E se l’incontinenza di qualche blogger senese fosse il mezzo per rompere il muro del silenzio?

Blogger incontinente

Blogger incontinente

Bloggers: brutti, sporchi e cattivi (Da: il Cittadino online, 26 luglio 2014)

Luigi De Mossi. Sognatore è un uomo con i piedi fortemente appoggiati sulle nuvole (Ennio Flaiano – Diario degli errori)

Qualche settimana fa ho partecipato ad un programma a SienaTv ospite di Daniele Magrini. Si è parlato, in via principale, del processo Antonveneta migrato a Milano; ma poi il conduttore, con abilità, ha fatto scivolare la discussione su altri argomenti e ad un certo punto si è venuti a parlare della circolazione delle notizie e della funzione della stampa e finalmente dei bloggers. L’altro ospite era Roberto Barzanti e quando si è discusso dei bloggers Barzanti ha espresso alcune personali riserve su queste forme di comunicazione. Sull’argomento bloggers e stampa credo che sia il caso di fare qualche precisazione per la loro stringente attualità nella società di oggi e nella nostra città in particolare.

Prima di tutto occorre puntualizzare che senza l’attività dei bloggers senesi e segnatamente, senza sfumature e classifiche che pure ci sono e ci devono essere, senza Raffaele Ascheri (ereticodisiena), Federico Muzzi (ilsanto), Giovanni Grasso (ilsensodellamisura) Carlo Regina  (bastardosenzagloria) e di un giornale online Il cittadinoonline.it non si sarebbe mai saputo nulla di tanti fatti rilevanti e significativi per la città. A loro ed anche – absit iniuria verbis – a qualche sito anonimo si deve la circolazione delle idee e delle notizie in una città che era completamente addormentata. Se qualche coscienza civile s’è risvegliata è anche e soprattutto merito loro. Il silenzio della carta stampata è stato assordante, le televisioni non sono mai intervenute sulle vicende senesi e solo il crollo verticale – di natura squisitamente economica – ha portato ad un repentino cambiamento di atteggiamento. Anche perché da un certo momento in poi sarebbe stato impossibile non accorgersi di ciò che stava accadendo.

È il paradosso senese: una classe politica che si dice progressista, mostra spiccati segni di conservatorismo. C’è anche da domandarsi se più che un paradosso questa non sia la conseguenza dell’aver gestito il potere per tanti, troppi anni. In più la città ha sempre mostrato una doppia natura: conservatrice da un punto di vista sociale e progressista per tendenza politica. Tutto nella nostra città, dall’impianto stradale cittadino alle istituzioni, rimanda ad un’idea di tradizioni ben difficilmente collocabili con gli afflati più veri del progressismo. Ed i mezzi d’informazione ordinari non hanno fatto altro che adeguarsi. In questo senso l’opinione di Barzanti è pienamente in linea con il pensiero più coerente e tradizionale della città o meglio di una certa parte della città: quella che comanda.

Inoltre bisogna dire che ognuno porta in sé la propria cultura e il proprio essere; i bloggers sono persone e come tali possono scrivere bene o male come un qualunque giornalista o scrittore. Ce ne possono essere di bravi e meno bravi, di apocalittici o integrati, come in ogni altra attività di questo mondo. Se i toni dei bloggers non piacciono o se peccano di ineleganza e magari qualche volta sono incontinenti e sbagliano, bisognerà mettere sulla bilancia un fatto e cioè che la verità alle volte fa male e può puzzare ma è sempre meglio di una pietosa ipocrisia, specialmente se quest’ultima è utilizzata al fine principale – se non esclusivo – di conservare il potere. C’è anche da dire che poi, alla fine, i bloggers rispondono in prima persona della loro libertà di pensiero senza sconti e senza frignare; anche i cosiddetti anonimi perché l’anonimato in internet è molto difficile e gli IP sono rintracciabili. Daniele Magrini ha anche detto che gli piacerebbe scrivere la storia dell’informazione a Siena negli ultimi quindici anni. Con l’onesta intellettuale che gli riconosco vedrete che se il lavoro vedrà la luce un capitolo fondamentale sarà dedicato proprio ai bloggers.

Se conservazione significa rispetto delle tradizioni e del proprio passato Siena ha fatto bene ad essere conservatrice. Ma se conservazione significa difendere l’indifendibile e una storia recente che ha portato la banca e la fondazione nella situazione attuale, la Mens Sana Basket al fallimento, l’A.C. Siena in serie D ed al concordato e tanti fornitori, accompagnatori, operatori creditori delle due società a rischi estremamente concreti di perdere il risultato del proprio lavoro e le generazioni nuove a veder erose tutte le opportunità, allora è il caso di continuare con questa litania e questi paraocchi? In politica il massimizzare i meriti e dimenticare gli errori è pratica comune ed anche scusabile ma diviene inaccettabile quando ha il solo e precipuo scopo di difendere esclusivamente gli interessi di una classe di boiardi i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Allora il voler tappare la bocca ai bloggers, considerati la cattiva coscienza di una città, ha un significato prima di tutto politico; quello di non svegliare questo popolo che continua a credere alle favole, mentre, invece, ha una sola opportunità di riscatto e rinascita: quella di tornare immantinente con i piedi ben piantati per terra. Prima questo accadrà meglio sarà per tutti.

Aids: dal virus inventato al vaccino osannato

E la storia del virus dell’Aids continua con risvolti italiani del tutto peculiari, come ci racconta Duccio Facchini suil Fatto Quotidiano“.

IlFatto22luglio2014

E l’Università di Siena merita mortificazione e declino? “La Nazione” sosterrà chi lavora seriamente anche per il futuro dell’Ateneo?

Altan-SvegliatiOra basta, svegliamoci! (La Nazione Siena, 16 luglio 2014)

Tommaso Strambi. Ora basta! Tutto ha un limite. La morte della Robur, certificata ieri al termine di una lunga agonia non può scivolarci addosso come se fosse un fatto ineluttabile. Occorre svegliarci. Aprire finalmente gli occhi perché Siena non merita questa mortificazione. Non merita il declino cui l’hanno condotta certe scelte politiche, che hanno privilegiato la cieca fedeltà anziché la competenza. Non lo merita la Siena sportiva che non può essere abbattuta con un colpo di machete. Non lo meritano i campioni che in questi anni hanno indossato le maglie bianconere del Siena Calcio o quelle biancoverdi della Mens Sana, non lo meritano i tanti tifosi che sino all’ultimo istante hanno incitato e seguito i propri beniamini. Con passione vera. Quella che ti fa gioire o piangere per un gol segnato o subìto, per un rimbalzo o un ferro che ti nega il canestro. In queste settimane in tanti hanno sperato in un miracolo.

Ma non era e non poteva essere questa la soluzione. Magari avrebbe allungato per qualche tempo ancora l’agonia, ma non avrebbe garantito il futuro. Ora, che anche quest’ultimo delitto è stato compiuto, bisogna ribellarsi e ripartire. Dire basta una volta per tutte a una mancanza di progettualità vera, alla capacità di basarci sulle competenze autentiche (e ce ne sono tantissime in giro) per rialzare la testa. In tutti i campi. Occorre che le forze sane si mettano in gioco. Stare alla finestra e aspettare che altri lo facciano è un lusso che Siena non si può più permettere.

Noi de La Nazione, che in questo territorio siamo cresciuti, siamo pronti a sostenere quanti vorranno mettersi a lavorare seriamente per il futuro di questa città. Sportiva e non. Basta con gli avventurieri (e anche in queste ultime settimane ne abbiamo visti tanti) o con chi antepone il proprio personale interesse al bene della comunità. Tutto ha un limite. E per alcuni il tempo è davvero scaduto. La città di Siena deve tornare a vincere. In casa e fuori.

Anche i bambini conoscono gli indicatori giusti per le classifiche delle Università

provocatore.jpgSu “UniNews24”, Marco Viola ha analizzato criticamente i dodici indicatori usati dal “Sole24Ore” per le sue graduatorie degli Atenei italiani. Si consiglia la lettura integrale dell’articolo intitolato «Classifica “Sole24Ore”, il bluff degli indicatori», la cui conclusione è: «la graduatoria complessiva offre un’informazione per così dire “tossica” (…) auguriamo ai colleghi del Sole24Ore di guarire dalla malattia delle “classifiche calderone” onde poter discutere di più importanti quesiti.»

Pole l’UniSI permettisi di pareggiare con l’UniPI e l’UniFI? No!

Sole24Ore

Se il sapere divide un Paese (Da: Il Mattino 24 giugno 2014)

Pino Aprile. Quando saranno disponibili, i dati sui danni alle università meridionali causati dal decreto Carrozza serviranno forse solo a misurare la dimensione del disastro. E sarà troppo tardi per rimediare, se non a prezzi e con tempi moltiplicati. Sempre che ce ne sia la volontà. Se si vuole intervenire, bisogna farlo subito, prima che cominci il nuovo anno accademico, perché le conseguenze di quell’infausto provvedimento appariranno chiare alla distanza, ma si producono da subito («Dal momento in cui avveleni i pozzi a quando l’acqua arriva nelle case e la gente comincia a morire, passa un po’ di tempo. A meno che non fermi l’acqua prima che esca dal rubinetto», mi spiega, con una chiarissima metafora, un famoso docente).

I criteri per definire “migliori” le università sono stati concepiti per premiare quelle del Nord (presenza di aziende sovvenzionatrici nel territorio; facilità di lavoro, per i laureati; entità delle tasse pagate dagli studenti), e le università del Sud sono state, così, ulteriormente svantaggiate. Questo le porterà a non poter sostituire i docenti che vanno in pensione, a ridurre i corsi di studio (l’ “offerta formativa”), alzare le tasse per gli studenti. I quali avranno una ragione in più (anzi, tre) per preferire l’emigrazione scolastica o esserne obbligati. Già senza il funesto decreto, in pochi anni, la differenza fra le immatricolazioni al Sud e al Nord è passata da 4 a 14 punti in percentuale; significa che, solo per questo (fra tasse, vitto, alloggio, viaggi), per mantenere i loro figli fuori sede, le famiglie meridionali spendono cifre nell’ordine dei miliardi di euro. Con l’accelerata imposta dal decreto, il salasso da Sud a favore del Nord sarà ancora maggiore e gli atenei meridionali sono destinati a chiudere, prima o poi. «Alcune università del Sud hanno già dovuto alzare le tasse», dice il rettore magnifico dell’ateneo barese, Antonio Uricchio. «Se le cose restano così, tutte saranno costrette a farlo. Noi ragioniamo sulla possibilità di toccarle solo per la fascia più alta di reddito».

Si stanno sopprimendo corsi, magari fra i meno riusciti, per ora; e alcuni fra i migliori professori, sapendo che le possibilità di carriera al Sud vengono ulteriormente ridotte, già si propongono a università del Nord (un docente dei più autorevoli mi racconta che il collega con cui, da oltre vent’anni, conduce ricerche di rilievo internazionale, dopo il decreto-Carrozza ha “fatto le carte” per un concorso a cattedra al Nord. «È bravo, lo vincerà. A quel punto, tutto il lavoro fatto insieme al Sud risulterà prodotto al Nord»).

La nuova ministra, Stefania Giannini, pare intenzionata a occuparsi della faccenda, secondo quanto disse circa un mese fa, in un’intervista al Mattino. Pensai (non fui il solo) che quelle parole fossero solo rassicurazioni ministerial-verbali (non costano niente, perché negarle?). Lo scetticismo riguardava pure l’altro tema toccato in quel colloquio: l’esclusione di poeti e autori meridionali dai programmi di letteratura italiana del Novecento per i licei, incredibilmente voluta dal ministero dell’Istruzione, con “indicazioni” emanate nel 2010 dall’allora ministra e frequentatrice di feste leghiste, Maria Stella Gelmini; incredibilmente, la fatwa contro gli aedi terroni, persino se premi Nobel, Grazia Deledda e Salvatore Quasimodo, fu perpetuata dal successore Francesco Profumo (governo Monti); e ancora più incredibilmente mantenuta dalla ministra Carrozza, Pd (governo Letta). Nella totale indifferenza di ministri, sottosegretari, deputati e senatori del Sud e del Nord; nonostante le denunce del Centro per la poesia del Sud e una mezza dozzina di interrogazioni parlamentari, l’ultima solo pochi giorni.

La ministra Giannini, nell’intervista al Mattino, si impegnò a intervenire su questa faccenda e sul decreto per (contro?) l’università, dopo essersi meglio informata. Si può dire che «sì, vabbe’…» fu il commento più sentito? Poi arrivano le tracce dei temi d’italiano per gli esami di Stato e ci troviamo sia Deledda che Quasimodo (che, salvo iniziative private di docenti o allievi, non figurano nel programma di studio suggerito dal ministero). No, dai! Ci togliete anche l’ultima certezza. Ovvero che i ministri dicono le cose, ma non puoi anche pretendere che le facciano! La presenza di entrambi gli autori-esclusi-e-premi-Nobel-meridionali esclude che sia un caso. Così, ora chino il capo, cospargo la pelata di cenere e chiedo scusa alla ministra per non averle creduto (ho le attenuanti, però, per i precedenti appena elencati). Quindi, per il prossimo anno scolastico, ci aspettiamo (e sono annunciate) “indicazioni per il curricolo” che riportino nei programmi e nei libri di liceo poeti e scrittori terroni del Novecento. Ma se tanto mi dà tanto, ci dobbiamo attendere che Stefania Giannini mantenga anche quanto detto a proposito dell’università? Quel decreto comporta spese più alte per gli studenti meridionali (e il reddito pro capite del Sud è il 56 per cento di quello del Nord); l’impoverimento della quantità di corsi di studio e della qualità (brutto, ma bisogna dirlo) dei docenti, perché i migliori migrano dove anche le opportunità loro offerte sono migliori (specie se diventano molto migliori). Fermare gli effetti di quel decreto è opera elementare di giustizia ed equità. Con quello che abbiamo visto in 150 anni, a danno del Sud, soprattutto negli ultimi venti a trazione leghista, non è il caso di illudersi. Se il criterio di eccellenza resta la latitudine, non il Sud, il Paese è spacciato. Online, mi sono impegnato a portare i fiori alla ministra, se a quel suo annuncio di possibile revisione seguiranno fatti. E molti si son detti pronti a fare altrettanto. Siamo ormai a fiori e opere non “di bene”, ma “per bene”, perché non si chiede un favore, ma il ripristino di un violato diritto allo studio. Di non essere condannati a emigrare anche per questo.

L’università di Siena è la più assistita del Paese

MarioCaligiuri

Da una lettera dell’assessore alla Cultura della Regione Calabria, il Prof. Mario Caligiuri, al Ministro del Miur, Stefania Giannini, apprendiamo che l’ateneo senese è, in assoluto, il più assistito del Paese, avendo goduto, nel 2013, di Fondi ministeriali pari a 6.862€ per studente a fronte della cifra più bassa, 2.028€ per studente, assegnata all’Università Parthenope di Napoli.

Mario Caligiuri. Mi permetto di richiamare la sua attenzione su una questione di fondamentale importanza che riguarda le prospettive del sistema universitario italiano e di quello meridionale e delle aree marginali in particolare. Com’è noto, le modalità di finanziamento delle Università italiane sono state profondamente innovate dalla Legge 537 del 1993 che introduceva il principio del ‘riequilibrio’, di fronte a una ripartizione allora fortemente squilibrata. In diciannove anni, non sono stati compiuti molti progressi, dato che nell’ultima distribuzione di risorse solo il 13.5% del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) del 2013 è stato attribuito in funzione dei risultati didattici e scientifici di ogni singola Università mentre il resto ha fortemente risentito dalle situazioni di partenza del finanziamento storico, consolidatosi allorquando le maggioranza degli atenei era collocato nel Centro e nel Nord del Paese. Infatti, oscilla dai 6.862€ per studente dell’Università di Siena ai 2.028€ dell’Università Parthenope di Napoli. Il dato medio di trasferimenti ministeriali è di 4.040€ per studente. Tra le università meridionali, solo Sassari e Messina lo superano mentre gli altri 21 atenei meridionali presentano finanziamenti inferiori alla media nazionale. Pertanto, lo squilibrio dei trasferimenti permane pressoché inalterato, poiché la capacità delle Università di intercettare le risorse premiali legate ai risultati didattici e scientifici degli atenei meridionali non è molto dissimile da quella nazionale. Nel contesto generale di differenze territoriali e storiche da riequilibrare che attengono non solo alle Università meridionali ma anche ad altre aree del Paese, mi consenta di rimarcare la particolare penalizzazione che ricevono gli Atenei statali della Calabria, per i quali il Fondo di Finanziamento Ordinario per studente nel 2013 è per tutti ben al di sotto del dato medio nazionale (€ 4.040): Università Magna Græcia di Catanzaro: € 3.179; Università Mediterranea di Reggio Calabria: Euro 2.916; Università della Calabria di Rende-Cosenza: Euro 2.891. In conclusione, auspichiamo che venga finalmente realizzata, a partire dal 2014, l’unica previsione normativa della Legge 240/2010 ancora non attuata che è quella che attiene all’introduzione del Costo Standard per Studente, in modo da avere un effetto di perequazione nel finanziamento statale, atteso che il finanziamento da tasse e contributi rimarrà fortemente squilibrato poiché condizionato dalle situazioni sociali ed economiche del bacino territoriale di ogni Università.

Riccaboni non prende più schiaffi ma cazzotti

ImpaludataUnisi

Per quel che accade all’università di Siena, a indignarsi sono gli estranei all’ateneo, come il Dr. J. Iccapot, che ha scritto il seguente articolo, ripreso integralmente dal suo blog. Non è la prima volta che Iccapot bacchetta, a ragione, l’università di Siena. Ma in questa occasione manifesta  con decisione «forte fastidio, frustrazione e rabbia» dopo aver consultato il sito di Unisi alla ricerca di informazioni che non è riuscito a trovare.

Unisi e la Comunicazione (Da: My BOG – La mia palude, 29 maggio 2014)

Dr. J. Iccapot. Lo ammetto, qualche volta ho difficoltà a muovermi in un sito web, non capisco né come sono raccolte le informazioni né come si debba navigare per trovare quello che si cerca, e questo mi dà una sensazione di forte fastidio e mi provoca frustrazione e, contemporaneamente, rabbia.

Mi è successo proprio in questi giorni, pensate un po’, ancora una volta sul sito dell’Università di Siena: cercavo informazioni sugli adempimenti burocratici per presentare una tesi di laurea; ci ho perso del tempo e poi ho spedito la persona che mi aveva fatto la richiesta allo sportello della segreteria della sua facoltà, perché davvero non sono riuscito a cavarne i piedi.

Mah!, sarà l’età, sarà che navigo su Internet solo da venti anni (be’, ventidue, se vogliamo essere pignoli), sarà che la Graphic User Interface è un oggettino delicato (eppure ho partecipato anche a progettarne alcune), insomma, questa mia esperienza con UNISI mi ha davvero infastidito.

Il sito è pulito, graficamente lineare, progettato ex-novo da non molto ma i dati che cercavo non li ho trovati!

Mi sono messo allora a sfogliare un po’ di pagine, per vedere quale sia l’attuale offerta formativa dell’Università. Nella pagina relativa ai corsi di studio ho curiosato tra le lauree triennali (una specie di ‘super-liceo’ o di laurea ‘zoppa’, a mio modo di vedere) e sono atterrato nella pagina dedicata al corso di Laurea in Comunicazione, Lingue e Culture. Qui, navigando tra i vari piani di studio, ho prima di tutto aperto i link alla bibliografia consigliata (non sempre indicata…), per orientarmi un po’ visto che i nomi dei docenti (non me ne vogliano!), non mi dicevano assolutamente nulla, per via della mia estraneità al mondo universitario; mi ha preoccupato vedere inicati, talvolta, solo libri scritti dal docente del corso stesso.

Offerta Formativa

Poi ho dato una rapida scorsa agli obiettivi formativi: qualche riga riassuntiva in grado di dare un’idea generale di ciascun corso.

Quando sono arrivato a leggere quali fossero le “Competenze attese” proprio nella pagina relativa al corso di laurea su cui mi ero soffermato, allora mi sono trovato davanti a un testo particolarmente lungo, dove si usa come soggetto delle frasi “i laureati” quando sarebbe stato più opportuno riferirsi a “gli studenti” [I laureati dovranno acquisire una conoscenza avanzata…], dove si spande a piene mani il verbo “dovere” e si salta tra il tempo presente e il futuro in maniera che mi è sembrata fastidiosa, per non dire nulla del fraseggio usato, nel complesso un po’ pesante.

Scorrendo queste righe, l’occhio è stato attratto magneticamente da una serie di errori di scrittura (svoglimento invece di svolgimento, cdl invece di C. D. L., risolverendone invece di risolvendone, nonchè invece di nonché, l’aborrito e/o,…) e, soprattutto, da un marchiano: ComprenZione, tutti errori che sono un pugno in un occhio in una pagina che cerca di “vendermi” COMUNICAZIONE, LINGUE E CULTURE.

Comprenzione

Sì, è Siena

Un regolamento per chi, nonostante il dissesto, ancora ci crede in un avanzamento di carriera nell’Università di Siena

Riccaboniridens1Rabbi Jaqov Jizchaq. Scrive il Rettore: «in questi stessi giorni viene inviato ai consiglieri di amministrazione e ai componenti del Senato e ai direttori di dipartimento la bozza del Regolamento per la chiamata dei professori di prima e seconda fascia». Vuol dire che nel giro di un paio d’anni chiameranno un paio di dozzine di professori. Che forse nel giro di cinque o sei anni diventeranno una cinquantina. Ma, attenzione: verosimilmente la maggior parte saranno semplicemente avanzamenti di carriera, eccetto una percentuale che per legge deve essere riservata agli esterni. Dunque, di fatto entreranno in tutto forse una quindicina di professori nuovi e gli altri saranno avanzamenti (se qualcuno possiede stime più esatte, lo pregherei di fornirle). A fronte di oltre cinquecento che nel frattempo se ne sono andati, come già detto, un po’ a casaccio, lasciando scoperti molti insegnamenti e interi settori disciplinari, provocando falle nei “requisiti di docenza” che hanno determinato e determineranno il mancato accreditamento dei corsi di studio, annichilendo ulteriormente la già dimezzata offerta formativa, rendendola ancor più raffazzonata e poco attraente. Non so come saranno ripartiti questi pochi concorsi, ma lascio le conclusioni alla fervida fantasia del lettore.

Qui vorrei solo riproporre (vox clamans) un interrogativo che finora non ha trovato risposta. L’università di Siena è stata l’epicentro di un autentico terremoto: per colpe tutte locali, la crisi qui ha colpito più che altrove; usando una metafora, dopo il terremoto alcuni edifici (pochi) non hanno subìto danni consistenti, perdendo giusto qualche calcinaccio e qualche tegola; altri hanno subìto danni più gravi e sono inabitabili; altri ancora sono venuti giù completamente. I pochi posti che da qui a qualche anno saranno messi a concorso serviranno giusto a rifare gli intonaci, sistemare qualche tegola o qualche travicello, ma non risolveranno il problema degli edifici fortemente danneggiati, né di chi ci abitava: della cui sorte evidentemente, nel clima delle recenti euforie ci si dimentica facilmente. Vogliono abbattere questi edifici? Provvedano dunque a spalare le macerie e sistemare gli evacuati! Quali edifici vogliono restaurare? Quali consolidare e ampliare? Questo sarebbe parlare di “università”: il resto è politichetta.

Sono passati quasi sette anni e le competenti autorità non si sono risolte a prendere alcuna decisione sul “che fare?”, ossia a delineare, a prospettare il nuovo volto dell’ateneo, trovando una soluzione per i settori che oramai non si ritiene opportuno o vantaggioso restaurare (come ho suggerito ad nauseam, per questi non esiste una soluzione localistica, ma regionale ed interateneo). L’interrogativo appare più pressante proprio adesso che si ricomincia a parlare, sia pure in termini virtuali ed infinitesimali, di concorsi. L’ANVUR, il VQR esigono prestazioni da superstar di Harward o di “Ossforde”, ma si rendono conto in che clima e in quali situazioni operano le persone? Ritengo inutile andare oltre questa rappresentazione metaforica, precisando quanti e quali sono gli edifici disastrati e a ciò rimando ai precedenti messaggi: chi vuol capire, capisce.

Come misura della distanza fra le parole e le cose dico solo che mi ha colpito che, mentre le competenti autorità continuano a biascicare litanie sulla “capitale europea della cultura”, sia giunta la notizia dello smembramento della biblioteca che fu della già defunta Facoltà di Lettere e Filosofia, ossia di uno dei più importanti presìdi culturali di questa città.

I tre dell’Ave Maria nella politica italiana

Libro Ferrara-Nicotri

Il collega Aldo Ferrara (del Dipartimento di Scienze Mediche, Chirurgiche e Neuroscienze dell’Università di Siena) ha appena pubblicato un suo attualissimo libro sulla scomparsa dei partiti in Italia e sull’apparizione dei tre condottieri: Berlusconi, Renzi e Grillo.

«Non ci sono più i partiti ma solo tre uomini al comando» (Il Fatto Quotidiano, 25 maggio 2014)

Irene Buscemi. «Dai partiti di massa ai sindaci fuori dal comune». Questo il titolo del nuovo libro di Aldo Ferrara e Pino Nicotri, con il contributo di Felice Besostri (edito da Agora&Co), da aprile nelle librerie. Un’analisi del sistema politico italiano dal 1948 ad oggi. «Noi assistiamo ad un’involuzione che allontana i cittadini dalla politica, non mi stupirei se il primo partito fosse quello dell’astensionismo alle prossime elezioni» afferma Ferrara. Dai partiti di massa ai partiti monocratici fino agli uomini soli al comando. La legge n° 81 del 1993 sull’elezione diretta del sindaco ha mutato lo scenario politico, secondo gli autori, legando le sorti di palazzo Chigi al ruolo comunale. «Prima di Renzi ci sono stati Walter Veltroni, Francesco Rutelli e Antonio Bassolino, il vero anticipatore però del segretario del Pd è Leoluca Orlando» spiega il professore. Esaminando la campagna elettorale per le europee Ferrara si dice preoccupato: «È una competizione tra tre uomini soli al comando, l’elezione diventa un referendum pro o contro il personaggio politico. Ed è una situazione figlia del berlusconismo». «Non esistono i partiti, mancano i progetti e le visioni politiche – aggiunge – non si parla di sanità quando 9 milioni di italiani non possono curarsi, dei trasporti, della ricerca pari al 1,1% del Pil, una follia per un Paese che vuole crescere». Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi potrebbe, secondo Ferrara, essere il detonatore e la causa dell’implosione dell’ultimo partito rimasto: «È una domanda che ci poniamo nel libro, ma sarà la storia a dirlo». L’analisi è impietosa, dunque: «Non ci sono più i partiti, ma rimangono le strutture gerarchiche, le segreterie che scelgono candidati e linee politiche senza la concertazione». È duro il giudizio su Beppe Grillo e sulle candidature alle Europee fatte sul web, poco rappresentative secondo l’autore : «È il più omologato fra i politici, adesso va anche in televisione, riempie le piazze ma non spiega per cosa vuole riempirle».

Chi ha contrastato il groviglio armonioso perché, oggi, dovrebbe accettare il Mangia d’oro?

MangiadoroIl Mangia e i Tafazzi di Siena (Corriere Fiorentino 17 maggio 2014)

Daniele Magrini. Anche per il 2014, come già era accaduto lo scorso anno, Siena il 15 agosto prossimo non assegnerà il Mangia d’Oro, il suo personalissimo «scudetto» a un senese che abbia dato lustro alla città. Entro il tempo scaduto mercoledì sera, infatti, non si è proceduto a nessuna designazione per il prestigioso riconoscimento che veniva consegnato, fino al 2012, nel giorno dell’Assunta, alla vigilia del Palio di agosto. Squillavano le chiarine, prima nel Teatro dei Rinnovati e poi in quello dei Rozzi; gli insigniti ricevevano il premio con al collo il fazzoletto della Contrada. E davanti a una platea ribollente di passione civica ed emozioni forti, si celebrava il premio più classico della senesità. Da due anni, dopo i grandi scandali cittadini, tutto questo non c’è più. Siena vive la sua crisi profonda, in attesa di riveder le stelle, abiurando anche il suo Premio amato. Nessuno viene ritenuto meritevole, neppure per quei premi graditissimi, da tanti senesi magari in poca luce, ma onesti e specchiati, che venivano celebrati con le medaglie di riconoscenza civica. Niente. La città depredata dai potenti, non riesce più neppure ad assegnare un premio ai propri cittadini. Si capisce anche da questo che il trapasso da una classe politica e dirigente che ha fallito a quella del rinnovamento, attende ancora di giungere ad approdi visibilio almeno percepibili. Il sindaco Bruno Valentini ha spiegato al Corriere di Siena: «Niente Mangia se non ci sono figure eccezionali». In città e su Facebook, impazzano i commenti: perché negli anni della «Siena da bere», tutti gli insigniti erano eccezionali davvero? Nel mirino, soprattutto il Mangia d’oro assegnato nel 2004 a Ferdinando Minucci, ora ai domiciliari per l’operazione Time out. Così, Siena città saccheggiata di tutte le sue risorse, punisce se stessa e tutti i suoi «figli», ed elimina per il secondo anno consecutivo anche il Mangia. Ma se l’eccezionalità si va cercando, notano in molti, eccezionale è senz’altro chi negli anni del groviglio armonioso aveva previsto tutto quello che poi è accaduto, chi ne è stato distante – sfiorando l’eresia – e lo ha contrastato. In quegli anni, ora è facile. E allora perché non avere il coraggio di premiare questa eccezionalità? Oppure, dicono altri: quest’anno si assegnino solo le medaglie di riconoscenza civica, per cominciare a ritrovarsi, come comunità, insieme nel giorno dell’Assunta per onorare cittadini specchiati. Che non saranno eccezionali, ma esempi positivi per ripartire. E poi non si dica ogni anno che a Siena non c’è nessuno da premiare. Che non è mica una bella pubblicità, mentre la città corre per la Capitale europea della cultura. Non si arrivi ogni anno alla scadenza, «taffazzandosi». Non è tanto questione di regolamento da cambiare. È che la classe dirigente della città, come l’hanno voluta prima, era complessivamente fatta – salvo mosche bianche – solo di fedeli e non di uomini «eccezionali». Ora siamo in una fase di transizione. In mezzo ad un guado fatto di aspirazioni e speranze, ma anche di timori e titubanze, che coinvolge anche il Concistoro del Mangia che riunisce le istituzioni cittadine comprese le Contrade. Nell’attesa di concludere la traversata, intanto si potrebbe dire oggi, che il Mangia verrà riassegnato, per esempio, nel 2016. Magari assegnato ogni tre anni. Ma da quest’anno potrebbero tornare le medaglie della riconoscenza civica. Per contribuire a ridare un po’ di ossigeno ad una città smarrita, depredata proprio quando il Mangia veniva assegnato.