Nell’Università si sacrifica l’elaborazione del pensiero critico sull’altare della comunicazione

Paolo Prodi

Paolo Prodi

Se l’Università non insegna più a pensare (Da: QN, 23 gennaio 2014) 

Stefano Marchetti. C’era una volta l’università, «che è stata il pilastro costituzionale dell’Occidente, la società che ha portato allo sviluppo della ragione, dei diritti umani e della democrazia», fa notare il professor Paolo Prodi, storico di fama internazionale, professore emerito dell’ateneo di Bologna. E oggi, invece, c’è «un’università intesa prima di tutto come luogo per confezionare prodotti d’eccellenza per il mercato – aggiunge –. Ma questa è la rovina…» I suoi anni (e sono 81, compiuti in ottobre) li ha dedicati specialmente a questo grande amore, l’università, «e tutti i mercoledì mattina ricorda mi può trovare nel mio studio, qui a Bologna»: ha insegnato a Trento, dove è stato anche rettore, a Roma e sotto le Due Torri, è stato responsabile dell’ufficio studi della Pubblica istruzione, e non ha mai avuto remore nel denunciare le storture di quel mondo accademico che vedeva sbandare. Al punto che già 45 anni fa, nel 1969, fresco vincitore di concorso, fece pubblicare sul Giorno un annuncio provocatorio che suscitò scalpore, “Professore universitario di ruolo, titolare cattedra facoltà umanistica grande ateneo, offresi per incarico dirigenziale grande società o ente”. Come i membri della sua grande famiglia, i fratelli Romano, Vittorio, Giovanni, Franco o Giorgio, il professor Paolo Prodi conosce bene l’Università dentro e fuori, e questo è il titolo del libro (edito dal Mulino) in cui ha raccolto saggi di carattere storico e di testimonianza sulla crisi attuale dell’istituzione universitaria italiana.

Professore, che cosa ha rappresentato l’università?
«È esistita solo in Occidente ed è stata sempre l’elemento critico, fra il tempio e il potere politico. Sempre distinti, in continua tensione dialettica».

Oggi non è più così?
«Oggi avviene come nel mondo economico, dove è prevalsa l’economia finanziaria sulla produzione. Nell’università, la ricerca ha perso quasi completamente la sua funzione di far progredire la conoscenza e la formazione di base, per essere sempre finalizzata a brevetti che si possono spendere e ‘consumare’ subito».

E cosa accade?
«L’università è sempre più coinvolta nel mondo della politica e della produzione: un professore spende più tempo a cercare fondi che a fare ricerca. E intanto rischiamo di smarrire interi settori che sono il fondamento della nostra cultura, dalla storia alla fisica teorica».

E dove sta l’autonomia universitaria?
«È molto difficile vederla. Tutte le statistiche sono improntate a rilevare quanto produce un’università in termini di laureati o di pubblicazioni: si va a numero, a peso. E si perde anche un altro elemento essenziale».

Quale?
«Un tempo l’università veniva scelta dallo studente anche in funzione dei maestri che poteva trovarvi. Il rapporto maestro-allievo è fondamentale, ma oggi è tutto affidato a valutazioni quantitative, che certamente non possono andar bene per tutte le discipline».

Per esempio?
«Pensi che a Bologna non c’è più un Dipartimento di Filosofia: è stato unito a quello di Scienze della comunicazione. Trovo che, dopo secoli, questa sia una trasformazione antropologica di una violenza incredibile. Non possiamo sacrificare sull’altare della comunicazione l’elaborazione del pensiero critico».

Lei è sempre stato critico verso la riforma del “3+2”. Perché?
«Glielo spiego con l’esperienza. Se lei deve studiare il latino medievale, deve farlo al primo anno, oppure non lo impara più: ma senza quelle basi non è in grado di leggere i documenti necessari per una tesi. Lo stesso vale per ingegneria: l’analisi matematica è il fondamento. Il 3+2 ha fatto l’opposto, ha messo il carro davanti ai buoi».

Stiamo creando una generazione di illusi?
«Temo di sì. Non si può continuare a pensare all’istruzione superiore solo come istruzione universitaria. Dopo il ’68, soprattutto in Germania si sono create delle scuole tecniche superiori parallele, fuori dall’università, con un diploma professionalizzante. Invece in Italia i politici hanno creato università in tutti i borghi, perché erano un distintivo all’occhiello, ma senza programmazione».

Rifarebbe oggi quell’annuncio sul giornale?
«Oggi non farebbe neppure più discutere. E poi, nessuno mi offrirebbe più lavoro: non ci sono più gli Olivetti, i Mattei… Chi vuole che si impicci di un professore universitario?»

Sempre primo l’ateneo senese: non microscopi per gli studenti ma “comfort room” per i dipendenti all’insegna di cazzuola e baguette

FHA distanza di più di cinque anni dalla scoperta della voragine nei conti dell’università di Siena, ha senso parlare dell’ultimo rinvio del processo, quello di ieri al prossimo 8 luglio? E che dire della costruzione delle “comfort room” per i dipendenti del Polo Scientifico Universitario di San Miniato, mentre gli studenti attendono ancora, da almeno cinque anni, l’acquisto di moderni microscopi binoculari? Vedremo! Intanto gustiamoci questo simpatico intervento di Gramellini sul Presidente francese.

Ma come fa? (Da: La Stampa 14 gennaio 2014)

Massimo Gramellini. Chiedo scusa per la futilità dell’argomento, ma i traffici sentimentali del presidente Hollande (pronuncia: Olaond, con bocca storpiata in una smorfia parigina di fastidio) suscitano in noi, maschi banali e insensibili alle grandi questioni geopolitiche, una vibrante e insopprimibile curiosità: come fa? Come fa, dico, un ometto dal viso di meringa occhialuta a saziare e straziare legioni di cuori femminili? E non si sta parlando di suffragette libro-repellenti, incantabili da una collana di lapislazzuli o dal miraggio di una scodinzolata in tv. Le donne che quel signore senza carisma – ogni volta che apre bocca sembra il vicepresidente di se stesso – è riuscito a sedurre vantano fascino e personalità da vendere, oltre che una dose ubriacante di puzza sotto il naso. Eppure la statista raffinata e la giornalista unghiuta hanno baccagliato come tigri al momento della sua incoronazione, una di loro è in ospedale a curare lo smacco del tradimento, mentre la favorita del momento – un’attrice, ma naturalmente un’attrice impegnata – si è battuta per lui in campagna elettorale. E questo per limitarsi alla lista di dominio pubblico.  Come fa? Le ipnotizza con il suo irresistibile sguardo da sogliola alla mugnaia? O le conquista con uno di quei comizi che hanno fatto russare davanti alla televisione milioni di francesi? Al confronto Sarkozy è Johnny Depp. A proposito, non è che anche madama Bruni ha incontrato Hollande davanti a una tisana e… No, impossibile, e comunque non lo voglio sapere.

Condannato a pagare le spese legali, Marinelli presenta appello per «mantenere una chiara immagine di credibilità»

Augusto Marinelli e Quirino Paris

Augusto Marinelli e Quirino Paris

L’ex rettore Marinelli può attendere l’appello nella causa fissato nel 2018 (la Repubblica Firenze, 11 dicembre 2013)

Franca Selvatici. Con i tempi della giustizia italiana, la querelle sulla economia agraria non avrà mai fine. Il professor Augusto Marinelli, ordinario di economia agraria ed ex rettore dell’Università di Firenze, non intende chiudere la sua battaglia legale contro il professor Quirino Paris, docente di economia agraria all’Università di California e severo censore del sistema di potere che — come ha scritto e ripetuto più volte — ha colonizzato in Italia la loro comune disciplina, condizionando il reclutamento dei docenti e la ricerca scientifica. L’ex rettore ha presentato appello contro la sentenza del giudice del tribunale di Firenze Luca Minniti, che l’11 aprile scorso — ritenendo che il professor Paris non lo avesse né diffamato né calunniato — ha respinto la sua richiesta di risarcimento per un importo di 700 mila euro e lo ha condannato al pagamento delle spese legali sostenute da Quirino Paris. Il professor Marinelli chiede la riforma totale della sentenza e rinnova la richiesta di 700 mila euro a titolo di risarcimento per i danni inferti alla sua figura di «importante studioso a livello internazionale di economia ed estimo forestale ed ambientale nel settore di agraria, dove è assolutamente necessario mantenere una chiara immagine di credibilità».

Il presidente della II sezione civile della corte di appello Alessandro Turco ha fissato la prima udienza al 16 giugno 2018 alle ore 10. Non è uno scherzo. Sono i tempi della giustizia a Firenze. Nel frattempo è stata sospesa l’esecutività della sentenza impugnata, il che significa che il professor

Paris non potrà ricevere il pagamento per le spese legali sostenute, salvo che la questione non venga risolta diversamente in una udienza fissata il 7 gennaio. La tesi del professor Marinelli circa la lesione della sua immagine di studioso chiamato a ricoprire «incarichi prestigiosi» riguarda la sua estraneità alla «cupola » della economia agraria, sancita in sede penale da una archiviazione. Tuttavia fra i concorsi ritenuti pilotati vi era anche quello di suo figlio Nicola, che il 17 ottobre 2002 vinse un posto di ricercatore di economia agraria bandito dalla facoltà di Medicina (sic) di Firenze. Non era ancora dottore di ricerca. Gli altri tre candidati si ritirarono. Suo padre all’epoca era rettore.

Mentre Riccaboni immagina improbabili destini per le “sedi distaccate”, altrove si medita di ridurre l’università di Siena nel suo complesso a sede distaccata

                Arnold Böcklin, "The Isle of the Dead", 1883

Arnold Böcklin, “The Isle of the Dead”, 1883

Rabbi Jaqov Jizchaq. “Il bambino che è in noi”, come ha detto alla Leopolda un ispirato Renzi in vena pascoliana e platoniana, continua a reclamare delle risposte chiare a domande elementari, che non possono essere eluse con un ghigno (“madama in questo mondo, con ciò sia cosa, quando fosse che, il quadro non è tondo”). Dobbiamo attendere la stagione delle rituali “okkupazioni” novembrine “contro il potere” latu sensu, per ricominciare a parlare confusamente dei massimi sistemi onde finalmente ascendere con soave oblio alle nubi dell’ideologia, sollevati dalle questioni concrete e dalla prosaicità dei “requisiti minimi”?

Gli “oppositori” di tutte le razze – da destra a manca – si sono chetati. Mi viene in mente una strofa della celebre canzone di Don Raffaé: “si costerna, s’indigna, s’impegna poi getta la spugna con gran dignità”. Ecco, questo è esattamente ciò che è accaduto. I temi sul piatto, sui quali urgerebbe esprimersi, ci sono eccome, al di là della stomachevole propaganda. In particolare, e oggi, sono questi:

1. la sotterranea ridefinizione in corso dei contorni degli atenei toscani sotto una regia centrale, inevitabilmente politica più che scientifica: l’orientamento dominante è quello di fare di Siena il polo delle “scienze della vita” o dello “sviluppo sostenibile”; ora, sebbene tra le lauree più strane del mondo vi sia anche quella in Scienze della Morte, non è che le restanti scienze non riconducibili alle scienze della vita abbiano di per sé una vocazione tanatologica, oppure una perversa inclinazine alla dissipazione delle risorse naturali che le renda particolarmente esecrabili: si è capito cosa vogliono farne?

2. Siamo di fronte ad una emorragia della docenza; Siena probabilmente avrà cumulato un po’ di quei “punti organico” dei quali parla l’articolo, singolarmente approssimativo, pubblicato da Repubblica , per tappare in teoria qualche buco, ma la sostanza è che non ha i quattrini per reclutare, e anche la faccenda dei piani straordinari appare assai nebulosa.

3. Il timore è che, com’è accaduto per le varie riforme succedutesi, indirizzi puramente politici e una cieca e ottusa burocrazia trasformino anche questa fase in un inenarrabile bordello: il pretesto per un puro scontro di potere, anziché l’opportunità per una corretta e razionale ridefinizione dei contorni del sistema dell’università pubblica nel territorio toscano. E in tale contesto toccherebbe fronteggiare i rigurgiti particolaristici e la protervia di chi non capisce che il mondo è cambiato; l’emergere di tendenze neocoloniali, o atteggiamenti simili a quelli delle imprese straniere che fanno incetta di fabbriche italiane, acquisiscono i brevetti, chiudono gli impianti, portano via i macchinari e se ne vanno. Aggiungo che mentre qui continua la pratica onanistica di immaginare improbabili destini per le “sedi distaccate”, altrove già si medita di ridurre Siena nel suo complesso, essa stessa a sede distaccata. Tanto per dire la lungimiranza…

4. Se Siena sta male, le altre sedi “viciniori” non stanno bene. Le burocrazie ministeriali ed universitarie, da parte loro, se da un lato spingono verso una maggiore integrazione, sollecitando la trasformazione dei corsi non più sostenibili nelle singole sedi in corsi interateneo e la “regionalizzazione” della ricerca, dall’altro non contemplano affatto la mobilità dei docenti, non rintuzzano le reazioni particolaristiche di genere NIMBY e in più frappongono miriadi di ostacoli formali, dedicandosi con concupiscenza all’arte che gli riesce meglio: la pura interdizione, posta in essere a mezzo di un profluvio di “circolari” e cavilli che agiscono come una tela di ragno, capace di imbrigliare e rendere impossibile qualunque azione efficace. Purtroppo la burocrazia è il maggior ostacolo all’implementazione dei programmi che … essa stessa ha partorito! Alla fine, ci scommetterei non vi dico cosa, che ci scapperà fuori l’ennesimo troiaio.

È luogo comune che bisogna salvaguardare competenze e alleggerirsi della zavorra o “fuffa”, ma a me pare che non si vada esattamente in questa direzione e a sentire gli slogan vacui coi quali si dipingono sovente i tratti dell’università futuribile, non vorrei ritrovarmi una Toscana piena di improbabili “corsi di laurea” telematici, acrobatici, massmediatici, astigmatici, enigmatici e buemuschiatici ecc., ma venissero meno consolidate tradizioni e l’ABC della scienza e della cultura e la ricerca di base, soppressi in quanto, secondo una visione rozzamente economicistica, “inutili”. Vi è una ragione strategica, ma anche una ragione etica per opporsi a questa tendenza. Diceva Hermann Broch: “La Matematica in sé e per sé non serve a niente, ma è una specie di isola dell’onestà e per questo le voglio bene”; il discorso può estendersi ad altre discipline ed è noto che l’impresa della conoscenza umana nel suo complesso ci insegna l’utilità dell’inutile.

“La scheggia nell’occhio è la miglior lente di ingrandimento”
 (T. Adorno, “Minima Moralia“)

Post scriptum: …nella ripartizione dei punti organico 2013 del DM pubblicato il 17, Siena ha perso il 66% e Firenze ha perso il 27%. Nonostante il dibattito che segue su Roars risulti di difficile comprensione per chi non abbia dimestichezza con l’Ostrogoto burocratico, la sostanza, mi par di capire, è che qui non c’è trippa per gatti: “in termini assoluti, l’ateneo più avvantaggiato da questa operazione risulta essere il Politecnico di Milano, che si ritrova con ben 20,42 punti organico “in più” rispetto a quelli teorici che avrebbe ottenuto con un turn-over al 20%. In termini percentuali, la palma dell’ateneo più fortunato va invece alla Scuola Sant’Anna di Pisa, con un numero di punti organico pari al 964% in più rispetto a quelli teorici. Il problema, però, è che tali punti organico “extra” sono stati paradossalmente prelevati dai pensionamenti avvenuti in altri atenei, molti dei quali vengono così a ritrovarsi con un turn-over effettivo intorno ad un misero 6%, con una perdita secca del 66% di punti organico. L’università che ha subito la più alta perdita in termini assoluti è Napoli “Federico II”, con -18,83 punti organico. In termini percentuali, gli atenei più bistrattati risultano essere, ex aequo, Foggia, Siena, Seconda Univ. di Napoli, Bari, Messina, Sassari, Palermo, Cassino, Molise, con una decurtazione pari a -66%.”

L’università di Siena fa acqua da tutte le parti

Polo Scientifico di San Miniato: raccolta dell'acqua piovana nell'ambito del progetto "sostenibilità"

Polo Scientifico di San Miniato: raccolta dell’acqua piovana nell’ambito del progetto “sostenibilità”

Sindaco e rettore di Siena producono solo chiacchiere e propaganda

Bruno Valentini - Angelo Riccaboni

Bruno Valentini – Angelo Riccaboni

Rabbi Jaqov Jizchaq. Dichiarava Valentini: «Proprio in questi giorni ci siamo incontrati più volte con il Rettore per riflettere su come rendere la città ancora più accogliente per gli studenti, e su come sviluppare la ricerca intercettando opportunità e finanziamenti che proiettino gli studi universitari verso le esigenze del mondo del lavoro e dell’impresa.» Il Sindaco fa benissimo a guardare al “mondo dell’impresa”, ma non è chiaro cosa intenda in concreto e vorrei capire se si tratta di un ragionamento minimalista, supportare alcune attività esistenti, legate per lo più al turismo (battaglia sacrosanta, per carità, ma in questo caso non capisco l’enfasi sui dati Anvur relativi alla ricerca e bisogna intendersi allora su cosa si intende con questo termine: una metafora?), supportare legalmente, o pubblicitariamente, oppure voleva fare un discorso di più lungo respiro e allora urgono alcune considerazioni. Per quanto concerne l’innovazione tecnologica, a Siena vi sono infatti già interessanti realtà a livello universitario nel campo delle biotecnologie, così come in campo ingegneristico. E … poco più. Altre realtà sono totalmente assenti.

Vi sono (vi erano?) anche interessanti realtà nel campo delle “scienze pure”, ma la loro sopravvivenza, nella città candidata a capitale nientepopodimenoche Europea della cultura, che ospitò Galileo prima e dopo il celebre processo e la cui storica accademia dei “Fisiocritici” aveva come soci corrispondenti personaggi come Immanuel Kant, evidentemente è poco interessante: mi domando che senesi siano coloro che oggi auspicano una Siena senza cultura, o con un simulacro di cultura costituito da quel pout pourri di comunicazione e un po’ di “informaticcia”, con l’imperversare del quale l’ateneo che un tempo ospitò Gadamer, si ridusse poi a chiamare al suo posto Red Ronnie. Da “Segno e immagine” di un Cesare Brandi, ad altre meno edificanti immagini, nonostante l’alacre opera dell’Ufficio Imperialregio per la Propaganda dell’Immagine, con tanti membri quanti ce ne vogliono per costituire due dipartimenti.

L’innovazione tecnologica, comunque, non ha tanto bisogno di ragionieri de luxe, quanto di brevetti e prodotti competitivi: dunque a quali “imprese” sta pensando in particolare il Valentini? Solo il turismo? Ma per quello, più che appositi corsi di laurea, occorrerebbe che ad esempio si risolvesse la vexata quaestio del Santa Maria della Scala e del suo destino, o delle comunicazioni stradali e ferroviarie in questa città isolata dal mondo (lasciamo perdere aeroporti internazionali ed altre consimili castronerie). Di conseguenza, a quali corsi di laurea stiamo pensando? A quali dottorati, se ad oggi, con l’obbligo delle sei borse di studio, di “dottorati” veri e propri (assimilabili ai blasonati PhD) non ce ne è rimasti quasi punti?

Senza dimenticare che la situazione generale dell’industria italiana (cioè di un paese in piena deindustrializzazione), e toscana in particolare, di per sé al momento non è delle più brillanti (“Piombino, Lucchini in agonia, a rischio 4 mila posti di lavoro”), ma tanto per fornire un parametro di riferimento, l’esempio eccellentissimo di “impresa legata all’innovazione tecnologica”, a mio modestissimo avviso, è quel risultato di oculate e lungimiranti politiche universitarie e di investimento nella ricerca costituito dalla Samsung. Leggo sul Sole 24 Ore  che la Samsung (7 miliardi di utili) ha già registrato 407 brevetti che ruotano intorno al grafene, materiale che pare promettere mirabolanti applicazioni industriali. Nel 2012 ha stanziato 40 miliardi di dollari per investimenti nella ricerca e le classifiche dell’Ocse premiano la Corea del Sud come la nazione che ha i risultati migliori del mondo nella qualità dell’apprendimento.

Scendendo a più miti consigli e senza scomodare i colossi come la Samsung, leggo che alle Olimpiadi di Londra saranno adottati bicchieri e posate fatte di materiali ecologici e compostabili di produzione italiane (la “chimica verde” dalla vicentina Ecozema): anche questo è il frutto dell’ingegno e della ricerca nostrani. Ecco, seppur ovviamente nelle dovute proporzioni e si parva licet, stiamo parlando di questo genere di “impresa”? Per essere ancora più chiari, l’impresa che fabbrica cose, che poi sul mercato competono con altre cose: s’intende questo, o la produzione di quei prodotti tossici che sono le chiacchiere e la propaganda? È il caso di operare nettamente questa distinzione (una sorta di Glass-Steagall morale) tra la produzione di cose (che si tratti di brevetti, cose immateriali come la ricerca pura o materialissime come il cacio e le damigiane di vino) e la produzione d’aria fritta.

Nell’università che (lasciando pietosamente agli psichiatri il compito di commentare le affermazioni circa “uno dei migliori atenei del mondo”) si avvia a perdere metà del corpo docente rispetto al 2008, con le pesantissime conseguenze su ricerca e didattica, pensa il Sindaco di istituire nuovi corsi di laurea, che so, in Agraria, vista la vocazione fortemente agricola del territorio senese, o in Veterinaria, vista la tradizione equestre e la passione che contraddistingue questa città? Sarebbe bello, ma i professori dove li trova, se la prospettiva certa è quella del dimezzamento del corpo docente già esistente, se i corsi di laurea dal 2008 sono già dimezzati, e se tanto mi dà tanto (vedi precedenti calcoli) perdendo altri duecento docenti si ridurranno a un terzo? Stiamo parlando di domani o di una prospettiva di così lungo termine (quando saremo tutti morti), da risultare astratta?

Quanto al modello di università, si addita sostanzialmente un modello tipo “Fachhochschule” tecnico-professionale alla tedesca o si pensa anche a uno spazio per la ricerca di base? Nel primo caso non so cosa dirà l’Anvur la prossima volta che valuterà “la ricerca” e di cosa si vanteranno conseguentemente i politici, ma in ogni caso sarebbe assai schizofrenico vantarsi di avere ciò che non si vuole. Siamo conseguenti: se si va esclusivamente in questa direzione, allora non c’è più spazio per la ricerca di base, per corsi di laurea tipo Matematica, Fisica, in pratica tutto il comparto umanistico ecc … niente di male, la Scienza non soffrirà più di tanto, ma cosa pensa di farne il Valentini di chi a questi settori ci sta dentro (e sono centinaia di persone, non necessariamente i più bischeri)? Pensa di riconvertire un astrofisico in un veterinario o un dantista in un dentista?

E poi Berufsakademie e Fachhochschule sono cose serie. Vedete che anche per aderire seriamente a una prospettiva come quella additata dal Sindaco, non bastano i proclami, ma occorre anzitutto dire chiaramente cosa si vuole in concreto, indi muovere il didietro mettendo in campo serie politiche; non bastano piccoli aggiustamenti, o aspettare che la legge della jungla faccia il suo corso per poi fare la conta dei sopravvissuti, sperando che siano darwinianamente “i migliori” (i migliori rispetto a che cosa?!?!?!). Vedi che anche qui torna in ballo il tema della pianificazione a livello regionale e della mobilità: se ne sta parlando? Non odo nulla di significativo in proposito. Occorre una programmazione a livello regionale (come in Germania esiste a livello dei Länder), l’individuazione degli asset da preservare e sviluppare nelle specifiche porzioni di territorio, la possibilità di muovere i docenti da una sede all’altra e di collaborare tra atenei siti a un tiro di schioppo l’uno dall’altro. Altrimenti è solo aria fritta. In definitiva, non vedo come si possa sfuggire, anche in questo caso, a una prospettiva come quella indicata nei miei precedenti post. Né come si possa perseguirla restando immobili e contentandosi delle prediche.

I trucchi dell’Anvur e le classifiche alterate per accaparrarsi fondi e studenti

DeNicolaoUniversità, il bluff della classifica Anvur

Il Secolo XIX del 26 luglio 2013. A smascherare la classifica dell’Anvur è stato il gruppo di ricercatori e docenti che anima Roars, il più seguito sito dedicato all’università . Da sempre critico nei confronti degli esperti dell’Anvur – definiti «bricoleur della valutazione»- Roars mette in guardia contro le conseguenze di quegli errori. Le classifiche date in pasto ai giornali saranno brandite, scrive Roars, «all’interno di ogni ateneo da parte dei gruppi che aspirano ad accaparrarsi fondi di ricerca e soprattutto punti organico». E influenzeranno, a settembre, le iscrizioni alle università.

Sergio Benedetto, responsabile della classifica dell’Anvur, parla di equivoco e spiega: «Delle due valutazioni abbiamo scelto di dare ai giornalisti quella che usa l’indicatore più semplice, non contestabile». L’altra, quella contenuta solo nel rapporto, si basa invece su «indicatori poco definiti» e quindi esposti a critiche. «Non c’è stato alcun trucco», sottolinea Benedetto. Il trucco c’è stato eccome, insiste Roars. Giuseppe De Nicolao, professore di analisi dei dati all’Università di Pavia e tra i redattori del sito, lo illustra così al Secolo XIX: «Una delle due classifiche riguarda solo la ricerca, l’altra tiene conto anche di altri fattori, come la capacità di attrarre finanziamenti. Nella conferenza stampa del 16 luglio e nelle cartelle date ai giornalisti, sono state alterate tutte e due. Sia, in un caso, usando formule matematiche diverse, che hanno in parte modificato il risultato, “promuovendo” atenei che nel rapporto finale risultano “bocciati”. Sia, in entrambi i casi, modificando le linee di confine tra atenei grandi, medi e piccoli. Ma quelle linee di confine sono decisive e devono rimanere fisse. Se le sposto, è ovvio, altero il risultato. Ed è quello che è accaduto».

Fummo “eccellenti”, ma senza interventi sulle reali storture non resterà quasi nulla delle glorie passate dell’Università di Siena

Volto_unisiRabbi Jaqov Jizchaq. Leggo su “la Repubblica” di oggi: «È il migliore risultato nazionale nell’indicatore di sintesi della qualità della ricerca in rapporto alle dimensioni», dice il rettore Angelo Riccaboni dicendosi “orgoglioso del risultato” dell’Ateneo senese che ha ottenuto il migliore risultato nella qualità della ricerca rispetto alle dimensioni della struttura, con un differenziale positivo pari a 35,76%.» 

Dunque, se Siena ottiene, o meglio, ottenne dei buoni risultati nel campo della ricerca, probabilmente qualche merito lo avrà quel 44% del corpo docente costituito dai ricercatori di ruolo e la percentuale indefinita di quelli a tempo determinato, o no? Ossia di quella gente che qui a Siena, sostanzialmente, nella quasi totalità dei casi, non ha futuro. L’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) ha presentato i risultati della Valutazione della Qualità della Ricerca italiana (VQR) per il settennio 2004-2010, cioè, sostanzialmente (tranne un paio d’anni), il periodo precedente alla crisi che ha investito l’ateneo: ne traiamo la conclusione che ai rinviati a giudizio per il “buho” spetta la medaglia al valor civile anziché la galera? Il risultato viene, infatti, brandito dalle gazzette contro le Cassandre che denunciano lo stato di perdurante crisi in cui versa l’ateneo; al contrario, c’è da chiedersi quanto sia rimasto e quanto rimarrà delle competenze che hanno contribuito alla determinazione di quel risultato, proprio a seguito della crisi: 500 docenti, cioè il 50% del totale, andranno in pensione – essenzialmente non rimpiazzati – entro i prossimi cinque anni, sono scomparsi metà dei corsi di laurea che avevamo nel 2008 (e molti altri scompariranno un po’ a casaccio) e, a partire dallo stesso, anno gli studenti sono calati del 25%.

Si aggiunga la falcidia dei dottorati e le scarsissime prospettive per i meno anziani. In sostanza, visti i cambiamenti radicali intervenuti in questi ultimi anni e le prospettive tutt’altro che rosee del futuro, si può dire al massimo che fummo “eccellenti”, ma non c’è nessuna garanzia che il futuro sarà uguale al passato. Al momento di chiudere e sopprimere, si è “valutato” se si andavano a potare anche dei rami sani, anziché quelli secchi e basta? La domanda è ovviamente retorica. Guardiamo appunto al futuro: cosa resterà da qui a qualche anno di quelle competenze, di quelle “eccellenze” che hanno prodotto questo incoraggiante risultato? Nei post precedenti abbiamo fatto due conticini che non mi pare siano stati smentiti. Se il criterio è quello meccanicistico e incurante della qualità dei “requisiti di docenza” (leggasi “tagli lineari”), se manca il coraggio di porre un argine agli “orticelli”, ai corsi di laurea cinobalanici, per la pompa di questo o quel satrapetto del menga; se non vi è una volontà riformatrice vera di intervenire sulle reali storture, se non vi è la consapevolezza che dalla polverizzazione delle strutture non nasce alcuna ricerca, se dunque si dimentica il concetto stesso di “comunità scientifica”, non resterà quasi nulla. Insomma, stiamo celebrando le glorie passate, ignorando la magra realtà dei fatti presenti e le prospettive future, e che dei passati trionfi nel volgere di pochi anni resterà ben poco.

«Pisa al vertice
 della ricerca in Italia.» By the way, hanno 1800 docenti, a fronte dei meno di 600 che avrà Siena nel 2020; e non c’è l’òmino della strada di una città oramai assuefatta al luogo comune che instancabilmente bercia: “e so’ troppiiiiii!”. Insomma hanno le strutture pressoché integre: come si pensa di competere con i nostri ingombranti vicini di Pisa e Firenze? D’un balzo, pare che un dato positivo relativo a un intervallo iniziato dieci anni fa e conclusosi, essenzialmente, con l’esplosione del “buho” cancelli le magagne del presente. Insomma, crogioliamoci pure nel ricordo dei fasti passati, strombazzando le statistiche buone, nascondendo sotto il tappeto quelle cattive, ma non dimentichiamoci che la realtà presente è sostanzialmente diversa da quella di due lustri fa: non vorrei che un confuso e burocratico efficientismo che a Napoli si direbbe “facimm’ ammuina” inducesse a dimenticare la sostanza delle cose e io non vedo come si possano eludere i ragionamenti svolti nei miei precedenti messaggi (anzi…): se vi sono delle eccellenze nel campo della ricerca, è sensato disperderle?

Nelle università di provincia, l’autorevolezza degli assenteisti cronici cresce con l’ansia dell’attesa dei docenti

Altan-comandare-fottereRabbi Jaqov Jizchaq. Piuttosto, io avrei titolato l’articolo «nel reclutamento l’Università dovrà valutare le competenze didattiche tanto quanto le pubblicazioni»: “poca didattica = poca ricerca“. Tutti gli assenteisti cronici dicono che non si fanno vedere all’università perché debbono fare “la ricerca”: posso capire che Siena non è “Ossforde” quanto a strutture, o che le nostre biblioteche cui sono stati tagliati anche i fondi per gli abbonamenti alle riviste scientifiche non sono la Bodleian Library, ma dove minchia la fanno, ‘sta ricerca, costantemente all’altro capo del mondo? Non è che tutti studiano i pinguini dell’Antartide! E poi se vi fosse tutta questa ricerca fiorirebbero premi Nobel a tutto spiano: e invece, bada un po’, questi fioriscono, al contrario, proprio laddove i dipartimenti sono intensamente e costantemente presidiati. I giovani ricercatori che fuggono all’estero, non lo fanno solo per accattare un tozzo di pane che la patria matrigna nega loro, ma perché la ricerca si fa dove la ricerca c’è, ossia dove esiste quella che a tutti gli effetti può definirsi una “comunità scientifica”.

Didattica e ricerca si tengono l’un l’altra: che ricerca può creare attorno a sé un docente che esiste solo virtualmente sub specie ectoplasmatica? Siena, le università di provincia, sono state per lungo tempo paradigmatiche da questo punto di vista: creazioni in larga misura artificiali, hanno registrato degli eccessi clamorosi nelle latitanze. Quelli di provincia, tra i barbarofoni, sono siti universitari “dove non si va” e l’autorevolezza magari cresce, se ci si fa vedere poco, con l’ansia dell’attesa (il professore verrà? Non verrà? Consultiamo gli aruspici…). Questo ha fatto sì che la nomea di “assenteisti” si spargesse indistintamente un po’ su tutti, dimenticando che se c’è uno che non lavora, spesso vuol dire che c’è un altro che lavora per due. Ma anche da questo punto di vista temo sia arrivato il momento del redde rationem.

Ma poi, prima di parlare astrattamente di “reclutamento”, qualcuno ha fatto una stima approssimativa di quanta gente verrà reclutata (se mai verrà reclutato qualcuno) a Siena nei prossimi cinque anni, per 500 docenti che se ne vanno? Qualcuno (Candide, ou l’optimisme: sarà la canicola) va sparando cifre, alludendo allo sblocco del turn over per Università ed enti di ricerca a partire dal 2014, all’elevazione dunque dal 20% al 50% del limite di spesa consentito rispetto alle cessazioni dell’anno precedente , ma, s’intende – in cauda venenum – nel rispetto delle disposizioni sui limiti di spesa per il personale e per l’indebitamento (e questo è un argomento dolorosissimo a Siena). Con questo provvedimento – si dice – si renderanno disponibili posti per 1.500 docenti di ruolo in tutt’Italia (il che vuol dire una ventina per ateneo) e 1.500 “tenure track”, cioè, senza tanti fronzoli, borse di studio (che quindi non incidono sui conteggi di cui ai precedenti post): ma ve la immaginate una pioggia di concorsi a go-go qui, a Siena, nel volgere di cinque anni, se ad oggi hanno bloccato persino la chiamata come associati dei ricercatori già risultati idonei? Manco se li vedo….

Mi pare pura fantascienza. Il mio sospetto è che se fra avanzamenti di carriera e reclutamento vero e proprio si arriverà ad una cinquantina, sarà grasso che cola. Inoltre a goderne saranno naturalmente i SSD che sopravviveranno al cataclisma e nei prossimi anni non avranno tirato nel frattempo le cuoia (e non è detto che siano quelli migliori ed indispensabili); pertanto il sospetto è che alla fine della fiera il personale docente in questi anni verrà ridimensionato, non di un terzo, come si vociferava, ma sostanzialmente della metà e per giunta a cacchio di cane: a prescindere da ogni giudizio di valore, sul piano meramente aritmetico non vedo dunque come si possano eludere i ragionamenti di cui ai precedenti messaggi.

Attendo con ansia di essere smentito.

Nulla dies sine linea

Per la Commissione europea, nel reclutamento dei docenti l’Università dovrà valutare le competenze didattiche tanto quanto le pubblicazioni

LetteraTotoPeppino

Totò e Peppino scrivono la famosa lettera. Da rivedere e ascoltare.

Troppa ricerca, poca docenza (Italia Oggi, 2 luglio 2013)

Giovanni Scancarello. L’università deve tornare in cattedra. Secondo la commissione europea, non basta fare solo ricerca, ma bisogna restituire centralità all’insegnamento, troppo spesso relegato in second’ordine. E quanto riportato nella relazione del gruppo di alto livello per la modernizzazione dell’istruzione superiore, presentata lo scorso 18 giugno a Bruxelles. L’istruzione superiore, vale a dire quella universitaria, pone giustamente al centro del proprio core business la ricerca, che però resta un fatto accessibile, alla fine, a pochi eletti. Per l’Europa si tratta di proseguire anche nel terziario l’apertura democratica all’istruzione che ha contraddistinto lo sviluppo della scuola secondaria di massa degli ultimi trent’anni. Per questo l’università deve prepararsi ad accogliere l’aumento della richiesta di accesso ai percorsi terziari di studio, in modo da proporsi nella prospettiva dell’aumento del numero dei laureati in Europa, atteso già con la strategia di Lisbona e rilanciato con Europa 2020. Il gruppo di alto livello, in cui partecipa anche l’italiano Alessandro Schiesaro, dell’Università La Sapienza di Roma, ha adottato 16 raccomandazioni, che rappresentano il risultato del confronto con gli stakeholder, con le associazioni professionali e degli utenti dell’istruzione superiore europea, finalizzate soprattutto a promuovere l’innalzamento della qualità della didattica. Qualità della didattica che è tale solo se mette veramente al centro l’apprendimento e lo studente. È questo il banco di prova del modello dell’istruzione superiore europea.

In Europa, affermano dal gruppo di alto livello, si vuole affermare un modello in cui le competenze vengano innanzitutto coltivate attraverso la didattica e l’insegnamento e non solo nei laboratori di ricerca. L’Europa, quindi, dopo la scuola, sceglie l’inclusione anche all’università, spostando il baricentro dall’insegnamento all’apprendimento. Si tratta di un approccio già affermato con il Processo di Bologna e ripreso con l’istituzione del framework europeo delle competenze, del sistema di accumulazione e trasferimento paneuropeo dei crediti e dei titoli di studio, del supplemento al diploma. Per Androulla Vassiliou, commissario per l’istruzione e promotrice convinta del gruppo di alto livello, tutto ciò serve perché gli «studenti siano forniti della giusta miscela di competenze necessarie per il loro futuro sviluppo personale e professionale». Mary McAleese, ex presidente della repubblica d’Irlanda e oggi a capo del gruppo di alto livello, afferma che le università dovrebbero porre maggiore attenzione al merito di chi insegna e al fatto che venga insegnato loro ad insegnare. Tra le sedici raccomandazioni è previsto, infatti, che le politiche di reclutamento e progressione di carriera delle università tengano conto della valutazione delle competenze didattiche dei prof, tanto quanto altri fattori, come pubblicazioni e altri titoli. Entro il 2020, si legge tra le raccomandazioni, tutto il personale docente dovrebbe aver ricevuto una formazione pedagogica certificata. Ma non solo. Partico- lare enfasi è posta all’apertura democratica del curricolo agli studenti. I curricoli dovrebbero essere sviluppati e monitorati in un clima di dialogo e partenariato con gli studenti, i laureati, gli stakeholder. E ancora. Le università dovrebbero incoraggiare il feedback degli studenti. Insomma la commissione ha chiesto ai suoi saggi un documento con cui dichiarare guerra alla dispersione nell’istruzione superiore così come già avvenuto nella scuola superiore. Nel frattempo però c’è da ricostruire un rapporto con i diplomati, che si iscrivono sempre meno all’università. Secondo le stime di Alma laurea sulla condizione dei laureati le retribuzioni d’ingresso dei laureati in Italia sono livellate a livello di quelle dei diplomati. Perché allora laurearsi se basta il diploma? E d’altra parte l’Europa sa che non potrà giocarsi la competizione dell’economia della conoscenza senza un contributo forte in originalità e creatività che soprattutto i laureati italiani possono offrire.