Anche nell’Università le regole si fanno dopo il gioco, per accomodare i risultati della partita

Altan-ultimiRabbi Jaqov Jizchaq. Scrive il Sole 24 ore: «L’Anvur concede 15 giorni in più alle università per inviare le pubblicazioni scientifiche.» Tempo di VQR, ossia di valutazione della qualità della ricerca: «un esercizio di valutazione del quale è sempre più difficile accettare anche solo come “male minore” modi, obiettivi e conseguenze». Si obietta a coloro che dicono di rifiutare questa valutazione, che, come Bertoldo, non trovano mai l’albero giusto a cui impiccarsi, ma v’è del vero nelle parole sopra citate e vi sono fondate ragioni nella protesta che sta montando in molti atenei, compreso il nostro. Non foss’altro perché i criteri adottati sono tutt’altro che chiari e il tutto è circonfuso di un velo esoterico.

Soprassedendo, nevvero, sulle questioni economiche, che tanto qui si campa d’aria e come scrisse tempo addietro un famoso alcolomane, tutti i docenti universitari guadagnano diecimila euro al mese, rilevo difatti una schizofrenia nel sistema. Qual è l’effetto delle recenti riforme e ristrutturazioni, in una condizione in cui il turn over è fermo da anni (oltre che gli stipendi), col dimezzamento dei docenti? Non mi soffermerò oltre sui soliti aedi ubriachi e disinformati che scrivono sulle gazzette locali che ci sono “cento nuovi professori” (sic).

Si punta, secondo il VQR, a premiare l’eccellenza nella ricerca, ma al contempo si assiste fatalmente allo smantellamento di aree scientifiche basilari, indi si accorpano voluttuosamente corsi di laurea e dipartimenti. Qual è stata la prassi di questi ultimi anni? Per tirare a campà, con la moria di docenti, cioè per trovare i numeri necessari a non chiudere, si sputtanano i corsi di studio annacquandoli fino a renderli completamente insapori. Poi si tira fuori dal cilindro la distinzione fra università d’insegnamento e di ricerca (che nessuno sa, nell’attuale frangente, che cacchio voglia dire).

Per anni è sembrato che la ricerca fosse un optional. Coloro che reclamavano uno spazio maggiore per la ricerca pareva fossero marziani o potenziali perdigiorno che non volevano occuparsi del vero problema all’indomani dell’introduzione del 3+2 e successivamente con l’avvio dei massicci pensionamenti senza turn over, ossia coprire il fabbisogno nella didattica. Oggi si rigira la frittata eccedendo nella direzione opposta, e come è stato scritto, «Per chi aspira a “fare carriera” ogni ora trascorsa al servizio degli studenti appare come un’ora di tempo perso».

Così, per timore che dire “grazie” nuoccia all’aplomb di Lorsignori, si ringrazia con un metafisico pernacchione coloro che obtorto collo hanno profuso tanti sforzi tirando la carretta della didattica (magari per coprire assenteisti desaparecidos), incolpandoli di aver mancato ai propri doveri, dopo che li si è costretti a farlo. Inutile che il tapino si lamenti: «ma io l’avevo detto, che la ricerca è davvero importante, e voi non mi avete ascoltato»; è tempo di rivoluzioni (o di golpe), dobbiamo costruire l’uomo nuovo e non c’è tempo per recriminare e pensare a cosa farne di quello vecchio! Insomma, chi ha avuto, ha avuto, scurdammose ‘o passato.

D’improvviso infatti è spuntata l’ANVUR («Uhhhhhh! Tremate!!!! Io sono ANVUR, figlio di MIUR!» , il VQR e la SUA ed è la didattica a non contare più assolutamente niente. Senza dire che, con gli standard di produttività adottati, la valutazione del rendimento diventa tutta una cervellotica questione di mediane e di indici bibliometrici, “cravatte” e diagonali nei quali si subodora il fumus della presa per il didietro. Sembra che quanto detto sopra, ossia la polverizzazione d’intere aree scientifiche causata dall’uscita di ruolo senza ricambio e dallo sbando che ne è conseguito, non abbia a incidere sulla “qualità della ricerca” (!). Ora valgono altri criteri, c’è un nuovo cielo, una nuova terra, e com’è d’uso in questo paese, le regole spesso si fanno dopo il gioco per accomodare i risultati della partita.

Nell’università c’era più libertà quando c’era meno autonomia

Altan-futurodimerdaRabbi Jaqov Jizchaq. «Fra il 2007 e il 2015 il numero dei docenti ordinari delle università italiane è sceso da poco meno di 20.000 a poco più di 13.000. Dove vogliamo fermarci?»

Come eravamo: «Nel 2010 il personale impegnato in attività di ricerca nell’Università degli Studi di Siena ammonta a 1743 unità. I ricercatori universitari sono 947» (Rapporto ricerca 2010). Adesso i ricercatori di ruolo (ad esaurimento) sono 350, un quinto circa dei quali diventeranno associati od ordinari con gli imminenti avanzamenti; il personale docente di ruolo (ricercatori ad esaurimento+associati+ordinari) complessivamente ammonta ancora a 750 unità (giacché gli avanzamenti non sono chiamate di esterni) e si accinge ad essere ridotto di altre 150 unità circa, un po’ a pene di segugio, cioè a dire con la roulette russa dei pensionamenti.

Secondo l’ANVUR nel 2013, l’età media a livello generale era 59 anni per gli ordinari, 53 per gli associati e 46 per i ricercatori; un quotidiano nazionale che citai tempo addietro riportava i dati senesi, che risultavano sensibilmente più alti di 4-6 anni a seconda delle categorie. Ecco, io capisco e apprezzo gli sforzi diretti al risanamento, ma perché da parte dei media prendere per le natiche l’opinione pubblica millantando una realtà che non c’è o che non c’è più? Insomma, io trovo strano che non si riesca in nessun luogo pubblico e sui media a impostare una discussione in termini seri, sobri e realistici, abbandonando per un attimo la consueta oratoria encomiastica, lo stile apologetico, la voce nasale di annunciatore dell’EIAR che canta i recenti trionfi (e cela le recenti sconfitte).

Il Rettore annuncia: «La conferma del miglioramento dei conti consente ora di proseguire su questo percorso, aprendo nel prossimo futuro le procedure per altre 30 posizioni». Evviva, Siena triumphans: ma si tratta di 30 avanzamenti di carriera (da tempo agognati, certo, e benvenuti, ma mi conferma il prof. Grasso che non si tratta di nuovi assunti) e le considerazioni che mi viene da fare sono sempre quelle: avanza chi ha ancora le gambe; chi nell’attesa di avanzare viene azzoppato, non avanza e ai caduti recenti si aggiungeranno a breve altre vittime; nel senso che settori e corsi di studio che nel frattempo sono entrati in crisi per via dei massicci pensionamenti, non “avanzeranno” da punte parti: 500 professori usciti di ruolo vuol dire uno su due a casaccio, sin qui senza turn over.

Un anno prima dello scoppio del “buho” vi erano settori che contavano oltre venti docenti di ruolo, e mi pare che ciò non fosse giustificabile alla luce del fabbisogno di didattica; all’estremo opposto altri settori contavano uno o due docenti: si capirà che da un lato quando il maledetto uomo della strada ripete che “eh, so’ troppi”, interpretando a suo modo la dottrina del “taglio lineare”, bellamente ignorando gli squilibri mostruosi entro il personale docente e tra personale docente e personale tecnico amministrativo, non fa allora un discorso equo, e dall’altro che togliendo due docenti a settore, ai primi non fai un baffo, mentre i secondi li condanni a morte. Poi ci sono le situazioni intermedie: quelle in cui il fabbisogno di didattica oramai è insostenibile e i requisiti di docenza non sono più soddisfacibili con le poche forze rimaste.

A meno che, la regola non sia “chi ha avuto, ha avuto”, questi dati imporrebbero qualche riflessione un po’ meno disinvolta sull’andamento delle cose. Ma, oramai temo che siano cavoli del rettore prossimo venturo, e che giunto a scadenza, l’attuale se ne lavi volentieri le mani (“il settimo si riposò”). Il mantra che Siena deve diventare una specie di “Life Valley” (“Siena Biotech, licenziati alla vigilia del primo maggio”, La Nazione; come esordio non c’è male: una valley di lacrime) non chiarisce qual è la sorte riservata a tutto il resto e alla gente che ci lavora, né come debba leggersi tutto ciò alla luce dell’idea più volte ventilata di trasformazione del sistema degli atenei riducendo molti di essi a “teaching universities” e conservando solo “pochi hub” della ricerca: qui, almeno per una decina di anni, il tempo cioè di fare piazza pulita della cultura e della ricerca di base in altre, non meno vitalistiche “valli”, avremo dunque una situazione schizofrenica, con la researching university in alcuni comparti e la teaching university in altri, ridotti a simulacro?

Ricerca nelle “scienze della vita” o poco più, e pura didattica di basso profilo altrove, in corsi rimaneggiati con quel poco che resta e accorpati, privi di logica interna, di specializzazioni e dottorati (e dunque di attrattiva)? Ha senso tutto ciò? E scusate, perché della gente titolata dovrebbe accettare la prospettiva di regredire al rango di garzone, rinunciare alla carriera, se è giovane, per assecondare questo disegno e perché i colleghi sono andati in pensione? Perché uno studente dovrebbe esserne attratto? Sarebbe sensato, come logico corollario di un progetto di smantellamento di mezzo ateneo, che si “organizzasse l’esodo”, tipo operazione Mosè coi Falascià, ovvero si consentisse (o si intimasse!) a costoro di andarsene in altra sede a svolgere il lavoro per il quale sono pagati, giacché sono dipendenti dell’università statale italiana, e non di qualche nobil contrada senese. Si dirà che si tratta di una boutade, ma la tua soluzione qual è, hypocrite lecteur?

Cosa vorrà dire soddisfare le richieste dell’ANVUR e della SUA in ordine alla produzione scientifica in contesti ove di fatto sarà vieppiù difficoltoso adoperarsi per la buona ricerca? E questo, by the way, in un sistema dove la quasi totalità della «quota premiale» del Fondo di Finanziamento Ordinario viene assegnata alla produzione scientifica e la didattica viene quasi punita come inutile passatempo (ammesso e assolutamente non concesso che “fare ricerca” coincida con il soddisfare le richieste della SUA e dell’ANVUR).

Dice il governo: «più poteri ai rettori… bisogna ridare autonomia vera agli atenei, imporre meno regole dal centro»; ma potere di far che? Serve ben più, temo, che la briglia sciolta ai rettori persino sulla retribuzione dei docenti o la “contrattualizzazione” (jobs act) di tutti i ruoli; anche perché mi pare che i piccoli atenei già siano sin troppo nelle mani del notabilato locale che fa il bello ed il cattivo tempo: in primo luogo devono dirci cosa intendono farne dell’attuale configurazione degli atenei pubblici e del sistema della ricerca e della didattica universitaria.

Personalmente sarei incline, piuttosto, a richiedere un maggiore centralismo e protagonismo da parte del ministero, che non può tirare il sasso in piccionaia e poi nascondere la mano, essendo convinto che c’era più libertà quando c’era meno “autonomia” e ravvisando nella trasformazione degli atenei in monadi senza finestre, non solo una delle cause dei mali che li affliggono, ma anche dell’impossibilità di addivenire per i problemi di cui stiamo parlando a soluzioni del tipo di quelle prospettate nei precedenti messaggi.

Sarei felicissimo se qualcuno mi convincesse che quanto ho scritto è privo di fondamento.

Tornerà un tempo in cui nell’università di invisibili “capitali della cultura” sarà lecito parlare di cultura?

Le sei candidate a capitale europea della cultura 2019

Le sei candidate a capitale europea della cultura 2019

Rabbi Jaqov Jizchaq. Scriveva Marcel Proust a un amico fisico: «Come mi piacerebbe parlarti di Einstein. Si ha un bel dire che io derivo da lui o lui da me. Io, che non conosco l’algebra, non capisco una sola parola delle sue teorie, ma sembra che abbiamo modi analoghi di deformare il tempo.»

… Proust, com’è noto, oltre che incorporarlo nel celebre finale, tentò di raffigurare lo spaziotempo einsteiniano nell’ultimo libro della Recherche (Il tempo ritrovato), aggiungendo allo spazio la dimensione temporale con l’immagine folgorante di uomini arrampicati sugli anni come su trampoli. Tornerà un tempo in cui nell’università di invisibili “capitali della cultura” sarà lecito parlare di queste cose, cioè, appunto, di cultura (come si vede bene la cultura di alto livello se ne impippa della grande muraglia eretta fra cultura cosiddetta “umanistica” e “scientifica”), una volta ottemperato ai compiti della SUA e dell’ANVUR? Non voglio affatto sminuire gli aspetti organizzativi e finanziari, ma credo che emerga, con urgenza, una domanda di senso; biascichiamo stancamente la litania fatta di requisiti minimi, kyrie eleison, punti organico, ora pro nobis, fundraising, miserere nobis, start up, exaudi nos, ma non è un po’ frustrante che si parli di scienza e cultura in modo del tutto privo di tensione etica?

In quel di Siena, qual è la strategia, l’orizzonte, il discorso di lungo respiro? La politica dell’ateneo, si dice nelle declaratorie, è quella di puntare tutto sulle “scienze della vita”, in vista delle applicazioni. Va bene, è una scelta, anche se non ho ben chiaro cosa voglia dire; e di conseguenza, delle scienze del “mondo inanimato”, degli astri, dei numeri e di altre cose, delle scienze “pure”, per così dire, o delle “scienze dello spirito” (“Geisteswissenschaften “), cosa si intende farne? Lasciar naufragare la nave? E dei marinai sopravvissuti al naufragio? Spenti i riflettori sugli “Stati Generali della Cultura”, torno al mesto tran-tran e leggo sul Corriere del caso di un concorso da ricercatore all’università telematica Unicusano, dove in commissione non c’era nemmeno un esperto della disciplina oggetto del concorso.

All’università domina dunque l’alea: casuale e dettato dall’anagrafe è il conto di chi vive e chi muore; improbabile l’assortimento dei dipartimenti (il dipartimento psico-geologico di Chieti), e qui, avranno tirato a sorte il vincitore? Il Dio dei concorsi gioca evidentemente a dadi. In effetti, l’unico modo per perseguire l’obiettività, in questo paese, parrebbe quello di lasciare che la natura faccia il suo corso e rimettere le decisioni nelle mani di chi non ci capisce una beneamata mazza, sperando con ciò che la scelta sia almeno del tutto aleatoria, come la lotteria per l’uovo di Pasqua. Temo la Pasqua, così come tutte le feste comandate, perché si manifestano di solito gli amici stranieri e immancabilmente chiedono in vari idiomi come vanno le cose all’università di Siena, ed io vorrei sottrarmi al compito, già arduo da essere assolto in lingua italiana.

Auguri a tutti.

L’inesistente mobilità dei docenti tra atenei e la follia della classifica delle venti “migliori” università

Unisi2015

Rabbi Jaqov Jizchaq. Per inciso, checché ne dicano i neomelodici che intonano peana ad Apollo “il risanatore” (Paian), la situazione nuda e cruda è questa: le 20 università “migliori” secondo l’ANVUR, quelle che dovrebbero proiettarci nella competizione internazionale, sarebbero (e il condizionale mi pare più che d’obbligo) le seguenti: Padova, Trento, Milano Bicocca, Verona, Bologna, Bolzano, Pisa (Sant’Anna), Torino, Pavia, Ferrara, Milano (San Raffaele), Padova, Roma-Tor Vergata, Modena-Reggio Emilia, Trieste (SISSA), Piemonte Orientale, Venezia-Ca Foscari, Milano (Politecnico), Pisa-Normale, Roma-Luiss.

Le altre risulterebbero di serie B e secondo il liberal-meritocratico prof. Giavazzi non dovrebbero avere nemmeno corsi di laurea specialistici, né dottorati di ricerca (ma chi cavolo dovrebbe iscriversi ad un ateneo che possiede solo trienni? Allora tanto vale chiuderlo!). Notare che eccetto Sant’Anna, nella lista non c’è nessuno dei principali atenei toscani. Dunque, o l’ANVUR è una pagliacciata, oppure nessuna delle università toscane è degna di rientrare nel novero di quelle famose due decine destinate a partecipare alla competizione globale. Men che mai nei “cinque hub” di cui vaticinava il Giovane Favoloso Renzi (“Ma come sarebbe bello se riuscissimo a fare cinque hub della ricerca… Cinque realtà anziché avere tutte le università in mano ai baroni, tutte le università spezzettatine… cinque grandi centri universitari su cui investiamo… le sembra possibile che il primo ateneo che abbiamo in Italia nella classifica mondiale sia al centoottantatreesimo posto?”).

Al netto delle iperboli alle quali ci ha abituato il Nostro, la direzione nella quale stiamo andando è evidente: ridimensionamento degli atenei e del loro numero; riduzione delle piccole università a “teaching universities”, con punizione collettiva di chi ci lavora; allora, se uno dice “piove” quando piove, e invita a munirsi di un ombrello, costui è uno sporco miscredente eretico e servo delle multinazionali che brama avidamente la pioggia e persino gode delle inondazioni? Fuor di metafora, non voglio riferirmi a chi ha le gambe per stare ritto da solo, ma agli altri, quelli che barcollano: se uno adombra, visto che il progetto reale cui le Competenti Autorità segretamente mirano è quello testé descritto, la necessità per gli atenei di collaborare alla costituzione di robusti poli scientifici territoriali, adatti alla competizione nazionale ed internazionale, laddove essi abbiano ancora del personale specializzato in certe aree scientifiche (prima che qualche burocrate te lo imponga con criteri ottusamente burocratici del menga calati dall’alto), costui deve essere per forza sospettato di essere al soldo del re di Prussia? Se sì, l’alternativa quale sarebbe, quella di farlo, senza dirlo (“si fa, ma non si dice e chi l’ha fatto tace, lo nega e fà il mendace”)?

La suddetta classifica, sia detto chiaramente, mi pare di per sé un po’ folle, e ancor più folle mi pare il criterio che rischia di accentuare le distanze entro la classifica stessa: leggo in un documento CRUI che il numero di docenti tra il 2008 e il 2014 è calato di circa 10.000 unità. A Siena la situazione è ben più drammatica che altrove: meno 50% docenti entro il 2020 e ad oggi già perso il 53% delle immatricolazioni: «In dieci anni nella patria del Palio le immatricolazioni si sono dimezzate, passando da 4.396 a 2.271. Solo quelle toscane, nello stesso periodo analizzato, sono scese da 2.684 a 1.252 (-53%).» Orbene, può anche darsi che io non la sappia abbastanza lunga, non sia iniziato alle segrete cose, sì da non capire il mistero per cui la cifra numerologicamente “giusta” per Siena è quella di 610 docenti, quindicesimo numero della successione di Fibonacci (per 998 amministrativi: caso unico nella Via Lattea); ma il criterio col quale si addiviene a questa contrazione, cioè semplicemente smantellando i corsi man mano che i professori si avviano al “buen retiro” e le cattedre si svuotano, questo è ben visibile e a dire il vero mi pare un criterio del cacchio: all’estero fanno così? Nelle aziende fanno così? Chiudono il reparto motori, quando va in pensione qualche ingegnere od operaio?

Se un certo corso è di serie A, ma vanno in pensione metà dei docenti lasciando scoperte le cattedre senza rimpiazzo, ecco che questo cessa di essere di serie A, e anzi, probabilmente chiude proprio, per mancanza dei “requisiti di docenza” (e a Siena di corsi ne hanno già chiusi più della metà, concetto che è difficile a far capire all’indignato un tanto all’ora che manifesta incessantemente la sua indignazione al bar dello sport, ma nulla sa di leggi e numeri); cosicché la gente che rimane, messa nell’impossibilità di bene operare, viene d’ufficio classificata di serie B: è questo un uso sensato delle risorse umane? La mobilità tra atenei di fatto non esiste e tutta la giavazziana e abravaneliana meritocrazia, va in tal modo a farsi benedire: una volta marchiato a sangue come appartenente ad un ateneo, uno e luteranamente predestinato ad appartenere ai sommersi oppure ai salvati dal marchio d’origine e dalla imperscrutabile volontà divina, per cui a nulla valgono le opere di bene.

Insomma, le Competenti Autorità venissero allo scoperto, per favore: cosa vogliono fare? Qui c’è gente che il lusso di andare in pensione non se lo può concedere (e forse la pensione non ce l’avrà mai), e che si domanda cosa farà nel prossimo ventennio. Con tono grave ti dicono che siamo fatalmente trascinati verso un destino ineluttabile (odo risuonare l’allegro con brio della V sinfonia beethoveniana sullo sfondo). Può anche darsi che sia giusto, come scriveva Pasolini, che i figli paghino le colpe dei padri; meno chiaro è perché per le mie colpe debbano pagarle i figli altrui, e perché certi figli di cotanti babbi e mamme non paghino mai le colpe dei loro padri, ma in ogni caso nessuno considera che c’è parecchia gente destinata a restare in servizio ancora qualche lustro, molti nei settori smantellati o smantellandi: a fare cosa?

Di questo problema bizzarramente non se ne parla proprio; i cicli di studi o “coorti”, un po’ come piani quinquennali di sovietica memoria, rappresentano l’orizzonte oltre il quale nessuno osa guardarli. Tanto la maggior parte degli ordinari andranno in pensione entro il quinquennio e nonostante tutta la nauseante retorica giovanilistica e minacciosamente meritocratica, il “giovin ricercatore” (o ex tale: età media dei ricercatori senesi, 52 anni) è come quella strana figura dell’Homo sacer romano, che anche se uno lo ammazza, non gli viene ascritto alcun omicidio, in quanto la sua morte si dice sia stata decisa da una qualche volontà superiore.

Non premiando il merito ma la casualità e la territorialità, si creano università di serie A, B e C

Altan-ballaLa giungla dei fondi, così le università si dividono tra A e B (Il Mattino.it)

Marco Esposito. I premi ci sono e sono ricchi: 1,2 miliardi di euro. Ma sulla qualità della valutazione delle università c’è molto da perfezionare. Per esempio chi quest’anno ha ricevuto più soldi, Siena, è appena al 38° posto nelle classifiche Anvur. Quindi c’è il rischio che invece di incentivare il merito si sta premiando il vantaggio di operare in una zona rispetto a un’altra. Quest’anno la premialità vale un miliardo e 200 milioni, ripartiti tra le 56 università statali italiane, nelle quali studia (in corso) quasi un milione di ragazzi. Una somma che a fine 2014 è stata suddivisa in base a sei parametri, per tener conto della qualità della ricerca, delle politiche di reclutamento, del numero di studenti Erasmus in ingresso e in uscita, del tasso di internazionalizzazione misurato dai crediti formativi conseguiti all’estero degli studenti e dai laureati. Tutti criteri che offrono il fianco a critiche, come spesso accade quando si misura la qualità e non la banale quantità. In attesa di perfezionare il sistema, però, sono i criteri ufficiali di qualità del sistema universitario italiano, dietro i quali ci sono formule che permettono di individuare gli atenei di serie A e quelli di serie B. Con molte sorprese.

La migliore università d’Italia, in base a tali parametri, è come detto quella di Siena che ha potuto beneficiare di 26 milioni di premialità. Naturalmente la cifra in valore assoluto non è di per sé significativa, per cui nell’elaborazione del Mattino la si è confrontata con la quota base del Fondo di finanziamento ordinario, che per i 56 atenei vale 4.911 milioni di euro. La premialità media è del 24,4% ma per Siena raggiunge la percentuale record del 34,1%. Al capo opposto della classifica c’è Messina, dove la premialità è stata appena del 14,4% sempre rispetto alla quota base del Ffo. Dalla classifica non si può dire che la dimensione di per sé aiuti la performance dell’ateneo. Tra le prime dieci ci sono colossi come Bologna (55mila studenti) e Padova (41mila) ma anche i microatenei di Foggia e del Molise, i quali sono stati premiati soprattutto per le politiche di reclutamento, cioè la capacità di produrre ricerca dei docenti assunti da meno anni. Foggia e Molise tengono alti i vessilli del Sud insieme a Teramo, Sannio, Sassari e Salerno. Quest’ultima è anche l’unica università meridionale di serie A che è anche di dimensioni discrete, con 20mila studenti, mentre le altre promosse sono tutte piccoline.

Nella parte bassa della classifica ci sono università piccole un po’ di tutta Italia che non riescono a mantenere standard di qualità, almeno così come sono misurati attualmente. Vanno male la Iuav di Venezia, Camerino, Napoli Orientale, Napoli Parthenope e il Politecnico di Bari, tutti con meno di 10mila studenti in corso e performance premiali molto modeste. Tra gli atenei del Nord il peggiore è Genova, con un risultato allineato a quello dell’Università del Salento e dell’Orientale. Nelle ultime dieci posizioni si trovano anche i due colossi del Centrosud e cioè la Sapienza e la Federico II che insieme superano i 110mila studenti in corso. In base ai punteggi che sono dietro il riparto dei fondi premiali, Sapienza e Federico II non garantiscono performance all’altezza di atenei di analoghe dimensioni, come Bologna, Padova, Torino. Nel girone delle Università di serie B si trovano anche la Seconda università di Napoli, Bari e le tre siciliane di Palermo, Catania e Messina.

La premialità, però, ha senso se è correttamente misurata e può spingere verso un generale miglioramento dell’offerta formativa. Ancora è troppo presto, forse, per comprendere se il nuovo meccanismo sta spingendo gli ultimi a migliorarsi. Tuttavia ci sono alcune anomalie evidenti. Per esempio la «più premiata» università italiana, Siena, non è nella top-20 delle classifiche di qualità dell’Anvur e anzi è appena trentottesima. Anche Udine, Bergamo, Foggia, Molise, Insubria sono nella parte alta per quota di finanziamenti premiali, però non rientrano nella top-20 dell’Anvur. Trieste è a metà classifica come premialità eppure è negli ultimi dieci posti nella valutazione Anvur.

E nelle valutazioni Anvur, che comprendono anche gli atenei privati, la Bocconi varrebbe meno della Piemonte Orientale. Come a dire che ogni classifica segue criteri diversi e può smentire la precedente ma mentre molte graduatorie portano solo prestigio quella effettuata dal Miur sposta denari freschi. Anche il fatto che in coda si trovino simultaneamente tutti i grandi atenei delle città del Sud (Napoli, Bari, Catania, Messina e Palermo) consente di ipotizzare una forma di disagio territoriale piuttosto che una sincronica prova di inefficienza. E anche qui con delle anomalie, la più sorprendente delle quali riguarda la Sun. Per la premialità ufficiale è la peggiore università della Campania nonché terzultima in Italia, mentre nelle graduatorie dell’Anvur si piazza alla pari della Cattolica di Milano.

Qualsiasi analista ne dedurrebbe che tali metodologie vadano prese con le molle e utilizzate nel tempo dopo verifiche e approfondimenti. Invece in Italia il meccanismo, per quanto evidentemente imperfetto, ha già effetti diretti nella ripartizione delle risorse. Con esiti paradossali perché si rischia non di premiare il merito ma la casualità o più banalmente la territorialità. Se infatti per qualche ragione un parametro favorisce determinate aree del Paese al di là dei meriti degli atenei, la premialità invece di incentivare chi si migliora finisce con l’alimentare le distanze. Gli atenei siciliani, per esempio, sono quelli che ricevono meno fondi, hanno un turnover autorizzato molto basso e stanno anche perdendo rapidamente studenti. Se l’obiettivo dell’Italia è non offrire a nessun ragazzo corsi universitari di serie B, ci si deve affrettare a trovare un sistema per evitare che alcuni atenei precipitino in serie C.

Sindaco e rettore di Siena producono solo chiacchiere e propaganda

Bruno Valentini - Angelo Riccaboni

Bruno Valentini – Angelo Riccaboni

Rabbi Jaqov Jizchaq. Dichiarava Valentini: «Proprio in questi giorni ci siamo incontrati più volte con il Rettore per riflettere su come rendere la città ancora più accogliente per gli studenti, e su come sviluppare la ricerca intercettando opportunità e finanziamenti che proiettino gli studi universitari verso le esigenze del mondo del lavoro e dell’impresa.» Il Sindaco fa benissimo a guardare al “mondo dell’impresa”, ma non è chiaro cosa intenda in concreto e vorrei capire se si tratta di un ragionamento minimalista, supportare alcune attività esistenti, legate per lo più al turismo (battaglia sacrosanta, per carità, ma in questo caso non capisco l’enfasi sui dati Anvur relativi alla ricerca e bisogna intendersi allora su cosa si intende con questo termine: una metafora?), supportare legalmente, o pubblicitariamente, oppure voleva fare un discorso di più lungo respiro e allora urgono alcune considerazioni. Per quanto concerne l’innovazione tecnologica, a Siena vi sono infatti già interessanti realtà a livello universitario nel campo delle biotecnologie, così come in campo ingegneristico. E … poco più. Altre realtà sono totalmente assenti.

Vi sono (vi erano?) anche interessanti realtà nel campo delle “scienze pure”, ma la loro sopravvivenza, nella città candidata a capitale nientepopodimenoche Europea della cultura, che ospitò Galileo prima e dopo il celebre processo e la cui storica accademia dei “Fisiocritici” aveva come soci corrispondenti personaggi come Immanuel Kant, evidentemente è poco interessante: mi domando che senesi siano coloro che oggi auspicano una Siena senza cultura, o con un simulacro di cultura costituito da quel pout pourri di comunicazione e un po’ di “informaticcia”, con l’imperversare del quale l’ateneo che un tempo ospitò Gadamer, si ridusse poi a chiamare al suo posto Red Ronnie. Da “Segno e immagine” di un Cesare Brandi, ad altre meno edificanti immagini, nonostante l’alacre opera dell’Ufficio Imperialregio per la Propaganda dell’Immagine, con tanti membri quanti ce ne vogliono per costituire due dipartimenti.

L’innovazione tecnologica, comunque, non ha tanto bisogno di ragionieri de luxe, quanto di brevetti e prodotti competitivi: dunque a quali “imprese” sta pensando in particolare il Valentini? Solo il turismo? Ma per quello, più che appositi corsi di laurea, occorrerebbe che ad esempio si risolvesse la vexata quaestio del Santa Maria della Scala e del suo destino, o delle comunicazioni stradali e ferroviarie in questa città isolata dal mondo (lasciamo perdere aeroporti internazionali ed altre consimili castronerie). Di conseguenza, a quali corsi di laurea stiamo pensando? A quali dottorati, se ad oggi, con l’obbligo delle sei borse di studio, di “dottorati” veri e propri (assimilabili ai blasonati PhD) non ce ne è rimasti quasi punti?

Senza dimenticare che la situazione generale dell’industria italiana (cioè di un paese in piena deindustrializzazione), e toscana in particolare, di per sé al momento non è delle più brillanti (“Piombino, Lucchini in agonia, a rischio 4 mila posti di lavoro”), ma tanto per fornire un parametro di riferimento, l’esempio eccellentissimo di “impresa legata all’innovazione tecnologica”, a mio modestissimo avviso, è quel risultato di oculate e lungimiranti politiche universitarie e di investimento nella ricerca costituito dalla Samsung. Leggo sul Sole 24 Ore  che la Samsung (7 miliardi di utili) ha già registrato 407 brevetti che ruotano intorno al grafene, materiale che pare promettere mirabolanti applicazioni industriali. Nel 2012 ha stanziato 40 miliardi di dollari per investimenti nella ricerca e le classifiche dell’Ocse premiano la Corea del Sud come la nazione che ha i risultati migliori del mondo nella qualità dell’apprendimento.

Scendendo a più miti consigli e senza scomodare i colossi come la Samsung, leggo che alle Olimpiadi di Londra saranno adottati bicchieri e posate fatte di materiali ecologici e compostabili di produzione italiane (la “chimica verde” dalla vicentina Ecozema): anche questo è il frutto dell’ingegno e della ricerca nostrani. Ecco, seppur ovviamente nelle dovute proporzioni e si parva licet, stiamo parlando di questo genere di “impresa”? Per essere ancora più chiari, l’impresa che fabbrica cose, che poi sul mercato competono con altre cose: s’intende questo, o la produzione di quei prodotti tossici che sono le chiacchiere e la propaganda? È il caso di operare nettamente questa distinzione (una sorta di Glass-Steagall morale) tra la produzione di cose (che si tratti di brevetti, cose immateriali come la ricerca pura o materialissime come il cacio e le damigiane di vino) e la produzione d’aria fritta.

Nell’università che (lasciando pietosamente agli psichiatri il compito di commentare le affermazioni circa “uno dei migliori atenei del mondo”) si avvia a perdere metà del corpo docente rispetto al 2008, con le pesantissime conseguenze su ricerca e didattica, pensa il Sindaco di istituire nuovi corsi di laurea, che so, in Agraria, vista la vocazione fortemente agricola del territorio senese, o in Veterinaria, vista la tradizione equestre e la passione che contraddistingue questa città? Sarebbe bello, ma i professori dove li trova, se la prospettiva certa è quella del dimezzamento del corpo docente già esistente, se i corsi di laurea dal 2008 sono già dimezzati, e se tanto mi dà tanto (vedi precedenti calcoli) perdendo altri duecento docenti si ridurranno a un terzo? Stiamo parlando di domani o di una prospettiva di così lungo termine (quando saremo tutti morti), da risultare astratta?

Quanto al modello di università, si addita sostanzialmente un modello tipo “Fachhochschule” tecnico-professionale alla tedesca o si pensa anche a uno spazio per la ricerca di base? Nel primo caso non so cosa dirà l’Anvur la prossima volta che valuterà “la ricerca” e di cosa si vanteranno conseguentemente i politici, ma in ogni caso sarebbe assai schizofrenico vantarsi di avere ciò che non si vuole. Siamo conseguenti: se si va esclusivamente in questa direzione, allora non c’è più spazio per la ricerca di base, per corsi di laurea tipo Matematica, Fisica, in pratica tutto il comparto umanistico ecc … niente di male, la Scienza non soffrirà più di tanto, ma cosa pensa di farne il Valentini di chi a questi settori ci sta dentro (e sono centinaia di persone, non necessariamente i più bischeri)? Pensa di riconvertire un astrofisico in un veterinario o un dantista in un dentista?

E poi Berufsakademie e Fachhochschule sono cose serie. Vedete che anche per aderire seriamente a una prospettiva come quella additata dal Sindaco, non bastano i proclami, ma occorre anzitutto dire chiaramente cosa si vuole in concreto, indi muovere il didietro mettendo in campo serie politiche; non bastano piccoli aggiustamenti, o aspettare che la legge della jungla faccia il suo corso per poi fare la conta dei sopravvissuti, sperando che siano darwinianamente “i migliori” (i migliori rispetto a che cosa?!?!?!). Vedi che anche qui torna in ballo il tema della pianificazione a livello regionale e della mobilità: se ne sta parlando? Non odo nulla di significativo in proposito. Occorre una programmazione a livello regionale (come in Germania esiste a livello dei Länder), l’individuazione degli asset da preservare e sviluppare nelle specifiche porzioni di territorio, la possibilità di muovere i docenti da una sede all’altra e di collaborare tra atenei siti a un tiro di schioppo l’uno dall’altro. Altrimenti è solo aria fritta. In definitiva, non vedo come si possa sfuggire, anche in questo caso, a una prospettiva come quella indicata nei miei precedenti post. Né come si possa perseguirla restando immobili e contentandosi delle prediche.

Università: facoltà di barare

MariaChiaraCarrozzaUniversità, facoltà di barare. La classifica degli atenei è fuffa (La Notizia giornale, 2 agosto 2013)

Andrea Koveos. È recente l’uscita della prima classifica delle università italiane redatta da Anvur, l’agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca; l’ente pubblico, vigilato dal Ministero dell’istruzione, che ha il compito di valutare gli atenei statati e privati destinatari di finanziamenti pubblici. Peccato che quella classifica sia piena di buchi e priva di un fondamento scientifico degno di questo nome. Come ha scoperto e dimostrato la rivista Roars c’è più di qualcosa che non va, a cominciare appunto dalle cifre. Andiamo per ordine. I dati sulle pagelle degli atenei che Anvur ha diffuso alla stampa sono diversi da quelle desumibili dal rapporto finale. 
La duplicazione delle classifiche sembra essere un tratto distintivo di questa prima graduatoria: infatti, anche le classifiche dei dipartimenti diffuse alla stampa non trovano riscontro nelle relazioni finali degli esperti della valutazione. Anomalie che trovano conferma in un comunicato dell’Anvur che annuncia aggiornamenti, motivati dalla necessità di sanare le incongruenze tra le diverse classifiche dei dipartimenti attualmente in circolazione. Un vero e proprio pasticcio accademico a cui il direttore dell’agenzia, Roberto Torrini, cerca di metterci una toppa: “In maniera erronea, si è creata confusione. Era di più facile comprensione per la stampa. Si tratta di una preassegnazione dei fondi ministeriali tra le 14 aree disciplinari che hanno partecipato alla valutazione della ricerca. Essere primo, secondo o terzo in queste classifiche non conta nulla a meno che il ministro decida di dare tutti i fondi ai primi cinque atenei” (forse non conterà nulla, ma allora perché spendere centinaia di milioni di euro – 300 secondo alcune stime – per uno studio se alla fine non conta nulla chi vince?)

Le contraddizioni.
 Sta di fatto che le due classiche, quella fornita ai giornalisti e quella ufficiale pubblicata sul sito, ha prodotto una confusione megagalattica. Alla stampa è stata consegnata una graduatoria con tanto di bollini verdi per gli atenei «virtuosi» e bollini rossi per quelli “non virtuosi”. Nel rapporto ufficiale invece emerge un altro scenario, dove dodici atenei si scambiano il posto. Per alcuni giorni si è creduto che atenei come quelli di Pisa, Modena e Reggio Emilia, Parma e Camerino fossero finiti dietro la lavagna, mentre in realtà meritano la sufficienza piena. Viceversa, Roma Tre e Tor Vergata, Macerata e Napoli Orientale, Bergamo, l’università per stranieri di Siena e quella di Castellanza che la stampa ha creduto “virtuose”, nella relazione finale sono da bollino rosso. Nella categoria piccoli atenei il Sant’Anna di Pisa, diretto sino a poco tempo fa dall’attuale ministro Maria Chiara Carrozza ha ottenuto sui giornali la prima posizione per scienze agrarie e scienze politiche, seconda per ingegneria e per area economica e statistica. Nella relazione Anvur, quella pubblicata sul sito, però è solo quinta.

Cosa succede all’estero. L’agenzia di valutazione inglese, che può vantare una consolidata esperienza nel settore, si rifiuta categoricamente di fornire classifiche di atenei e di dipartimenti. Esistono, infatti, basilari ragioni tecniche che sconsigliano di avventurarsi su questo terreno, prima fra tutte la difficoltà, se non l’impossibilità di confrontare istituzioni di dimensioni diverse. Ed è proprio su questo punto che l’anvur è inciampata, dal momento in cui le classifiche in contraddizione tra loro nascono proprio dall’uso di diverse definizioni dei segmenti dimensionali che contraddistinguono atenei o dipartimenti piccoli-medi-grandi. 
La produzione maldestra di classifiche che si smentiscono a vicenda mostra la fragilità di questo strumento, poco o per nulla scientifico, e mette a nudo le carenze scientifiche e culturali del consiglio direttivo dell’agenzia. Sarebbe sufficiente questo per mettere una pietra sopra la volontà di stilare classifiche. La cosa certà è che quelle elaborate da Anvur sono poco significative perché dipendono dalle dimensioni degli atenei e da molti fattori che misurano la capacità di attrarre risorse esterne o di istituire collegamenti internazionali ad esempio. Aldilà delle pagelle, dei promossi e dei bocciati chi davvero decide a chi distribuire le poco risorse disponibili è solo la politica. La stessa che ha creato l’Anvur e la stessa che ne ha nominato i componenti.

I trucchi dell’Anvur e le classifiche alterate per accaparrarsi fondi e studenti

DeNicolaoUniversità, il bluff della classifica Anvur

Il Secolo XIX del 26 luglio 2013. A smascherare la classifica dell’Anvur è stato il gruppo di ricercatori e docenti che anima Roars, il più seguito sito dedicato all’università . Da sempre critico nei confronti degli esperti dell’Anvur – definiti «bricoleur della valutazione»- Roars mette in guardia contro le conseguenze di quegli errori. Le classifiche date in pasto ai giornali saranno brandite, scrive Roars, «all’interno di ogni ateneo da parte dei gruppi che aspirano ad accaparrarsi fondi di ricerca e soprattutto punti organico». E influenzeranno, a settembre, le iscrizioni alle università.

Sergio Benedetto, responsabile della classifica dell’Anvur, parla di equivoco e spiega: «Delle due valutazioni abbiamo scelto di dare ai giornalisti quella che usa l’indicatore più semplice, non contestabile». L’altra, quella contenuta solo nel rapporto, si basa invece su «indicatori poco definiti» e quindi esposti a critiche. «Non c’è stato alcun trucco», sottolinea Benedetto. Il trucco c’è stato eccome, insiste Roars. Giuseppe De Nicolao, professore di analisi dei dati all’Università di Pavia e tra i redattori del sito, lo illustra così al Secolo XIX: «Una delle due classifiche riguarda solo la ricerca, l’altra tiene conto anche di altri fattori, come la capacità di attrarre finanziamenti. Nella conferenza stampa del 16 luglio e nelle cartelle date ai giornalisti, sono state alterate tutte e due. Sia, in un caso, usando formule matematiche diverse, che hanno in parte modificato il risultato, “promuovendo” atenei che nel rapporto finale risultano “bocciati”. Sia, in entrambi i casi, modificando le linee di confine tra atenei grandi, medi e piccoli. Ma quelle linee di confine sono decisive e devono rimanere fisse. Se le sposto, è ovvio, altero il risultato. Ed è quello che è accaduto».

Università e giornalismo a Siena: quando manca il pudore, il senso della misura e del ridicolo

MigliorealMondo

«Siamo orgogliosi di ospitare nella nostra regione la migliore università italiana, Siena»!

Simone Bezzini - Stella Targetti - Stefano Bisi

Simone Bezzini – Stella Targetti – Stefano Bisi

Sesto EmpiricoEssere primi in una classifica è certamente una buona cosa, molto meglio che essere ultimi. Però sono anni che Siena è in cima alle classifiche e ciononostante perde più nuovi studenti della media nazionale. Mi pare di aver buoni motivi per rimanere scettico.

Simone Bezzini (Presidente della Provincia di Siena). In pochi giorni dal Ministero dell’Istruzione e dal Censis sono arrivati per l’Università degli Studi e per Siena due importanti riconoscimenti, attestati prestigiosi che premiano l’impegno e la volontà dell’Università di Siena di uscire da una fase difficile che vede una delle istituzioni più importanti del territorio impegnata da tempo nel coniugare l’azione di risanamento con il rilancio della didattica, della ricerca e dei servizi. I riconoscimenti conquistati non devono essere letti come un punto di arrivo ma come uno stimolo ad andare avanti, con determinazione, sia nell’azione di risanamento che nello sviluppo della didattica, della ricerca e dei servizi, che già gli utenti mostrano di apprezzare.

Stella Targetti (Vicepresidente della Regione Toscana con delega all’Istruzione). Siamo orgogliosi di ospitare nella nostra regione la migliore università italiana. I motivi di soddisfazione non finiscono qui perché Pisa e Firenze sono rispettivamente al terzo e quarto posto nella classifica degli Atenei con più di 40mila iscritti.

Questi risultati sono anche un riconoscimento per il nostro sistema di diritto allo studio, visto che tra gli indicatori con cui sono state stilate le classifiche ci sono i servizi (in particolare le mense e gli alloggi) e le borse di studio. Come Regione abbiamo sempre creduto che il diritto allo studio sia un diritto di cittadinanza fondamentale e continueremo a sostenerlo, anzi rafforzeremo il nostro impegno, come dimostrano gli indirizzi sui servizi e gli interventi a favore degli studenti per l’anno accademico 2013/2014 che abbiamo presentato nei giorni scorsi. Chiediamo soltanto che il Governo non ci lasci soli e che il Fondo integrativo statale per il 2014 sia rifinanziato al più presto.

Stefano Bisi (Redattore capo del Corriere di Siena). La tanto bistrattata università di Siena è la migliore d’Italia. È il giudizio del Censis che le assegna il primo posto nella classifica degli Atenei italiani stilata annualmente. E pensare che da quando è stato eletto rettore Angelo Riccaboni non sono mancate le critiche pesantissime, spesso offensive e anonime. Oggi Siena può dire che la sua università è Prima. Deve essere motivo di orgoglio per coloro che la guidano, per la comunità universitaria e per tutti i senesi. L’ateneo si aggiudica la prima posizione nella categoria dei medi atenei (da 10.000 a 20.000 iscritti), e con il punteggio di 103,4 risulta quello con il punteggio più alto in assoluto tra tutte le università italiane.