C’era una volta l’Università

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L’Università di Siena è realmente uscita dalla crisi?

San Simeone Stilita

San Simeone Stilita

Rabbi Jaqov Jizchaq. Riguardo a coloro che si astengono dal partecipare alla VQR, il Magnifico ci ammonisce tuttavia che «se il nostro Ateneo è riuscito a uscire dalla sua profonda crisi finanziaria è anche grazie alle risorse premiali connesse agli eccellenti risultati conseguiti dall’Università di Siena nella precedente VQR.» Anche considerando che le valutazioni sono una fotografia del passato, realizzata con una sorta di macchina del tempo, e che buona parte di quello che c’era nel 2007 non c’è più, o non ci sarà più a breve, mi domando se dalla crisi siamo realmente usciti. Se insomma la prospettiva di una marginalizzazione crescente, in un ateneo praticamente dimezzato e pesantemente amputato con molti settori soppressi, sia veramente fugata.

Come ho già ricordato, uno dei membri dell’ANVUR dichiarò ad un giornale nel 2012: «Tutte le università dovranno ripartire da zero. E quando la valutazione sarà conclusa, avremo la distinzione tra research university (università di serie A) e teaching university (università di serie B). Ad alcune si potrà dire: tu fai solo il corso di laurea triennale. E qualche sede dovrà essere chiusa.» Renzi, nel 2013, auspicava una concentrazione delle risorse in soli «cinque hub della ricerca», dicendo di volerci arrivare per gradi. 
Ok, dunque anziché continuare ad accorpare corsi e dipartimenti all’interno dei singoli atenei, l’idea sarebbe quella, se ho ben capito, di un accorpamento tra atenei. Del resto, se la prospettiva è, in alternativa, quella di agonizzare continuando a fare le nozze coi fichi secchi, morendo lentamente per asfissia, meglio che lo dicano subito. Ma ancora non ho capito come e quando chiuderanno delle sedi, che cosa ci faranno con chi ci lavora (il giudizio negativo su una sede investe globalmente tutti coloro che ci lavorano?) e cosa cavolo vuol dire (stanti le vigenti leggi) “teaching university”.

Il problema è strettamente legato alle valutazioni della VQR, giacché la ricerca non si fa sugli alberi e l’immagine del ricercatore solitario, del Simeone lo Stilita che come nel celebre “Simone del deserto” di Luis Bunuel, passa la sua vita a meditare in cima a una colonna nel deserto siriano, tentando di resistere alle tentazioni del diavolo (al quale nondimeno da ultimo cede, lasciandosi portare in discoteca), è una caricatura con pochi addentellati con la realtà delle valutazioni bibliometriche e dei percentili. Non dico che sia un bel vedere: si fa notare talvolta che la rivista con il più alto H-index al tempo di Galileo probabailmente si intitolava “Studi tolemaici”, ma tant’è.

E a proposito di accorpamenti a cacchio, per carità di patria, come i film al tempo del Fascio, ambienterò i misfatti “all’estero”. Tanto chi vuol capire capirà. Già si disse del dipartimento di Geologia e Psicologia di Chieti. Leggo ora il gustoso articolo di un professore bolognese di filologia, il quale ci rivela come all’origine l’acronimo ipotizzato per il suo dipartimento fosse “F.I.C.A.M.”. Peccato che poi ci abbiano ripensato e strano che altri non abbiano pensato a denominazioni altrettanto suggestive tipo “P.A.N.I.S.” e “PER.EX.SUC.TUS” (scusate il latino maccheronico), in vista di ulteriori proficui accorpamenti. Sarebbe stato di grande attrattiva.

La valutazione della qualità della ricerca «è una questione squisitamente politica: non è il conflitto che dobbiamo temere, ma l’indifferenza, la pigrizia e la rassegnazione»

Stefano Semplici

Stefano Semplici

Università, la battaglia della VQR. Professori divisi sulla valutazione (Da: Il Corriere della Sera, 16 gennaio 2016)

Stefano Semplici. L’opinione pubblica non si interessa e non si interesserà dell’esercizio di valutazione della qualità della ricerca 2011-2014, dal quale dipenderà una fetta consistente del finanziamento delle nostre università. È una questione fitta di algoritmi, indecifrabili acronimi e bizantinismi incomprensibili, destinata a rimanere un rito misterico per gran parte degli addetti ai lavori. Chiarissimi saranno però i risultati: classifiche certificate dall’autorità del Direttivo dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca, supportato dalla competenza e professionalità dei Gruppi di Esperti della Valutazione all’uopo costituiti. Il fine, in questo caso, sembra davvero giustificare ogni mezzo e ogni tecnicismo: il merito e l’eccellenza verranno finalmente riconosciuti e premiati; l’osceno nepotismo di una casta di privilegiati superpagati abituata a usare il denaro pubblico per i propri interessi sarà rottamato una volta per tutte; i fannulloni incapaci di reagire perfino alle dure penalizzazioni e alla gogna pubblica previste da questa competizione verranno infine messi in condizione di non nuocere.

Cosa potremmo chiedere di meglio per avere finalmente anche in Italia una «buona» università? Chi si oppone, di conseguenza, non è semplicemente un gufo o un rosicone. Può essere solo un «barone» o un servo di baroni, che merita di essere trattato, nella migliore delle ipotesi, come gli stolidi oppositori delle riforme, tutti liquidati come zelatori dell’ormai improponibile bicameralismo perfetto. Nel «nuovo» che avanza possono esserci – è vero – limiti, imperfezioni e perfino ingiustizie. Ad essi si potrà sempre porre rimedio. L’importante è aver tracciato la rotta.

All’opinione pubblica, ai nostri studenti e alle loro famiglie non chiedo di sapere cosa siano i «metadati bibliografici del prodotto, inclusi gli identificatori ISI WoS e Scopus» o di interessarsi della questione cruciale della «identificazione dell’addetto alla ricerca cui il prodotto è associato tramite il suo identificativo ORCID» (cito dalla versione definitiva del Bando di partecipazione alla VQR 2011-2014). Vorrei però che si aprisse almeno qualche spazio per chiarire che la protesta contro la VQR che si sta diffondendo nelle università italiane non è l’azione corporativa di professori che rifiutano di essere valutati. Sono i soldi dei cittadini a mantenere la libertà della scienza e del suo insegnamento e i cittadini hanno il diritto di sapere che questi soldi sono spesi bene. Questa protesta è anche responsabile, perché non ha colpito e non colpisce gli studenti.

Ciò detto, occorre riconoscere onestamente l’esistenza di due diverse faglie di conflitto, che in parte si sovrappongono e che occorre tuttavia tenere distinte. La prima corrisponde ad un conflitto dei professori con il governo per una rivendicazione legittima e chiaramente circoscritta. Il blocco degli scatti di anzianità, che costituiscono una parte rilevante del trattamento economico dei docenti universitari, così come degli altri lavoratori del pubblico impiego, è stato applicato in questo settore in modo differenziato e prolungato rispetto a tanti altri e nessuno si è mai preoccupato di spiegare quali fossero le colpe meritevoli di quella che molti percepiscono, oltre che come una punizione incomprensibile, come una lesione alla dignità del proprio impegno e del proprio lavoro. Questo è il vettore della protesta intorno al quale si è raccolto il consenso più ampio: l’astensione dalla VQR, in questa prospettiva, è uno strumento che non contesta, almeno apertamente e in linea di principio, la sua natura, i suoi obiettivi e l’uso che viene fatto dei suoi risultati.

C’è però una protesta che ha un fine diverso e che riguarda il rapporto fra le modalità con le quali la valutazione è stata introdotta in Italia e la missione dell’università. Anche questa è certamente una protesta contro il governo e contro il parlamento. Essa è però al tempo stesso – e bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome – il risultato di un conflitto fra professori. In gioco, in questo caso, c’è proprio il rifiuto di «queste» modalità di valutazione della loro attività (e non – lo ripeto ancora una volta – di una valutazione trasparente e rigorosa, a partire dal controllo del rispetto da parte dei docenti dei loro doveri nei confronti degli studenti), a causa degli effetti che esse hanno prodotto e che sono stati così riassunti in una petizione che ha già raccolto alcune centinaia di firme: «una politica di progressiva riduzione delle già scarse risorse coperta dalla parola d’ordine del merito; l’erosione del diritto allo studio e l’esasperazione di insostenibili squilibri fra le diverse aree del paese; la ricerca dell’eccellenza contrapposta al dovere dell’equità; la competizione con ogni mezzo contrapposta alla solidarietà e alla collaborazione che dovrebbero caratterizzare la vita dei nostri atenei; la mortificazione dell’impegno nella didattica come pilastro irrinunciabile della “missione” dell’università».

Sono professori i membri del Direttivo dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca. Sono quasi tutti professori i componenti dei Gruppi di Esperti della Valutazione. Molti saranno i professori fra coloro che giudicheranno il lavoro dei colleghi attraverso il meccanismo della peer review (sapendo chi stanno giudicando, mentre il giudicato non saprà chi gli ha dato il voto). Se la VQR si farà, di conseguenza, le ragioni di alcuni professori avranno «vinto» su quelle dei loro colleghi. È naturalmente possibile che non esista la relazione di causa ed effetto fra «questa» VQR e i fenomeni che ho ricordato o che sia ragionevole ritenerli, almeno a piccole dosi, il prezzo che è inevitabile pagare per aumentare l’efficienza e la qualità del sistema. Quello che non è possibile è liquidare questi punti come preoccupazioni da addetti ai lavori e rifiutare un confronto aperto e pubblico su di essi. Perché su tutti e in primo luogo sui nostri giovani ricadranno le conseguenze di queste scelte. Ecco perché la questione è squisitamente politica. Non è il conflitto che dobbiamo temere, ma l’indifferenza, la pigrizia e la rassegnazione.

Anche nell’Università le regole si fanno dopo il gioco, per accomodare i risultati della partita

Altan-ultimiRabbi Jaqov Jizchaq. Scrive il Sole 24 ore: «L’Anvur concede 15 giorni in più alle università per inviare le pubblicazioni scientifiche.» Tempo di VQR, ossia di valutazione della qualità della ricerca: «un esercizio di valutazione del quale è sempre più difficile accettare anche solo come “male minore” modi, obiettivi e conseguenze». Si obietta a coloro che dicono di rifiutare questa valutazione, che, come Bertoldo, non trovano mai l’albero giusto a cui impiccarsi, ma v’è del vero nelle parole sopra citate e vi sono fondate ragioni nella protesta che sta montando in molti atenei, compreso il nostro. Non foss’altro perché i criteri adottati sono tutt’altro che chiari e il tutto è circonfuso di un velo esoterico.

Soprassedendo, nevvero, sulle questioni economiche, che tanto qui si campa d’aria e come scrisse tempo addietro un famoso alcolomane, tutti i docenti universitari guadagnano diecimila euro al mese, rilevo difatti una schizofrenia nel sistema. Qual è l’effetto delle recenti riforme e ristrutturazioni, in una condizione in cui il turn over è fermo da anni (oltre che gli stipendi), col dimezzamento dei docenti? Non mi soffermerò oltre sui soliti aedi ubriachi e disinformati che scrivono sulle gazzette locali che ci sono “cento nuovi professori” (sic).

Si punta, secondo il VQR, a premiare l’eccellenza nella ricerca, ma al contempo si assiste fatalmente allo smantellamento di aree scientifiche basilari, indi si accorpano voluttuosamente corsi di laurea e dipartimenti. Qual è stata la prassi di questi ultimi anni? Per tirare a campà, con la moria di docenti, cioè per trovare i numeri necessari a non chiudere, si sputtanano i corsi di studio annacquandoli fino a renderli completamente insapori. Poi si tira fuori dal cilindro la distinzione fra università d’insegnamento e di ricerca (che nessuno sa, nell’attuale frangente, che cacchio voglia dire).

Per anni è sembrato che la ricerca fosse un optional. Coloro che reclamavano uno spazio maggiore per la ricerca pareva fossero marziani o potenziali perdigiorno che non volevano occuparsi del vero problema all’indomani dell’introduzione del 3+2 e successivamente con l’avvio dei massicci pensionamenti senza turn over, ossia coprire il fabbisogno nella didattica. Oggi si rigira la frittata eccedendo nella direzione opposta, e come è stato scritto, «Per chi aspira a “fare carriera” ogni ora trascorsa al servizio degli studenti appare come un’ora di tempo perso».

Così, per timore che dire “grazie” nuoccia all’aplomb di Lorsignori, si ringrazia con un metafisico pernacchione coloro che obtorto collo hanno profuso tanti sforzi tirando la carretta della didattica (magari per coprire assenteisti desaparecidos), incolpandoli di aver mancato ai propri doveri, dopo che li si è costretti a farlo. Inutile che il tapino si lamenti: «ma io l’avevo detto, che la ricerca è davvero importante, e voi non mi avete ascoltato»; è tempo di rivoluzioni (o di golpe), dobbiamo costruire l’uomo nuovo e non c’è tempo per recriminare e pensare a cosa farne di quello vecchio! Insomma, chi ha avuto, ha avuto, scurdammose ‘o passato.

D’improvviso infatti è spuntata l’ANVUR («Uhhhhhh! Tremate!!!! Io sono ANVUR, figlio di MIUR!» , il VQR e la SUA ed è la didattica a non contare più assolutamente niente. Senza dire che, con gli standard di produttività adottati, la valutazione del rendimento diventa tutta una cervellotica questione di mediane e di indici bibliometrici, “cravatte” e diagonali nei quali si subodora il fumus della presa per il didietro. Sembra che quanto detto sopra, ossia la polverizzazione d’intere aree scientifiche causata dall’uscita di ruolo senza ricambio e dallo sbando che ne è conseguito, non abbia a incidere sulla “qualità della ricerca” (!). Ora valgono altri criteri, c’è un nuovo cielo, una nuova terra, e com’è d’uso in questo paese, le regole spesso si fanno dopo il gioco per accomodare i risultati della partita.

Nell’università c’era più libertà quando c’era meno autonomia

Altan-futurodimerdaRabbi Jaqov Jizchaq. «Fra il 2007 e il 2015 il numero dei docenti ordinari delle università italiane è sceso da poco meno di 20.000 a poco più di 13.000. Dove vogliamo fermarci?»

Come eravamo: «Nel 2010 il personale impegnato in attività di ricerca nell’Università degli Studi di Siena ammonta a 1743 unità. I ricercatori universitari sono 947» (Rapporto ricerca 2010). Adesso i ricercatori di ruolo (ad esaurimento) sono 350, un quinto circa dei quali diventeranno associati od ordinari con gli imminenti avanzamenti; il personale docente di ruolo (ricercatori ad esaurimento+associati+ordinari) complessivamente ammonta ancora a 750 unità (giacché gli avanzamenti non sono chiamate di esterni) e si accinge ad essere ridotto di altre 150 unità circa, un po’ a pene di segugio, cioè a dire con la roulette russa dei pensionamenti.

Secondo l’ANVUR nel 2013, l’età media a livello generale era 59 anni per gli ordinari, 53 per gli associati e 46 per i ricercatori; un quotidiano nazionale che citai tempo addietro riportava i dati senesi, che risultavano sensibilmente più alti di 4-6 anni a seconda delle categorie. Ecco, io capisco e apprezzo gli sforzi diretti al risanamento, ma perché da parte dei media prendere per le natiche l’opinione pubblica millantando una realtà che non c’è o che non c’è più? Insomma, io trovo strano che non si riesca in nessun luogo pubblico e sui media a impostare una discussione in termini seri, sobri e realistici, abbandonando per un attimo la consueta oratoria encomiastica, lo stile apologetico, la voce nasale di annunciatore dell’EIAR che canta i recenti trionfi (e cela le recenti sconfitte).

Il Rettore annuncia: «La conferma del miglioramento dei conti consente ora di proseguire su questo percorso, aprendo nel prossimo futuro le procedure per altre 30 posizioni». Evviva, Siena triumphans: ma si tratta di 30 avanzamenti di carriera (da tempo agognati, certo, e benvenuti, ma mi conferma il prof. Grasso che non si tratta di nuovi assunti) e le considerazioni che mi viene da fare sono sempre quelle: avanza chi ha ancora le gambe; chi nell’attesa di avanzare viene azzoppato, non avanza e ai caduti recenti si aggiungeranno a breve altre vittime; nel senso che settori e corsi di studio che nel frattempo sono entrati in crisi per via dei massicci pensionamenti, non “avanzeranno” da punte parti: 500 professori usciti di ruolo vuol dire uno su due a casaccio, sin qui senza turn over.

Un anno prima dello scoppio del “buho” vi erano settori che contavano oltre venti docenti di ruolo, e mi pare che ciò non fosse giustificabile alla luce del fabbisogno di didattica; all’estremo opposto altri settori contavano uno o due docenti: si capirà che da un lato quando il maledetto uomo della strada ripete che “eh, so’ troppi”, interpretando a suo modo la dottrina del “taglio lineare”, bellamente ignorando gli squilibri mostruosi entro il personale docente e tra personale docente e personale tecnico amministrativo, non fa allora un discorso equo, e dall’altro che togliendo due docenti a settore, ai primi non fai un baffo, mentre i secondi li condanni a morte. Poi ci sono le situazioni intermedie: quelle in cui il fabbisogno di didattica oramai è insostenibile e i requisiti di docenza non sono più soddisfacibili con le poche forze rimaste.

A meno che, la regola non sia “chi ha avuto, ha avuto”, questi dati imporrebbero qualche riflessione un po’ meno disinvolta sull’andamento delle cose. Ma, oramai temo che siano cavoli del rettore prossimo venturo, e che giunto a scadenza, l’attuale se ne lavi volentieri le mani (“il settimo si riposò”). Il mantra che Siena deve diventare una specie di “Life Valley” (“Siena Biotech, licenziati alla vigilia del primo maggio”, La Nazione; come esordio non c’è male: una valley di lacrime) non chiarisce qual è la sorte riservata a tutto il resto e alla gente che ci lavora, né come debba leggersi tutto ciò alla luce dell’idea più volte ventilata di trasformazione del sistema degli atenei riducendo molti di essi a “teaching universities” e conservando solo “pochi hub” della ricerca: qui, almeno per una decina di anni, il tempo cioè di fare piazza pulita della cultura e della ricerca di base in altre, non meno vitalistiche “valli”, avremo dunque una situazione schizofrenica, con la researching university in alcuni comparti e la teaching university in altri, ridotti a simulacro?

Ricerca nelle “scienze della vita” o poco più, e pura didattica di basso profilo altrove, in corsi rimaneggiati con quel poco che resta e accorpati, privi di logica interna, di specializzazioni e dottorati (e dunque di attrattiva)? Ha senso tutto ciò? E scusate, perché della gente titolata dovrebbe accettare la prospettiva di regredire al rango di garzone, rinunciare alla carriera, se è giovane, per assecondare questo disegno e perché i colleghi sono andati in pensione? Perché uno studente dovrebbe esserne attratto? Sarebbe sensato, come logico corollario di un progetto di smantellamento di mezzo ateneo, che si “organizzasse l’esodo”, tipo operazione Mosè coi Falascià, ovvero si consentisse (o si intimasse!) a costoro di andarsene in altra sede a svolgere il lavoro per il quale sono pagati, giacché sono dipendenti dell’università statale italiana, e non di qualche nobil contrada senese. Si dirà che si tratta di una boutade, ma la tua soluzione qual è, hypocrite lecteur?

Cosa vorrà dire soddisfare le richieste dell’ANVUR e della SUA in ordine alla produzione scientifica in contesti ove di fatto sarà vieppiù difficoltoso adoperarsi per la buona ricerca? E questo, by the way, in un sistema dove la quasi totalità della «quota premiale» del Fondo di Finanziamento Ordinario viene assegnata alla produzione scientifica e la didattica viene quasi punita come inutile passatempo (ammesso e assolutamente non concesso che “fare ricerca” coincida con il soddisfare le richieste della SUA e dell’ANVUR).

Dice il governo: «più poteri ai rettori… bisogna ridare autonomia vera agli atenei, imporre meno regole dal centro»; ma potere di far che? Serve ben più, temo, che la briglia sciolta ai rettori persino sulla retribuzione dei docenti o la “contrattualizzazione” (jobs act) di tutti i ruoli; anche perché mi pare che i piccoli atenei già siano sin troppo nelle mani del notabilato locale che fa il bello ed il cattivo tempo: in primo luogo devono dirci cosa intendono farne dell’attuale configurazione degli atenei pubblici e del sistema della ricerca e della didattica universitaria.

Personalmente sarei incline, piuttosto, a richiedere un maggiore centralismo e protagonismo da parte del ministero, che non può tirare il sasso in piccionaia e poi nascondere la mano, essendo convinto che c’era più libertà quando c’era meno “autonomia” e ravvisando nella trasformazione degli atenei in monadi senza finestre, non solo una delle cause dei mali che li affliggono, ma anche dell’impossibilità di addivenire per i problemi di cui stiamo parlando a soluzioni del tipo di quelle prospettate nei precedenti messaggi.

Sarei felicissimo se qualcuno mi convincesse che quanto ho scritto è privo di fondamento.

Tornerà un tempo in cui nell’università di invisibili “capitali della cultura” sarà lecito parlare di cultura?

Le sei candidate a capitale europea della cultura 2019

Le sei candidate a capitale europea della cultura 2019

Rabbi Jaqov Jizchaq. Scriveva Marcel Proust a un amico fisico: «Come mi piacerebbe parlarti di Einstein. Si ha un bel dire che io derivo da lui o lui da me. Io, che non conosco l’algebra, non capisco una sola parola delle sue teorie, ma sembra che abbiamo modi analoghi di deformare il tempo.»

… Proust, com’è noto, oltre che incorporarlo nel celebre finale, tentò di raffigurare lo spaziotempo einsteiniano nell’ultimo libro della Recherche (Il tempo ritrovato), aggiungendo allo spazio la dimensione temporale con l’immagine folgorante di uomini arrampicati sugli anni come su trampoli. Tornerà un tempo in cui nell’università di invisibili “capitali della cultura” sarà lecito parlare di queste cose, cioè, appunto, di cultura (come si vede bene la cultura di alto livello se ne impippa della grande muraglia eretta fra cultura cosiddetta “umanistica” e “scientifica”), una volta ottemperato ai compiti della SUA e dell’ANVUR? Non voglio affatto sminuire gli aspetti organizzativi e finanziari, ma credo che emerga, con urgenza, una domanda di senso; biascichiamo stancamente la litania fatta di requisiti minimi, kyrie eleison, punti organico, ora pro nobis, fundraising, miserere nobis, start up, exaudi nos, ma non è un po’ frustrante che si parli di scienza e cultura in modo del tutto privo di tensione etica?

In quel di Siena, qual è la strategia, l’orizzonte, il discorso di lungo respiro? La politica dell’ateneo, si dice nelle declaratorie, è quella di puntare tutto sulle “scienze della vita”, in vista delle applicazioni. Va bene, è una scelta, anche se non ho ben chiaro cosa voglia dire; e di conseguenza, delle scienze del “mondo inanimato”, degli astri, dei numeri e di altre cose, delle scienze “pure”, per così dire, o delle “scienze dello spirito” (“Geisteswissenschaften “), cosa si intende farne? Lasciar naufragare la nave? E dei marinai sopravvissuti al naufragio? Spenti i riflettori sugli “Stati Generali della Cultura”, torno al mesto tran-tran e leggo sul Corriere del caso di un concorso da ricercatore all’università telematica Unicusano, dove in commissione non c’era nemmeno un esperto della disciplina oggetto del concorso.

All’università domina dunque l’alea: casuale e dettato dall’anagrafe è il conto di chi vive e chi muore; improbabile l’assortimento dei dipartimenti (il dipartimento psico-geologico di Chieti), e qui, avranno tirato a sorte il vincitore? Il Dio dei concorsi gioca evidentemente a dadi. In effetti, l’unico modo per perseguire l’obiettività, in questo paese, parrebbe quello di lasciare che la natura faccia il suo corso e rimettere le decisioni nelle mani di chi non ci capisce una beneamata mazza, sperando con ciò che la scelta sia almeno del tutto aleatoria, come la lotteria per l’uovo di Pasqua. Temo la Pasqua, così come tutte le feste comandate, perché si manifestano di solito gli amici stranieri e immancabilmente chiedono in vari idiomi come vanno le cose all’università di Siena, ed io vorrei sottrarmi al compito, già arduo da essere assolto in lingua italiana.

Auguri a tutti.

L’inesistente mobilità dei docenti tra atenei e la follia della classifica delle venti “migliori” università

Unisi2015

Rabbi Jaqov Jizchaq. Per inciso, checché ne dicano i neomelodici che intonano peana ad Apollo “il risanatore” (Paian), la situazione nuda e cruda è questa: le 20 università “migliori” secondo l’ANVUR, quelle che dovrebbero proiettarci nella competizione internazionale, sarebbero (e il condizionale mi pare più che d’obbligo) le seguenti: Padova, Trento, Milano Bicocca, Verona, Bologna, Bolzano, Pisa (Sant’Anna), Torino, Pavia, Ferrara, Milano (San Raffaele), Padova, Roma-Tor Vergata, Modena-Reggio Emilia, Trieste (SISSA), Piemonte Orientale, Venezia-Ca Foscari, Milano (Politecnico), Pisa-Normale, Roma-Luiss.

Le altre risulterebbero di serie B e secondo il liberal-meritocratico prof. Giavazzi non dovrebbero avere nemmeno corsi di laurea specialistici, né dottorati di ricerca (ma chi cavolo dovrebbe iscriversi ad un ateneo che possiede solo trienni? Allora tanto vale chiuderlo!). Notare che eccetto Sant’Anna, nella lista non c’è nessuno dei principali atenei toscani. Dunque, o l’ANVUR è una pagliacciata, oppure nessuna delle università toscane è degna di rientrare nel novero di quelle famose due decine destinate a partecipare alla competizione globale. Men che mai nei “cinque hub” di cui vaticinava il Giovane Favoloso Renzi (“Ma come sarebbe bello se riuscissimo a fare cinque hub della ricerca… Cinque realtà anziché avere tutte le università in mano ai baroni, tutte le università spezzettatine… cinque grandi centri universitari su cui investiamo… le sembra possibile che il primo ateneo che abbiamo in Italia nella classifica mondiale sia al centoottantatreesimo posto?”).

Al netto delle iperboli alle quali ci ha abituato il Nostro, la direzione nella quale stiamo andando è evidente: ridimensionamento degli atenei e del loro numero; riduzione delle piccole università a “teaching universities”, con punizione collettiva di chi ci lavora; allora, se uno dice “piove” quando piove, e invita a munirsi di un ombrello, costui è uno sporco miscredente eretico e servo delle multinazionali che brama avidamente la pioggia e persino gode delle inondazioni? Fuor di metafora, non voglio riferirmi a chi ha le gambe per stare ritto da solo, ma agli altri, quelli che barcollano: se uno adombra, visto che il progetto reale cui le Competenti Autorità segretamente mirano è quello testé descritto, la necessità per gli atenei di collaborare alla costituzione di robusti poli scientifici territoriali, adatti alla competizione nazionale ed internazionale, laddove essi abbiano ancora del personale specializzato in certe aree scientifiche (prima che qualche burocrate te lo imponga con criteri ottusamente burocratici del menga calati dall’alto), costui deve essere per forza sospettato di essere al soldo del re di Prussia? Se sì, l’alternativa quale sarebbe, quella di farlo, senza dirlo (“si fa, ma non si dice e chi l’ha fatto tace, lo nega e fà il mendace”)?

La suddetta classifica, sia detto chiaramente, mi pare di per sé un po’ folle, e ancor più folle mi pare il criterio che rischia di accentuare le distanze entro la classifica stessa: leggo in un documento CRUI che il numero di docenti tra il 2008 e il 2014 è calato di circa 10.000 unità. A Siena la situazione è ben più drammatica che altrove: meno 50% docenti entro il 2020 e ad oggi già perso il 53% delle immatricolazioni: «In dieci anni nella patria del Palio le immatricolazioni si sono dimezzate, passando da 4.396 a 2.271. Solo quelle toscane, nello stesso periodo analizzato, sono scese da 2.684 a 1.252 (-53%).» Orbene, può anche darsi che io non la sappia abbastanza lunga, non sia iniziato alle segrete cose, sì da non capire il mistero per cui la cifra numerologicamente “giusta” per Siena è quella di 610 docenti, quindicesimo numero della successione di Fibonacci (per 998 amministrativi: caso unico nella Via Lattea); ma il criterio col quale si addiviene a questa contrazione, cioè semplicemente smantellando i corsi man mano che i professori si avviano al “buen retiro” e le cattedre si svuotano, questo è ben visibile e a dire il vero mi pare un criterio del cacchio: all’estero fanno così? Nelle aziende fanno così? Chiudono il reparto motori, quando va in pensione qualche ingegnere od operaio?

Se un certo corso è di serie A, ma vanno in pensione metà dei docenti lasciando scoperte le cattedre senza rimpiazzo, ecco che questo cessa di essere di serie A, e anzi, probabilmente chiude proprio, per mancanza dei “requisiti di docenza” (e a Siena di corsi ne hanno già chiusi più della metà, concetto che è difficile a far capire all’indignato un tanto all’ora che manifesta incessantemente la sua indignazione al bar dello sport, ma nulla sa di leggi e numeri); cosicché la gente che rimane, messa nell’impossibilità di bene operare, viene d’ufficio classificata di serie B: è questo un uso sensato delle risorse umane? La mobilità tra atenei di fatto non esiste e tutta la giavazziana e abravaneliana meritocrazia, va in tal modo a farsi benedire: una volta marchiato a sangue come appartenente ad un ateneo, uno e luteranamente predestinato ad appartenere ai sommersi oppure ai salvati dal marchio d’origine e dalla imperscrutabile volontà divina, per cui a nulla valgono le opere di bene.

Insomma, le Competenti Autorità venissero allo scoperto, per favore: cosa vogliono fare? Qui c’è gente che il lusso di andare in pensione non se lo può concedere (e forse la pensione non ce l’avrà mai), e che si domanda cosa farà nel prossimo ventennio. Con tono grave ti dicono che siamo fatalmente trascinati verso un destino ineluttabile (odo risuonare l’allegro con brio della V sinfonia beethoveniana sullo sfondo). Può anche darsi che sia giusto, come scriveva Pasolini, che i figli paghino le colpe dei padri; meno chiaro è perché per le mie colpe debbano pagarle i figli altrui, e perché certi figli di cotanti babbi e mamme non paghino mai le colpe dei loro padri, ma in ogni caso nessuno considera che c’è parecchia gente destinata a restare in servizio ancora qualche lustro, molti nei settori smantellati o smantellandi: a fare cosa?

Di questo problema bizzarramente non se ne parla proprio; i cicli di studi o “coorti”, un po’ come piani quinquennali di sovietica memoria, rappresentano l’orizzonte oltre il quale nessuno osa guardarli. Tanto la maggior parte degli ordinari andranno in pensione entro il quinquennio e nonostante tutta la nauseante retorica giovanilistica e minacciosamente meritocratica, il “giovin ricercatore” (o ex tale: età media dei ricercatori senesi, 52 anni) è come quella strana figura dell’Homo sacer romano, che anche se uno lo ammazza, non gli viene ascritto alcun omicidio, in quanto la sua morte si dice sia stata decisa da una qualche volontà superiore.