Mentre il Monte dei Paschi chiede il risarcimento dei danni, il rettore dell’università di Siena premia i responsabili del dissesto dell’ateneo

UnisiMPS

Banca Monte dei Paschi di Siena. La Banca comunica che, in forza di delibera del Consiglio di Amministrazione, ha promosso in data odierna avanti il Tribunale Civile di Firenze le seguenti azioni giudiziarie e precisamente:

(i) nei confronti dell’ex Presidente Avv. Giuseppe Mussari e dell’ex Direttore Generale Antonio Vigni un’azione di responsabilità sociale, e nei confronti di Nomura International Plc un’azione di responsabilità extracontrattuale per concorso della stessa con i predetti esponenti della Banca, in relazione all’operazione di ristrutturazione finanziaria concernente le notes Alexandria posta in essere nel luglio-ottobre 2009; con tale azione viene chiesta la condanna in solido delle parti convenute al risarcimento dei danni subiti e subendi dalla Banca per effetto della contestata operazione;

(ii) nei confronti dell’ex Direttore Generale Antonio Vigni un’azione di responsabilità sociale, e nei confronti di Deutsche Bank AG un’azione di responsabilità extracontrattuale per concorso della stessa con il predetto esponente della Banca, in relazione alle operazioni di Total Return Swap poste in essere nel dicembre 2008 con riferimento alla società veicolo Santorini Investment Ltd; con tale azione viene chiesta la condanna in solido delle parti convenute al risarcimento dei danni subiti e subendi dalla Banca per effetto delle contestate operazioni.

In relazione a quanto precede il Consiglio di Amministrazione ha deliberato di porre all’ordine del giorno dell’assemblea dei soci, che verrà convocata per l’approvazione del bilancio chiuso al 31 dicembre 2012, anche le deliberazioni in merito alle predette azioni di responsabilità nei confronti degli ex esponenti aziendali sopra indicati.

A Siena, che sta per diventare provincia di Grosseto, i problemi sono: i cavalli e i fantini

UnisiMpsgroviera

Emblematico il commento di Pippo a “il Cittadino online” sulla situazione senese.

ILLUSIONE

Pippo. I senesi si svegliano? Poveri illusi! Tra poco ricomincia il Palio, c’è da pensare ai cavalli, ai fantini, boni eh, costi quel che costi. Questi sono i problemi mica altro. Un tamburo, una bandiera, un fantino e un ronzino e siamo a posto, occhio alla rivale se no ci si purga. Che tristezza! Siena diverrà provincia di Grosseto, e meno male che la Val d’Elsa è lontana, se no in un futuro rischiava di diventare frazione di Poggibonsi. A Siena un tempo, oltre al Monte, c’erano la Sclavo, la Sapori, l’Università e tante piccole realtà. Ora che rimarrà? L’università ormai è in crisi da anni e chissà come andrà a finire, il Monte va via, il resto è sparito: si diventa una città depressa con una rete di comunicazione da terzo mondo. Almeno quelli che hanno fatto danno stessero zitti, invece continuano a parlare; facce di bronzo. Ma se a qualcuno, un giorno, girassero un po’ di più e si volesse sfogare per bene facendo una bella pulizia di questi tristi figuri?

Per il rettore dell’università di Siena il dissesto si risolve con il kamasutra dell’insolvenza incrociata

GiorgioMelettiSiena perde l’ateneo: i revisori chiedono il commissariamento (il Fatto Quotidiano, 30 gennaio 2013)

Giorgio Meletti. Due righe fulminanti, in linguaggio tecnico ma inequivocabili: il collegio dei revisori dei conti dell’Università di Siena invoca l’immediato commissariamento “prima che la situazione economica, finanziaria e patrimoniale degeneri ulteriormente”. Così si conclude il documento con cui, pochi giorni fa, i tre esperti – Cesare Lamberti, Massimiliano Bardani e Laura Pedron – hanno espresso parere contrario all’approvazione del bilancio preventivo 2013. Per la rossa Siena è una beffa stratosferica: i censori contabili invocano la prima applicazione della riforma Gelmini proprio nell’ateneo governato per lunghi anni da Luigi Berlinguer, padre della riforma che la pupilla di Berlusconi ha sovvertito. Lo stato di dissesto per le Università, infatti, non esisteva prima della Gelmini, e anzi non esiste di fatto neppure adesso: il ministro tecnico Francesco Profumo non ha ancora varato i decreti attuativi che consentirebbero la procedura di dissesto.

Se il rettore di Siena, Angelo Riccaboni, non fosse professore ordinario di economia aziendale si potrebbe sospettare che non abbia capito. Avrà dunque altri motivi per dichiarare, come ha fatto il 5 dicembre scorso inaugurando solennemente l’anno accademico, che “la fase più acuta della crisi è superata”. E per vantarsi, come ha fatto davanti al senato accademico, di una lettera di congratulazioni del ministro dell’Economia Vittorio Grilli per “l’azione di risanamento intrapresa”. Certo, è vero che le cose non vanno più così male come quattro anni fa, quando venne rivelata una voragine da 270 milioni di euro in un ateneo che ha un bilancio inferiore ai 200 milioni l’anno. Ma è anche vero che il 2012 si è chiuso con ulteriori 46 milioni di perdite, e la previsione, forse ottimistica per il 2013 è di un rosso ancora a quota 19 milioni. Adesso metteteci sopra la ciliegina: la strategia dell’economista Riccaboni per risanare l’Università è di non pagare i debiti al Monte dei Paschi. Proprio così, lo notano, con un certo trapelante raccapriccio, i sindaci revisori nella loro relazione tenuta finora accuratamente riservata. E notano anche che meglio sarebbe utilizzare il beneficio conseguente per accelerare il risanamento, anziché, come ha deciso Riccaboni, per fare nuovi investimenti e “far tornare a crescere” il campus senese (perché a Siena la mania di grandezza è dura a morire).

E così il cerchio si chiude. Non solo il Monte, malato grave, taglia i fondi alla Mens Sana basket, al Siena calcio e al Palio. Non solo la Fondazione, azionista al collasso del Monte, deve tagliare le sue generose erogazioni, anche quelle all’Università. Ma l’Ateneo a sua volta decide di sospendere per cinque anni il pagamento delle sue rate di mutuo a Mps. Un vero e proprio kamasutra dell’insolvenza incrociata. E così c’è chi chiede il commissariamento della banca, c’è chi chiede il commissariamento dell’Università, e il Comune è già commissariato. Ormai sotto la torre del Mangia i tempi sono maturi per l’intervento delle truppe Onu. Non è una battuta. Tra pochi giorni lo stato maggiore degli accademici senesi sfileranno a vario titolo a palazzo di Giustizia, dove potrebbero incrociarsi con l’ex presidente del Monte, l’amico Giuseppe Mussari, e altri big della banca finiti nei guai. Ognuno ha i suoi guai. Piero Tosi, delfino di Luigi Berlinguer e rettore dal 1994 al 2006, è alle prese con una richiesta di rinvio a giudizio per il dissesto dell’Università. Il suo mandato terminò su intervento della procura di Siena, che lo ha rinviato a giudizio per tentata concussione, con l’accusa di aver indotto a ritirarsi l’unico altro aspirante al posto di ricercatore a cui puntava suo figlio Gian Marco: per fortuna è stato assolto, e quindi padre e figlio vivono felici e contenti nella stessa facoltà, medicina.

Al posto di Tosi venne il rottamatore antiberlingueriano Silvano Focardi, che portò alla procura tutte le carte che dimostravano lo sfascio dei conti e il buco da 270 milioni. Ma anche il censore è finito nei guai, diventando celebre per le accuse sui finanziamenti alla sua contrada del Palio e sugli acquisti di quantitativi smodati di aragoste con soldi pubblici (la difesa sostiene che le aragoste servivano per certe ricerche nel campo della biologia marina). Anche Focardi attende la decisione sul rinvio a giudizio. E quindi venne Riccaboni, l’uomo della restaurazione berlingueriana (sempre nel senso di Luigi), che il 21 luglio 2010 è stato eletto contro Focardi per soli 16 voti su 570 votanti. In questo caso tra pochi giorni si decide sul rinvio a giudizio di dieci membri, di cui sette professori, della commissione elettorale: l’accusa (che non riguarda Riccaboni) è di aver truccato il voto. L’indagine è scattata subito dopo l’elezione di Riccaboni, che è stato intercettato mentre chiedeva lumi a Berlinguer, il quale lo rassicurava: convinto che l’inchiesta non poteva bloccare la nomina del nuovo rettore, sarebbe andato l’indomani a spiegare la situazione alla Gelmini. Due giorni dopo il ministro della Pubblica istruzione ratificò la nomina di Riccaboni.

L’articolo è stato pubblicato integralmente anche su Dagospia.

Università di Siena: la grande bufala del risanamento con i complimenti del Mef

BruttoanatroccoloUnisi

Scrive il rettore a tutto il corpo accademico: «Ho, inoltre, condiviso con il Senato Accademico l’apprezzamento che ci è stato recentemente rivolto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze per i risultati conseguiti nell’azione di risanamento intrapresa.» Perché, il Magnifico, non rende pubblica la missiva ricevuta? Un bel messaggio merita d’esser pubblicato!

Rabbi Jaqov Jizchaq. Per qualche ragione che ignoro, ma riconducibile sostanzialmente a una forma di grettitudine, quando si parla dei problemi del MPS, giustamente ci si esprime in termini drammatici, mentre quando si parla dell’università al collasso ci si abbandona al sarcasmo. Eppure la situazione è per certi aspetti speculare: anche l’università ha avuto le sue dilapidazioni partitocratiche, i suoi titoli tossici e sta cedendo i suoi “asset”. Il futuro è ugualmente, o addirittura più incerto. Leggo questo sorprendente “peana” su Repubblica del 25 gennaio: «Abbattersi sarebbe un errore clamoroso – sostiene l’attuale rettore dell’università Angelo Riccaboni, uno che in tre anni ha fatto passare il bilancio dell’ateneo da un disavanzo di oltre 30 milioni di euro a meno 8 e da “brutto anatroccolo” della città ha incassato di recente i complimenti del ministero per l’opera di risanamento: “Siena ha molte eccellenze e un patrimonio che richiama turisti da tutto il mondo, si ricominci da lì”.» 
Mi domando e dico: ma in questa congiuntura, per avere contezza in modo oggettivo e spassionato delle gesta mussariane, tu ti rivolgi al Riccaboni? Vabbè, “chiudiamo la parente” (Totò); a parte questo, le cosiddette “eccellenze” non mi paiono punto tutelate; ciò che resta e ciò che muore lo decidono criteri a dir poco cinobalanici (vedi miei precedenti post) e parlare di un ateneo risanato mi pare parecchio avventuroso, per non dire alquanto superficiale (ma questo fa parte della superficialità fatta di luoghi comuni con cui si affrontano le questioni universitarie, dove l’università è descritta come una nebulosa, un tutt’uno senza articolazioni, punti critici, allarmanti vulnerabilità). Noto poi che quando non si sa che dire intorno allo sviluppo economico di un territorio ci si appella al “turismo”: in fondo siamo tutti turisti “gettati” in questo mondo, come direbbe l’ex rettore di Friburgo; chiudono le miniere nel Sulcis o le acciaierie di Piombino? Chi se ne frega se questo paese del Moplen e del “perottino”, di Galileo, di Fermi e di Marconi, si avvia a produrre oramai soltanto cocomeri e aria fritta: svilupperemo il turismo! Ma poi curiosamente scopriamo che paesi che non hanno un cavolo di gioielli da mostrare, ricavano dal turismo e dai musei ben più del paese che lascia cadere in rovina Pompei. E vale far notare che anche su questo piano la crisi senese è abbastanza palpabile, come attesta il fatto che il principale museo della città è chiuso, mentre con singolare vanità ci si cimenta in una gara per la “capitale della cultura”: il SMS non è l’Ermitage, è ridotto a uno spazio vuoto inservibile che dunque non calamita turismo; quattrini da parte del MPS non ne arriveranno più; specifiche competenze manageriali per far sì che arrivino da privati, non ve ne sono all’opera.

Scandalo Monte dei Paschi: quando manca “il senso della misura”

IntervistaBerlinguer

Ascoltare, per credere, l’intervista di Lucia Tironi a Luigi Berlinguer
Luigi Berlinguer: «Responsabili le persone, non il Pd» (la Repubblica, 26 gennaio 2013).
«Certamente Mussari è stato un disastroso presidente della Fondazione e della Banca Mps.»

Eugenio ScalfariLa panna montata e lo scandalo di Siena (la Repubblica, 27 gennaio 2013)
«Le linee essenziali della vicenda sono tuttavia evidenti: un gruppo di mascalzoni si impadronì della fondazione e della banca, si dedicò ad operazioni arrischiate di finanza speculativa, falsificò i bilanci, occultò le perdite e probabilmente lucrò tangenti e altrettante ne distribuì.»

Cattiva maestra università. Siena: ateneo e banca un trench double-face con le toppe.

UnisiMPS

Siena/ Riflettori accesi sul Tribunale, le piazze, il Monte (e le nuove tegole per Mussari)
ilmondo.it anticipa le prossime tappe dello scandalo Mps. Oggi il pm potrebbe chiedere il rinvio a giudizio dell’ex presidente per la vicenda dell’aeroporto cittadino. Attesa per Grillo e Oscar Giannino

Mps/ Alexandria: spunta il giallo della scoperta ritardata
Mentre Siena si prepara al meeting dei soci da cui uscirà il via libera al salvataggio del Monte, ilmondo.it ha scoperto che i nuovi vertici sostengono di aver trovato il contratto esattamente il giorno dopo la precedente assemblea

Broker coreani e svizzeri, i misteri di Alexandria
Le manovre dell’area finanza, l’audit e le verifiche del collegio sindacale – Paolo Mondani
Corriere della sera.it

Quando del sistema Siena se ne occupa il web

Alla vigilia di ferragosto, il sito Corsera Magazine ha pubblicato un articolo sulla situazione senese con un titolo eloquentissimo: «Monte dei Paschi di Siena, la grande truffa a danno degli azionisti». Altri tre pezzi erano usciti in precedenza: il primo l’8 agosto Monte dei Paschi di Siena, il più grande scandalo finanziario italiano»); il secondo il 9 («Elezioni 2013, Partito Democratico il virus Monte dei Paschi di Siena») e il terzo l’11 agosto («Monte dei Paschi di Siena virus Lehman Brothers»). La foto che accompagna gli articoli è quella dell’ex presidente della Banca, Giuseppe Mussari, ritenuto dal Corsera Magazine il «coautore del disastro» e la sua elezione alla presidenza dell’Abi considerata una «beffa per gli azionisti trombati; come dire un mascalzone latino che, dopo aver condotto il vascello di Rocca Salimbeni al disastro finanziario, adesso pontifica dallo scranno più alto». Con linguaggio colorito, zeppo di refusi e di errori, gli articoli non firmati – riconducibili i primi tre a una ipotetica redazione di Roma e l’ultimo a quella di Milano – denunciano quel che tutti ormai sanno, dopo il servizio di Report e l’articolo di Der Spiegel. Con una novità, chiaramente espressa in tutti i pezzi, l’auspicio che il Pd non vinca alle politiche: «Pierluigi Bersani è preoccupatissimo sa benissimo che, con il Monte con le pezze al culo, il Pd finirà per perdere le prossime elezioni, perché i cittadini non si fidano dei cattivi gestori». Stupisce il linguaggio crudo di Corsera Magazine: «La Banca MPS vale meno di zero… dei suoi immensi pascoli ha ritirato soltanto la merda delle bestie con le corna… e il letame del MPS ha investito anche il Quirinale. Il più grande scandalo finanziario di tutti i tempi in Italia, la più grande cloaca puzzolente che ha inghiottito il letamaio Banca Antonveneta… con la precipitosa uscita di Caltagirone e una minusvalenza di oltre trecento milioni di euro. Quanti sono gli allegri miliardi di euro concessi a clientela che, in realtà, non poteva onorare quei prestiti?». Forse, le dimensioni del dissesto e l’impunità, che si suppone sia garantita ai responsabili, giustificano questi eccessi verbali, considerando, infine, che le stesse espressioni sono da mesi sulla bocca di tutti.

Il Palio delle Istituzioni senesi in bancarotta

Logo in ceramica Unisi e Sede MPSL’argomento affrontato da Bruno Tinti è il salvataggio della Banca MPS e dei suoi amministratori. E per l’Università di Siena? «Quante class action ci potrebbero stare, per recuperare dei bei soldi?». Ovviamente per entrambe le Istitutzioni!

Salvare le banche, non i banchieri (il Fatto, 29 giugno 2012)

Bruno Tinti. Il salvataggio del Monte dei Paschi di Siena ha collezionato critiche feroci. Il Fatto, il 27 giugno, ha ben descritto per quali vie ci si è arrivati; e molti organi d’informazione si sono indignati per il “regalo” a una banca gestita in modo dissennato.

Quattro miliardi? Bastavano per soccorrere i terremotati dell’Emilia; e, se è per questo, risolvere almeno parzialmente i guai degli esodati. Solo che non è così semplice. Non si tratta di favori tra banchieri, tra il governo dei tecnici e i loro colleghi di un tempo. Gli Usa, nel 2008, al tempo della crisi dei subprime, spesero 8.000 miliardi di dollari per sostenere il sistema bancario pericolante; poi lasciarono fallire Lehman Brothers e la crisi di oggi nasce in gran parte da lì. La Ue, tra il 2008 e il 2011, ha iniettato nel sistema bancario europeo 4.500 miliardi di euro (Barnier, commissario europeo per il mercato unico); e oggi si sta studiando come dare altri 100 miliardi alle banche spagnole.

Tutti regali tra colleghi? Ovviamente no. Una banca può essere gestita bene o male, servire gli interessi di pochi o svolgere correttamente la sua attività di raccolta del risparmio ed erogazione del credito; e anche una banca d’affari e investimento ha una funzione economico-sociale indispensabile; e anche e soprattutto questa può essere gestita male (ecco perché dovrebbero essere per legge separate). Ma, come che sia, che la crisi di una banca dipenda da una cattiva gestione o da sfavorevoli e insuperabili congiunture di mercato, resta un fatto che gli indignati per i salvataggi trascurano sempre: la banca ha nella pancia i soldi dei cittadini; e, se non la salvi, i cittadini li perdono. C’è di più: ogni banca è intimamente connessa con altre banche; tutto il sistema è interdipendente. Se una banca crolla, crollano tutte o quasi, come appunto avvenne con Lehman Brothers: e i cittadini che perdono i loro soldi diventano milioni.

Insomma, se crollasse il sistema bancario le conseguenze sarebbero catastrofiche: come se tutte le nazioni, tutte insieme, perdessero una guerra mondiale. Dunque le banche vanno salvate. Ma quelli che le hanno gestite male? Quelli che ci si sono arricchiti? Quelli che hanno regalato soldi ai politici? Quelli che li hanno presi? Quelli che …? Ecco, tutti questi non devono essere dimenticati. E invece non solo non gli succede niente ma nella migliore delle ipotesi restano al loro posto; e, nella maggior parte dei casi, sono trasferiti ad altri incarichi; sempre di vertice, si capisce. Certo, le banche sono imprese private; peculato, corruzione, i loro amministratori non possono commetterli. Però forse arriva la corruzione tra privati; poi c’è il falso in bilancio: è ancora quello di B, che gli servì per non andare in prigione, ma qualcuno potrebbe sporgere querela; e poi c’è l’azione di responsabilità nei confronti degli amministratori, la denuncia per truffa.

Insomma, i modi per rivalersi su chi è all’origine di tutti i mali ci sono eccome; l’onere di rivolgersi alla giustizia compete ai cittadini danneggiati. Quante class action ci potrebbero stare? A parte la prigione, si potrebbero recuperare dei bei soldi. Solo che, guarda caso, tutti strillano contro “le banche” e il governo tecnico che “le salva”; e pochi si ricordano di quelli che le hanno amministrate.

Faccendieri e massoni dietro l’acquisizione di Antonveneta da parte di banca MPS?

I magistrati sulle tracce di una cresta da 1,5 miliardi (La Stampa 10 maggio 2012)

La pista di una rete di faccendieri e massoni porterebbe fino a Londra

Paolo Baroni. Ufficialmente si indaga per aggiotaggio, manipolazione del mercato sul titolo di Banca Mps ed ostacolo alle autorità di vigilanza. In realtà l’obiettivo vero dei magistrati senese, ma non è escluso nemmeno un interessamento di quelli milanesi, sta a 1250 chilometri più a nord. Gli inquirenti, che ieri hanno scatenato quasi centocinquanta finanzieri in giro per l’Italia, andando a frugare e a «cercare carte» a Siena, ma anche a Milano, Roma, Firenze e Mantova, è a Londra che vogliono arrivare.

Non solo il Montepaschi ha strapagato l’Antonveneta, il cui prezzo nel 2007 nel breve volgere di appena due mesi è lievitato dai 6,3 miliardi sborsati dagli spagnoli del Santander a 9,3 e poi addirittura a 10,3 miliardi di euro, in pratica una mezza manovra finanziaria, ma dietro questo giro vorticoso di soldi si nasconderebbe ben altro. Qualcuno, e il sospetto sarebbe più che fondato, ha fatto una «cresta» sull’operazione Antonveneta. I sospetti sono tutti rivolti sui venditori, gli spagnoli del Banco Santander guidato da Emilio Botin, su possibili consulenti e mediatori (magari non ufficiali) entrati in campo in quei giorni caldissimi in cui in Italia impazzava la guerra per banche, col Monte che rischiava di fare la fine del vaso di coccio tra i vasi di ferro, schiacciato sul mercato italiano tra Unicredit e Banca Intesa da poco andata a nozze col Sanpaolo. È per questo che per i banchieri senesi, che in quei tempi si erano visti sbattere in faccia già tante porte, dal Sanpaolo a Banca di Roma, Antonveneta andava presa a qualsiasi prezzo. Anche a costo di… oliare qualcuno? Arrivando a mettere in campo faccendieri e massoni, come trapela da fonti vicine agli inquirenti? Sembra di sì. Alcuni documenti in mano ai magistrati proverebbero legami e rapporti su cui ora si tenta di alzare il velo. Il «Monte dei fiaschi», come l’ha ribattezzato domenica in tv Milena Gabanelli, ha pagato la sua preda tre miliardi di troppo? I numeri parlano da soli e sono in molti da cinque anni a questa parte, non solo a Siena, a sostenerlo. Soldi finiti a qualcuno in particolare? «Report» l’altra sera ha raccolto l’urlo di una donna che protestava contro il Monte: «Qualcuno li ha messi in tasca!».

Questa è la «vox populi», i magistrati lavorano su un’ipotesi non molto diversa: ipotizzano una «truffa», estero su estero, che vale all’incirca 1,2-1,5 miliardi di euro. Ed ora, avendo aperto ufficialmente l’inchiesta per aggiotaggio, cercano riscontri alle soffiate raccolte da alcuni «fuoriusciti» di Rocca Salimbeni. A questo miravano le perquisizioni di ieri, ed è per questo che i nomi degli indagati, in un primo momento si parla di due dirigenti della banca a sera saliti poi a quattro, verrebbero tenuti coperti. Perché l’indagine punta molto più in alto, tanto in alto (almeno come dimensione della truffa) da aver messo in allerta addirittura Palazzo Chigi ieri, secondo alcune indiscrezioni, puntualmente al corrente del vero obiettivo delle indagini in corso.

Nella montagna di documenti sequestrati a Siena presso la direzione generale della «banca rossa», e poi con i controlli effettuati a Milano negli uffici della Mediobanca e al Credit Suisse, e poi ancora negli altri grandi istituti coinvolti in questi anni nelle operazioni orchestrate dalla Fondazione Monte dei Paschi (da Jp Morgan a Deutsche bank, da Intesa Sanpaolo a Goldman Sachs) si cercano insomma le tracce del flusso dei soldi per arrivare a individuare le responsabilità precise dei singoli e la concatenazione dei passaggi di denaro. Il vecchio adagio, «follow the money», segui la corrente dei soldi, resta insomma sempre valido. Si conosce il punto di partenza, Siena, ed il probabile punto di transito, ovvero Londra. Ora si tratta solo di capire quanti passaggi di mano ci sono stati, quanti soldi sono girati, e a chi sono finiti in tasca. La caccia è appena iniziata.

Report e il sistema Siena: terremoto nella Fondazione MPS e nella Banca

Dopo la trasmissione di Report (Il Monte dei fiaschi), ecco il blitz della Guardia di Finanza, che sta indagando sulla discussa acquisizione di Banca Antonveneta. Di seguito il comunicato stampa sull’operazione Giotto.

«La Procura della Repubblica di Siena ha disposto una serie di perquisizioni presso le sedi legali della Banca Monte dei Paschi di Siena, della Fondazione Monte Paschi Siena, del comune e della Provincia, di numerose istituzioni finanziarie italiane ed estere con sede sul territorio nazionale, nonché di abitazioni private, in ordine ad una serie di condotte poste in essere a partire dal 2007, in occasione dell’acquisizione di Banca Antonveneta dagli spagnoli del Banco Santander, protrattesi sino al 2012. Le attività odierne sono condotte dal Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza di Roma coadiuvato dal Comando Provinciale di Siena. Le ipotesi investigative riguardano i reati di manipolazione del mercato ed ostacolo alle funzioni delle Autorità di Vigilanza in relazione alle operazioni finanziarie di reperimento delle risorse necessarie alla acquisizione di Banca Antonveneta ed ai finanziamenti in essere a favore della Fondazione Monte dei Paschi.»

L’operazione ha visto impegnati 150 uomini della GdF in perquisizioni di uffici della Banca a Siena, Roma, Firenze, Milano, Padova, Mantova e nelle sedi del Comune e della Provincia di Siena. Perquisizioni anche nelle abitazioni del presidente (Gabriello Mancini) e del direttore generale (Claudio Pieri) della Fondazione MPS e in quelle dell’ex presidente (Giuseppe Mussari), dell’ex direttore generale (Antonio Vigni) e di altri dirigenti della Banca. Così, l’indagine della Procura di Siena, che sembra confermare i rilievi emersi con l’inchiesta di Report, chiude definitivamente le polemiche. Infatti, il sindaco Franco Ceccuzzi aveva considerato la trasmissione «gravemente offensiva per la città, i senesi, il Palio e le sue tradizioni», dichiarandosi pronto alle «necessarie azioni di tutela legale.» Anche Stefano Bisi, che in precedenza aveva definito il sistema Siena «un groviglio armonioso di enti, associazioni e uomini», indicando la trasmissione di Report come un «frullato diffamatorio nei confronti della città», dovrà ammettere, dopo il blitz della GdF, d’aver coniato uno slogan effimero e autolesionistico.