E nell’ateneo senese si sa chi ha falsificato i bilanci ma non chi ha provocato la voragine nei conti!

ilgiornale11gen2017

Roberto Barzanti e l’università di Siena: verità, “post–verità”, propaganda e Pensiero Unico

Roberto Barzanti

Roberto Barzanti

Rabbi Jaqov Jizchaq. Leggo anche questo singolare commento di Roberto Barzanti«Non hanno ragione quanti si fregano le mani di soddisfazione per la non positiva performance nei finanziamenti ricevuti.»

Ma chi è che “si frega le mani”? Mi permetto sommessamente di ricordare che dire “piove” quando piove è semplicemente dire la verità. O siamo già entrati nell’era della “post-verità”, insomma delle panzane anche all’università (tutto va bene, e se va male, la colpa è degli alieni), ovvero nel tempio del pensiero critico, dove però il dibattito è assente? E interrogarsi sul presente e sul futuro dell’ateneo senese credo sia un diritto/dovere per chi ci lavora, specie se non è alle soglie della pensione (che non avrà mai), se ha dedicato tutta la vita alla ricerca (e non alla politica) e se la propria esistenza è e sarà pesantemente condizionata dalla crisi che sta attraversando l’università senese (dieci anni di blocco di turnover e carriere, smantellamento di intere aree scientifiche…) e dalle trasformazioni in atto nell’università italiana, riguardo alle quali dice bene Viesti: «Le decisioni prese e in corso provano che si mira a differenziare il sistema fra un nucleo limitato di atenei sui quali far convergere le risorse umane e finanziarie disponibili e tutti gli altri, abbandonati ad un futuro di difficoltà sempre maggiori. Tuttavia il Governo non ha mai pubblicato un documento che argomenti questo indirizzo.»

Mi dispiace se l’on. Barzanti mi annovera fra i disfattisti (e non amo le polemiche ad personam), non è una missione o una crociata, né devo difendere qualche interesse particolare e personale o pensi di dispensare stille di saggezza a chicchessia. Il punto è che trovo insopportabile il Pensiero Unico, la descrizione manierata e convenzionale somministrata dalle gazzette (la “post–verità”, come oggigiorno i sociologi definiscono le balle): ma quando i media riusciranno a incanalare l’informazione circa gli eventi occorsi all’ateneo senese su un binario di verità e di realismo, anziché di mera e grossolana propaganda? Non è che interrogarsi sul proprio destino, su quello della propria disciplina, sul destino dei propri laureandi e dottorandi sia sinonimo di disfattismo: al contrario, non farlo sarebbe sintomo di irresponsabilità.

Ecco come ci somministrano la (post)verità le gazzette: «Questione di merito. Università di Siena, –39% di finanziamenti statali. Pesano qualità ricerca e mancata assunzione docenti. Primato nazionale, in termini negativi, per l’Università Siena. È quanto emerge dall’elenco del Fondo di Finanziamento Ordinario del Miur, ossia quanto lo stato trasferisce agli atenei italiani sulla base di 4 criteri: qualità complessiva della ricerca, politiche di reclutamento dei docenti, qualità della didattica in relazione alla mobilità internazionale degli studenti e qualità della didattica in relazione alla quota di studenti in regola con gli studi. Sulla risultante di questi 4 criteri di valutazione, rapportati al 2015, l’Università di Siena fa un enorme passo indietro in termini relativi con il suo –39,4%.»

Sulla qualità della ricerca sono cambiati più che altro i criteri di valutazione. Ciò viene sottolineato anche da Il Fatto Quotidiano: «Con l’applicazione dei contestati Vqr 2011-2014, cambiano i parametri per la valutazione della ricerca. A guadagnare più di tutti in percentuale è l’Università per stranieri di Perugia, di cui l’ex ministro è stato rettore: +114,8%. Maglia nera Siena che perde più del 35%… La ripartizione del FFO 2016 avviene sulla base di un complesso algoritmo che non permette di capire a cosa sia dovuto l’exploit dell’università dell’ex ministra Giannini.»

Il sito ROARS fa notare che anche l’indicatore relativo alla qualità del reclutamento (20%) è misurato con la nuova metrica della VQR 2011-2014, diversa da quella impiegata nella VQR 2004-2010. Ma tant’è, e a parte l’interpretazione sadico-punitiva delle gazzette il risultato è questo.

Qualche spigolatura natalizia sull’Università di Siena

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Rabbi Jaqov Jizchaq. «Siena, dopo anni di crisi l’università assume e investe. Tre professori assunti prima di Natale e per il nuovo anno sono previste altre cattedre. Cifre positive anche per il bilancio, con un utile di 4,5 milioni di euro. Dopo anni di recessione, l’università è tornata ad assumere, superando per la prima volta dal 2008 le unità presenti nel corpo docente rispetto all’anno precedente. Un trend che dovrebbe proseguire nel 2017, anche se un quadro esaustivo della situazione non sarà disponibile prima di marzo.»

….rallegrandomi ovviamente per la lieta novella natalizia, se i grafici (basati su dati ufficiali) su in alto non mentono, non vedo come ciò possa invertire il trend, visto che le uscite di ruolo dal 2008 al 2020 saranno quattro centinaia e che i nuovi arrivi ad oggi sono poche unità, «tutti concentrati in alcuni settori. Per un buco che tappi, te ne si aprono o restano da tappare dieci: una lotta impari. Se ne evince che molti buchi non saranno mai tappati, cioè che l’ateneo cambia volto. La retorica dei “corsi inutili”, però, lasciamola alle gazzette, che non credo apprezzino l’utilità delle equazioni di Maxwell. Quanto al fatto che il ridimensionamento del corpo docente (a causa del quale Siena è diventata un po’ meno della metà di Pisa, incluse Sant’Anna e Normale (1451+85+119) accomodandosi in una dimensione subalterna) sia cosa buona e giusta, non bisogna smettere di far presente a certi Torquemada adusi a sventolare il rapporto docenti/studenti che esso è avvenuto del tutto a casaccio (pensionamenti).

Dice il documento di Programmazione triennale 2016-2018: «Ancora per il 2017, il livello di turnover per gli Atenei sarà fissato all’80%, e solo a partire dal 2018 (con risorse di fatto spendibili soltanto nel 2019) tale livello sarà portato al 100%. A ciò si aggiunge la contingenza per cui USiena viene penalizzata dal basso valore dell’Indicatore SEF, appesantito da mutui e fitti passivi (nonostante il buon rapporto adesso raggiunto tra costo del personale ed entrate), facendo prevedere che nei prossimi anni sarà ancora difficile compensare con il reclutamento il pensionamento del personale addetto alla ricerca).»

…tradotto in italiano, se interpreto bene, questo vuol dire che in terra di Siena l’80% ce lo scordiamo, restando ai minimi livelli del turnover. Insomma, qualunque cosa se ne pensi, non si dica che l’ateneo tornerà ad essere quello di prima. Il “buon rapporto tra costo del personale ed entrate” lo si è raggiunto essenzialmente bloccando dieci anni il turnover e mandando in pensione ad oggi (e non è finita) 350 docenti. Dunque ripeto con angoscia: cosa diverrà Siena? Non certo un ateneo generalista. Dunque un ateneo specializzato: specializzato in cosa? Può esistere un ateneo, che non sia l’IMT di Lucca o roba del genere, al contempo specializzato ed autonomo in un contesto in cui si pensa alla creazione di grandi “hub” con piccoli satelliti nella loro orbita? Mi pare dunque che il tenue miglioramento dei conti non infici minimamente il progetto nazionale di divisione in atenei di serie A e di serie B.

«L’università italiana si è messa in moto convergendo verso uno standard comune e più elevato della qualità della ricerca. In media, gli atenei che avevano un livello della qualità della ricerca relativamente basso si sono rimboccati le maniche e, se non hanno scalato posizioni, almeno hanno ridotto lo svantaggio.» (ANVUR)

Per chi suona la campana di Gauss? Non mi è chiaro se le università del Sud si siano avvicinate a quelle del Nord, o viceversa (la linea della palma), ma il sospetto che si insinua è che anche la matematica sia un’opinione. Accurati calcoli del sito ROARS rivelano difatti che la distribuzione della nuova VQR è simile a quella che potevamo predire ricalibrando i voti della vecchia VQR.

«Adesso possiamo entrare in una nuova fase – ha affermato il Rettore – nella quale l’Università di Siena sarà chiamata a rafforzare il proprio ruolo di attore chiave nello sviluppo culturale, sociale ed economico della città».

Per lo sviluppo sociale ed economico della città, ahimè, ci vogliono soprattutto i quattrini. Per lo sviluppo culturale ci vorrebbe innanzitutto quella cosa “inutile” ed estranea ai progetti di trasformazione degli atenei in Fachhochschulen che è appunto la cultura. Ma che “cultura” c’è rimasta a Siena? Ho già scritto che trovo aberrante la riesumazione ad uso degli ignoranti della contrapposizione fra “le due culture” (segno di arretramento qualunquistico). Mi pare che sovente, quando si parla di “cultura”, si intendano al massimo le quattro nozioni imparucchiate a scuola, un po’ d’aria fritta, un po’ di politica e di varia umanità, per le quali non abbisognano specializzazioni o dottorati di ricerca. Insomma, non roba che ha a che fare con l’università e che non ne ha bisogno. Il Nulla.

“Das nicht nichtet”il nulla nulleggia (M. Heidegger)

Precisazione: Continuo a non capire se, come illustrano i grafici su in alto, nel prossimo triennio se ne andranno via una quarantina di persone ogni anno e se il turn-over procederà al rallentatore (in ogni caso non certo 50 posti di ruolo ogni anno), come sarà possibile ogni anno superare le unità presenti all’anno precedente: mettono nel conto anche i ricercatori a contratto, almeno quelli di tipo B?

Università di Siena: alcune delle sfide che attendono il nuovo rettore

Rabbi Jaqov Jizchaq. «Da qualche giorno la comunità scientifica è in subbuglio a causa delle “cattedre Natta”, le 500 posizioni da professore associato e ordinario che il governo si accinge ad assegnare a ricercatori eccellenti, per lo più residenti all’estero: “si tratta del primo tentativo di introdurre quel principio meritocratico sconosciuto nell’accademia italiana”, dice Fabio Sabatini professore associato di Politica economica alla Sapienza.»

Ciò significa che chi non è entrato in questa maniera, compreso lo stesso autore di tale affermazione, non meritava di entrare? Seguita il professore: «bisognerebbe premiare ex post la produttività scientifica dei professori… sulla base di una valutazione periodica dell’attività di ricerca di ognuno. In questo modo si stimolerebbe una virtuosa competizione tra gli studiosi, incentivati a lavorare meglio, e tra gli atenei, che potrebbero contendersi gli studiosi più bravi.» (ibid.)

…beh, qui siamo oltre la contrattualizzazione della posizione del docente verso la quale ci stiamo avviando (conseguenza della distinzione fra “teaching universities” e “research universities”,  ovvero abolizione del valore legale del titolo di studio). A parte che già avviene, con i meccanismi incentivanti che hanno sostituito gli scatti, ora si propone uno stipendio cangiante ogni sei mesi? E ovviamente niente pensione? Buona idea: perché non mensilmente? Questo mese pago il mutuo, il prossimo chissà? Se mi ammalo, devo pubblicare due articoli su rivista di fascia A, anche se i tempi di accettazione di quelle serie superano sei mesi; se devo portare il figlio dal dentista, meglio se incremento l’H-index! Mi viene in mente una lettera di Johann Sebastian Bach, con la quale il compositore implorava un suo mecenate di acquistargli delle composizioni, perché – diceva – l’inverno eccezionalmente tiepido aveva causato meno decessi e dunque vi erano state poche commesse di cantate funebri.

Un paio di cosette non mi tornano: se per guadagnarsi la pagnotta si dovrà dedicare ogni attimo ed ogni respiro alla produzione di materiale cartaceo, che fine farà l’insegnamento? Da sottolineare che secondo l’ANVUR, già da ora l’insegnamento è tempo assolutamente buttato via: attività quasi esecrabile che pertanto verrà sempre più scaricata sui sottoposti. Del resto, se volevano che legioni di ricercatori e di precari si dedicassero veramente ed esclusivamente alla ricerca, non avevano che da chiederlo… Ma questo è il passato, ladies and gentlemen, mesdames et messieurs: chi ha avuto, ha avuto. Adesso il governo provvede a cercare all’estero i commissari per le cattedre “Natta” ed afferma questo essere un procedimento da estendere poi a tutti i docenti. La domanda è: ma allora a che servono l’ANVUR e l’ASN e tutto il delirio burocratico che ci sta sommergendo?

Comunque non vedo come si possa scindere questo discorso da quelli precedentemente affrontati anche nel blog, intorno al disfacimento di certe aree di ricerca ed alla necessità di ricompattarle (se non localmente, come auspicabile – ma improbabile – almeno a livello di uno “hub toscano” prossimo venturo) onde procurare quella “massa critica” indispensabile senza la quale i ragionamenti intorno alla ricerca sono del tutto privi di senso. Credo che queste siano le sfide che attendono il prossimo Rettore.

«I finanziamenti sono stati ripartiti fra tre aree: al settore Life Sciences sono stati assegnati il 35.3% dei fondi (28.241.379 euro), all’area Physical and Engineering il 34,9% (27.939.411 euro) e ai progetti del settore Social Sciences and Humanities il 29,7% (23.767.042 euro).»

…continuo a non capire cosa siano le “humanities”: ci hanno buttato dentro un po’ tutto, dall’archeologia mesopotamica alla sociologia del marketing, le varie discipline dell’area economica e finanziaria, ontologia, metaetica, diritto tributario ed epistemologia, poesia, economia ed arti performative: chi più ne ha, più ne metta. Francamente questo pentolone mi pare lievemente grottesco. Forse viviamo in un paese senza più un’idea di cultura.

La notte dei ricercatori e quella dei pataccari

Aldo Ursini

Aldo Ursini

Gentili colleghi,

vi sto per rimbalzare alcune mail riguardo un phishing politico attuato in settembre a proposito delle vostre – e del personale tutto – intenzioni di voto al prossimo referendum costituzionale, sotto forma di un questionario predisposto da colleghi di Economia Politica e Statistica (credo, comunque colleghi di unisi), con l’appoggio ‘perinde ac cadaver’ dei vertici d’ateneo, e presentato sotto le spoglie di una indagine scientifica d’opinione (da presentare nelle Giornate dei Ricercatori ultime scorse.)

Alla cosa – pare – pochi di noi hanno dato peso. La stampa locale e nazionale, da me interessata, non ha battuto ciglio finora (almeno a quanto vedo sulla rassegna stampa predisposta dall’Ufficio stampa di UNISI).

Una cosa di gravità assoluta, o no? A parte una deboluccia letterina di dissenso della RSU (Sindacati), le mie proteste, trattate come carta igienica dal Vertice d’ateneo, sono comunque servite a pochino: semplicemente non pubblicano più i risultati. Ma ci sono certamente alcuni che in buona fede avevano risposto al questionario. Il fatto che sollecitassero i ritardatari, nominalmente uno per uno, ad ottemperare, dimostra che sapevano chi avesse risposto e chi no, e quindi ovviamente sapevano come si fossero espressi quelli che avessero partecipato -. E poi, si sa, niente sparisce da un server a meno che non si carbonizzi a 5000 gradi celsius l’hard disk e poi lo si polverizzi in un mulino. La difesa dei proponenti era che si trattava di pura scienza, non hanno mai chiesto scusa dell’errore, il che fa sospettare che non fosse un errore, ma che davvero volevano sapere per chi io voterò, hanno dimenticato le leggi sulla segretezza del voto, ed hanno detto che io sono oscurantista e voglio ostacolare la… ricerca scientifica!!!
Io per me credo che andrò avanti: sarebbe non indifferente un vostro parere, magari un cenno di solidarietà o di appoggio. Invece i cenni di insofferenza e/o schifo per il sottoscritto rompiscatole possono essere concretizzati in un semplice silenzio = dissenso, per chi crede che non si debba mai disturbare il manovratore (= Rettore protempore, chiunque esso/essa sia, etc.)

Scusandomi anticipatamente del disturbo con chi pensasse che la cosa sia una svista… di poco conto:
qui mi firmo
Prof. Aldo Ursini

PS. «Perinde ac cadaver» era la formula di obbedienza pronunciata dai Gesuiti: = obbedisco fino alla morte.

La dispersione scolastica di chi non si è potuto né iscrivere né mantenere all’Università

corrsiena5sett2016

L’ateneo senese sta scivolando rapidamente verso una dimensione che non è più quella propriamente universitaria

Altan-indifferenteRabbi Jaqov Jizchaq. Leggo su un quotidiano on-line che gli studenti senesi potranno scegliere «di studiare in uno dei 32 corsi di laurea triennale o in uno dei 29 corsi di laurea magistrale.» Notare che metà delle triennali sono di area medica, sicché, a parte Medicina, a Siena vi sono una quindicina di triennali tra cui scegliere, talune dai contenuti tutt’altro che chiari. Ma nel 2007 (l’anno del diluvio) c’erano 55 lauree triennali o a ciclo unico e 42 magistrali. Dunque abbiamo perso 23 corsi di studio triennali e 13 magistrali, per un totale di circa il 38% dei corsi di studio che vi erano allora. Si disse che era necessario chiudere “qualche corso di laurea inutile”, ma stento a credere che il 38% dei corsi fosse “inutile” (e allora Pisa, che di triennali ne ha 140?). In ogni caso si sono persi 6700 studenti e probabilmente un nesso fra le due cose vi sarà. Soggiungo che tra i corsi defunti o moribondi vi sono molti corsi delle scienze di base, che se andate a dire a “Ossforde” che sono “useless”, vi fanno ri-passare la Manica a calci nel culo.

Altri corsi esistono di fatto solo nominalmente, come simulacro di quello che furono, presidiati da sparuti docenti in una condizione di assedio tipo fort Alamo. L’indifferenza con la quale operazioni di questo genere vengono spacciate per una mera e banale operazione burocratica di riorganizzazione dei corsi, senza che nessuno abbia a dire nulla sui contenuti, evidenzia che al contrario quello che ho scritto circa il retroterra culturale della nostra intellighenzia c’entra e c’entra parecchio, e va letto in parallelo con quello che afferma il prof. Vespri, ossia che, dovendo riassumere brutalmente, molti atenei medio-piccoli come Siena (ridotta ad un terzo di Pisa o di Firenze) stanno scivolando rapidamente verso una dimensione che non è più quella propriamente universitaria.

Ma questo rinvia alle considerazioni che ho già svolto circa il destino e il ruolo dei tre atenei toscani, la sbandierata, quanto improbabile “sinergia” tra monadi che non comunicano, il timore che essa si traduca in mera sottomissione e cancellazione del più debole, e non voglio ripeterle.

Fulvio Mancuso non può fare il vicesindaco? Si scherza? Lui è un professore dell’Università di Siena!

Fulvio Mancuso

Fulvio Mancuso

Ecco perché la carica amministrativa di Manquso è in bilico (Sunto, 8 agosto 2016)

Sunto. A metà aprile il Prefetto Saccone ha inoltrato chiarimenti ai Sindaci di Monteriggioni e Poggibonsi sulla nomina del Vice-Sindaco. Nella comunicazione il Prefetto, concatenando la legge sugli Enti locali, la legge Del Rio ed una circolare del Ministero dell’Interno, ha fatto chiarezza sostenendo che la figura del vicesindaco deve essere un Consigliere Comunale.

Sempre secondo l’interpretazione del Prefetto Saccone, la legge Del Rio deve essere applicata a tutti i Comuni, anche con popolazione superiore a quella di Monteriggioni e Poggibonsi; quindi anche a Siena. Ne deriva che Manquso è in una posizione di bilico perché non essendo un Consigliere Comunale non può esercitare le funzioni di vice-mascotte.

L’argomento è un po’ articolato e necessita, dopo il Palio, di un’approfondita conoscenza della materia. Nel frattempo, perché le opposizioni di Palazzo non si rimboccano le maniche?

La favola per cui due ragionieri si sono fatti beffe di rettori, CdA, Senato Accademico, sindaci revisori e sindacati è puro surrealismo

Altan-solitamerdaRabbi Jaqov Jizchaq. Per correttezza e completezza d’informazione va detto che qualcuno sostiene che il Focardi abbia però “scoperto” il buco dopo la stabilizzazione di un numero molto cospicuo di amministrativi, come da accordi elettorali che portarono alla sua elezione. Premesso che andrebbero ricostruite le tappe che portarono all’improvvisa “scoperta del buco”, si delineano comunque due atteggiamenti politicamente diversi: quelli che negano la consistenza ontologica del “buco”, invocando una generale beatificazione delle vittime del “giustizialismo” che ha infangato il buon nome di certe animelle candide, già incamminate sulla via del paradiso, e quelli che dicono “sussiste, ma non è opera mia, anzi…”.

Focardi, mi pare, appartiene a questa seconda classe: egli non nega l’evidenza del “buho”, ma ribadisce anche nelle interviste di questi giorni di essere stato tenuto all’oscuro della realtà dei conti.
Il sospetto dei malpensanti è che la data della “scoperta del buco” sia stata in qualche modo fissata in modo convenzionale, e che il buco sia stato “scoperto” una volta portata a termine l’operazione alla quale si riferiscono le malelingue. Pur non auspicando il licenziamento o la ulteriore penalizzazione di nessuno, va detto che con l’epurazione di quasi la metà del corpo docente entro un paio d’anni, lo squilibrio che si è determinato fra personale docente e personale tecnico ed amministrativo è reale: perché allora molti continuano a tirare insistentemente in ballo il rapporto docenti/studenti che a Siena sarebbe ancora troppo “alto”?

Siena ha infatti perso il 43% del corpo docente, praticamente ha fatto fuori, in questo decennio, tutti i giovani ricercatori che allo scoppio del buco risultavano non stabilizzati, congelato per dieci anni tutti gli altri e parallelamente, tra il 2008 e il 2015, ha chiuso decine di corsi di laurea, perdendo circa 6700 studenti cioè il 30% circa degli iscritti al 2008. Di questo passo, i docenti saranno sempre “troppi”, ma vedrete che prima o poi, continuando a smantellare strutture didattiche e scientifiche, qualcuno farà presente che i docenti non sono i soli ad essere “troppi”. Mi domando pertanto come mai il tema del destino di questo ateneo, com’è stato discusso in questo blog, che investe tante persone (docenti, tecnici ecc.), sia così assente dal dibattito pubblico.

Va detto infine che la favola secondo cui un paio di ragionieri si sono fatti beffe di due rettori, altrettanti consigli d’amministrazione, senato accademico, sindaci revisori, sindacati e quant’altro, è puro surrealismo. Il problema è che quando è colpa di troppa gente, alla fine non è colpa di nessuno. Il buco nero come svuotamento di senso, “metafora giusta per chi volle essere stella e non è più che un rimasuglio di luce” (Gesualdo Bufalino), oltre che dei forzieri.

«Idealità e morale sono i mezzi migliori per colmare il gran buco che si chiama anima.» R. Musil

Certa stampa nega l’evidenza e dice che il buco nei bilanci dell’Università di Siena è una montatura “giustizialista”

Altan-UomodelrubareAndrea Bianchi Sugarelli (Corriere di Siena). La vicenda del Buco dell’Ateneo, che negli anni passati ha sconvolto la città di Siena ed ha dato il via addirittura a processi sommari, caccia alle streghe e calunnie, si chiude quindi con l’assoluzione con formula piena degli indagati. Il giudice Dr. Gianluca Massaro ha ritenuto che tutto l’impianto accusatorio legato al falso in bilancio dal 2004 al 2007 si è basato su accuse false.

Rabbi Jaqov Jizchaq. Triumphans! Immaginavo che la prima reazione di una certa stampa sarebbe stata quella di negare l’evidenza, cioè il buco. Banca, Università, Fallimento Mens Sana… non è stato nessuno. Forse un marziano. Andiamo avanti a colpi di propaganda per dire che all’università non è successo niente (nonostante la perdita del 43% dei docenti e di parecchie migliaia di studenti): «L’Università di Siena tra i migliori atenei al mondo nella classifica 2016 del Centre for World University Rankings»Per dire che Siena si trova al 437esimo posto, due centinaia di spanne dietro a Pisa e Firenze. Mai che a certa stampa venisse in mente di affrontare, dati alla mano, i problemi che vengono posti in evidenza anche in questo blog. La galera non si augura a nessuno, ma qui sono spariti trecento milioni, le conseguenze sono state pesantissime, la vita di diverse persone è stata compromessa, l’esistenza stessa dell’Università di Siena è stata messa a repentaglio. L’ateneo non sarà più quello di prima (e chissà cosa sarà – vedi precedenti messaggi), ma non preoccupatevi, non è successo niente. Una certa stampa nega la realtà del buco.

Silvano FocardiC’è stata la falsificazione dei rendiconti […] si spendeva più di quello che si incassava, nascondendo debiti e gonfiando le entrate. E io, rettore, non potevo rendermene conto: io il bilancio lo presento al CdA con la relazione di accompagnamento della Ragioneria. Per me era veritieroNel 2008 avevo 250milioni di debito e 65 milioni di disavanzo […] Quando abbiamo scoperto il problema siamo andati dopo tre giorni in Procura, non abbiamo avuto nemmeno il tempo di preparare il materiale, e dopo ci si trova coinvolti ed accusati di essere i responsabili di ciò che è stato fatto, per altro non per mancanza di attenzione ma per aver collaborato a falsare il bilancio. Io sono convinto di aver salvato l’Università. Senza la mia denuncia non sarebbe stato recuperato più niente.

Rabbi Jaqov Jizchaq. Ora, prendetele come volete, ma queste affermazioni di Focardi – che sostanzialmente attribuisce ad altri la responsabilità del buco ed a sé stesso quello di averlo denunciato – mi pare siano sensibilmente diverse dalle tesi di coloro che, negando l’evidenza, immediatamente si sono precipitati a scrivere che quella del buco è stata tutta una montatura “giustizialista”: voglio dire, sono spariti trecento milioni, i conti reali sono stati occultati, ma nessuno se ne era accorto: la colpa di qualcuno sarà, oppure è un affare di alieni extraterrestri?

Philip DickA uno scrittore di fantascienza non è consentito credere a quello che racconta, altrimenti pensate un po’ che confusione.