Università di Siena: guardiamo a Oxford e Cambridge, per ora col binocolo, e trasformiamo un dantista in un dentista

Evoluzione al 2020

Rabbi Jaqov Jizchaq. Va bene, finalmente, ricominciare a parlare dell’ateneo; guardiamo a Oxford, a Cambridge ecc. ecc., per ora col binocolo, e ricordiamoci in che condizioni siamo: se Pisa si situa al centesimo posto della classifica di Shanghai, Siena è sparita dalle prime cinquecento posizioni. In quattro anni l’università italiana in genere (statale e no) ha perso un miliardo di euro su 7,5 disponibili; ha perso altresì 78.000 studenti in dieci anni, pari a due atenei come Pisa, ma in soli quattro anni ha perso anche 12.000 docenti, pari a sei atenei di quella dimensione, rimpiazzati solo da 2.000 giovani. Secondo le opinioni dell’uomo della strada, non ancora investito dal filobus, comunque “eh so’ troppiiiii!”, senza mai specificare chi e cosa è di troppo (Sedi? Docenti? Ordinari? Associati? Ricercatori? Personale TA? In quali settori disciplinari?).

Spendiamo circumcirca l’1% del PIL, sommando le risorse pubbliche e quelle private, e non il 3% stabilito dall’U.E. nei trattati di Lisbona (2003); tra il 2007 e il 2013 hanno chiuso 1000 corsi di studio circa, il fondo di finanziamento ordinario cala costantemente e il numero di addetti ai lavori ogni 1000 abitanti, in Italia è meno della metà rispetto alla media OCSE: that’s Italy! L’aver dislocato un po’ ovunque sedi universitarie somministrando “ar popolino” corsi di laurea del cacchio, non ha contribuito, se non minimamente, alla mobilità sociale: all’ “ascensore sociale”, come si suol dire, che, anche per via del processo di rapida deindustrializzazione del nostro paese, va solo in discesa.
Taluni scrivevano che “il personale” andava comunque ridotto del 20%; buffo ragionamento, come se “il personale” fosse personale generico ed intercambiabile, manovalanza: le maestranze, insomma, quasi non vi fossero leggi e decreti che regolano nei minimi dettagli i requisiti per l’accreditamento dei corsi. In ogni caso qui a Siena ci siamo andati giù pesanti e tra il 2008 e il 2020 va scomparendo una quantità attorno al 50%, e non genericamente tra “il personale”, ma quasi esclusivamente tra il personale docente di ruolo, per pensionamento – dunque a casaccio -, a turn over sin qui fermo, e con esso è sparita all’incirca metà dell’offerta formativa, grazie ai famigerati “requisiti di docenza” mussiano-gelminiani.

Gli squilibri, poi, lascito del passato magna-magna: a fronte di certi settori che posseggono docenti a bizzeffe, ve ne sono altri che ne posseggono uno o due, o non più alcuno e non è difficile concludere che la scomparsa di 500 professori “vecchi” tra il 2008 e il 2020 ha avuto ed avrà l’effetto prioritario di chiudere molti insegnamenti ed ulteriori corsi di laurea. Paradossalmente, chiudendo altri corsi di laurea per mancato raggiungimento dei requisiti di docenza, resteranno i monconi amputati, decine di docenti qui non più utilizzabili: ma come già suggerito, possiamo sempre trasformare un dantista in un dentista.

Dopo anni di silenzio sull’università di Siena, torniamo a parlarne

Eugenio-NeriEugenio Neri (Capogruppo comunale di “Siena Rinasce”). Da mesi ormai – anche per nostra colpa- è calato il silenzio sull’università di Siena, silenzio rotto soltanto da qualche trionfalistico comunicato basato su classifiche farlocche e postdatate. La realtà è che il nostro ateneo versa in condizioni difficilissime, in alcuni settori addirittura drammatiche, ma non se ne parla più. Un ateneo costruito in passato più per soddisfare carriere politiche che per onorare la propria missione, rispecchia senza sorprese la situazione di profonda prostrazione della città; purtroppo (per qualcuno) la crisi della Fondazione, nel caso dell’Università, non spiega l’attuale decadenza e le responsabilità, tutte politiche, del disastro. Ma questo è passato e l’analisi la affidiamo ad altri più preparati, io parlo del presente che è “bigio” davvero. Ma il dato fondamentale e più preoccupante riguarda la prospettiva che, in ultima analisi danneggia il bene più prezioso della città, ovvero la fiducia nell’avvenire delle nuove generazioni. Il calo delle iscrizioni è sintomo grave per tutti gli atenei, ma per Siena, che dovrebbe aspirare ad essere la Cambridge italiana, la città-università per eccellenza, equivale ad un profondo “deficit metabolico”. Persa, anzi dissolta ogni pretesa di autonomia, perché ceduta ad un sistema regionale che ci permette di sopravvivere ma che di fatto ci assoggetta a realtà più influenti, Siena, che dovrebbe puntare decisamente sull’internazionalizzazione più spinta, vivacchia ancora una volta nelle pieghe della politica, che nella stasi delle idee prolifera bellamente. Chi pensava che la crisi portasse anche opportunità deve cercare altrove. I dati sono disperati per Medicina, dove non ci sono professori di ruolo per coprire sia i corsi che le scuole di specializzazione, che per necessità (e dolo?) emigrano verso Pisa e Firenze. Cardiologia perde posti, Anestesiologia e Rianimazione, senza una prospettiva a breve rischia di cambiare sede, Cardiochirurgia non ha Direttore per il 5° e 6° anno. I risvolti diventano preoccupanti anche per l’assistenza, ma sono esiziali per la prospettiva stessa di una scuola di Medicina a Siena: bisogna fare qualcosa! Ma anche le Scienze biologiche soffrono dell’incertezza del polo delle Scienze della vita. Gli studenti e le famiglie scelgono anche sulla base delle prospettive di occupazione e accesso a “possibilità” e Siena stagna anche su un altro fronte, quello delle Scienze bancarie, dove (similmente alla crisi dei diplomi di ragioniere) la crisi occupazionale di BMPS rende Siena poco attraente a chi, con grande maturità e realismo, prova a disegnare un futuro anche professionale, non volendosi accontentare solo della nobilissima tradizione goliardica della città.

Cosa chiediamo, cosa si può fare? Solo alcuni spunti: intanto chiarezza sul passato e sostanziale discontinuità dalla politica, cosa che di fatto non è avvenuta. Poi Siena deve smarcarsi dalla prospettiva toscana e cercare dei partners scientifici internazionali con cui condividere, più che sporadici scambi, programmi concreti di “fusione” sia con atenei europei di pari tradizione che con emergenti “studi” extraeuropei. E poi puntare risolutamente su tematiche ambientali, creando strutture che diano corpo alle nostre velleità. Immagino, in armonia con la vocazione del nostro territorio, un polo di medicina del benessere che coniughi scienza, cultura, risorse paesaggistiche e termali, qualità dell’alimentazione. E sulla medesima corda, facendo ricchezza del nostro patrimonio “dell’invecchiamento”, insegnare ed imparare nuove forme di geriatria e gerontologia. Il cibo e le biotecnologie legate all’alimentazione e all’agroalimentare (settore fortemente trainante) suggeriscono la necessità di una scommessa in questo campo, magari riconvertendo l’asfittica e fallimentare Siena Biotech in una sede di corso di laurea in biotecnologie agroalimentari. Infine, ma non ultime, le facoltà umanistiche, che devono con forza e autorevolezza reclamare il loro ruolo centrale nelle scelte culturali della città, sia nel futuro del Santa Maria e che nelle scelte di CEC 2019.

Infine la Banca Monte dei Paschi, che può avere un grande ruolo nel rilancio dell’ateneo, ma non certo come finanziatore: è una sua grande opportunità, per una nuova alleanza con la città e una opportunità irripetibile per la città di riscattarsi dal “grande elemosiniere”, grazie all’ingegno e al talento. La banca può mettere a disposizione la sua rete, aprendo opportunità ad hoc su Siena, per aziende e clienti e parallelamente rappresentare un “portale” per le opportunità di crescita individuale, permettendo, in maniera del tutto selettiva e per merito, a persone di qualità, di entrare in contatto con “mondi” esterni e competitivi e con questi confrontarsi. Selezione, qualità e promozione: moderno alunnato, direbbe Paolo Neri. È una sfida che possiamo affrontare tenendo presente che è una sfida per una nuova generazione di senesi, cui non possiamo rinunciare, pena il declino irreversibile della città. Parliamo di Università.

Finalmente! Si ricomincia a parlare delle condizioni in cui versa l’Università di Siena

Mizaru, Kikazaru, Iwazaru

Mizaru, Kikazaru, Iwazaru

Finalmente! Qualcuno si ricorda dell’Università di Siena! È il consigliere comunale Marco Falorni, capogruppo di Impegno per Siena, che ha presentato un’interrogazione al sindaco sulla favola del “risanamento” dell’Università degli studi.

Se è vero che l’Università è in fase di “risanamento”, perché i revisori hanno bocciato il bilancio?

Premesso:

– Che il Comune di Siena, per evidenti motivi, è legittimamente interessato al buon andamento dell’Università degli Studi di Siena;

– Che a conferma di ciò, nel Consiglio di Amministrazione dell’Ateneo siede anche un membro esterno in rappresentanza degli Enti Locali Territoriali, Comune e Provincia di Siena (cfr. Statuto dell’Università di Siena, art. 31, par. 1, lett. E);

– Che il Magnifico Rettore dell’Università ha dichiarato alla stampa (cfr. Corriere di Siena del 27 febbraio 2014), a proposito della crisi finanziaria dell’Ateneo: “Sicuramente abbiamo superato la fase più acuta, quindi stiamo uscendo dalla crisi”;

Preso nota:

– Che l’Università di Siena, rispetto al’anno accademico precedente, avrebbe perso (cfr. Corriere Fiorentino del 19 febbraio 2014) il 14 per cento delle iscrizioni, pari a 2.317 studenti);

– Che dal bilancio di previsione 2014 dell’Università, approvato, come si legge sul sito internet dell’Ateneo, dal Consiglio di Amministrazione in data 20 dicembre 2013, con 7 voti favorevoli su 11, emerge una perdita prevista di circa 19 milioni di euro;

– Che il Collegio dei Revisori dei Conti dell’Università, in data 16 dicembre 2013, aveva espresso parere contrario all’approvazione, da parte del Cda, dello stesso bilancio di previsione 2014;

Si chiede al Sig. Sindaco

Se i dati sopra indicati corrispondono a verità, e in questo caso:

– Come valuta la situazione finanziaria dell’Università degli Studi di Siena e se pensa, o meno, che il percorso di risanamento più volte annunciato sia in vista della sua positiva conclusione;

– Se pensa, o meno, che sarebbe utile invitare il Magnifico Rettore, unitamente al membro esterno del Cda rappresentante del Territorio ad un incontro, sulla situazione dell’Ateneo, con il Consiglio Comunale, o almeno con la Conferenza dei Capigruppo.

«Lascia perdere, all’università di Siena si è sempre fatto così!»

Le sorelle Bandiera

Le sorelle Bandiera

Ecco quel che scrivevo l’8 febbraio 2006 sull’università di Siena: «L’atteggiamento passivo e rinunciatario degli organi di governo e dei docenti, l’assenza di regole certe e la sistematica violazione di quelle esistenti, la mancanza totale di collegialità e trasparenza, l’inesistenza di regolamenti necessari e obbligatori, i conflitti d’interesse e di competenze, e l’approvazione di provvedimenti ad personam hanno prodotto una gestione autocratica e inefficace, un regime d’ingovernabilità non più tollerabile.» Ebbene, oggi, a distanza di otto anni, tutto ciò vale ancora! E non poteva essere diversamente: l’attuale rettore è uno degli uomini più fedeli di chi governava l’ateneo in quegli anni.

Ritorniamo sulla vicenda della delibera approvata anche dai docenti assenti e giustificati e consideriamo la dichiarazione del direttore del dipartimento: «è emersa con assoluta chiarezza la regolarità della votazione». Dal verbale, però, risulta che senza i voti degli assenti non c’era il quorum strutturale. E che dire degli attestati di solidarietà? Singolari e pochini (solo cinque su quarantanove votanti) e uno di essi, a quella riunione, non era presente! Non sarebbe più semplice, per i colleghi assenti e giustificati, dichiarare, per iscritto, la loro presenza in quel Consiglio di Dipartimento? In fondo, come mi ripetono in tanti, «all’università di Siena si è sempre fatto così!»

Articolo pubblicato anche daIl Cittadino Online (11 marzo 2014) con il titolo: «In otto anni l’università di Siena non è cambiata. Purtroppo

A proposito della “rassicurante” risposta del direttore del Dipartimento

Abaco

Il Prof. Barba, direttore del Dipartimento di Studi Aziendali e Giuridici, ha inviato la seguente mail:

Gentili Colleghi, circa le notizie sulla costituzione della struttura di secondo livello (SEM) che sono circolate tra ieri ed oggi (a partire dal blog intitolato “Il senso della misura”), desidero informarvi che ho effettuato un ulteriore, puntuale controllo del verbale. All’esito di tale scrupoloso controllo, reso possibile dalla preziosa collaborazione della Segreteria amministrativa, è emersa con assoluta chiarezza la regolarità della discussione e della votazione. Del controllo e del suo esito ho ritenuto di dover informare anche il Rettore e il Direttore amministrativo. Invito chiunque, anche il Prof. Grasso che mi legge in copia, a prendere visione del verbale. Spero che questo messaggio fornisca una rassicurante risposta, e che restituisca tranquillità e lucidità, in modo che nessuno debba sottrarre altro tempo prezioso ai propri doveri didattici e di ricerca. Un caro saluto a tutti, Angelo Barba.

Ho scritto l’articolo in questione proprio dopo aver visionato il verbale, consultabile da chiunque, perché parte integrante (Allegato 2) del decreto rettorale. Alla seduta del Consiglio di Dipartimento del 10 luglio 2013 (iniziata alle 10.45 e terminata alle 13.15) erano presenti 22 consiglieri (27 gli assenti, 20 dei quali giustificati). Mancavano sei voti per l’approvazione della delibera, mentre dal verbale risulta che votarono a favore anche sei docenti assenti e giustificati, uno dei quali in aspettativa.

A proposito della “School of Economics and Management” dell’Università di Siena

pettinella.jpgUn primato unico dell’ateneo senese è stato il taroccamento dei bilanci, con il quale si sono inseriti nelle poste, per almeno cinque anni consecutivi, residui attivi inesistenti, inventati di sana pianta per chiudere in pareggio o in attivo i consuntivi. Pratiche come queste, oggi, possono considerarsi acqua passata, ormai bandite da un’amministrazione competente ed efficace? Vediamo! Si prenda, ad esempio, uno degli ultimi decreti rettorali (20 gennaio 2014) pubblicato online, quello sull’istituzione della Struttura di raccordo denominata “School of Economics and Management” fra il Dipartimento di Economia Politica e Statistica e il Dipartimento di Studi Aziendali e Giuridici. A norma di Regolamento delle strutture scientifiche e didattiche, «il progetto e la proposta di costituzione della Struttura di raccordo devono essere approvati dai Consigli di dipartimento a maggioranza assoluta dei componenti». Orbene, alle 10,45 del 10 luglio 2013 ci fu una riunione un po’ anomala del Consiglio di Dipartimento di Studi Aziendali e Giuridici: 22 i presenti e 27 gli assenti (20 dei quali giustificati). Attenzione! Non si parla di un Dipartimento “qualsiasi” ma del Dipartimento del rettore. Quel numero legale consentiva di affrontare solo quei punti dell’ordine del giorno per i quali occorreva la maggioranza semplice. Invece, per aprire la discussione sulla costituzione della “School of Economics” occorrevano 25 consiglieri e il voto unanime per approvare la delibera. Eppure, a leggere il Decreto del rettore, si scopre che in quella riunione la delibera sulla struttura di raccordo fu approvata con l’astensione dei tre studenti presenti. E la maggioranza assoluta richiesta? Dagli allegati si evince che votarono a favore anche sei docenti assenti e giustificati, uno dei quali in aspettativa. Com’è possibile, se il verbale non segnala l’ingresso nella riunione di nessuno degli assenti? Errore materiale, superficialità, approssimazione o cosa?

Articolo pubblicato anche daIl Cittadino Online (26 febbraio 2014) con il titolo: «A proposito della “School of Economics and Management” dell’università».

Università di Siena: e se fossimo in tanti a seguire il precetto salveminiano «fa’ quel che devi, accada quel che può»?

LuigiDeMossiChe fare, quando sono proprio le istituzioni a delinquere e quando il ricorso alla Giustizia è, di fatto, impraticabile? È quel che mi sono chiesto, assistendo all’incontro pubblico sui problemi della giustizia a Siena, organizzato dall’Ordine degli Avvocati e di cui riferisce l’avvocato Luigi De Mossi con l’articolo seguente. I dati sono impietosi e la situazione è, a dir poco, drammatica: al Tribunale di Siena sono state accorpate le sedi di Montepulciano e di Poggibonsi; a fronte di 19 magistrati previsti, ce ne sono solo 11, tre dei quali con il trasferimento in tasca; i processi sul Monte dei Paschi oscurano e penalizzano tutti gli altri procedimenti; il palazzo di Giustizia presenta carenze logistiche e manutentive. Nella circostanza, il pensiero corre alla malagestione nell’università di Siena e al possibile esito, se mai ce ne sarà uno, del processo per peculato, truffa, falso ideologico e abuso d’ufficio. Lo sconforto che ci assale deve, però, cedere il passo al precetto salveminiano: «Fa’ quel che devi, accada quel che può». A costo di osservarlo in solitudine!

Luigi De Mossi

Le istituzioni sono come le fortezze, raggiungono lo scopo solo se è buona la guarnigione, cioè l’elemento umano. (Karl Popper)

Lunedì 3 febbraio si è svolto un incontro pubblico sulla situazione della giustizia a Siena; più prosaicamente sulla situazione strutturale e del carico di lavoro del nostro distretto ed il primo dato è che l’argomento interessa molto poco a tutti: per la stampa presenti solo i bloggers, Cecilia Marzotti, Augusto Mattioli e, in altra veste, Marco Falorni. In tema di politica giudiziaria, fermo restando che è un libro dei sogni impraticabile nella crisi attuale, la mia opinione è che sarebbe molto meglio avere delle cittadelle della giustizia accorpate sul modello del Tribunale di Firenze. In una Regione come la nostra riterrei sufficienti tre cittadelle una, ovviamente, a Firenze l’altra nella zona nord-ovest (Pisa-Livorno, Tirreno), l’ultima nel sud e non necessariamente a Siena. La cittadella della giustizia offrirebbe un maggior numero di magistrati permettendo una minore personalizzazione inoltre la distanza fisica della struttura da centri di potere sarebbe una ulteriore garanzia della terzietà dell’amministrazione della giustizia.

Tornando a Siena la situazione è peculiare: da un lato la chiusura e l’accorpamento del Tribunale di Montepulciano e della sezione distaccata di Poggibonsi dall’altro i processi penali molto specialistici ed impegnativi che stanno tutti andando a giudizio e necessitano di giudici, personale amministrativo, supporti informatici etc.. La concomitanza di questi due fattori oltre alla praticamente assente manutenzione dell’edificio ha provocato lo stato attuale.

Venendo a noi bisogna dire che il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati ha operato in una difficoltà notevole e ha operato ragionevolmente bene, compatibilmente con la situazione. Resta da vedere se gli altri interlocutori, il Comune di Siena in primis, e il presidente meglio i presidenti del Tribunale siano stati altrettanto efficaci. Riguardo ai presidenti, il predecessore dell’attuale se n’è andato nel momento di massima difficoltà del Tribunale: certo aveva il trasferimento in tasca ma, forse, un minimo di valutazione della situazione da parte del CSM e dello stesso magistrato sarebbe stata opportuna. Devo dire che il mio giudizio sconta il rapporto difficile che ho sempre avuto con quel giudice con il quale ho avuto scambi dialettici sulla organizzazione e gestione del Tribunale di Siena, che ci ha portati a toglierci reciprocamente il saluto. Del nuovo presidente posso dire che lo conosco poco ma l’approccio che ha avuto è ben diverso: ha gestito in tempi ragionevoli il trasferimento dei documenti e faldoni da Montepulciano a Siena e sta cercando di far andare avanti la macchina che è fin troppo ingolfata.

Per quanto riguarda il Comune di Siena va detto che a differenza di altri enti territoriali e con l’unica eccezione del sindaco di Poggibonsi ha partecipato all’assemblea ed è già qualcosa. Il Comune ha trascurato la manutenzione ordinaria come sarebbe stato il suo compito; tuttavia il nuovo edificio prescelto dovrebbe essere capiente anche se si trova all’interno della ztl ed il carico di utenza (della sostenibilità, per il colto e l’inclita) sia a piedi che in macchina (compresi i parcheggi) è tutto da valutare. Però va detto che la soluzione prospettata è concreta ed è stata fatta anche in ragione del bilancio comunale e di quello della Chigiana; una ragion di stato del tutto legittima sia chiaro. I bilanci si fanno con i numeri e non con le chiacchiere e se talvolta qualche decisione viene presa bisogna pur darne atto. Ovviamente ci si attende l’operatività dell’edificio, perlomeno di gran parte dello stesso, in tempi non biblici.

Le mie proposte già anticipate in assemblea si riassumono sostanzialmente in due:

A) conferenza di servizi tra tutti i Comuni che insistono nel distretto giudiziario di Siena perché partecipino alle spese di giustizia come il nostro Comune dal momento che anche loro beneficiano del servizio. Se la legge in materia non lasciasse spazi bisognerà intervenire anche su quella, d’altronde sia Poggibonsi che Montepulciano avranno dei consistenti risparmi di bilanci dal trasferimento delle sedi giudiziarie e l’onere complessivo non può ricadere tutto su Siena. Eventualmente si potrebbe parametrare i contributi dei Comuni in base alle statiche di accesso al Tribunale dei loro cittadini.

B) Valutare la mobilità di personale degli enti pubblici in esubero (Università, lo stesso Comune) verso il Tribunale. So bene che le spese fanno parte di partite diverse e che le risorse vanno individuate nel bilancio del ministero di giustizia, ma quando si chiede una radicale riforma dei distretti bisogna pure che qualche soldo l’Amministrazione centrale si decida ad investirlo. Inoltre stiamo parlando di qualche unità e non certo di centinaia di persone.

Ha senso parlare ancora della malagestione nell’ateneo senese? Sì! Ricominciamo da -14!

OmbraScrive un collega: «Caro Giovanni, oggi navigando in rete mi sono imbattuto nel tuo sito. Ho notato che da più di due mesi non parli più del nostro ateneo, ma sempre e solo di fatti e notizie “esterne”. Mi sono chiesto: capperi, ci sarà un motivo! Poi mi sono detto: ma perché non chiederlo direttamente a Giovanni? Ed eccomi qua…». La risposta è semplice: ho messo il bavaglio al blog perché, ormai, parlare della malagestione nell’università di Siena serve a poco! Interessa forse a qualcuno l’impreparazione e l’insipienza dei vertici, incapaci di gestire persino l’ordinaria amministrazione? O l’esautorazione e l’acquiescenza degli organi di governo? O l’illegittimità di molti provvedimenti adottati? O l’assenza totale di trasparenza? O la truffa dell’utenza sostenibile per alcuni corsi di laurea, con il conseguente scadimento dell’offerta formativa e l’attuale crollo delle iscrizioni (-14%)? O la nomina del Direttore amministrativo, contraddistinta da ingerenze esterneprocedure calpestate,  omissioni, la cui retribuzione è stata sottratta alle competenze del CdA e maggiorata di circa 60.000 € lordi, probabilmente non dovuti? O della mancata nomina del Direttore generale, nonostante siano passati più di due anni dall’emanazione dello Statuto? O dell’inesistenza del necessario e obbligatorio piano di rientro dal disavanzo d’amministrazione? O il tentativo di speculare sull’università, con la costituzione di un fondo immobiliare che gestisse gli edifici da alienare?

Probabilmente, tutto ciò non interessa a nessuno, specialmente al corpo docente muto e latitante. Tuttavia, ho deciso di riprendere a scrivere, seguendo l’insegnamento del molfettano Gaetano Salvemini: «Fa’ quel che devi, accada quel che può». Intanto, sulla colonna di destra, cliccando sulle figure, si potranno rileggere articoli fondamentali per capire la «prepotente urgenza» che impone, a noi tutti, di affrontare immediatamente le questioni strutturali di un ateneo dal glorioso passato, tra le quali, la voragine nei conti e il dissesto etico.

Articolo pubblicato anche daIl Cittadino Online (20 febbraio 2014) con il titolo: «Serve ancora parlare della malagestione dell’ateneo senese?»

Quando la giustizia non è lenta… gli atenei di Lecce e Siena

GazzettaMezzogiorno

m.ser. (La Gazzetta del Mezzogiorno, 31 gennaio 2014). La sesta sezione della Corte di Cassazione ha annullato «per inadeguatezza» l’ordinanza con cui il Tribunale del riesame aveva confermato, nel giugno scorso, i domiciliari per Emilio Miccolis. L’ex direttore generale dell’Università del Salento, oggi all’ateneo barese, fu arrestato il 14 giugno del 2013. Il provvedimento, firmato dal giudice delle indagini preliminari Antonia Martalò, fu emesso su richiesta del sostituto Paola Guglielmi che, insieme con il procuratore Cataldo Motta, coordina i vari filoni della maxi inchiesta sull’ateneo.

L’accusa contestata a Miccolis è quella di tentata concussione nei confronti dei due sindacalisti Manfredi De Pascalis (Cgil) e Tiziano Margiotta (Uil). L’allora direttore generale, con lusinghe e minacce, avrebbe tentato di «addomesticare» i due rappresentanti dei lavoratori affinché non assumessero più una posizione ostile nei confronti del governo dell’Università. Sulla scorta delle registrazioni dei colloqui intrattenuti con Miccolis, e consegnati agli inquirenti dai sindacalisti, fu emessa la misura. I difensori dell’ex direttore generale, gli avvocati Viola Messa e Daniele Montinaro, chiesero così la scarcerazione del proprio assistito al gip prima e al Tribunale del riesame poi. Ma entrambi confermarono la misura. I legali, per questo decisero di rivolgersi alla Suprema Corte che, ieri mattina, ha accolto il ricorso. Intanto Miccolis è tornato in libertà il 3 settembre scorso, dopo 81 giorni di arresti domiciliari. La misura fu sostituita dal Tribunale del Riesame e l’ex dirigente fu temporaneamente sospeso dall’esercizio di attività o funzioni presso qualunque pubblica amministrazione.

Questo secondo provvedimento del Tribunale è stato impugnato davanti alla Cassazione sia dal pm, che lo rifiuta nel merito, che dalla difesa, che lo contesta anche nella durata. E, su questo secondo ricorso, la Suprema Corte deve ancora pronunciarsi. Tanti sono i punti su cui si è concentrato, nell’udienza che si è celebrata mercoledì scors, il collegio difensivo di Miccolis, che intanto è tornato a lavorare per l’Ateneo barese. A partire dall’esistenza dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari. I legali, in particolare, hanno attaccato l’utilizzabilità stessa delle conversazioni registrate dai sindacalisti. E hanno portato all’attenzione dei magistrati un provvedimento con cui il direttore generale dell’Università di Bari disponeva il trasferimento di Miccolis negli uffici del capoluogo regionale affidandogli il coordinamento di attività didattica e di rapporti con gli enti locali ed escludendo qualsiasi rapporto con il personale e i sindacati.

Per capire perché la Cassazione ha annullato l’ordinanza, bisognerà attendere le motivazioni della sentenza, che saranno depositate nei prossimi giorni.

Sempre primo l’ateneo senese: non microscopi per gli studenti ma “comfort room” per i dipendenti all’insegna di cazzuola e baguette

FHA distanza di più di cinque anni dalla scoperta della voragine nei conti dell’università di Siena, ha senso parlare dell’ultimo rinvio del processo, quello di ieri al prossimo 8 luglio? E che dire della costruzione delle “comfort room” per i dipendenti del Polo Scientifico Universitario di San Miniato, mentre gli studenti attendono ancora, da almeno cinque anni, l’acquisto di moderni microscopi binoculari? Vedremo! Intanto gustiamoci questo simpatico intervento di Gramellini sul Presidente francese.

Ma come fa? (Da: La Stampa 14 gennaio 2014)

Massimo Gramellini. Chiedo scusa per la futilità dell’argomento, ma i traffici sentimentali del presidente Hollande (pronuncia: Olaond, con bocca storpiata in una smorfia parigina di fastidio) suscitano in noi, maschi banali e insensibili alle grandi questioni geopolitiche, una vibrante e insopprimibile curiosità: come fa? Come fa, dico, un ometto dal viso di meringa occhialuta a saziare e straziare legioni di cuori femminili? E non si sta parlando di suffragette libro-repellenti, incantabili da una collana di lapislazzuli o dal miraggio di una scodinzolata in tv. Le donne che quel signore senza carisma – ogni volta che apre bocca sembra il vicepresidente di se stesso – è riuscito a sedurre vantano fascino e personalità da vendere, oltre che una dose ubriacante di puzza sotto il naso. Eppure la statista raffinata e la giornalista unghiuta hanno baccagliato come tigri al momento della sua incoronazione, una di loro è in ospedale a curare lo smacco del tradimento, mentre la favorita del momento – un’attrice, ma naturalmente un’attrice impegnata – si è battuta per lui in campagna elettorale. E questo per limitarsi alla lista di dominio pubblico.  Come fa? Le ipnotizza con il suo irresistibile sguardo da sogliola alla mugnaia? O le conquista con uno di quei comizi che hanno fatto russare davanti alla televisione milioni di francesi? Al confronto Sarkozy è Johnny Depp. A proposito, non è che anche madama Bruni ha incontrato Hollande davanti a una tisana e… No, impossibile, e comunque non lo voglio sapere.