Un regolamento per chi, nonostante il dissesto, ancora ci crede in un avanzamento di carriera nell’Università di Siena

Riccaboniridens1Rabbi Jaqov Jizchaq. Scrive il Rettore: «in questi stessi giorni viene inviato ai consiglieri di amministrazione e ai componenti del Senato e ai direttori di dipartimento la bozza del Regolamento per la chiamata dei professori di prima e seconda fascia». Vuol dire che nel giro di un paio d’anni chiameranno un paio di dozzine di professori. Che forse nel giro di cinque o sei anni diventeranno una cinquantina. Ma, attenzione: verosimilmente la maggior parte saranno semplicemente avanzamenti di carriera, eccetto una percentuale che per legge deve essere riservata agli esterni. Dunque, di fatto entreranno in tutto forse una quindicina di professori nuovi e gli altri saranno avanzamenti (se qualcuno possiede stime più esatte, lo pregherei di fornirle). A fronte di oltre cinquecento che nel frattempo se ne sono andati, come già detto, un po’ a casaccio, lasciando scoperti molti insegnamenti e interi settori disciplinari, provocando falle nei “requisiti di docenza” che hanno determinato e determineranno il mancato accreditamento dei corsi di studio, annichilendo ulteriormente la già dimezzata offerta formativa, rendendola ancor più raffazzonata e poco attraente. Non so come saranno ripartiti questi pochi concorsi, ma lascio le conclusioni alla fervida fantasia del lettore.

Qui vorrei solo riproporre (vox clamans) un interrogativo che finora non ha trovato risposta. L’università di Siena è stata l’epicentro di un autentico terremoto: per colpe tutte locali, la crisi qui ha colpito più che altrove; usando una metafora, dopo il terremoto alcuni edifici (pochi) non hanno subìto danni consistenti, perdendo giusto qualche calcinaccio e qualche tegola; altri hanno subìto danni più gravi e sono inabitabili; altri ancora sono venuti giù completamente. I pochi posti che da qui a qualche anno saranno messi a concorso serviranno giusto a rifare gli intonaci, sistemare qualche tegola o qualche travicello, ma non risolveranno il problema degli edifici fortemente danneggiati, né di chi ci abitava: della cui sorte evidentemente, nel clima delle recenti euforie ci si dimentica facilmente. Vogliono abbattere questi edifici? Provvedano dunque a spalare le macerie e sistemare gli evacuati! Quali edifici vogliono restaurare? Quali consolidare e ampliare? Questo sarebbe parlare di “università”: il resto è politichetta.

Sono passati quasi sette anni e le competenti autorità non si sono risolte a prendere alcuna decisione sul “che fare?”, ossia a delineare, a prospettare il nuovo volto dell’ateneo, trovando una soluzione per i settori che oramai non si ritiene opportuno o vantaggioso restaurare (come ho suggerito ad nauseam, per questi non esiste una soluzione localistica, ma regionale ed interateneo). L’interrogativo appare più pressante proprio adesso che si ricomincia a parlare, sia pure in termini virtuali ed infinitesimali, di concorsi. L’ANVUR, il VQR esigono prestazioni da superstar di Harward o di “Ossforde”, ma si rendono conto in che clima e in quali situazioni operano le persone? Ritengo inutile andare oltre questa rappresentazione metaforica, precisando quanti e quali sono gli edifici disastrati e a ciò rimando ai precedenti messaggi: chi vuol capire, capisce.

Come misura della distanza fra le parole e le cose dico solo che mi ha colpito che, mentre le competenti autorità continuano a biascicare litanie sulla “capitale europea della cultura”, sia giunta la notizia dello smembramento della biblioteca che fu della già defunta Facoltà di Lettere e Filosofia, ossia di uno dei più importanti presìdi culturali di questa città.

Continua l’inerzia del rettore mentre la geografia dell’ateneo è ridisegnata dalla moria per inedia dei corsi di studio

AltansmarritoRabbi Jaqov Jizchaq. Scrive il Rettore che «Con riferimento alle attività didattiche l’Ateneo vuole garantire la sostenibilità nel tempo dell’offerta formativa, ottimizzando l’impiego dei docenti e focalizzandosi sui corsi di studio maggiormente attrattivi, promuovendo l’offerta formativa in lingua inglese, anche in collaborazione con Atenei stranieri…». Flatus vocis, se non ci si spiega come si garantisce la “sostenibilità nel tempo”, o come (così titola un giornale) si intenda in tre anni “far crescere l’ateneo”, dal momento che Siena è in piena decrescita, si accinge a perdere 500 docenti entro il 2020 a turn over sostanzialmente fermo e ha già perso metà dell’offerta formativa.

Le criticità nei conti, la conflittualità capillarmente esplosa con tutte le categorie di dipendenti che avanzano dei soldi, non consentono di dormire sonni tranquilli, anche se i conti pare vadano complessivamente meglio e dalle ultime comunicazioni del Rettore sembra si registrino timidi segnali di apertura – reale? – verso talune di queste legittime rivendicazioni; ma va aggiunto che con la botta che ha preso l’ateneo, per rimetterlo in piedi occorrerebbe un vero e proprio piano Marshall, non solo timidi segnali di miglioramento. Il gatto che si morde la coda è il seguente: molti corsi sono diventati meno attrattivi semplicemente perché è scomparso gran parte del corpo docente, dunque degli insegnamenti. Alcuni corsi sono stati addirittura chiusi o sono in procinto di esserlo a causa del venir meno dei “requisiti minimi di docenza” (ne sono seguiti cinobalanici accorpamenti senza capo, né coda). In quanto sono divenuti meno attrattivi, non saranno certo i primi ad essere soccorsi, quando (e se) arriverà qualche razione di rifornimenti ecc. ecc. … urge un progetto lungimirante e non si può attendere che la geografia dell’ateneo venga ridisegnata dalla moria per inedia o dalla lotta di tutti contro tutti.

Tra i luoghi comuni un po’ scemotti c’è quello che i pensionamenti costituiscano una sorta di selezione naturale, sicché alla fine resteranno in piedi poche cose ed eccellenti. Ma i pensionamenti colpiscono a casaccio ed è difficile prevedere da qui a quattro o cinque anni quanti posti sarà possibile rimpiazzare: l’unica cosa certa è che saranno pochi, mentre del tutto aleatorio è invece quali; così come non si è neppure affrontato l’argomento del destino delle decine di persone che lavorano in aree destinate alla dismissione e che non hanno la fortuna di andare in pensione. Di questo nessuno parla: sia perché chi va in pensione a breve (e sono per lo più gli ordinari anziani, ossia quelli che effettivamente decidono) tende mediamente a fregarsene, sia perché alcuni oggettivamente non sono interessati alla problematica e verosimilmente non lo saranno finché non li toccherà personalmente (fate pure, but not in my backyard), sia perché in condizione di scarsità di risorse vale il motto “mors tua vita mea”, sia perché, last but not least, nulla titilla il narcisismo di certuni (una soddisfazione di genere tafazziano) quanto vedere gli altri versare in gravi difficoltà.

Non è che a causa dei suddetti fenomeni sia entrata in crisi necessariamente la fuffa: molti corsi entrati in crisi facevano parte per l’appunto delle millantate “eccellenze” e molti che ne hanno subìto le conseguenze non erano esattamente i peggio del paniere; dunque a oggi, di fatto, “l’eccellenza” a Siena ha finito per coincidere in molti casi con la mera, casuale, sopravvivenza (e non so se si può accampare la difesa che il caso ha un ruolo di grande rilievo anche nell’evoluzionismo).

Mentre Riccaboni immagina improbabili destini per le “sedi distaccate”, altrove si medita di ridurre l’università di Siena nel suo complesso a sede distaccata

                Arnold Böcklin, "The Isle of the Dead", 1883

Arnold Böcklin, “The Isle of the Dead”, 1883

Rabbi Jaqov Jizchaq. “Il bambino che è in noi”, come ha detto alla Leopolda un ispirato Renzi in vena pascoliana e platoniana, continua a reclamare delle risposte chiare a domande elementari, che non possono essere eluse con un ghigno (“madama in questo mondo, con ciò sia cosa, quando fosse che, il quadro non è tondo”). Dobbiamo attendere la stagione delle rituali “okkupazioni” novembrine “contro il potere” latu sensu, per ricominciare a parlare confusamente dei massimi sistemi onde finalmente ascendere con soave oblio alle nubi dell’ideologia, sollevati dalle questioni concrete e dalla prosaicità dei “requisiti minimi”?

Gli “oppositori” di tutte le razze – da destra a manca – si sono chetati. Mi viene in mente una strofa della celebre canzone di Don Raffaé: “si costerna, s’indigna, s’impegna poi getta la spugna con gran dignità”. Ecco, questo è esattamente ciò che è accaduto. I temi sul piatto, sui quali urgerebbe esprimersi, ci sono eccome, al di là della stomachevole propaganda. In particolare, e oggi, sono questi:

1. la sotterranea ridefinizione in corso dei contorni degli atenei toscani sotto una regia centrale, inevitabilmente politica più che scientifica: l’orientamento dominante è quello di fare di Siena il polo delle “scienze della vita” o dello “sviluppo sostenibile”; ora, sebbene tra le lauree più strane del mondo vi sia anche quella in Scienze della Morte, non è che le restanti scienze non riconducibili alle scienze della vita abbiano di per sé una vocazione tanatologica, oppure una perversa inclinazine alla dissipazione delle risorse naturali che le renda particolarmente esecrabili: si è capito cosa vogliono farne?

2. Siamo di fronte ad una emorragia della docenza; Siena probabilmente avrà cumulato un po’ di quei “punti organico” dei quali parla l’articolo, singolarmente approssimativo, pubblicato da Repubblica , per tappare in teoria qualche buco, ma la sostanza è che non ha i quattrini per reclutare, e anche la faccenda dei piani straordinari appare assai nebulosa.

3. Il timore è che, com’è accaduto per le varie riforme succedutesi, indirizzi puramente politici e una cieca e ottusa burocrazia trasformino anche questa fase in un inenarrabile bordello: il pretesto per un puro scontro di potere, anziché l’opportunità per una corretta e razionale ridefinizione dei contorni del sistema dell’università pubblica nel territorio toscano. E in tale contesto toccherebbe fronteggiare i rigurgiti particolaristici e la protervia di chi non capisce che il mondo è cambiato; l’emergere di tendenze neocoloniali, o atteggiamenti simili a quelli delle imprese straniere che fanno incetta di fabbriche italiane, acquisiscono i brevetti, chiudono gli impianti, portano via i macchinari e se ne vanno. Aggiungo che mentre qui continua la pratica onanistica di immaginare improbabili destini per le “sedi distaccate”, altrove già si medita di ridurre Siena nel suo complesso, essa stessa a sede distaccata. Tanto per dire la lungimiranza…

4. Se Siena sta male, le altre sedi “viciniori” non stanno bene. Le burocrazie ministeriali ed universitarie, da parte loro, se da un lato spingono verso una maggiore integrazione, sollecitando la trasformazione dei corsi non più sostenibili nelle singole sedi in corsi interateneo e la “regionalizzazione” della ricerca, dall’altro non contemplano affatto la mobilità dei docenti, non rintuzzano le reazioni particolaristiche di genere NIMBY e in più frappongono miriadi di ostacoli formali, dedicandosi con concupiscenza all’arte che gli riesce meglio: la pura interdizione, posta in essere a mezzo di un profluvio di “circolari” e cavilli che agiscono come una tela di ragno, capace di imbrigliare e rendere impossibile qualunque azione efficace. Purtroppo la burocrazia è il maggior ostacolo all’implementazione dei programmi che … essa stessa ha partorito! Alla fine, ci scommetterei non vi dico cosa, che ci scapperà fuori l’ennesimo troiaio.

È luogo comune che bisogna salvaguardare competenze e alleggerirsi della zavorra o “fuffa”, ma a me pare che non si vada esattamente in questa direzione e a sentire gli slogan vacui coi quali si dipingono sovente i tratti dell’università futuribile, non vorrei ritrovarmi una Toscana piena di improbabili “corsi di laurea” telematici, acrobatici, massmediatici, astigmatici, enigmatici e buemuschiatici ecc., ma venissero meno consolidate tradizioni e l’ABC della scienza e della cultura e la ricerca di base, soppressi in quanto, secondo una visione rozzamente economicistica, “inutili”. Vi è una ragione strategica, ma anche una ragione etica per opporsi a questa tendenza. Diceva Hermann Broch: “La Matematica in sé e per sé non serve a niente, ma è una specie di isola dell’onestà e per questo le voglio bene”; il discorso può estendersi ad altre discipline ed è noto che l’impresa della conoscenza umana nel suo complesso ci insegna l’utilità dell’inutile.

“La scheggia nell’occhio è la miglior lente di ingrandimento”
 (T. Adorno, “Minima Moralia“)

Post scriptum: …nella ripartizione dei punti organico 2013 del DM pubblicato il 17, Siena ha perso il 66% e Firenze ha perso il 27%. Nonostante il dibattito che segue su Roars risulti di difficile comprensione per chi non abbia dimestichezza con l’Ostrogoto burocratico, la sostanza, mi par di capire, è che qui non c’è trippa per gatti: “in termini assoluti, l’ateneo più avvantaggiato da questa operazione risulta essere il Politecnico di Milano, che si ritrova con ben 20,42 punti organico “in più” rispetto a quelli teorici che avrebbe ottenuto con un turn-over al 20%. In termini percentuali, la palma dell’ateneo più fortunato va invece alla Scuola Sant’Anna di Pisa, con un numero di punti organico pari al 964% in più rispetto a quelli teorici. Il problema, però, è che tali punti organico “extra” sono stati paradossalmente prelevati dai pensionamenti avvenuti in altri atenei, molti dei quali vengono così a ritrovarsi con un turn-over effettivo intorno ad un misero 6%, con una perdita secca del 66% di punti organico. L’università che ha subito la più alta perdita in termini assoluti è Napoli “Federico II”, con -18,83 punti organico. In termini percentuali, gli atenei più bistrattati risultano essere, ex aequo, Foggia, Siena, Seconda Univ. di Napoli, Bari, Messina, Sassari, Palermo, Cassino, Molise, con una decurtazione pari a -66%.”

Altro che “uno dei migliori atenei del mondo”, l’università di Siena è lo “gnommero armonioso”

Carlo Emilio Gadda

Carlo Emilio Gadda

Rabbi Jaqov Jizchaq. C’è chi dichiara che «contro il Polo Universitario monopolizzato dall’ateneo senese s’è battuto fin dal 1996 e che ora è il momento che si spezzi il vincolo con Siena». Sì, Sì, si spezzi il giogo! Si spezzi! Accidenti, allora siamo già un pezzo avanti con la “secessiùn”: ci manca solo il carroccio. Vogliono andarsene? Non è che basta dirlo; per adesso, infatti, il polo aretino è un onere gravoso (sostanzialmente un debito) che pesa sulle spalle di Siena: si paghino da sé le spese, paghino gli stipendi di professori e tecnici/amministrativi e vadano un po’ dove vogliono. In alternativa, Siena richiami in sede tutti i docenti colà distaccati a rinforzare i suoi barcollanti corsi di studio. È però singolare che coloro che lavorano nell’ateneo senese apprendano queste cose – che un polo vuol secedere e già opera in quella direzione – dai giornali: ma quali sono i livelli decisionali in questo ateneo? Vi è una posizione ufficiale del Rettore e del Senato al riguardo dell’iniziativa aretina? Vi è stata una qualche comunicazione e discussione nelle sedi istituzionali appropriate? Com’è nata tutta la faccenda?

Paradossalmente, mentre apprendo “con vivo stupore” dalla stampa che uno lavora per svincolare completamente il polo aretino da Siena (speriamo anche economicamente), parimenti mi giunge all’orecchio la non meno stupefacente voce “di corridoio” che qualcun altro reclama viceversa il trasferimento ad Arezzo di interi comparti umanistici dell’università da Siena (follie da ricovero coatto). Così uno chiede che si taglino i ponti, l’altro reclama ponti d’oro. Questi astuti sotterfugi paiono il prodotto esclusivo del dilagare di uno scomposto e cieco particolarismo e dell’assenza di un fermo potere centrale che lo raffreni. Nel modo in cui le forze politiche, i vertici accademici e le stesse burocrazie ministeriali, o tollerano, o autorizzano certe cinobalaniche imprese, io non vedo tentativi di “ridefinire” alcunché, ma solo un aspetto del decantato “groviglio” e, forse inconsciamente, una forma di nichilismo. Altro che “uno dei migliori atenei del mondo”… questo è lo “gnommero armonioso”:

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo. Ma il termine giuridico «le causali, la causale» gli sfuggiva preferentemente di bocca: quasi contro sua voglia.» (Gadda, Il pasticciaccio).

Fummo “eccellenti”, ma senza interventi sulle reali storture non resterà quasi nulla delle glorie passate dell’Università di Siena

Volto_unisiRabbi Jaqov Jizchaq. Leggo su “la Repubblica” di oggi: «È il migliore risultato nazionale nell’indicatore di sintesi della qualità della ricerca in rapporto alle dimensioni», dice il rettore Angelo Riccaboni dicendosi “orgoglioso del risultato” dell’Ateneo senese che ha ottenuto il migliore risultato nella qualità della ricerca rispetto alle dimensioni della struttura, con un differenziale positivo pari a 35,76%.» 

Dunque, se Siena ottiene, o meglio, ottenne dei buoni risultati nel campo della ricerca, probabilmente qualche merito lo avrà quel 44% del corpo docente costituito dai ricercatori di ruolo e la percentuale indefinita di quelli a tempo determinato, o no? Ossia di quella gente che qui a Siena, sostanzialmente, nella quasi totalità dei casi, non ha futuro. L’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) ha presentato i risultati della Valutazione della Qualità della Ricerca italiana (VQR) per il settennio 2004-2010, cioè, sostanzialmente (tranne un paio d’anni), il periodo precedente alla crisi che ha investito l’ateneo: ne traiamo la conclusione che ai rinviati a giudizio per il “buho” spetta la medaglia al valor civile anziché la galera? Il risultato viene, infatti, brandito dalle gazzette contro le Cassandre che denunciano lo stato di perdurante crisi in cui versa l’ateneo; al contrario, c’è da chiedersi quanto sia rimasto e quanto rimarrà delle competenze che hanno contribuito alla determinazione di quel risultato, proprio a seguito della crisi: 500 docenti, cioè il 50% del totale, andranno in pensione – essenzialmente non rimpiazzati – entro i prossimi cinque anni, sono scomparsi metà dei corsi di laurea che avevamo nel 2008 (e molti altri scompariranno un po’ a casaccio) e, a partire dallo stesso, anno gli studenti sono calati del 25%.

Si aggiunga la falcidia dei dottorati e le scarsissime prospettive per i meno anziani. In sostanza, visti i cambiamenti radicali intervenuti in questi ultimi anni e le prospettive tutt’altro che rosee del futuro, si può dire al massimo che fummo “eccellenti”, ma non c’è nessuna garanzia che il futuro sarà uguale al passato. Al momento di chiudere e sopprimere, si è “valutato” se si andavano a potare anche dei rami sani, anziché quelli secchi e basta? La domanda è ovviamente retorica. Guardiamo appunto al futuro: cosa resterà da qui a qualche anno di quelle competenze, di quelle “eccellenze” che hanno prodotto questo incoraggiante risultato? Nei post precedenti abbiamo fatto due conticini che non mi pare siano stati smentiti. Se il criterio è quello meccanicistico e incurante della qualità dei “requisiti di docenza” (leggasi “tagli lineari”), se manca il coraggio di porre un argine agli “orticelli”, ai corsi di laurea cinobalanici, per la pompa di questo o quel satrapetto del menga; se non vi è una volontà riformatrice vera di intervenire sulle reali storture, se non vi è la consapevolezza che dalla polverizzazione delle strutture non nasce alcuna ricerca, se dunque si dimentica il concetto stesso di “comunità scientifica”, non resterà quasi nulla. Insomma, stiamo celebrando le glorie passate, ignorando la magra realtà dei fatti presenti e le prospettive future, e che dei passati trionfi nel volgere di pochi anni resterà ben poco.

«Pisa al vertice
 della ricerca in Italia.» By the way, hanno 1800 docenti, a fronte dei meno di 600 che avrà Siena nel 2020; e non c’è l’òmino della strada di una città oramai assuefatta al luogo comune che instancabilmente bercia: “e so’ troppiiiiii!”. Insomma hanno le strutture pressoché integre: come si pensa di competere con i nostri ingombranti vicini di Pisa e Firenze? D’un balzo, pare che un dato positivo relativo a un intervallo iniziato dieci anni fa e conclusosi, essenzialmente, con l’esplosione del “buho” cancelli le magagne del presente. Insomma, crogioliamoci pure nel ricordo dei fasti passati, strombazzando le statistiche buone, nascondendo sotto il tappeto quelle cattive, ma non dimentichiamoci che la realtà presente è sostanzialmente diversa da quella di due lustri fa: non vorrei che un confuso e burocratico efficientismo che a Napoli si direbbe “facimm’ ammuina” inducesse a dimenticare la sostanza delle cose e io non vedo come si possano eludere i ragionamenti svolti nei miei precedenti messaggi (anzi…): se vi sono delle eccellenze nel campo della ricerca, è sensato disperderle?

Nelle università di provincia, l’autorevolezza degli assenteisti cronici cresce con l’ansia dell’attesa dei docenti

Altan-comandare-fottereRabbi Jaqov Jizchaq. Piuttosto, io avrei titolato l’articolo «nel reclutamento l’Università dovrà valutare le competenze didattiche tanto quanto le pubblicazioni»: “poca didattica = poca ricerca“. Tutti gli assenteisti cronici dicono che non si fanno vedere all’università perché debbono fare “la ricerca”: posso capire che Siena non è “Ossforde” quanto a strutture, o che le nostre biblioteche cui sono stati tagliati anche i fondi per gli abbonamenti alle riviste scientifiche non sono la Bodleian Library, ma dove minchia la fanno, ‘sta ricerca, costantemente all’altro capo del mondo? Non è che tutti studiano i pinguini dell’Antartide! E poi se vi fosse tutta questa ricerca fiorirebbero premi Nobel a tutto spiano: e invece, bada un po’, questi fioriscono, al contrario, proprio laddove i dipartimenti sono intensamente e costantemente presidiati. I giovani ricercatori che fuggono all’estero, non lo fanno solo per accattare un tozzo di pane che la patria matrigna nega loro, ma perché la ricerca si fa dove la ricerca c’è, ossia dove esiste quella che a tutti gli effetti può definirsi una “comunità scientifica”.

Didattica e ricerca si tengono l’un l’altra: che ricerca può creare attorno a sé un docente che esiste solo virtualmente sub specie ectoplasmatica? Siena, le università di provincia, sono state per lungo tempo paradigmatiche da questo punto di vista: creazioni in larga misura artificiali, hanno registrato degli eccessi clamorosi nelle latitanze. Quelli di provincia, tra i barbarofoni, sono siti universitari “dove non si va” e l’autorevolezza magari cresce, se ci si fa vedere poco, con l’ansia dell’attesa (il professore verrà? Non verrà? Consultiamo gli aruspici…). Questo ha fatto sì che la nomea di “assenteisti” si spargesse indistintamente un po’ su tutti, dimenticando che se c’è uno che non lavora, spesso vuol dire che c’è un altro che lavora per due. Ma anche da questo punto di vista temo sia arrivato il momento del redde rationem.

Ma poi, prima di parlare astrattamente di “reclutamento”, qualcuno ha fatto una stima approssimativa di quanta gente verrà reclutata (se mai verrà reclutato qualcuno) a Siena nei prossimi cinque anni, per 500 docenti che se ne vanno? Qualcuno (Candide, ou l’optimisme: sarà la canicola) va sparando cifre, alludendo allo sblocco del turn over per Università ed enti di ricerca a partire dal 2014, all’elevazione dunque dal 20% al 50% del limite di spesa consentito rispetto alle cessazioni dell’anno precedente , ma, s’intende – in cauda venenum – nel rispetto delle disposizioni sui limiti di spesa per il personale e per l’indebitamento (e questo è un argomento dolorosissimo a Siena). Con questo provvedimento – si dice – si renderanno disponibili posti per 1.500 docenti di ruolo in tutt’Italia (il che vuol dire una ventina per ateneo) e 1.500 “tenure track”, cioè, senza tanti fronzoli, borse di studio (che quindi non incidono sui conteggi di cui ai precedenti post): ma ve la immaginate una pioggia di concorsi a go-go qui, a Siena, nel volgere di cinque anni, se ad oggi hanno bloccato persino la chiamata come associati dei ricercatori già risultati idonei? Manco se li vedo….

Mi pare pura fantascienza. Il mio sospetto è che se fra avanzamenti di carriera e reclutamento vero e proprio si arriverà ad una cinquantina, sarà grasso che cola. Inoltre a goderne saranno naturalmente i SSD che sopravviveranno al cataclisma e nei prossimi anni non avranno tirato nel frattempo le cuoia (e non è detto che siano quelli migliori ed indispensabili); pertanto il sospetto è che alla fine della fiera il personale docente in questi anni verrà ridimensionato, non di un terzo, come si vociferava, ma sostanzialmente della metà e per giunta a cacchio di cane: a prescindere da ogni giudizio di valore, sul piano meramente aritmetico non vedo dunque come si possano eludere i ragionamenti di cui ai precedenti messaggi.

Attendo con ansia di essere smentito.

Nulla dies sine linea

Con l’offerta formativa all’insegna della “tuttologia” infiascata l’università di Siena continua a perdere studenti

Pupazzi-Unisi

Rabbi Jaqov Jizchaq. Si legge sul “Sole 24 Ore” che «negli ultimi dieci anni gli iscritti alle Facoltà umanistiche sono calati del 27%.» Seguiamo la tendenza, già in atto ad esempio negli USA, orientata verso la scomparsa degli studi umanistici, da noi politicamente teorizzata perfettamente bipartisan con la teoria delle famose “tre i” (mancava la quarta: idiota!); ma qui in Italia credo che questo sia un “trend” più ampio che investe anche le scienze “pure” in generale, i progetti di ricerca scientifici che non hanno una ricaduta immediatamente applicativa sui tempi brevi e le discipline teoretiche. Insomma, tutta la ricerca di base.

Mi viene in mente quel simpatico giornalista della “Frankfurter Allgemeine” perennemente ospite da Bruno Vespa, che con bonarietà paternalistica raccomanda agli italioti di dedicarsi alla cucina, al turismo ecc. e lasciar perdere la ricerca e l’innovazione tecnologica (che quella la fanno in Vestfalia o in Corea). Io, per la cronaca, fatta salva la necessità di sfruttare meglio turismo e patrimonio culturale, tenderei a pensarla in modo diametralmente opposto, ritenendo che le scienze pure ed applicate siano parte costitutiva imprescindibile del patrimonio culturale di questo paese, dato oggettivo che solo il prevalere per una certa fase di una cultura di stampo idealistico e storicistico ha potuto gettare nell’oblio.

Per quanto riguarda i settori cosiddetti “umanistici”, in particolare, leggo nel sito MIUR che qui a Siena tanto per cambiare è andata anche peggio, rispetto al dato nazionale: mentre rettori e presidi sbandieravano le classifiche taroccate del CENSIS e la “Ossforde” aretina, solamente dal 2008 ad oggi, Siena (includendo entrambe le sedi), nei corsi di laurea umanistici, è passata da 4600 studenti a 2900, cioè a dire ha perso quasi il 40% (diconsi il quaranta per cento!) degli iscritti in cinque anni.

È un circolo vizioso: alla disaffezione da parte degli studenti verso queste materie causata da un generale trionfo dell’ignoranza consumistica (come non pensare alla più volte citata “scomparsa delle lucciole” pasoliniana?), alla concreta difficoltà di trovare un lavoro (“con la cultura non si mangia”, ebbe a dire un celebre ministro) si aggiunge un’offerta didattica sempre più immiserita a causa delle uscite di ruolo di metà del corpo docente, dell’impossibilità di rimpiazzarlo, del disimpegno e della latitanza di molti che ritengono di essere stipendiati come “intellettuali”, e non come professori ma, temo (last but not least), anche di una politica che grida vendetta, consistita negli anni dello scialo nell’aver riempito a dismisura certi settori bizzarri e vacui in nome di una moda effimera durata lo spazio di un minuto, affossandone altri più solidi. Con ciò ammazzando l’unico motore che muove i giovani verso queste carriere: la passione.

Alla lunga, l’insieme di questi fattori ha prodotto corsi di laurea dalle denominazioni incomprensibili e dal contenuto vago, e ciò ha indotto gli studenti desiderosi di studiare qualcosa di ben preciso, e non la “tuttologia” infiascata, ad orientarsi verso altre sedi; mentre le iscrizioni colavano a picco e il corpo docente dimezzava, le competenti autorità pensavano a come mantenere in piedi periclitanti doppioni nelle sedi distaccate, “accorpando” il culo con le quarant’ore all’interno delle singole sedi, anziché abolire questi doppioni ed eventualmente le sedi stesse, fortilizi non più sostenibili, per concentrare le forze nella difesa della sede principale.

Purtroppo, in questo clima, hanno avuto vita facile i teorici dello sputtanamento globale-totale, cui si sono aperte autostrade all’interno di una comunità cittadina dove peraltro il provincialistico culto dell’effimero e la vanità, che considerano la cultura come una sorta di orpello, una “gravatta”, un belletto, in questi anni difficili di decadenza la fanno da padroni: ma se il trend è già di per sé negativo, com’è possibile che si ritenga di poter rispondere con proposte sempre più scadenti che hanno l’effetto di disorientare ed accentuare ancora di più la fuga da Siena?

E un disgraziato che volesse tentare la carriera accademica, come farà, in una sede dove, con le recenti disposizioni circa l’obbligo di possedere almeno sei borse di studio, non esisterà verosimilmente neppure un dottorato di ricerca specifico nei vari settori? Un dottorato… accorpato? E allora che minchia di dottorato sarebbe? Un respiro ed un attimo di riflessione bastano per rendersi conto che questa è una strada suicida.
Si salva (e ciò va ascritto a loro indiscusso merito) chi riesce a trovare fondi esterni con cui finanziare i dottorati; ma è evidente che ciò accade nella ricerca applicativa e nella sfera tecnologica e non è possibile estendere, se non in minima parte, il discorso ai settori di cui sopra.

Scusandomi se la mia ignoranza non è pari a quella di Lorsignori, la mia opinione ve l’ho detta: in queste condizioni di estrema scarsità delle risorse, che si ripercuote anche sulla qualità e dunque l’attrattività dell’offerta formativa, si facciano meno corsi e meno dottorati nella regione, ma buoni: si trasferisca lì la gente o si costituiscano corsi federati secondo il dettato della riforma, allo scopo di dar luogo a solidi presidî a livello regionale, costituendo corsi e dottorati interateneo (assai più di quanto non accada adesso, con gli attuali criteri cervellotici per il contributo della Regione ai dottorati interateneo) o trasferendo i docenti laddove le discipline hanno un maggior radicamento ed una maggiore possibilità di sopravvivenza, ponendo in definitiva la parola fine a questa finzione che è la claustrofobica “autonomia” totale degli atenei (monadi senza finestre).

Si dice che questo è ingenuo ed utopistico, non è “furbo” (meditate gente…) perché urta contro la suscettibilità dei baroni e i meccanismi spartitori che governano l’università italiana in regime di “autonomia”: eppure tutto ciò è scritto nella riforma, a questo mira l’articolo 3, a questo tendono i famigerati “requisiti minimi di docenza” e dunque mi chiedo chi comandi realmente in questa bottega, se persino il richiamo alla volontà (ancorché flebile) del popolo sovrano e alla matematica elementare è considerato un segno di ingenuità. E poi l’alternativa quale sarebbe? Assistere imbelli al declino accompagnando dolcemente alla pensione chi ne è stato concausa? E a cosa valgano tutti i fiumi d’inchiostro intorno all’eccellenza, alla meritocrazia, all’efficienza ecc., ecc. se poi cadono miseramente davanti ad argomentazioni così meschine.

Gioiosamente l’ateneo senese cola a picco in un ozioso temporeggiare dei vertici

AltanfuturoRabbi Jaqov Jizchaq. Carpe diem. Il Magnifico ci informa che per l’A.A. 2013/2014, tutti i corsi di studio del nostro Ateneo (quelli rimasti dopo il dimezzamento) (Corsi totali: 63; lauree triennali: 30; lauree magistrali: 28; lauree magistrali a ciclo unico: 5. Ndr) risultano accreditati. Exultate, jubilate e soprattutto non chiedetevi cosa accadrà domani: tanto negli ultimi anni sono state approvate da una burocrazia ministeriale ottusamente complice dell’assassinio del sistema universitario, a livello di riordino dei corsi di studio, le peggiori porcate, con l’effetto di aver perso il 25% degli studenti in capo a un quinquennio. Ma negli anni successivi che succederà? Per il rudimentale computo dei requisiti minimi di docenza e la riduzione del corpo docente a un numero compreso tra i 500 e i 600 membri (cioè un quasi dimezzamento rispetto al 2008), di corsi 3+2 ne si potranno fare una ventina al massimo, come se aver perso due terzi dell’offerta formativa e quasi tutti i dottorati fosse la cosa più naturale e addirittura auspicabile del mondo. Ma si può andare avanti così, rattoppando, senza interrogarsi a fondo sul destino dell’ateneo, non dico per l’eternità, ma da qui a dieci anni?

Il gioco delle tre carte. Leggo dal sito ROARS che quanto toccherebbe a Siena (il condizionale è d’obbligo) secondo il piano straordinario per il reclutamento di professori associati (decreto interm. 28 dicembre 2012 -GU n. 27 del 1-2-2013) sono 14 unità stipendiali. Le tabelle allegate riportano le assegnazioni di punti organico ai singoli atenei: ma, riferiscono persone più informate di me, a Siena le 14 unità stipendiali esistono, misteriosamente, soltanto in teoria e che di fatto non chiameranno nessuno: che vuol dire? È il gioco delle tre carte? Qualche esegeta esperto sa essere più esplicito al riguardo? Ma quand’anche in capo a un paio d’anni si riuscisse ad elargire due o tre posti a dipartimento (a fronte di cinquecento uscite di ruolo nei prossimi anni), per lo più a persone già a libro paga dell’ateneo, che dunque in gran parte sono già conteggiate nei requisiti minimi, cambierebbe qualcosa in ordine ai conti della serva che abbiamo tentato di eseguire nei precedenti post?

Ora pro nobis. Certo non nego la rilevanza delle vicende del santo Patrono, del e della concorsopoli (unici eventi che paiono appassionare i lettori, mentre la barca cola gioiosamente a picco), ma in generale, possibile che non si riesca a impostare un discorso che vada al di là del proprio “particulare” e la punta del proprio naso? Cosa resterà di questo ateneo al traguardo del 2020, quali settori, quali corsi? Quanti esterni riusciranno ad essere stabilizzati? Qual è la prospettiva per quell’oltre metà del corpo docente che al 2020 sarà costituito da tre centinaia di ricercatori di ruolo, al di là di quell’infima parte che (forse) ascenderà al rango di associato? Che “ricerca” faranno coloro che lavorano in settori che con la riduzione ad un terzo dell’offerta formativa verranno semplicemente smantellati (sicché oltretutto nessuno li chiamerà di certo)? Che ci stanno a fare a Siena? Non credo si possano tenere ostaggio centinaia di persone o tacere ancora a lungo sulla loro sorte.

Risanamento. Mi pare evidente la sproporzione fra le uscite di ruolo e le possibili assunzioni; il che vuol dire che niente potrà essere ripristinato come era prima; quindi, o con la collaborazione del ministro e della regione si mette in piedi un piano di mobilità, l’eventuale federazione e razionalizzazione dei corsi di laurea e dei settori scientifici a livello regionale, di modo da offrire almeno uno sbocco, una finalizzazione, una prospettiva, strutture solide (anziché membra sparse, brandelli di corsi di laurea sparpagliati qua e là come di un corpo dilaniato) che possano costituire un riferimento per i singoli settori e che abbiano le gambe per crescere e l’attrattiva per competere sul piano nazionale ed internazionale, oppure non si capisce bene cosa si intenda per risanamento e rilancio dell’università, se non un ozioso temporeggiare.

Polli. Ma su questo mi pare che regni la più perfetta omertà. Sibili di corridoio, mezze parole… “si canta la mezza messa”, direbbe il commissario Montalbano. Evidentemente il pollo di Bertrand Russell dal profondo della pentola continua a fare proseliti.

Nulla dies sine linea

Silenzio di tomba sull’università di Siena e sui fragili equilibri di bilancio

Altan nausea vomitoRabbi Jaqov Jizchaq. La notizia degli arresti domiciliari per Miccolis è passata sotto silenzio ed era sfuggita anche al sottoscritto: ma non era venuto a Siena con l’allure di una specie di “commissario Basettoni”? Annamo bbbene, annamo proprio bbbbene, direbbe la sora Lella. Certo non si sa più da che parte girarsi. Del resto, dal silenzio di tomba che nel dibattito pubblico circonda tutta la questione universitaria, nonostante la sua persistente drammaticità, desumo che il modo col quale a queste latitudini si affrontano certi problemi è tacendone, sperando sempre “che io, comunque, me la cavo” grazie allo stellone o all’intercessione dello zio vescovo. Si procede in ordine sparso e pare non sia a tutti chiaro che coltivando il proprio particulare entro le angustie corporative non si va da nessuna parte. Il silenzio è interrotto qua e là da sparate demagogiche o annunci trionfalistici, entrambi esecrabili: uno spettacolo intollerabile, in quella che dovrebbe costituire la palestra della dialettica e la culla del pensiero critico. Laddove un tempo si sciorinavano devozionalmente capitoli dei “Grundrisse” di Carlo Marx con scioltezza, come fossero cinque poste di rosario, ora regnano il conformismo e la rassegnazione (forse era già in nuce allora). Non fosse mai che, interrompendo per un attimo la taciturna contemplazione del proprio ombelico ci si avventurasse in analisi di respiro meno corto, “oltre “, ma intimamente legate alle pur essenziali problematiche di quegli “equilibri di bilancio” che paiono equilibrati come la famosa casa di Swift, costruita così perfettamente secondo tutte le leggi dell’equilibrio, che cadde non appena vi si posò un fringuello.

Per risanare i conti si affossa definitivamente l’università di Siena

Enzo Tortora

Con l’incipit di Rabbi il pensiero corre al 20 febbraio 1987, quando Enzo Tortora (scomparso 25 anni fa), con il ritorno a Portobello, esordì: «dunque, dove eravamo rimasti?».

Rabbi Jaqov Jizchaq. Dove eravamo rimasti? Ho lamentato che il tema della crisi di quella che verosimilmente è la seconda fonte di reddito senese sia rimasta sullo sfondo della campagna preelettorale; posso lamentare adesso che il tema è totalmente scomparso dalla polemica post elettorale, tutta (comprensibilmente) incentrata sullo statuto del MPS e sul famoso “4%”. Siccome il mondo è press’a poco quello della settimana scorsa, propongo questo riassunto delle precedenti puntate, un elenco di meri dati di fatto, come promemoria per gli smemorati e canovaccio per eventuali future discussioni “ad alto livello”, attendendo smentite (“se sbaglio mi corigerete”).

1Una risorsa per la città: in modo assai parco si stima in 24.333 euro il costo medio di cinque anni di università, comprensivo di 4.333 euro di tasse, che comunque finanziano l’università stessa (il resto sono casa, vitto, libri, materiali didattici ecc.). A parte che oramai parlare di “diritto allo studio” appare vieppiù eufemistico, Siena dal 2008 ha perso 7000 studenti, che vuol dire dunque, seondo questa stima, 170.331.000 euro in meno che sono piovuti sulla città. Nessuno se ne è lamentato. E il trend non si è arrestato, anzi, continua peggiore che mai. Gli studenti: perdita secca del 25% dal 2008; peggior dato della regione quest’anno (-17%, contro il -4,4% di Pisa). Ovvio che se l’offerta didattica è scadente, gli studenti se ne vanno altrove. Molti corsi sono morti, ma altri fanno finta di essere vivi. Se il dato di una spesa media degli studenti di 4867 euro all’anno è corretto (e a dire il vero mi paiono pochi, perché 400 euro al mese costa il solo posto letto: forse il dato è ponderato tenendo conto di coloro che usufruiscono della casa dello studente, che comunque sono una minoranza), quelli che rimangono, circa 15.600, riversano sulla città annualmente 75.918.960 euro. Più 1000 stipendi di amministrativi, quasi tutti residenti in loco, e di una parte considerevole degli 811 docenti. Siccome non mi pare che simili argomenti siano echeggiati nella campagna elettorale, evidentemente nella situazione florida in cui versa l’economia cittadina questi soldi fanno schifo.

2. “Indove coje coje“. Insistere sul fatto che l’estromissione a casaccio, cioè a dire senza un preciso piano, ma solo per via dell’età anagrafica, del 50% del corpo docente (in modo da ritrovarsi con due amministrativi per ogni docente) di per sé assicuri “il risanamento” è una posizione altamente sconclusionata, anzitutto perché non stiamo parlando di personale generico ed intercambiabile. Il pensionamento di metà del corpo docente a turn over bloccato “indove coje coje”, come scriveva il Belli canzonando l’infallibilità del Papa, e finisce per dissestare settori sani e preservare la fuffa. Quando si affrontano certi discorsi, occorrerebbe partire anzitutto dai non aggirabili “requisiti minimi di docenza”, dei quali molti commentatori e docenti (!) ignorano allegramente l’esistenza: 12+8 docenti per corso non riciclabili quanto ad afferenza, e per il calcolo dei quali contano associati, ordinari e ricercatori affidatari di corsi: fino a una settimana fa, il sito MIUR di docenti a Siena ne annoverava in tutto 811; da un paio di giorni ne conta misteriosamente 818; non so dare spiegazioni della piccola variazione del dato, forse dipenderà da ragioni metereologiche, anche se ho direttamente constatato nel sito la scomparsa di un’ altra nutrita pattuglia datasi alla fuga. E bisogna mettere in conto che la tendenza alla fuga continuerà, visto che qui è tutto bloccato e per chi resta le soddisfazioni, morali e professionali, saranno piuttosto magre.

3Condizione necessaria, non sufficiente. Sistemare i conti è pertanto condizione necessaria, ma è discutibile che di per sé sia anche sufficiente per salvare l’ateneo, specie se attuata con queste metodiche, cioè continuando lo smantellamento insegnamenti, chiudendo altri corsi, cioè perdendo ancora studenti, senza mettere in campo opportune contromisure del tipo di quelle già ampiamente segnalate; in tal caso è probabile che valga semmai l’esatto contrario, giacché se non produci e non vendi, sicuramente spendi sì poco, ma guadagni ancora meno! Il persistere di una mentalità “parastatale”, cioè la persuasione diffusa che tanto il becchime arriverà comunque, anche quando il pollaio è in fiamme, si rivelerà presto un’illusione che la realtà si incaricherà di confutare alla stessa maniera in cui fu confutato il pollo induttivista di Russell, andato a far compagnia nel tegame a certi altri polli trilussiani della “statistica” fallimentare.

4. “Fermare il declino“. Dal 2008 il numero di corsi è già dimezzato, passando da una sessantina (parlo di 3+2) ad una trentacinquina. Di più, con 811 (oppure 818) docenti, dovendo tener conto della sostenibilità da qui a qualche anno ed in costante, certa e prevista emorragia di personale docente e la disomogenea distribuzione del restante, non se ne fanno, in forza delle norme più volte richiamate. Per il calcolo dei requisiti minimi e la copertura degli insegnamenti sono inoltre fondamentali i ricercatori, che ad oggi sono 355 su 811 docenti; cioè a dire, se fosse vero che non insegnano affatto, se non “quando il professore non viene”, come sosteneva convinta una certa signora, per il conteggio dei requisiti minimi di docenza si dovrebbe far conto al massimo su 456 docenti. Che diviso 20 fa 22,8. Cioè a dire, al massimo, se per un caso fortuito ed altamente improbabile rimanessero coperti tutti i settori che la legge prescrive per l’accreditamento dei corsi, ma se al contempo i ricercatori non fossero affidatari di insegnamenti, già oggi cadrebbero un’altra decina di corsi di laurea, oltre alla trentina già cancellati dal 2008 ai nostri giorni (intendo ciclo completo 3+2) riducendosi in tutto a 22. Orbene, nel 2020 i docenti saranno complessivamente una cifra compresa fra i 500 e i 600, di cui verosimilmente oltre la metà ricercatori; se per un’ipotesi di scuola venisse meno il contributo di questi ultimi alla didattica, si potrebbe a quella data far conto su 250 – 300 docenti in tutto, cioè, in forza dei maledetti requisiti più volta stigmatizzati, si dovrebbe ridurre l’ateneo senese a una… decina di corsi di laurea.

5Invecchiare restando giovani (nell’animo). Il fatto che da qui ad allora una parte infinitesima di costoro ascenderà al rango di associato non cambia la sostanza del discorso: della gran massa di questa gente, la maggioranza dei sopravvissuti dopo il cataclisma, con stipendio e carriera bloccati da anni, il cinismo di non riconoscere nemmeno i cosiddetti assegni di ricerca nella ricostruzione di carriera (caso pressoché unico in Italia), gente indispensabile nei giorni pari e inutile nei giorni dispari, in una fase che vede soltanto lo smantellamento di strutture didattiche e della ricerca, che ne volete fare? La ministra Carrozza ha promesso un sacco di cose: “ripristino dei 300 milioni di euro sul FFO a partire dal 2013, budget pluriennale, rifinanziamento del piano associati, sblocco del turnover, istituzione di un piano straordinario nazionale reclutamento ricercatori ex art 24, premialità, valutazione, accountability, ANVUR, abilitazione scientifica nazionale ecc.”, ma anche se il libro dei sogni si avverasse, almeno in parte, non credo che Siena ne beneficierebbe, se non in maniera impercettibile.

6L’attuazione della riforma. Ribadisco che molti settori sono a rischio anche negli atenei vicini: trattandosi di università statali site ad un tiro di sputo l’una dall’altra, non varrebbe la pena di federare questi settori e corsi di studio, come esorta a fare l’art. 3 della riforma, allo scopo di salvare il salvabile (competenze, tradizioni scientifiche presenti sul territorio, studenti, prospettive per i più giovani) fornendo la necessaria “massa critica” richiesta dal buon senso, ancor prima che dalle leggi e giustificando gli stipendi di personale oramai posto “in esubero”, con la cancellazione dei SSD, corsi di laurea e strutture scientifiche ove operavano senza tante quisquilie “meritocratiche”?
Ma quando la riforma già esortava e favoriva (dal punto di vista dei requisiti minimi) le federazioni tra atenei dello stesso territorio per trovare i numeri richiesti dalla legge rafforzare le strutture, qui, nel Medioevo, la notevole lungimiranza delle Loro Signorie si è concentrata soprattutto nel garantire ai vari signorotti i loro feudi, i doppioni sgangherati, le sedi distaccate, con pochi docenti e punti studenti. Veramente notevole.