Diffamazione a mezzo blog: il processo contro l’Eretico di Siena

Luigi De Mossi - Raffaele Ascheri - Carlo Regina

Luigi De Mossi – Raffaele Ascheri – Carlo Regina

Un giorno in Pretura

Bastardo senza gloria. Ieri ho deciso di assistere al processo per diffamazione che vede coinvolto il prode Eretico contro la Curia senese, mi sono fatto questa pappata di deposizioni, dove nomi eccellenti come il vescovo Buoncristiani e il monsignore Acampa sono stati dovutamente sentiti, come si deve da quell’ ”animale” da aula giudiziaria che è il superavvocato Luigi De Mossi. Non vi nascondo che da spettatore non potevo augurarmi di meglio, per una volta ho assistito con soddisfazione massima a quello che più volte a noi comuni esseri non è concesso, trattare come si deve con i vari rappresentanti della casta. Vorrei però, senza entrare nei dettagli del processo, di questo credo che vi ragguaglierà l’Eretico, sottolineare certi aspetti che vengono fuori quando si assiste a queste udienze, vorrei soprattutto ora che si parla tanto di grovigli e compagnia cantante, invitare la gente a prendere coscienza assistendo appunto a questi processi, per altro pubblici. Di fatto ascoltando le varie deposizioni, senza entrare nel merito se le cose dette siano o meno penalmente rilevanti, ti rendi conto, riesci finalmente a toccare con mano quello che per ora si legge soltanto, vale a dire quali sono i vari intrecci, amicizie e piaceri reciproci, che sono alla base del famoso groviglio armonioso. Si scoprono cose che magari nessuno, a parte qualche blog vi racconterà, ma sentirlo dagli stessi protagonisti incalzati dall’avvocato De Mossi è veramente tutta un’altra cosa. Quello che voglio fare con questo scritto, è invitare la gente di Siena tutta, ad assistere a queste udienze, a sentire con le proprie orecchie certe cose, a vedere certi personaggi come a volte sono piccoli davanti alle loro azioni, a dare così fisicità a quello di cui tutti parlano, il famigerato groviglio armonioso. Bisognerebbe che qualche emittente libera si prendesse carico di fare una trasmissione tanto di successo negli anni che andava in onda su rai tre, vale a dire “Un giorno in Pretura”. Sarebbe veramente un bel servizio alla cittadinanza, che senza tanti filtri si renderebbe conto finalmente di come agiscono i nostri prodi appartenenti alla casta, ognuno nel proprio ambito, politico, religioso, finanziario e via discorrendo. Quindi il mio è un caloroso appello a partecipare, ma soprattutto penso che sarebbe un servizio fatto alla storia di Siena degli ultimi anni rendere edotti i nostri concittadini di quello che succedeva sopra le nostre teste, senza contare il fatto che altri cittadini, come l’Eretico, ci sono andati di mezzo per raccontarvele.

Sul risanamento dei conti nell’Università di Siena

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L’Università di Siena è l’unica a non aver ancora calcolato e aggiornato gli stipendi dei docenti, come prevede il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri (30 aprile 2010). Evidenti le conseguenze anche sui trattamenti pensionistici degli interessati. Gli arretrati stipendiali ammontano a circa € 9,69 milioni d’euro (comprensivi anche degli oneri a carico dell’ente) così ripartiti, negli anni: € 2,36 ml per il 2010, € 2,23 ml per il 2011, € 2,10 ml per il 2012, € 3 ml per il 2013. Chi, entro oggi, non avrà presentato richiesta di tutte le somme dovute, comprensive degli interessi legali, rischia di vedere prescritto il credito dell’anno 2010. Non si sa cosa deciderà l’Amministrazione universitaria. Di sicuro, liquidare arretrati, sia pure circoscritti al 2010, pari a 2,36 milioni d’euro, renderebbe manifesta l’infondatezza delle ottimistiche dichiarazioni del Magnifico, che continua ad annunciare l’uscita dalla crisi. Infatti, si deve ricordare che al 14 marzo 2014 il Miur ha già erogato € 75 milioni (dei 104 previsti per l’anno corrente); in cassa sono rimasti € 55,98 milioni che, aggiunti ai 29 che arriveranno dal FFO, faranno € 84,98 milioni. Cifra ampiamente insufficiente a coprire le sole retribuzioni dei dipendenti da marzo a dicembre 2014: occorrono, infatti, altri 43 milioni d’euro per raggiungere i 128 milioni necessari per gli stipendi. Certamente, questi dati potranno servire a quei consiglieri comunali che, ironizzando sui «comunicati trionfalistici basati su classifiche farlocche e postdatate», si chiedono: «se è vero che l’Università è in fase “di risanamento”, perché i revisori hanno bocciato il bilancio?»

Articolo pubblicato anche da: Il Cittadino Online (31 marzo 2014) con il titolo: «Università e arretrati stipendiali: i conti che non tornano».

Dopo anni di silenzio sull’università di Siena, torniamo a parlarne

Eugenio-NeriEugenio Neri (Capogruppo comunale di “Siena Rinasce”). Da mesi ormai – anche per nostra colpa- è calato il silenzio sull’università di Siena, silenzio rotto soltanto da qualche trionfalistico comunicato basato su classifiche farlocche e postdatate. La realtà è che il nostro ateneo versa in condizioni difficilissime, in alcuni settori addirittura drammatiche, ma non se ne parla più. Un ateneo costruito in passato più per soddisfare carriere politiche che per onorare la propria missione, rispecchia senza sorprese la situazione di profonda prostrazione della città; purtroppo (per qualcuno) la crisi della Fondazione, nel caso dell’Università, non spiega l’attuale decadenza e le responsabilità, tutte politiche, del disastro. Ma questo è passato e l’analisi la affidiamo ad altri più preparati, io parlo del presente che è “bigio” davvero. Ma il dato fondamentale e più preoccupante riguarda la prospettiva che, in ultima analisi danneggia il bene più prezioso della città, ovvero la fiducia nell’avvenire delle nuove generazioni. Il calo delle iscrizioni è sintomo grave per tutti gli atenei, ma per Siena, che dovrebbe aspirare ad essere la Cambridge italiana, la città-università per eccellenza, equivale ad un profondo “deficit metabolico”. Persa, anzi dissolta ogni pretesa di autonomia, perché ceduta ad un sistema regionale che ci permette di sopravvivere ma che di fatto ci assoggetta a realtà più influenti, Siena, che dovrebbe puntare decisamente sull’internazionalizzazione più spinta, vivacchia ancora una volta nelle pieghe della politica, che nella stasi delle idee prolifera bellamente. Chi pensava che la crisi portasse anche opportunità deve cercare altrove. I dati sono disperati per Medicina, dove non ci sono professori di ruolo per coprire sia i corsi che le scuole di specializzazione, che per necessità (e dolo?) emigrano verso Pisa e Firenze. Cardiologia perde posti, Anestesiologia e Rianimazione, senza una prospettiva a breve rischia di cambiare sede, Cardiochirurgia non ha Direttore per il 5° e 6° anno. I risvolti diventano preoccupanti anche per l’assistenza, ma sono esiziali per la prospettiva stessa di una scuola di Medicina a Siena: bisogna fare qualcosa! Ma anche le Scienze biologiche soffrono dell’incertezza del polo delle Scienze della vita. Gli studenti e le famiglie scelgono anche sulla base delle prospettive di occupazione e accesso a “possibilità” e Siena stagna anche su un altro fronte, quello delle Scienze bancarie, dove (similmente alla crisi dei diplomi di ragioniere) la crisi occupazionale di BMPS rende Siena poco attraente a chi, con grande maturità e realismo, prova a disegnare un futuro anche professionale, non volendosi accontentare solo della nobilissima tradizione goliardica della città.

Cosa chiediamo, cosa si può fare? Solo alcuni spunti: intanto chiarezza sul passato e sostanziale discontinuità dalla politica, cosa che di fatto non è avvenuta. Poi Siena deve smarcarsi dalla prospettiva toscana e cercare dei partners scientifici internazionali con cui condividere, più che sporadici scambi, programmi concreti di “fusione” sia con atenei europei di pari tradizione che con emergenti “studi” extraeuropei. E poi puntare risolutamente su tematiche ambientali, creando strutture che diano corpo alle nostre velleità. Immagino, in armonia con la vocazione del nostro territorio, un polo di medicina del benessere che coniughi scienza, cultura, risorse paesaggistiche e termali, qualità dell’alimentazione. E sulla medesima corda, facendo ricchezza del nostro patrimonio “dell’invecchiamento”, insegnare ed imparare nuove forme di geriatria e gerontologia. Il cibo e le biotecnologie legate all’alimentazione e all’agroalimentare (settore fortemente trainante) suggeriscono la necessità di una scommessa in questo campo, magari riconvertendo l’asfittica e fallimentare Siena Biotech in una sede di corso di laurea in biotecnologie agroalimentari. Infine, ma non ultime, le facoltà umanistiche, che devono con forza e autorevolezza reclamare il loro ruolo centrale nelle scelte culturali della città, sia nel futuro del Santa Maria e che nelle scelte di CEC 2019.

Infine la Banca Monte dei Paschi, che può avere un grande ruolo nel rilancio dell’ateneo, ma non certo come finanziatore: è una sua grande opportunità, per una nuova alleanza con la città e una opportunità irripetibile per la città di riscattarsi dal “grande elemosiniere”, grazie all’ingegno e al talento. La banca può mettere a disposizione la sua rete, aprendo opportunità ad hoc su Siena, per aziende e clienti e parallelamente rappresentare un “portale” per le opportunità di crescita individuale, permettendo, in maniera del tutto selettiva e per merito, a persone di qualità, di entrare in contatto con “mondi” esterni e competitivi e con questi confrontarsi. Selezione, qualità e promozione: moderno alunnato, direbbe Paolo Neri. È una sfida che possiamo affrontare tenendo presente che è una sfida per una nuova generazione di senesi, cui non possiamo rinunciare, pena il declino irreversibile della città. Parliamo di Università.

Finalmente! Si ricomincia a parlare delle condizioni in cui versa l’Università di Siena

Mizaru, Kikazaru, Iwazaru

Mizaru, Kikazaru, Iwazaru

Finalmente! Qualcuno si ricorda dell’Università di Siena! È il consigliere comunale Marco Falorni, capogruppo di Impegno per Siena, che ha presentato un’interrogazione al sindaco sulla favola del “risanamento” dell’Università degli studi.

Se è vero che l’Università è in fase di “risanamento”, perché i revisori hanno bocciato il bilancio?

Premesso:

– Che il Comune di Siena, per evidenti motivi, è legittimamente interessato al buon andamento dell’Università degli Studi di Siena;

– Che a conferma di ciò, nel Consiglio di Amministrazione dell’Ateneo siede anche un membro esterno in rappresentanza degli Enti Locali Territoriali, Comune e Provincia di Siena (cfr. Statuto dell’Università di Siena, art. 31, par. 1, lett. E);

– Che il Magnifico Rettore dell’Università ha dichiarato alla stampa (cfr. Corriere di Siena del 27 febbraio 2014), a proposito della crisi finanziaria dell’Ateneo: “Sicuramente abbiamo superato la fase più acuta, quindi stiamo uscendo dalla crisi”;

Preso nota:

– Che l’Università di Siena, rispetto al’anno accademico precedente, avrebbe perso (cfr. Corriere Fiorentino del 19 febbraio 2014) il 14 per cento delle iscrizioni, pari a 2.317 studenti);

– Che dal bilancio di previsione 2014 dell’Università, approvato, come si legge sul sito internet dell’Ateneo, dal Consiglio di Amministrazione in data 20 dicembre 2013, con 7 voti favorevoli su 11, emerge una perdita prevista di circa 19 milioni di euro;

– Che il Collegio dei Revisori dei Conti dell’Università, in data 16 dicembre 2013, aveva espresso parere contrario all’approvazione, da parte del Cda, dello stesso bilancio di previsione 2014;

Si chiede al Sig. Sindaco

Se i dati sopra indicati corrispondono a verità, e in questo caso:

– Come valuta la situazione finanziaria dell’Università degli Studi di Siena e se pensa, o meno, che il percorso di risanamento più volte annunciato sia in vista della sua positiva conclusione;

– Se pensa, o meno, che sarebbe utile invitare il Magnifico Rettore, unitamente al membro esterno del Cda rappresentante del Territorio ad un incontro, sulla situazione dell’Ateneo, con il Consiglio Comunale, o almeno con la Conferenza dei Capigruppo.

«Lascia perdere, all’università di Siena si è sempre fatto così!»

Le sorelle Bandiera

Le sorelle Bandiera

Ecco quel che scrivevo l’8 febbraio 2006 sull’università di Siena: «L’atteggiamento passivo e rinunciatario degli organi di governo e dei docenti, l’assenza di regole certe e la sistematica violazione di quelle esistenti, la mancanza totale di collegialità e trasparenza, l’inesistenza di regolamenti necessari e obbligatori, i conflitti d’interesse e di competenze, e l’approvazione di provvedimenti ad personam hanno prodotto una gestione autocratica e inefficace, un regime d’ingovernabilità non più tollerabile.» Ebbene, oggi, a distanza di otto anni, tutto ciò vale ancora! E non poteva essere diversamente: l’attuale rettore è uno degli uomini più fedeli di chi governava l’ateneo in quegli anni.

Ritorniamo sulla vicenda della delibera approvata anche dai docenti assenti e giustificati e consideriamo la dichiarazione del direttore del dipartimento: «è emersa con assoluta chiarezza la regolarità della votazione». Dal verbale, però, risulta che senza i voti degli assenti non c’era il quorum strutturale. E che dire degli attestati di solidarietà? Singolari e pochini (solo cinque su quarantanove votanti) e uno di essi, a quella riunione, non era presente! Non sarebbe più semplice, per i colleghi assenti e giustificati, dichiarare, per iscritto, la loro presenza in quel Consiglio di Dipartimento? In fondo, come mi ripetono in tanti, «all’università di Siena si è sempre fatto così!»

Articolo pubblicato anche daIl Cittadino Online (11 marzo 2014) con il titolo: «In otto anni l’università di Siena non è cambiata. Purtroppo

A proposito della “rassicurante” risposta del direttore del Dipartimento

Abaco

Il Prof. Barba, direttore del Dipartimento di Studi Aziendali e Giuridici, ha inviato la seguente mail:

Gentili Colleghi, circa le notizie sulla costituzione della struttura di secondo livello (SEM) che sono circolate tra ieri ed oggi (a partire dal blog intitolato “Il senso della misura”), desidero informarvi che ho effettuato un ulteriore, puntuale controllo del verbale. All’esito di tale scrupoloso controllo, reso possibile dalla preziosa collaborazione della Segreteria amministrativa, è emersa con assoluta chiarezza la regolarità della discussione e della votazione. Del controllo e del suo esito ho ritenuto di dover informare anche il Rettore e il Direttore amministrativo. Invito chiunque, anche il Prof. Grasso che mi legge in copia, a prendere visione del verbale. Spero che questo messaggio fornisca una rassicurante risposta, e che restituisca tranquillità e lucidità, in modo che nessuno debba sottrarre altro tempo prezioso ai propri doveri didattici e di ricerca. Un caro saluto a tutti, Angelo Barba.

Ho scritto l’articolo in questione proprio dopo aver visionato il verbale, consultabile da chiunque, perché parte integrante (Allegato 2) del decreto rettorale. Alla seduta del Consiglio di Dipartimento del 10 luglio 2013 (iniziata alle 10.45 e terminata alle 13.15) erano presenti 22 consiglieri (27 gli assenti, 20 dei quali giustificati). Mancavano sei voti per l’approvazione della delibera, mentre dal verbale risulta che votarono a favore anche sei docenti assenti e giustificati, uno dei quali in aspettativa.

A proposito della “School of Economics and Management” dell’Università di Siena

pettinella.jpgUn primato unico dell’ateneo senese è stato il taroccamento dei bilanci, con il quale si sono inseriti nelle poste, per almeno cinque anni consecutivi, residui attivi inesistenti, inventati di sana pianta per chiudere in pareggio o in attivo i consuntivi. Pratiche come queste, oggi, possono considerarsi acqua passata, ormai bandite da un’amministrazione competente ed efficace? Vediamo! Si prenda, ad esempio, uno degli ultimi decreti rettorali (20 gennaio 2014) pubblicato online, quello sull’istituzione della Struttura di raccordo denominata “School of Economics and Management” fra il Dipartimento di Economia Politica e Statistica e il Dipartimento di Studi Aziendali e Giuridici. A norma di Regolamento delle strutture scientifiche e didattiche, «il progetto e la proposta di costituzione della Struttura di raccordo devono essere approvati dai Consigli di dipartimento a maggioranza assoluta dei componenti». Orbene, alle 10,45 del 10 luglio 2013 ci fu una riunione un po’ anomala del Consiglio di Dipartimento di Studi Aziendali e Giuridici: 22 i presenti e 27 gli assenti (20 dei quali giustificati). Attenzione! Non si parla di un Dipartimento “qualsiasi” ma del Dipartimento del rettore. Quel numero legale consentiva di affrontare solo quei punti dell’ordine del giorno per i quali occorreva la maggioranza semplice. Invece, per aprire la discussione sulla costituzione della “School of Economics” occorrevano 25 consiglieri e il voto unanime per approvare la delibera. Eppure, a leggere il Decreto del rettore, si scopre che in quella riunione la delibera sulla struttura di raccordo fu approvata con l’astensione dei tre studenti presenti. E la maggioranza assoluta richiesta? Dagli allegati si evince che votarono a favore anche sei docenti assenti e giustificati, uno dei quali in aspettativa. Com’è possibile, se il verbale non segnala l’ingresso nella riunione di nessuno degli assenti? Errore materiale, superficialità, approssimazione o cosa?

Articolo pubblicato anche daIl Cittadino Online (26 febbraio 2014) con il titolo: «A proposito della “School of Economics and Management” dell’università».

Università di Siena: e se fossimo in tanti a seguire il precetto salveminiano «fa’ quel che devi, accada quel che può»?

LuigiDeMossiChe fare, quando sono proprio le istituzioni a delinquere e quando il ricorso alla Giustizia è, di fatto, impraticabile? È quel che mi sono chiesto, assistendo all’incontro pubblico sui problemi della giustizia a Siena, organizzato dall’Ordine degli Avvocati e di cui riferisce l’avvocato Luigi De Mossi con l’articolo seguente. I dati sono impietosi e la situazione è, a dir poco, drammatica: al Tribunale di Siena sono state accorpate le sedi di Montepulciano e di Poggibonsi; a fronte di 19 magistrati previsti, ce ne sono solo 11, tre dei quali con il trasferimento in tasca; i processi sul Monte dei Paschi oscurano e penalizzano tutti gli altri procedimenti; il palazzo di Giustizia presenta carenze logistiche e manutentive. Nella circostanza, il pensiero corre alla malagestione nell’università di Siena e al possibile esito, se mai ce ne sarà uno, del processo per peculato, truffa, falso ideologico e abuso d’ufficio. Lo sconforto che ci assale deve, però, cedere il passo al precetto salveminiano: «Fa’ quel che devi, accada quel che può». A costo di osservarlo in solitudine!

Luigi De Mossi

Le istituzioni sono come le fortezze, raggiungono lo scopo solo se è buona la guarnigione, cioè l’elemento umano. (Karl Popper)

Lunedì 3 febbraio si è svolto un incontro pubblico sulla situazione della giustizia a Siena; più prosaicamente sulla situazione strutturale e del carico di lavoro del nostro distretto ed il primo dato è che l’argomento interessa molto poco a tutti: per la stampa presenti solo i bloggers, Cecilia Marzotti, Augusto Mattioli e, in altra veste, Marco Falorni. In tema di politica giudiziaria, fermo restando che è un libro dei sogni impraticabile nella crisi attuale, la mia opinione è che sarebbe molto meglio avere delle cittadelle della giustizia accorpate sul modello del Tribunale di Firenze. In una Regione come la nostra riterrei sufficienti tre cittadelle una, ovviamente, a Firenze l’altra nella zona nord-ovest (Pisa-Livorno, Tirreno), l’ultima nel sud e non necessariamente a Siena. La cittadella della giustizia offrirebbe un maggior numero di magistrati permettendo una minore personalizzazione inoltre la distanza fisica della struttura da centri di potere sarebbe una ulteriore garanzia della terzietà dell’amministrazione della giustizia.

Tornando a Siena la situazione è peculiare: da un lato la chiusura e l’accorpamento del Tribunale di Montepulciano e della sezione distaccata di Poggibonsi dall’altro i processi penali molto specialistici ed impegnativi che stanno tutti andando a giudizio e necessitano di giudici, personale amministrativo, supporti informatici etc.. La concomitanza di questi due fattori oltre alla praticamente assente manutenzione dell’edificio ha provocato lo stato attuale.

Venendo a noi bisogna dire che il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati ha operato in una difficoltà notevole e ha operato ragionevolmente bene, compatibilmente con la situazione. Resta da vedere se gli altri interlocutori, il Comune di Siena in primis, e il presidente meglio i presidenti del Tribunale siano stati altrettanto efficaci. Riguardo ai presidenti, il predecessore dell’attuale se n’è andato nel momento di massima difficoltà del Tribunale: certo aveva il trasferimento in tasca ma, forse, un minimo di valutazione della situazione da parte del CSM e dello stesso magistrato sarebbe stata opportuna. Devo dire che il mio giudizio sconta il rapporto difficile che ho sempre avuto con quel giudice con il quale ho avuto scambi dialettici sulla organizzazione e gestione del Tribunale di Siena, che ci ha portati a toglierci reciprocamente il saluto. Del nuovo presidente posso dire che lo conosco poco ma l’approccio che ha avuto è ben diverso: ha gestito in tempi ragionevoli il trasferimento dei documenti e faldoni da Montepulciano a Siena e sta cercando di far andare avanti la macchina che è fin troppo ingolfata.

Per quanto riguarda il Comune di Siena va detto che a differenza di altri enti territoriali e con l’unica eccezione del sindaco di Poggibonsi ha partecipato all’assemblea ed è già qualcosa. Il Comune ha trascurato la manutenzione ordinaria come sarebbe stato il suo compito; tuttavia il nuovo edificio prescelto dovrebbe essere capiente anche se si trova all’interno della ztl ed il carico di utenza (della sostenibilità, per il colto e l’inclita) sia a piedi che in macchina (compresi i parcheggi) è tutto da valutare. Però va detto che la soluzione prospettata è concreta ed è stata fatta anche in ragione del bilancio comunale e di quello della Chigiana; una ragion di stato del tutto legittima sia chiaro. I bilanci si fanno con i numeri e non con le chiacchiere e se talvolta qualche decisione viene presa bisogna pur darne atto. Ovviamente ci si attende l’operatività dell’edificio, perlomeno di gran parte dello stesso, in tempi non biblici.

Le mie proposte già anticipate in assemblea si riassumono sostanzialmente in due:

A) conferenza di servizi tra tutti i Comuni che insistono nel distretto giudiziario di Siena perché partecipino alle spese di giustizia come il nostro Comune dal momento che anche loro beneficiano del servizio. Se la legge in materia non lasciasse spazi bisognerà intervenire anche su quella, d’altronde sia Poggibonsi che Montepulciano avranno dei consistenti risparmi di bilanci dal trasferimento delle sedi giudiziarie e l’onere complessivo non può ricadere tutto su Siena. Eventualmente si potrebbe parametrare i contributi dei Comuni in base alle statiche di accesso al Tribunale dei loro cittadini.

B) Valutare la mobilità di personale degli enti pubblici in esubero (Università, lo stesso Comune) verso il Tribunale. So bene che le spese fanno parte di partite diverse e che le risorse vanno individuate nel bilancio del ministero di giustizia, ma quando si chiede una radicale riforma dei distretti bisogna pure che qualche soldo l’Amministrazione centrale si decida ad investirlo. Inoltre stiamo parlando di qualche unità e non certo di centinaia di persone.

Ha senso parlare ancora della malagestione nell’ateneo senese? Sì! Ricominciamo da -14!

OmbraScrive un collega: «Caro Giovanni, oggi navigando in rete mi sono imbattuto nel tuo sito. Ho notato che da più di due mesi non parli più del nostro ateneo, ma sempre e solo di fatti e notizie “esterne”. Mi sono chiesto: capperi, ci sarà un motivo! Poi mi sono detto: ma perché non chiederlo direttamente a Giovanni? Ed eccomi qua…». La risposta è semplice: ho messo il bavaglio al blog perché, ormai, parlare della malagestione nell’università di Siena serve a poco! Interessa forse a qualcuno l’impreparazione e l’insipienza dei vertici, incapaci di gestire persino l’ordinaria amministrazione? O l’esautorazione e l’acquiescenza degli organi di governo? O l’illegittimità di molti provvedimenti adottati? O l’assenza totale di trasparenza? O la truffa dell’utenza sostenibile per alcuni corsi di laurea, con il conseguente scadimento dell’offerta formativa e l’attuale crollo delle iscrizioni (-14%)? O la nomina del Direttore amministrativo, contraddistinta da ingerenze esterneprocedure calpestate,  omissioni, la cui retribuzione è stata sottratta alle competenze del CdA e maggiorata di circa 60.000 € lordi, probabilmente non dovuti? O della mancata nomina del Direttore generale, nonostante siano passati più di due anni dall’emanazione dello Statuto? O dell’inesistenza del necessario e obbligatorio piano di rientro dal disavanzo d’amministrazione? O il tentativo di speculare sull’università, con la costituzione di un fondo immobiliare che gestisse gli edifici da alienare?

Probabilmente, tutto ciò non interessa a nessuno, specialmente al corpo docente muto e latitante. Tuttavia, ho deciso di riprendere a scrivere, seguendo l’insegnamento del molfettano Gaetano Salvemini: «Fa’ quel che devi, accada quel che può». Intanto, sulla colonna di destra, cliccando sulle figure, si potranno rileggere articoli fondamentali per capire la «prepotente urgenza» che impone, a noi tutti, di affrontare immediatamente le questioni strutturali di un ateneo dal glorioso passato, tra le quali, la voragine nei conti e il dissesto etico.

Articolo pubblicato anche daIl Cittadino Online (20 febbraio 2014) con il titolo: «Serve ancora parlare della malagestione dell’ateneo senese?»

Il rischio che i grillini corrono è che «diventino più partitocrati dei partitocrati che combattono»

Gianfranco Spadaccia

Gianfranco Spadaccia

«Il M5S? Sono solo apprendisti stregoni» (Da: il manifesto, 8 febbraio 2014)

Carlo Lania. «Noi ci definivamo degli ultrà della democrazia e avevamo una solida cultura liberal-democratica che al M5S non solo manca, ma mi sembra la metta anche in discussione. Grillo deve stare attento, perché rischia di fare la stessa fine della Lega e dell’Idv, che a forza di contrastare la partitocrazia hanno finito per acquisirne tutti i vizi». Se in Italia c’è un partito che in passato ha fatto dell’ostruzionismo una pratica quasi quotidiana questo è il partito Radicale, di cui Gianfranco Spadaccia è stato uno dei fondatori e parlamentare. 79 anni, giornalista, oggi è impegnato in una rilettura degli scritti di Leonardo Sciascia ma osserva con attenzione non solo quanto accade in parlamento, ma anche nella rete, regno di Beppe Grillo. «Questi referendum che organizza su vari temi sono ridicoli», dice. «Come fa a parlare di democrazia diretta quando a votare sono solo 50mila persone contro i 9 milioni di elettori del M5S?».

Spadaccia, le piace il modo di fare opposizione del M5S?
Devo dire che ho stima di alcuni di loro perché mi ricordano tanti ragazzi che hanno militato nel partito Radicale e nei Verdi. Gente arrivata alla politica non solo per esigenze morali, ma per voglia di rinnovamento. Detto questo, non condivido assolutamente il metodo con cui il M5S fa opposizione e la patente di democrazia diretta che Grillo attribuisce a se stesso. Viviamo in un mondo in cui la partitocrazia ha travolto tutte le regole della formazione delle classi dirigenti, del dibattito democratico, della trasparenza nella gestione della cosa pubblica, e poi facciamo qualcosa di ancora più evanescente e più opaco, perché il web va a impulsi, e chi controlla gli impulsi governa la democrazia diretta del web.

Ovviamente parla di Grillo e Casaleggio.
Sicuro. Io sono una persona che crede che la democrazia parlamentare debba essere integrata da forme di democrazia diretta. E sono convinto che in questo quadro il web possa essere utilmente utilizzato, ma deve essere regolamentato, non può essere affidato all’autogestione di un singolo partito.

In questi giorni si paragona il M5S al fascismo. Le sembra corretto?
Sono molto prudente sia nel rispondere positivamente che negativamente. Se vado a guardare tutte le persone che hanno collaborato al Popolo d’Italia negli anni precedenti il fascismo e le buone ragioni che molti dei sostenitori iniziali del fascismo avevano… Tanto per intenderci: prima di incontrare Salvemini anche Ernesto Rossi scriveva sul Popolo d’Italia. Quello che posso dire è che alcuni meccanismi autoritari sono molto pericolosi e vedo nei grillini il rischio di diventare degli apprendisti stregoni che non controllano più quello che mettono in movimento.

Che differenza vede tra il modo in cui voi facevate ostruzionismo e quello del M5S?
Mi colpisce sempre che loro con l’ostruzionismo pensano di non far passare un provvedimento, mentre noi facevamo un’opposizione durissima ma quando il governo poneva la fiducia ci fermavamo. L’importante era far passare il messaggio, far capire al Paese il perché del nostro comportamento. Ma la differenza fondamentale è un’altra: come noi anche loro, almeno a parole, sono degli ultrà della democrazia, però mentre noi avevamo una solida cultura liberal-democratica, qui non solo mi pare che manchi, ma viene perfino messa in discussione, tanto che parlano di democrazia delegata.

C’è poi il problema delle alleanze: Grillo le rifiuta, voi le cercavate.
Certo, le faccio un esempio: sul divorzio con Loris Fortuna e nella Lid negli anni ’60 realizzammo da extraparlamentari un’alleanza con Psi, Pli e partiti laici che coinvolse l’opposizione comunista. E su questa alleanza puntammo negli anni 70 per costruire una alternativa ai governi Dc, in polemica con la strategia del compromesso storico.

Possiamo dire che un movimento come il quello di Grillo un po’ ce lo siamo voluto?
Se lo sono voluto. L’assetto partitocratico si è sempre scelto, un po’ per inerzia e un po’ a ragion veduta, i propri oppositori. Questo è avvenuto con la Lega, ma anche con l’IdV di Di Pietro. Il rischio che adesso i 5 stelle corrono è che si ripeta quello che è successo per la Lega e per l’Idv, che dalla lotta alla partitocrazia finiscano col diventare più partitocrati dei partitocrati che combattono. Grillo non può pensare di salvarsi con gli stipendi bassi dei parlamentari. Anche esagerando in questo, con il rischio che una serie di spese vengano scaricate sul finanziamento dei gruppi. Perché se tu tagli troppo stipendi e rimborsi a chi deve venire in parlamento, poi delle compensazioni bisogna trovarle.

Torniamo all’ostruzionismo. Anche voi non ci andavate certo leggeri.
Guardi, io non dico che noi era­vamo buoni ed edu­cati per­ché non lo era­vamo affatto. Ricordo Roberto Cicciomessere che alla Camera arrivò a strappare il regolamento davanti al banco della presidenza. Fu un gesto forte, molto offensivo, ma simbolico. Ma penso anche agli scontri avuti alla Camera con Mario Pochetti, che era il mastino del presidente del gruppo comunista, ma anche al Senato, dove ho avuto confronti durissimi con Perna, Trombadori, Bufalini, con lo stesso Maurizio Ferrara. Tuttavia c’era rispetto reciproco e sono nate anche delle amicizie.

E si manteneva il rispetto delle istituzioni.
Una volta, parlando con Pannella, Loris Fortuna ci definì i sollecitatatori delle istituzioni, quelli che pretendevano di attivare i meccanismi della democrazia.

Sia sincero: le è mai scappato un insulto sessista?
No, il sessismo non ha mai fatto parte delle nostro bagaglio, ma neanche la violenza, al di là di quella simbolica. Il massimo che ricordo sono le accuse di Mellini e nostre ad alcuni settori del femminismo che, tra gli anni 70 e 80, finivano per essere contrari alla libertà sessuale in nome della parità tra uomo e donna. Noi le accusavamo di essere delle bigotte di sinistra. Ricordo anche che una volta Pannella rimproverò a Nilde Iotti di tenere l’ordine in aula come una maestrina. Ma questo è davvero tutto.

Una cosa in comune con il M5S i radicali comunque ce l’hanno, ed è la battaglia per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti.
Non è così. Vede io mi preoccupo di abolire il finanziamento pubblico ma mi chiedo anche quali debbano essere le forme di finanziamento della politica che posso prevedere. Un’idea bisogna averla. Non si può risolvere tutto dicendo io faccio il fondo per le piccole imprese, perché è solo un modo per farsi pubblicità. Lei dice che abbiamo lo stesso obiettivo? Io le rispondo che l’estate scorsa noi radicali abbiamo presentato un referendum per l’abolizione del finanziamento pubblico e ci siamo rivolti anche al M5S, ma loro si sono guardati bene dall’aderire.