L’università di Siena è nel baratro? Contenti, altri atenei ci seguiranno!

Unisinelbaratro

Angelo Riccaboni. Il nostro Ateneo ha terminato una delicata prima fase di risanamento, che ha portato l’Università di Siena ad avere situazione finanziaria simile a quella di altri atenei. Ora inizia una nuova fase nella quale tutte le Università pubbliche saranno messe in grave difficoltà dalle criticità della finanza pubblica.

Rabbi Jaqov Jizchaq. Insomma, è stata dura, ma si può ben dire che il meglio è alle nostre spalle: eravamo sull’orlo del burrone, ma poi abbiamo ricevuto una valida spinta. Soggiungerei che se qualcosa potrà andar peggio, senz’altro lo farà. Visto che la “criticità” della finanza pubblica e la progressiva deindustrializzazione del paese (che è ben più di un dato recessivo meramente congiunturale) non lasciano sperare in un radioso avvenire in cui ricomincia a piovere la manna dal cielo, da parte dello stato o fors’anco dell’impresa, diviene sempre più pressante la richiesta di un serio piano di risanamento che partendo proprio da questa constatazione, non rimuova psicoanaliticamente i problemi di cui al mio precedente post.

Federico Vercellone. Come tutte le operazioni pletoriche anche questa è fallita. In assenza di un chiaro orientamento relativo al peso e al significato dell’istruzione universitaria nel nostro Paese, si sta così giungendo all’implosione delle strutture. L’impressione complessiva è che in realtà si volesse ottenere una cosa sola: tagliare i costi.

Rabbi Jaqov Jizchaq. Bisognerebbe avere il coraggio di parlare italiano e dire ciò che relmente si pensa, ovvero: “scordatevi per sempre l’ateneo “generalista”: fine dell’utopia sessantottesca”, essendo questo, a forza di spremere le leggi, il contenuto delle sedicenti riforme degli ultimi anni; ma ciò non esime le competenti autorità dal pensare in chiave strategica ad un diverso assetto del diritto allo studio e della ricerca, alla salvaguardia di competenze scientifiche e tecnologiche, alla presenza sul territorio di robusti presidi in ordine alla ricerca scientifica, pura ed applicata (non amo neanch’io la classificazione “umanistico” vs “scientifico”), ascendendo ad una visione che magari oltrepassi le colonne d’Ercole di Poggibonsi e i dogmi del neofeudalesimo incarnato dalla cosiddetta “autonomia universitaria”.

Federico Vercellone. La determinazione di criteri molto selettivi per il reclutamento che privilegino i settori di eccellenza con l’intento di limitare così anche la «fuga dei cervelli» la determinazione di criteri molto selettivi per il reclutamento che privilegino i settori di eccellenza con l’intento di limitare così anche la «fuga dei cervelli».

Rabbi Jaqov Jizchaq. A parte che parlare di “reclutamento” qui è come parlare di corda in casa dell’impiccato, giacché, nonostante le massicce uscite di ruolo, di assunzioni non ve ne sono, alle viste, se non in numero infinitesimo. Si è parlato improvvidamente di “rivoluzione” a proposito delle recenti riforme; ma le rivoluzioni vere, com’è noto, non sono un pranzo di gala: il facimmo ammuina del frenetico spostare cose da qui a lì e poi di nuovo da lì a qui, non ha molto di rivoluzionario. La tendenza degli ultimi anni, indotta dalle leggi nazionali come dai comportamenti locali poco virtuosi, salvo meritorie eccezioni, lungi dal perseguire l’eccellenza, sembra che semmai sia stata quella di favorire lo sputtanamento totale, perpetrato con palpabile disprezzo: livelli specialistici aboliti, dottorati cancellati o esistenti solo nominalmente, accorpamenti voluttuosi con conseguente profilo bassissimo dei corsi di laurea, a causa di piani di studio inevitabilmente aggrovigliati e dell’impossibilità di “verticalizzare”: cosa volete “rivoluzionare”? L’autonomia universitaria sta al dissesto finanziario dell’università, come le regioni stanno al dissesto finanziario dello stato, ma qui non siamo boni nemmeno ad abolire le province e quanto all’università, stiamo a cincischiare di frivolezze, come certi damerini della corte di Luigi XVI, ignari che per i loro colli già si affilava la lama del “rasoio nazionale”. Di quale “meritocrazia” andate cianciando, se qui il problema al centro del dibattito politico è “l’esubero dei docenti”, per quanto latiti la consapevolezza che la fuoriuscita di decine e decine di professori rende la situazione di molti comparti ben poco “esuberante”? Disfatti i corsi di laurea, soppressi vari settori disciplinari, il problema sarà, non già come favorire la meritocrazia, bensì come disfarsi dei ricercatori. Un piano di risanamento reale temo che debba prendere in considerazione i problemi, realmente “di carattere strutturale”, con i quali molto umilmente vi ho tediato, proponendo soluzioni eventualmente migliori delle mie, se ve ne sono, ma senza nascondere la testa sotto la sabbia: lusso che può consentirsi solo chi ha le natiche al caldo, la pensione certa e magari imminente.

Tra inefficienza e approssimazione, l’università italiana sull’orlo del baratro

VercelloneFedericoUniversità, come rimediare al disastro (La Stampa 15 gennaio 2013)

Federico Vercellone. La ricerca e dunque l’università languono in Italia in una situazione angosciosa. I maggiori Paesi europei e gli Stati Uniti non hanno diminuito in modo significativo, per via della crisi, i finanziamenti per la ricerca, ritenendola funzionale allo sviluppo e alla ripresa. Al contrario il governo italiano, preoccupato esclusivamente dal debito pubblico, ha tagliato drasticamente le risorse per università e ricerca come se si trattasse di optional che possono essere trascurati senza eccessivo danno nei tempi bui. E nessun leader politico, eccezion fatta per il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, né di sinistra né di centro né di destra, ha auspicato che le cose andassero diversamente. L’indifferenza della classe politica è, quantomeno in proposito, quasi unanime. In questo contesto, la Riforma Gelmini dell’Università è rimasto l’unico dei disastri del precedente governo a non venir riconosciuto come tale dal Governo Monti.

Ora l’università andava indubbiamente riformata. Ma si poteva farlo in modo molto più razionale intervenendo incisivamente su singoli punti come il reclutamento e la valutazione della produzione scientifica. Si è proceduto invece cambiando tutto in un clima caotico e affannoso, dai concorsi alla governance universitaria e a tutte le strutture portanti degli atenei italiani. Come tutte le operazioni pletoriche anche questa è fallita. In assenza di un chiaro orientamento relativo al peso e al significato dell’istruzione universitaria nel nostro Paese, si sta così giungendo all’implosione delle strutture. L’impressione complessiva è che in realtà si volesse ottenere una cosa sola: tagliare i costi.

Inefficienza e approssimazione dominano il campo. Mi limito a un esempio sotto gli occhi di tutti: le abilitazioni nazionali per i docenti di prima e seconda fascia. Il ministero dell’Università e della Ricerca, guidato da un universitario, non è in grado a distanza di mesi di concludere la procedura per l’estrazione delle commissioni che dovrebbe essere effettuata sulla base sostanzialmente automatica di un algoritmo. Per non parlare dei criteri di accesso. I commissari avrebbero dovuto originariamente essere valutati sulla base di tre indicatori, fra l’altro sin da subito molto criticati e certamente dubbi se commisurati ai parametri internazionali. In ogni caso i tre indicatori avrebbero dovuto, quantomeno inizialmente, funzionare in maniera sinergica. In realtà ora basta averne superato uno soltanto su tre per accedere alla soglia del giudizio per i candidati-abilitandi, e così pure per i candidati-commissari. Questo significa un accesso generalizzato alle valutazioni che cancella ogni possibilità di discrimine, per quanto rozzo possa essere il filtro, tra coloro che hanno lavorato, e coloro che invece non lo hanno fatto. Le commissioni insediate con questa scriteriata procedura si troveranno a valutare ciascuna centinaia e centinaia di candidati, senza aver la minima possibilità e il tempo necessario per fornire un giudizio adeguato sui titoli di un candidato.

Siamo sull’orlo del baratro. Tuttavia non bisogna abbandonarsi a un narcisismo catastrofista. Nell’immediato, senza voler ritessere tutta la tela, si potrebbero inseguire pochi chiari obiettivi che prefigurino una più generale inversione di tendenza:

a) il finanziamento adeguato della ricerca fondato su una chiara valutazione di quali siano i settori trainanti che devono essere messi nella condizione di reggere la concorrenza internazionale (senza cadere preda delle sirene tecnocratiche secondo le quali i settori naturalmente finanziati dall’industria e dall’economia reale sono quelli che vanno incrementati in modo unilaterale);

b) un finanziamento altrettanto adeguato della valutazione che orienti il processo di cui sopra (evitando tuttavia che quella dei valutatori possa divenire, prescindendo dalla buona fede dei singoli, la nuova casta dominante che ricava vantaggi secondari dalla quasi gratuità dei compiti che le vengono attribuiti);

c) la determinazione di criteri molto selettivi per il reclutamento che privilegino i settori di eccellenza con l’intento di limitare così anche la «fuga dei cervelli»;

f) nella consapevolezza che è necessario formare un nuovo management in grado di promuovere lo sviluppo nell’ambito di una cultura della «complessità», di una cultura cioè che non è (fortunatamente) più in grado di riconoscersi da tempo nell’alternativa rigida e un po’ vecchiotta tra sapere scientifico e umanistico.

I quattro candidati a sindaco di Siena conoscono la situazione di degrado etico, amministrativo e politico in cui versa l’Università di Siena?

Neri-Vigni-Ceccuzzi-Tucci

Di seguito un mio breve commento apparso suprimapagina online dopo l’approvazione del bilancio di previsione 2013 dell’Università di Siena e lo sventato danno erariale di sedici milioni d’euro.

È gravissimo e illegittimo che, dopo più di quattro anni dalla scoperta della voragine nei conti dell’Università di Siena, non sia ancora stato approvato un piano di risanamento rigoroso, in grado d’incidere sugli sperperi e soprattutto sulle spese strutturali. Non è possibile rilanciare la didattica, la ricerca e recuperare il prestigio dell’ateneo senese, senza un preventivo risanamento strutturale del bilancio. È incredibile che al 31 dicembre 2012 ci sia un disavanzo d’amministrazione di 46 milioni d’euro e un disavanzo di competenza per il 2013 di 19,6 milioni d’euro. È riprovevole l’inerzia del rettore, che non sa far altro che proporre il congelamento per cinque anni delle rate dei mutui contratti dall’ateneo con la Banca Monte dei Paschi, passando così al successore l’onere del risanamento. Senza considerare che, per la concessione della moratoria, è la Banca a porre la clausola dell’approvazione di un piano di risanamento da parte degli organi di governo dell’Università. Per fortuna, i Ministeri competenti (Mef e Miur) non hanno concesso la necessaria autorizzazione e parere negativo è stato espresso dal nuovo collegio dei revisori dei conti.

C’è chi, davanti allo specchio, esclama: «ci sono delinquenti che vogliono la distruzione dell’Ateneo senese!»

ombraseraw.jpgRabbi Jaqov Jizchaq. Approvato il bilancio dell’università, il rettore Angelo Riccaboni commenta e guarda al futuro… «senza i tagli del 2012 e quelli ulteriormente previsti per il 2013 al FFO e agli altri contributi da enti pubblici e privati, l’Ateneo avrebbe già definitivamente raggiunto il pareggio di bilancio.» Eccoci… quod erat demostrandum: e se la mi’ nonna avesse avuto le ruote, sarebbe stata un carretto. In futuro le risorse saranno sempre meno; altri, anche tra gli atenei dirimpettai, sebbene forse non siano nelle nostre condizioni, cominciano ad interrogarsi sulla sopravvivenza di diversi loro settori e il processo purtroppo si profila come irreversibile. Il dibattito pubblico intorno all’università è penoso e affetto da una grettitudine provincialoide che più d’ogni altra cosa spiega il declino. Le formazioni politiche locali d’ogni coloratura insistono nella raffigurazione manierata e fasulla del vecchio ateneo come di un vascello in preda alle onde, ma con pennoni e fasciame ancora completamente integri. Viene omessa sistematicamente la notizia del naufragio e delle zattere in balia dei flutti: un naufragio, si badi bene, cui siamo andati incontro non certo inseguendo i nobili ideali della ricerca. La constatazione del persistere di alcune delle tradizionali patologie m’induce a pensare che non si sia imparato molto dagli errori e non so se si potrà dire, col filosofo, “nunc bene navigavi, cum naufragium feci”.

Scrive Ruscitto: «Oggi, tra indagati e illegittimati, stiamo a guardare una diluizione dei debiti che serve solo a caricare esageratamente le generazioni future di “spese” che non gli sarebbero state di competenza… L’ospedale: un’altra piaga. Prima eccellenza oggi “succursale” di Firenze.»

In questi ultimi anni del resto non si è mai capito quale fosse la proposta che proveniva dai partiti e dai sindacati riguardo al futuro dell’ateneo, quasi dimentichi che l’università, come la FIAT, ha i suoi “stabilimenti” e le sue “linee di produzione” e il sospetto che questo tema, o non sia percepito in tutte le sue articolazioni e in tutta la sua gravità, o non sia al centro dei loro pensieri si insinua in modo inquietante. È vero che rode diventare “succursale di Firenze”, ma non tutte le Facoltà (o come diavolo si chiamano ora) hanno le dimensioni di Medicina o altre egualmente robuste; per molte discipline e molti corsi di laurea decimati dalle uscite di ruolo e dal blocco del turn over, federarsi appare al contrario l’unica prospettiva di sopravvivenza, a Siena, ma oramai anche a Firenze e fors’anco a Pisa. Ha senso continuare a rabberciare e pretendere che esistano molteplici strutture identiche, molteplici copie di corsi di laurea identici ed identicamente sbiadite ed informi in un raggio di poche decine di chilometri, in quei casi in cui non vi sia più una massa critica di docenti o di studenti? Cosa vuol dire “fare ricerca” o “fare della buona didattica” in simili contesti? Il disfacimento di molti corsi ha prodotto e produrrà un volgo disperso di ricercatori; molti di quelli che hanno avuto la disgrazia di arrivare proprio quando è scoppiato il “buho” e in concomitanza con la crisi globale del sistema, “merito” o non “merito”, o sono stati cacciati, se non di ruolo, o congelati nel freezer oramai da anni e messi nelle condizioni di non agire. Verosimilmente la quasi totalità di costoro non verranno mai scongelati, né gli altri recuperati.

Continua Ruscitto: «Invece, con rammarico, si scopre che questa nostra Università ha nutrito un apparato esterno di accordi, intrallazzi, malcostume fornendo e mettendo a disposizione le sue prebende e la sua “autorevolezza” al miglior offerente, al meglio “piazzato”.»

Nei decenni trascorsi, purtroppo, hanno avuto sin troppa udienza i teorici dello sputtanamento (“più si abbassa la mutanda e più si alza l’auditelle”, intona il mottetto di una celebre fidanzata), dilaganti sia a livello della politica nazionale che locale. Nella politica universitaria nazionale poi, domina da tempo una specie di “microcefalite burofrenica”, per dirla con l’insigne matematico Bruno de Finetti, che ha creato una rete così assurda di norme, dalla quale è infine rimasta imbrigliata. L’opinione pubblica esterna non sospetta nemmeno che da diversi anni oramai l’università sia governata da ferree norme che fissano il numero di docenti necessario per ogni corso di laurea, e che dunque un reclutamento squilibrato prima, le uscite di ruolo e il blocco prolungato per anni del turn over dopo, ne hanno plasmato la struttura determinando il graduale smantellamento di alcune sue parti su base esclusivamente anagrafica e numerica. L’università italiana nel suo complesso non se la passa bene: non può essere altrimenti, visto che non se la passa bene l’intero paese, in piena deindustrializzazione, come segnalano con una legittima veemenza i minatori dal fondo delle miniere del Sulcis. Muore la Montalcini, Time dedica la copertina alla Giannotti, sono due splendidi esempi d’esilio. Non se la passano bene in generale molti settori della ricerca che apparentemente non hanno un ritorno immediato (vero o presunto) in termini economici, ma nel paese del Moplen dove la chimica finì con un colpo di pistola, oramai pare non esservi posto nemmeno per le scienze applicate.

Conclude Ruscitto: «Una Università ricca di secoli di storia, dovrebbe spendere sui suoi giovani, sulle belle speranze.»

Procedere così, seguitando a perdere pezzi, polverizzando, appiattendo e svalutando, mortificando le competenze, a mio modesto avviso non porta da nessuna parte: da sei anni a Siena è tutto fermo, tutti congelati, emorragia di docenti, decimazione dei giovani (che nel frattempo sono invecchiati), ergo, svuotamento dei settori disciplinari. Per cento che sono usciti, fra qualche anno ne rientreranno forse dieci (e lascio a voi le ipotesi su chi saranno questi dieci); siccome le uscite sono state determinate esclusivamente dai pensionamenti, molti settori sono restati e resteranno scoperti, cioè moriranno. Inutile che qualcuno sollevi il ditino per evidenziare che ci sono dei corsi di laurea con molti giovani (congelati) e con molti (forse troppi) docenti: questo non è, né può essere brandito come dato generale, né il sottoscritto reclama l’impossibile salvataggio dell’università “generalista”: una scelta su chi vive e chi muore, di fatto è stata compiuta, factum infectum fieri nequit, ma che si riconosca da un lato che non è stato “il fato”, o ponderate considerazioni strategiche d’importanza capitale che hanno guidato la mannaia del boia, e che si offra una prospettiva per la sopravvivenza a tradizioni scientifiche che rischiano di scomparire dall’intera regione. Se ora è più che mai evidente che quasi nessuno si salva da solo, c’è viceversa un progetto, un orizzonte comune di salvezza? Gli arti amputati non ricresceranno un domani “autotomicamente” come le code delle lucertole e non vedo quale possibile via d’uscita possa esservi, se non quella modestissimamente additata nei precedenti messaggi, proprio perché anche altri atenei cominciano a scricchiolare: collaborare o morire. Questi non sono i proclami disfattistici di “delinquenti che vogliono la distruzione dell’Ateneo”, ma le riflessioni di gente che all’ateneo ha dato forse di più di chi si abbandona a simili dabbenaggini, avendone in cambio di meno, e che si interroga e si preoccupa del proprio ed altrui avvenire. Voglio sperare che ciò sia almeno lecito.

Per fortuna c’è ancora qualcuno che ricorda le condizioni in cui versa l’Università di Siena

Zelia-RuscittoDall’editoriale de “il Cittadino online” del 31 dicembre 2012.

Raffaella Zelia Ruscitto. (…) L’Università, schiacciata dai debiti si trova ad essere privata del suo principale scopo: non produrre entrate per ripianare i buchi, non licenziare per ridurre i costi e neppure togliere diritti ai dipendenti spogliandoli anche dell’entusiasmo e dell’attaccamento alla propria istituzione…. no… non è esattamente questo lo scopo di una università. Lo scopo principale di questo genere di istituzioni è essere fucina di intelletti liberi, di creatività a disposizione della collettività, di ingegno puro orientato al materiale e allo spirituale. Una Università ricca di secoli di storia, dovrebbe spendere sui suoi giovani, sulle belle speranze – con mani e piedi – sulle menti spiccatamente produttive, sugli animi nobili di una società, spingendo, quindi, tutti, verso una evoluzione “a valanga”, impossibile da frenare. Impossibile, anche in tempo di presunta crisi.
 Invece, con rammarico, si scopre che questa nostra Università ha nutrito un apparato esterno di accordi, intrallazzi, malcostume fornendo e mettendo a disposizione le sue prebende e la sua “autorevolezza” al miglior offerente, al meglio “piazzato”. Oggi, tra indagati e illegittimati, stiamo a guardare una diluizione dei debiti che serve solo a caricare esageratamente le generazioni future di “spese” che non gli sarebbero state di competenza…
L’ospedale: un’altra piaga. Prima eccellenza oggi “succursale” di Firenze. Ridotto all’affanno da una serie lunghissima di “ristrutturazioni”, dal declino economico dell’università, dallo strapotere di alcuni professoroni a dispetto di altri, da forme di nepotismo a volte accettate per competenza a volte accettate e basta; di competenza neppure l’ombra… (…)

Alla ricerca del senso comune per risollevare le sorti dell’Università di Siena

Report2012Sensomisura

Nei primi cinque anni di vita de “Il senso della misura” e con tre diverse piattaforme, ci sono stati, fino al gennaio 2012, circa 914.270 contatti. Con la nuova piattaforma, WordPress ha preparato un “Report 2012Il senso della misura” con alcuni suggerimenti e dati statistici, come le 110.000 pagine lette nell’anno appena concluso. Formulo gli auguri di Buon Anno ai lettori de “Il senso della misura” con l’auspicio che, per il 2013, i vertici dell’Università di Siena recuperino non il buon senso (sarebbe troppo chiederlo!) ma il semplice senso comune, indispensabile a risollevare le sorti dell’Università di Siena.

Domani il CdA dell’ateneo senese approverà un altro danno erariale di sedici milioni d’euro

                Arnold Böcklin, "The Isle of the Dead", 1883

Arnold Böcklin, “The Isle of the Dead”, 1883

La domanda è semplice! Possono, un rettore irregolarmente eletto, un direttore amministrativo condannato dalla Corte dei Conti e un Consiglio d’Amministrazione ormai scaduto, approvare un provvedimento che penalizza l’ateneo senese di oltre sedici milioni d’euro, con evidente danno erariale? Questi i fatti! Il rettore – un tecnico in economia che, dopo il dissesto economico-finanziario del settembre 2008, non ha ancora approntato il necessario piano di risanamento strutturale – ha deciso di non pagare per i prossimi cinque anni le rate dei mutui contratti dall’Ateneo con la Banca Monte dei Paschi di Siena. In tal modo, il congelamento delle rate (sette milioni d’euro l’anno) porta ai seguenti risultati: allungamento di cinque anni delle scadenze dei mutui e ripresa del pagamento, il 31 dicembre 2017, gravato del maggior onere finanziario di sedici milioni d’euro, corrispondenti a interessi maturati nel periodo di moratoria. Del resto, le roi soleil de’ noantri ha dichiarato d’essere stanco delle crisi di liquidità dei primi due anni del suo mandato e di volersi dedicare, per i prossimi quattro anni, a investire nello sviluppo dell’ateneo. Perciò, servono nuove risorse. Di seguito alcuni interrogativi e rilievi di legittimità che, mi auguro, possano convincere i consiglieri di amministrazione (per giunta a fine mandato) a non approvare, domani, tale delibera. È legittimo, questo provvedimento, in assenza di un serio piano di risanamento strutturale e con un indice d’indebitamento, il più alto del paese (pari al 38%), che esclude nuove forme d’indebitamento? E che dire del danno erariale che si determina con il congelamento delle rate dei mutui pari a un maggior onere nominale per interessi superiore a sedici milioni di euro? È possibile l’approvazione di tale delibera senza la necessaria autorizzazione dei competenti Ministeri (Miur e Mef) e l’obbligatorio parere del collegio dei revisori dei conti?

Articolo pubblicato anche da:

il Cittadino Online (20 dicembre 2012) con il titolo: «L’Università non pagherà le rate dei mutui contratti con MPS: il cda dell’ateneo approverà un danno erariale di 16 milioni di euro».

Primapagina online (22 dicembre 2012) David Busato: «L’Università di Siena approva il bilancio: chiusura dell’anno tra luci e ombre».

Altra patacca dei vertici dell’Ateneo senese

Fontana-Trevi-Toto-Truffa

Ci odiate di più? Chissà…

Rsu d’Ateneo, Cisal, Cisapuni, Flc-Cgil, Cisl, Ugl-Intesa, Uil-Rua, Usb P.I. – Si è svolta nel pomeriggio di ieri una seduta di contrattazione sul salario accessorio 2012 e sulla distribuzione dello straordinario 2011. Il 21 ottobre 2012 come OO.SS. avevamo presentato una piattaforma con una serie di richieste che discendevano dal nostro CCNL, tra le quali il pagamento dell’indennità mensile d’ateneo (IMA) non sottoposta a valutazione e prevista per tutti. L’IMA non è una parte del salario accessorio legato alla produttività, ma un’indennità mensile (circa 50 euro lordo lavoratore) da corrispondere in dodici mensilità a tutto il personale tecnico ed amministrativo così come previsto dall’art. 41 del CCNL 2002-2005, e ripreso dal CCNL 2006-2009 tuttora vigente.

Ci è stato invece proposto di sottoporre l’IMA a valutazione, ma non possiamo accettare ciò che  va contro le norme né possiamo soggiacere al ricatto di dare carta bianca e comprimere i nostri diritti o restare senza salario accessorio di fronte al quale ci pone l’amministrazione. In numerose  sedute di contrattazione  ed anche ieri di fronte alle nostre richieste e alla difesa del CCNL, la Direttrice Amministrativa ha usato bieche e neppur  tanto velate minacce come quella  di non destinare risorse aggiuntive, i risparmi da straordinario, nel fondo per il salario accessorio se non ci fossimo piegati al volere dell’amministrazione. Valutiamo particolarmente grave l’uso della leva economica per piegare le OO.SS. e la RSU, tanto più che la destinazione di risorse aggiuntive va nella direzione di giovare più che altro al Rettore e al DA che, diversamente, non riuscirebbero a remunerare  alcune  responsabilità che gli stanno più a cuore.

Noi però non cediamo e di fronte all’ennesimo tentativo della Direttrice Amministrativa di spingere le OO.SS. e la Rsu a fare scelte che ci danneggiano abbiamo  abbandonato il  tavolo. Non è stata una scelta facile, ma di fronte alla sordità dei vertici di questo Ateneo, non possiamo prenderci/vi ancora in giro. Il Rettore ha provato a gettare addosso a noi la responsabilità della mancata erogazione del salario accessorio, ma sa bene che se vuole può applicare la legge, emanando un atto unilaterale provvisorio per il 2012. Se ne deve assumere, però, la responsabilità politica di fronte a tutto il personale e all’opinione pubblica. Per due anni Rettore e DA hanno potuto addossare ai revisori dei conti e al MEF la responsabilità di non saper chiudere un contratto integrativo, ma ora non ci sono più scuse e non possono scaricare su altri le proprie  responsabilità.

Rettore e Direttrice Amministrativa vorrebbero imporci la valutazione dell’IMA, collettiva per il 2012 e individuale per il 2013, ma noi non possiamo andare contro il CCNL né possiamo soggiacere a politiche padronali che vorrebbero dare continuità  alle  pressioni che tutto il personale  sta vivendo da diversi  mesi a causa  di  una riorganizzazione avventata. Accettare la valutazione dell’IMA porrebbe ancora una volta il nostro Ateneo a livello nazionale come apripista di un tentativo dei ministeri di svuotare il CCNL di valore. Non abbiamo neppure accettato il ricatto sullo straordinario 2011, la vera farsa delle relazioni sindacali degli ultimi 3 anni. Sono anni che poniamo la questione in trattativa e che pretendiamo una soluzione.

Ieri ci è stato proposto lo stesso regime di pagamento di ore in esubero per il 2011 e per il 2012. La Direttrice Amministrativa non vuole tenere conto del fatto che il 2011 è una sanatoria, mentre per il 2012 si potevano trovare soluzioni più giuste. Se per il 2011 la proposta era pagare dalla 41esima ora alla 190esima, già di per sé dura da digerire, per il 2012 si sarebbe dovuto fare un ragionamento non solo numerico, e pagare semmai dalla prima ora alla 100esima. L’impegno di tanti in questo anno di riorganizzazione non si è esplicitato solo in tante ore di esubero ma se pagassimo dalla 41esima ora molti si vedrebbero tagliati fuori. Tutto questo però non interessa ai vertici di questo Ateneo, per loro le nostre proposte sono una perdita di tempo. Ieri non gli interessava altro che chiudere un accordo sullo straordinario 2011-2012 per pagare coloro a cui avevano promesso qualcosa, e far vedere che avevano ottenuto l’avallo delle OO.SS. e della RSU. Ora ci viene detto che se non abbiamo risolto la questione dello straordinario la colpa è nostra solo perché abbiamo chiesto criteri chiari e non discriminatori tra il personale. Forse siamo attaccati su questo punto perché gli intenti erano diversi? Si erano fatte promesse che ora non si riescono a mantenere? Si volevano fare figli e figliastri?

La Direttrice Amministrativa in una delle ultime sedute di contrattazione ci ha urlato contro nel corridoio: “Tutti vi odiano perché non volete accettare niente”. Diversamente da chi ha la responsabilità  dell’amministrazione  e che evidentemente pensa di avere una mission caritatevole,  noi non facciamo sindacato per essere amati, ma soltanto per far valere i ‘giusti diritti’ previsti dall’ordinamento, quei diritti che forse qualcuno, con odio più che con amore, vorrebbe calpestare. Siamo disposti a tornare al tavolo quando i nostri vertici decideranno di togliere la questione dell’IMA valutata dal contratto integrativo, e quando saranno disposti a discutere di straordinario 2012 in modo concreto.

Mai che ne facciano una giusta, all’università di Siena!

RiccascopinoCome distruggere ogni piccola iniziativa

USB P.I. Università di Siena. È uscito da pochi giorni il Bando per la mobilità Erasmus Staff Training 2012/2013, tutto sembra uguale agli altri anni ma… al paragrafo 5 c’è l’inghippo! Come gli altri anni il periodo che si può passare all’estero varia da una a sei settimane, ma quest’anno c’è la sorpresa! La prima settimana è formazione… il resto, deciso dalla nostra lungimirante e moderna amministrazione, te lo fai di ferie, se vuoi proseguire la borsa!!! Ma chi prende queste decisioni si rende conto dell’utilità di queste borse e di come il personale che ne usufruisce partecipi ad attività di elevata formazione inerente al proprio lavoro? Perché limitare i tempi in questo modo? Questa limitazione svilisce l’esperienza e la rende del tutto inutile.

Lor signori pensano che i dipendenti e i propri responsabili non siano in grado di capire e decidere quanto tempo sia loro necessario per rendere proficua un’esperienza? Da chi deve essere fatta questa università: da persone consapevoli del proprio ruolo e desiderose di migliorare nel proprio lavoro o da fantocci che devono fare solo presenza (timbro dunque sono) e non alzare la testa dalla loro scrivania per guardarsi intorno e, magari, anche apportare qualche miglioramento in questa università sempre più decadente? E la Comunità Europea perché ci dà questi soldi: per fare una vacanza in Francia o in Inghilterra o per amalgamare i popoli che la compongono e scambiare “buone pratiche”?

C’è poi la questione della borsa Erasmus che viene finanziata fino ad un massimo di € 900. Il nostro Ateneo sottopone la borsa a tassazione. L’Agenzia delle Entrate, a quanto ci risulta, con la risoluzione n. 109/E del 23 aprile 2009, ha chiarito che le borse di studio finanziate dalla Comunità europea ed erogate nell’ambito del programma Erasmus Mundus sono escluse dall’imponibile Irpef e non rilevano ai fini della determinazione della base imponibile Irap delle Amministrazioni pubbliche che le erogano. Ora, pur non essendo queste borse del programma Erasmus Mundus, ma venendo erogate per lo stesso genere di finalità, non può ritenersi corretto lo stesso trattamento? In altre università non operano alcuna tassazione delle borse Erasmus. Da quanto incorriamo in questo errore e a danno di quanto colleghi? Chiediamo una ricognizione sulla questione e che sia assunta una soluzione anche per il passato.

Ci sono anche alcuni aspetti pratici: a) il viaggio può essere rimborsato se si parte e si ritorna entro due giorni dalla data di attivazione del periodo all’estero; b) la relazione finale come deve essere scritta: “Una settimana di formazione e cinque di vacanza pagata dalla Comunità Europea”? Forse, chi ha inserito questa modifica nel bando farebbe meglio a occuparsi dei problemi della nostra università invece di perdere tempo a distruggere una bella e sana esperienza di 18 persone dipendenti! Per favore, non togliete dignità anche a questa esperienza, non se ne può più!

Il rettore risponda pubblicamente a questo inaudito comportamento

Rsu d’Ateneo, Cisal, Cisapuni, Ugl-Intesa, Uil-Rua, Usb P.I. – Apprendiamo con profondo sconcerto da un comunicato dei colleghi dell’USB.P.I. che l’Amministrazione avrebbe preso accordi con la Questura in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Accademico onde coinvolgere dei colleghi nel servizio d’ordine al Rettorato durante la cerimonia e, con altrettanto profondo sconcerto, apprendiamo che molti dei colleghi interpellati hanno effettivamente svolto tale ruolo. Riteniamo che questo modo di operare sia gravemente lesivo dei diritti dei lavoratori, dei dipendenti della cooperativa e degli studenti che esercitavano il proprio legittimo dissenso nei confronti dell’Amministrazione. Chiediamo perciò al Rettore che divulghi tutta la documentazione inerente alla problematica in oggetto e che risponda pubblicamente e per iscritto di questo inaudito comportamento suo, dell’Amministrazione che rappresenta e dei colleghi che hanno svolto il ruolo illegittimamente assegnato, riservandoci comunque di adire tutte le sedi competenti alla tutela dei diritti che riteniamo gravemente lesi.

Ultimo atto sulle elezioni del rettore dell’università di Siena

Riccabonigregario

Una scena ripresa da tutte le Tv. Alcuni tifosi intenti a spingere due ciclisti del gruppo di testa lungo la salita, pochi metri prima del traguardo. Incredibilmente, non ci furono polemiche sulla vittoria di uno dei due. Il secondo classificato non fiatò. Non manifestarono alcun disappunto neppure le squadre sportive. Zitti gli organizzatori! Il direttore di gara invitò la madrina di turno a salire sul palco per consegnare la coppa al “vincitore”, il quale, raggiante e senza alcun disagio, la sollevò sulla sua testa con entrambe le mani. Non disdegnò neppure di spruzzare spumante sui presenti, di berne un sorso direttamente alla bottiglia e di mettersi in posa, tra due ragazze, per le foto di rito. Purtroppo, per il vincitore, la Federazione Ciclistica Italiana, dopo una veloce indagine, chiese il rinvio a giudizio dei responsabili che, si scoprì in seguito, erano minorenni in vena di scherzi. Ai giornali sportivi che avevano parlato della vicenda, il vincitore chiese di pubblicare la seguente rettifica: «Sono costretto a ribadire che non sussiste alcuna richiesta di rinvio a giudizio che mi riguarda nell’ambito dell’inchiesta relativa alla vittoria della tappa e chiedo che la mia precisazione venga pubblicata con il giusto risalto per contrastare l’impatto lesivo provocato». Come se l’inchiesta non riguardasse proprio la sua vittoria!

Scherzi a parte, tutto ciò è accaduto nell’università degli Studi di Siena, che, ormai, ci ha abituato a tutto. Anche a elezioni del rettore inequivocabilmente irregolari, al punto che la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Siena ha chiesto il rinvio a giudizio dei membri del seggio e della commissione elettorale. Fra poche ore si conosceranno le decisioni del Gup.

Articolo pubblicato anche da: il Cittadino Online (12 dicembre 2012) con il titolo «Università: ultimo atto sull’elezione del rettore