la diabrotica è andata oltre. È in grado di mangiare (e danneggiare) anche a varietà di mais Ogm commercializzati da altri colossi dell’agrochimica quali Syngenta e DuPont. Lo certifica un articolo pubblicato pochi giorni fa dal Pnas: il bollettino dell’Accademia delle Scienze statunitense, mica il ciclostilato dei centri sociali.

Un passo indietro per capire. I mais Ogm che devono alzare bandiera bianca di fronte all’assalto della diabrotica hanno una cosa in comune. Il loro patrimonio genetico è stato manipolato in laboratorio inserendovi un frammento di patrimonio genetico del Bacillus thuringiensis, un batterio in grado di produrre sostanze insetticide. Sono cioè mais Ogm Bt. Esistono vari tipi di mais Ogm Bt, ciascuno dei quali è in grado di produrre una diversa sostanza insetticida.

La diabrotica (Diabrotica virgifera virgifera) è un insetto presente anche in Italia che depone le uova nel terreno: le larve mangiano le radici del mais. Gli adulti, nella seconda metà dell’estate, ne mangiano le foglie. Già da alcuni anni è nota l’esistenza di ceppi di diabrotica in grado di banchettare su piante di mais Ogm che esprimono tossina insetticida Cry3Bb1, come ad esempio la varietà Mon 863 della Monsanto.

La novità riportata dal Pnas è la scoperta di ceppi di diabrotica resistenti anche ad una diversa tossina insetticida, che viene chiamata mCry3A e che è propria di altri tipi di mais Ogm Bt: qui l’elenco completo; seguendo il link si nota che soltanto pochi sono stati approvati per la coltivazione e appartengono appunto a Syngenta e DuPont. Non a Monsanto.

Sempre sul Pnas si legge che la resistenza alle due tossine insetticide è presente contemporaneamente negli stessi ceppi di diabrotica. Ossia, sono stati trovati insetti in grado di mangiare sia mais Ogm che produce la tossina Cry3Bb1 sia mais Ogm che produce la tossina mCry3A.

Fin qui le notizie. Le considerazioni? Principalmente una: l’agricoltura che punta sugli Ogm è un’agricoltura diretroguardia. Negli Usa è il modello dominante da una ventina di anni; questo breve lasso di tempo ha consentito alla diabrotica di vincere. Del resto, la diabrotica non aveva scelta: o adattarsi e resistere alle tossine insetticide prodotte dalle piante, o perire.

Si è adattata. Per la cronaca, tradizionalmente la diabrotica viene combattuta con la rotazione delle colture: le uova vengono deposte nel terreno, le larve mangiano le radici del mais e se invece trovano quelle di un’altra pianta muoiono semplicemente di fame. È una tecnica in uso da secoli e funziona tuttora.

Università di Siena: guardiamo a Oxford e Cambridge, per ora col binocolo, e trasformiamo un dantista in un dentista

Evoluzione al 2020

Rabbi Jaqov Jizchaq. Va bene, finalmente, ricominciare a parlare dell’ateneo; guardiamo a Oxford, a Cambridge ecc. ecc., per ora col binocolo, e ricordiamoci in che condizioni siamo: se Pisa si situa al centesimo posto della classifica di Shanghai, Siena è sparita dalle prime cinquecento posizioni. In quattro anni l’università italiana in genere (statale e no) ha perso un miliardo di euro su 7,5 disponibili; ha perso altresì 78.000 studenti in dieci anni, pari a due atenei come Pisa, ma in soli quattro anni ha perso anche 12.000 docenti, pari a sei atenei di quella dimensione, rimpiazzati solo da 2.000 giovani. Secondo le opinioni dell’uomo della strada, non ancora investito dal filobus, comunque “eh so’ troppiiiii!”, senza mai specificare chi e cosa è di troppo (Sedi? Docenti? Ordinari? Associati? Ricercatori? Personale TA? In quali settori disciplinari?).

Spendiamo circumcirca l’1% del PIL, sommando le risorse pubbliche e quelle private, e non il 3% stabilito dall’U.E. nei trattati di Lisbona (2003); tra il 2007 e il 2013 hanno chiuso 1000 corsi di studio circa, il fondo di finanziamento ordinario cala costantemente e il numero di addetti ai lavori ogni 1000 abitanti, in Italia è meno della metà rispetto alla media OCSE: that’s Italy! L’aver dislocato un po’ ovunque sedi universitarie somministrando “ar popolino” corsi di laurea del cacchio, non ha contribuito, se non minimamente, alla mobilità sociale: all’ “ascensore sociale”, come si suol dire, che, anche per via del processo di rapida deindustrializzazione del nostro paese, va solo in discesa.
Taluni scrivevano che “il personale” andava comunque ridotto del 20%; buffo ragionamento, come se “il personale” fosse personale generico ed intercambiabile, manovalanza: le maestranze, insomma, quasi non vi fossero leggi e decreti che regolano nei minimi dettagli i requisiti per l’accreditamento dei corsi. In ogni caso qui a Siena ci siamo andati giù pesanti e tra il 2008 e il 2020 va scomparendo una quantità attorno al 50%, e non genericamente tra “il personale”, ma quasi esclusivamente tra il personale docente di ruolo, per pensionamento – dunque a casaccio -, a turn over sin qui fermo, e con esso è sparita all’incirca metà dell’offerta formativa, grazie ai famigerati “requisiti di docenza” mussiano-gelminiani.

Gli squilibri, poi, lascito del passato magna-magna: a fronte di certi settori che posseggono docenti a bizzeffe, ve ne sono altri che ne posseggono uno o due, o non più alcuno e non è difficile concludere che la scomparsa di 500 professori “vecchi” tra il 2008 e il 2020 ha avuto ed avrà l’effetto prioritario di chiudere molti insegnamenti ed ulteriori corsi di laurea. Paradossalmente, chiudendo altri corsi di laurea per mancato raggiungimento dei requisiti di docenza, resteranno i monconi amputati, decine di docenti qui non più utilizzabili: ma come già suggerito, possiamo sempre trasformare un dantista in un dentista.

Dopo anni di silenzio sull’università di Siena, torniamo a parlarne

Eugenio-NeriEugenio Neri (Capogruppo comunale di “Siena Rinasce”). Da mesi ormai – anche per nostra colpa- è calato il silenzio sull’università di Siena, silenzio rotto soltanto da qualche trionfalistico comunicato basato su classifiche farlocche e postdatate. La realtà è che il nostro ateneo versa in condizioni difficilissime, in alcuni settori addirittura drammatiche, ma non se ne parla più. Un ateneo costruito in passato più per soddisfare carriere politiche che per onorare la propria missione, rispecchia senza sorprese la situazione di profonda prostrazione della città; purtroppo (per qualcuno) la crisi della Fondazione, nel caso dell’Università, non spiega l’attuale decadenza e le responsabilità, tutte politiche, del disastro. Ma questo è passato e l’analisi la affidiamo ad altri più preparati, io parlo del presente che è “bigio” davvero. Ma il dato fondamentale e più preoccupante riguarda la prospettiva che, in ultima analisi danneggia il bene più prezioso della città, ovvero la fiducia nell’avvenire delle nuove generazioni. Il calo delle iscrizioni è sintomo grave per tutti gli atenei, ma per Siena, che dovrebbe aspirare ad essere la Cambridge italiana, la città-università per eccellenza, equivale ad un profondo “deficit metabolico”. Persa, anzi dissolta ogni pretesa di autonomia, perché ceduta ad un sistema regionale che ci permette di sopravvivere ma che di fatto ci assoggetta a realtà più influenti, Siena, che dovrebbe puntare decisamente sull’internazionalizzazione più spinta, vivacchia ancora una volta nelle pieghe della politica, che nella stasi delle idee prolifera bellamente. Chi pensava che la crisi portasse anche opportunità deve cercare altrove. I dati sono disperati per Medicina, dove non ci sono professori di ruolo per coprire sia i corsi che le scuole di specializzazione, che per necessità (e dolo?) emigrano verso Pisa e Firenze. Cardiologia perde posti, Anestesiologia e Rianimazione, senza una prospettiva a breve rischia di cambiare sede, Cardiochirurgia non ha Direttore per il 5° e 6° anno. I risvolti diventano preoccupanti anche per l’assistenza, ma sono esiziali per la prospettiva stessa di una scuola di Medicina a Siena: bisogna fare qualcosa! Ma anche le Scienze biologiche soffrono dell’incertezza del polo delle Scienze della vita. Gli studenti e le famiglie scelgono anche sulla base delle prospettive di occupazione e accesso a “possibilità” e Siena stagna anche su un altro fronte, quello delle Scienze bancarie, dove (similmente alla crisi dei diplomi di ragioniere) la crisi occupazionale di BMPS rende Siena poco attraente a chi, con grande maturità e realismo, prova a disegnare un futuro anche professionale, non volendosi accontentare solo della nobilissima tradizione goliardica della città.

Cosa chiediamo, cosa si può fare? Solo alcuni spunti: intanto chiarezza sul passato e sostanziale discontinuità dalla politica, cosa che di fatto non è avvenuta. Poi Siena deve smarcarsi dalla prospettiva toscana e cercare dei partners scientifici internazionali con cui condividere, più che sporadici scambi, programmi concreti di “fusione” sia con atenei europei di pari tradizione che con emergenti “studi” extraeuropei. E poi puntare risolutamente su tematiche ambientali, creando strutture che diano corpo alle nostre velleità. Immagino, in armonia con la vocazione del nostro territorio, un polo di medicina del benessere che coniughi scienza, cultura, risorse paesaggistiche e termali, qualità dell’alimentazione. E sulla medesima corda, facendo ricchezza del nostro patrimonio “dell’invecchiamento”, insegnare ed imparare nuove forme di geriatria e gerontologia. Il cibo e le biotecnologie legate all’alimentazione e all’agroalimentare (settore fortemente trainante) suggeriscono la necessità di una scommessa in questo campo, magari riconvertendo l’asfittica e fallimentare Siena Biotech in una sede di corso di laurea in biotecnologie agroalimentari. Infine, ma non ultime, le facoltà umanistiche, che devono con forza e autorevolezza reclamare il loro ruolo centrale nelle scelte culturali della città, sia nel futuro del Santa Maria e che nelle scelte di CEC 2019.

Infine la Banca Monte dei Paschi, che può avere un grande ruolo nel rilancio dell’ateneo, ma non certo come finanziatore: è una sua grande opportunità, per una nuova alleanza con la città e una opportunità irripetibile per la città di riscattarsi dal “grande elemosiniere”, grazie all’ingegno e al talento. La banca può mettere a disposizione la sua rete, aprendo opportunità ad hoc su Siena, per aziende e clienti e parallelamente rappresentare un “portale” per le opportunità di crescita individuale, permettendo, in maniera del tutto selettiva e per merito, a persone di qualità, di entrare in contatto con “mondi” esterni e competitivi e con questi confrontarsi. Selezione, qualità e promozione: moderno alunnato, direbbe Paolo Neri. È una sfida che possiamo affrontare tenendo presente che è una sfida per una nuova generazione di senesi, cui non possiamo rinunciare, pena il declino irreversibile della città. Parliamo di Università.

Finalmente! Si ricomincia a parlare delle condizioni in cui versa l’Università di Siena

Mizaru, Kikazaru, Iwazaru

Mizaru, Kikazaru, Iwazaru

Finalmente! Qualcuno si ricorda dell’Università di Siena! È il consigliere comunale Marco Falorni, capogruppo di Impegno per Siena, che ha presentato un’interrogazione al sindaco sulla favola del “risanamento” dell’Università degli studi.

Se è vero che l’Università è in fase di “risanamento”, perché i revisori hanno bocciato il bilancio?

Premesso:

– Che il Comune di Siena, per evidenti motivi, è legittimamente interessato al buon andamento dell’Università degli Studi di Siena;

– Che a conferma di ciò, nel Consiglio di Amministrazione dell’Ateneo siede anche un membro esterno in rappresentanza degli Enti Locali Territoriali, Comune e Provincia di Siena (cfr. Statuto dell’Università di Siena, art. 31, par. 1, lett. E);

– Che il Magnifico Rettore dell’Università ha dichiarato alla stampa (cfr. Corriere di Siena del 27 febbraio 2014), a proposito della crisi finanziaria dell’Ateneo: “Sicuramente abbiamo superato la fase più acuta, quindi stiamo uscendo dalla crisi”;

Preso nota:

– Che l’Università di Siena, rispetto al’anno accademico precedente, avrebbe perso (cfr. Corriere Fiorentino del 19 febbraio 2014) il 14 per cento delle iscrizioni, pari a 2.317 studenti);

– Che dal bilancio di previsione 2014 dell’Università, approvato, come si legge sul sito internet dell’Ateneo, dal Consiglio di Amministrazione in data 20 dicembre 2013, con 7 voti favorevoli su 11, emerge una perdita prevista di circa 19 milioni di euro;

– Che il Collegio dei Revisori dei Conti dell’Università, in data 16 dicembre 2013, aveva espresso parere contrario all’approvazione, da parte del Cda, dello stesso bilancio di previsione 2014;

Si chiede al Sig. Sindaco

Se i dati sopra indicati corrispondono a verità, e in questo caso:

– Come valuta la situazione finanziaria dell’Università degli Studi di Siena e se pensa, o meno, che il percorso di risanamento più volte annunciato sia in vista della sua positiva conclusione;

– Se pensa, o meno, che sarebbe utile invitare il Magnifico Rettore, unitamente al membro esterno del Cda rappresentante del Territorio ad un incontro, sulla situazione dell’Ateneo, con il Consiglio Comunale, o almeno con la Conferenza dei Capigruppo.

«Lascia perdere, all’università di Siena si è sempre fatto così!»

Le sorelle Bandiera

Le sorelle Bandiera

Ecco quel che scrivevo l’8 febbraio 2006 sull’università di Siena: «L’atteggiamento passivo e rinunciatario degli organi di governo e dei docenti, l’assenza di regole certe e la sistematica violazione di quelle esistenti, la mancanza totale di collegialità e trasparenza, l’inesistenza di regolamenti necessari e obbligatori, i conflitti d’interesse e di competenze, e l’approvazione di provvedimenti ad personam hanno prodotto una gestione autocratica e inefficace, un regime d’ingovernabilità non più tollerabile.» Ebbene, oggi, a distanza di otto anni, tutto ciò vale ancora! E non poteva essere diversamente: l’attuale rettore è uno degli uomini più fedeli di chi governava l’ateneo in quegli anni.

Ritorniamo sulla vicenda della delibera approvata anche dai docenti assenti e giustificati e consideriamo la dichiarazione del direttore del dipartimento: «è emersa con assoluta chiarezza la regolarità della votazione». Dal verbale, però, risulta che senza i voti degli assenti non c’era il quorum strutturale. E che dire degli attestati di solidarietà? Singolari e pochini (solo cinque su quarantanove votanti) e uno di essi, a quella riunione, non era presente! Non sarebbe più semplice, per i colleghi assenti e giustificati, dichiarare, per iscritto, la loro presenza in quel Consiglio di Dipartimento? In fondo, come mi ripetono in tanti, «all’università di Siena si è sempre fatto così!»

Articolo pubblicato anche daIl Cittadino Online (11 marzo 2014) con il titolo: «In otto anni l’università di Siena non è cambiata. Purtroppo

A proposito della “rassicurante” risposta del direttore del Dipartimento

Abaco

Il Prof. Barba, direttore del Dipartimento di Studi Aziendali e Giuridici, ha inviato la seguente mail:

Gentili Colleghi, circa le notizie sulla costituzione della struttura di secondo livello (SEM) che sono circolate tra ieri ed oggi (a partire dal blog intitolato “Il senso della misura”), desidero informarvi che ho effettuato un ulteriore, puntuale controllo del verbale. All’esito di tale scrupoloso controllo, reso possibile dalla preziosa collaborazione della Segreteria amministrativa, è emersa con assoluta chiarezza la regolarità della discussione e della votazione. Del controllo e del suo esito ho ritenuto di dover informare anche il Rettore e il Direttore amministrativo. Invito chiunque, anche il Prof. Grasso che mi legge in copia, a prendere visione del verbale. Spero che questo messaggio fornisca una rassicurante risposta, e che restituisca tranquillità e lucidità, in modo che nessuno debba sottrarre altro tempo prezioso ai propri doveri didattici e di ricerca. Un caro saluto a tutti, Angelo Barba.

Ho scritto l’articolo in questione proprio dopo aver visionato il verbale, consultabile da chiunque, perché parte integrante (Allegato 2) del decreto rettorale. Alla seduta del Consiglio di Dipartimento del 10 luglio 2013 (iniziata alle 10.45 e terminata alle 13.15) erano presenti 22 consiglieri (27 gli assenti, 20 dei quali giustificati). Mancavano sei voti per l’approvazione della delibera, mentre dal verbale risulta che votarono a favore anche sei docenti assenti e giustificati, uno dei quali in aspettativa.

A proposito della “School of Economics and Management” dell’Università di Siena

pettinella.jpgUn primato unico dell’ateneo senese è stato il taroccamento dei bilanci, con il quale si sono inseriti nelle poste, per almeno cinque anni consecutivi, residui attivi inesistenti, inventati di sana pianta per chiudere in pareggio o in attivo i consuntivi. Pratiche come queste, oggi, possono considerarsi acqua passata, ormai bandite da un’amministrazione competente ed efficace? Vediamo! Si prenda, ad esempio, uno degli ultimi decreti rettorali (20 gennaio 2014) pubblicato online, quello sull’istituzione della Struttura di raccordo denominata “School of Economics and Management” fra il Dipartimento di Economia Politica e Statistica e il Dipartimento di Studi Aziendali e Giuridici. A norma di Regolamento delle strutture scientifiche e didattiche, «il progetto e la proposta di costituzione della Struttura di raccordo devono essere approvati dai Consigli di dipartimento a maggioranza assoluta dei componenti». Orbene, alle 10,45 del 10 luglio 2013 ci fu una riunione un po’ anomala del Consiglio di Dipartimento di Studi Aziendali e Giuridici: 22 i presenti e 27 gli assenti (20 dei quali giustificati). Attenzione! Non si parla di un Dipartimento “qualsiasi” ma del Dipartimento del rettore. Quel numero legale consentiva di affrontare solo quei punti dell’ordine del giorno per i quali occorreva la maggioranza semplice. Invece, per aprire la discussione sulla costituzione della “School of Economics” occorrevano 25 consiglieri e il voto unanime per approvare la delibera. Eppure, a leggere il Decreto del rettore, si scopre che in quella riunione la delibera sulla struttura di raccordo fu approvata con l’astensione dei tre studenti presenti. E la maggioranza assoluta richiesta? Dagli allegati si evince che votarono a favore anche sei docenti assenti e giustificati, uno dei quali in aspettativa. Com’è possibile, se il verbale non segnala l’ingresso nella riunione di nessuno degli assenti? Errore materiale, superficialità, approssimazione o cosa?

Articolo pubblicato anche daIl Cittadino Online (26 febbraio 2014) con il titolo: «A proposito della “School of Economics and Management” dell’università».

Università di Siena: e se fossimo in tanti a seguire il precetto salveminiano «fa’ quel che devi, accada quel che può»?

LuigiDeMossiChe fare, quando sono proprio le istituzioni a delinquere e quando il ricorso alla Giustizia è, di fatto, impraticabile? È quel che mi sono chiesto, assistendo all’incontro pubblico sui problemi della giustizia a Siena, organizzato dall’Ordine degli Avvocati e di cui riferisce l’avvocato Luigi De Mossi con l’articolo seguente. I dati sono impietosi e la situazione è, a dir poco, drammatica: al Tribunale di Siena sono state accorpate le sedi di Montepulciano e di Poggibonsi; a fronte di 19 magistrati previsti, ce ne sono solo 11, tre dei quali con il trasferimento in tasca; i processi sul Monte dei Paschi oscurano e penalizzano tutti gli altri procedimenti; il palazzo di Giustizia presenta carenze logistiche e manutentive. Nella circostanza, il pensiero corre alla malagestione nell’università di Siena e al possibile esito, se mai ce ne sarà uno, del processo per peculato, truffa, falso ideologico e abuso d’ufficio. Lo sconforto che ci assale deve, però, cedere il passo al precetto salveminiano: «Fa’ quel che devi, accada quel che può». A costo di osservarlo in solitudine!

Luigi De Mossi

Le istituzioni sono come le fortezze, raggiungono lo scopo solo se è buona la guarnigione, cioè l’elemento umano. (Karl Popper)

Lunedì 3 febbraio si è svolto un incontro pubblico sulla situazione della giustizia a Siena; più prosaicamente sulla situazione strutturale e del carico di lavoro del nostro distretto ed il primo dato è che l’argomento interessa molto poco a tutti: per la stampa presenti solo i bloggers, Cecilia Marzotti, Augusto Mattioli e, in altra veste, Marco Falorni. In tema di politica giudiziaria, fermo restando che è un libro dei sogni impraticabile nella crisi attuale, la mia opinione è che sarebbe molto meglio avere delle cittadelle della giustizia accorpate sul modello del Tribunale di Firenze. In una Regione come la nostra riterrei sufficienti tre cittadelle una, ovviamente, a Firenze l’altra nella zona nord-ovest (Pisa-Livorno, Tirreno), l’ultima nel sud e non necessariamente a Siena. La cittadella della giustizia offrirebbe un maggior numero di magistrati permettendo una minore personalizzazione inoltre la distanza fisica della struttura da centri di potere sarebbe una ulteriore garanzia della terzietà dell’amministrazione della giustizia.

Tornando a Siena la situazione è peculiare: da un lato la chiusura e l’accorpamento del Tribunale di Montepulciano e della sezione distaccata di Poggibonsi dall’altro i processi penali molto specialistici ed impegnativi che stanno tutti andando a giudizio e necessitano di giudici, personale amministrativo, supporti informatici etc.. La concomitanza di questi due fattori oltre alla praticamente assente manutenzione dell’edificio ha provocato lo stato attuale.

Venendo a noi bisogna dire che il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati ha operato in una difficoltà notevole e ha operato ragionevolmente bene, compatibilmente con la situazione. Resta da vedere se gli altri interlocutori, il Comune di Siena in primis, e il presidente meglio i presidenti del Tribunale siano stati altrettanto efficaci. Riguardo ai presidenti, il predecessore dell’attuale se n’è andato nel momento di massima difficoltà del Tribunale: certo aveva il trasferimento in tasca ma, forse, un minimo di valutazione della situazione da parte del CSM e dello stesso magistrato sarebbe stata opportuna. Devo dire che il mio giudizio sconta il rapporto difficile che ho sempre avuto con quel giudice con il quale ho avuto scambi dialettici sulla organizzazione e gestione del Tribunale di Siena, che ci ha portati a toglierci reciprocamente il saluto. Del nuovo presidente posso dire che lo conosco poco ma l’approccio che ha avuto è ben diverso: ha gestito in tempi ragionevoli il trasferimento dei documenti e faldoni da Montepulciano a Siena e sta cercando di far andare avanti la macchina che è fin troppo ingolfata.

Per quanto riguarda il Comune di Siena va detto che a differenza di altri enti territoriali e con l’unica eccezione del sindaco di Poggibonsi ha partecipato all’assemblea ed è già qualcosa. Il Comune ha trascurato la manutenzione ordinaria come sarebbe stato il suo compito; tuttavia il nuovo edificio prescelto dovrebbe essere capiente anche se si trova all’interno della ztl ed il carico di utenza (della sostenibilità, per il colto e l’inclita) sia a piedi che in macchina (compresi i parcheggi) è tutto da valutare. Però va detto che la soluzione prospettata è concreta ed è stata fatta anche in ragione del bilancio comunale e di quello della Chigiana; una ragion di stato del tutto legittima sia chiaro. I bilanci si fanno con i numeri e non con le chiacchiere e se talvolta qualche decisione viene presa bisogna pur darne atto. Ovviamente ci si attende l’operatività dell’edificio, perlomeno di gran parte dello stesso, in tempi non biblici.

Le mie proposte già anticipate in assemblea si riassumono sostanzialmente in due:

A) conferenza di servizi tra tutti i Comuni che insistono nel distretto giudiziario di Siena perché partecipino alle spese di giustizia come il nostro Comune dal momento che anche loro beneficiano del servizio. Se la legge in materia non lasciasse spazi bisognerà intervenire anche su quella, d’altronde sia Poggibonsi che Montepulciano avranno dei consistenti risparmi di bilanci dal trasferimento delle sedi giudiziarie e l’onere complessivo non può ricadere tutto su Siena. Eventualmente si potrebbe parametrare i contributi dei Comuni in base alle statiche di accesso al Tribunale dei loro cittadini.

B) Valutare la mobilità di personale degli enti pubblici in esubero (Università, lo stesso Comune) verso il Tribunale. So bene che le spese fanno parte di partite diverse e che le risorse vanno individuate nel bilancio del ministero di giustizia, ma quando si chiede una radicale riforma dei distretti bisogna pure che qualche soldo l’Amministrazione centrale si decida ad investirlo. Inoltre stiamo parlando di qualche unità e non certo di centinaia di persone.