Cura miracolosa per una nuova malattia: il “refuso” gastroesofageo da computer nei concorsi universitari

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Un noto anatomico dell’Università di Tor Vergata, in occasione del concorso per professore associato di Anatomia Umana, bandito dall’Università di Siena, si è imbattuto in una nuova malattia, da lui definita “refuso” da computer, con caratteristiche simili al classico reflusso gastroesofageo. Di solito, la malattia si manifesta, nel corso delle riunioni telematiche delle commissioni, con lo spostamento a causa del computer di due paroline da una pagina all’altra, non casualmente, ma con un senso logico che, in questo caso, ha modificato i criteri stabiliti dal Senato Accademico per la valutazione al concorso. Vani i tentativi di cambiare computer ai tre commissari, il risultato è sempre il solito: il computer inserisce automaticamente la dicitura “e affini” ai criteri generali fissati dal Senato Accademico, consentendo così la valutazione al concorso anche a chi non ha il requisito della “comprovata esperienza didattica” in Anatomia Umana, la materia in cui si chiede il posto di professore associato.

L’unica terapia efficace s’è rivelata quella suggerita dall’anatomico di Tor Vergata che ha proposto e consentito la conclusione del concorso al candidato privo della comprovata esperienza didattica in Anatomia Umana. Il rettore e il Director General (che è anche responsabile della prevenzione della corruzione), soddisfatti della cura miracolosa, che, per inciso, ha accontentato anche il delegato del rettore (in quanto il vincitore del concorso è un suo allievo), hanno già depositato un brevetto a nome dei due atenei Siena-Roma Tor Vergata. La cura avrà un successo sicuro, farà giurisprudenza e aprirà nuove prospettive concorsuali.

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Perché non discutere apertamente del ruolo destinato all’Ateneo senese nel Sistema Universitario Toscano?

Altan-vecchidelusoRabbi Jaqov Jizchaq. Con riferimento agli argomenti riportati nell’articolo precedente, io soprattutto non ho capito due cose e sarei contento se qualcuno me le chiarisse:

(1) Checché se ne dica o dicano certi organi di stampa compiacenti, l’attuale offerta didattica dell’ateneo non è frutto di una programmazione razionale ponderata in vista di obiettivi chiari, ma è semplicemente ciò che alla massaia è stato possibile cucinare sulla base degli ingredienti racimolati nella sempre più desolata dispensa. Secondo le vigenti norme relative ai “requisiti di docenza”, si tratta di quello che rimane dopo il pensionamento di metà circa del personale docente; per dirla con Don Alfonso: «non può quel che vuole, vorrà quel che può» (Mozart, “Così fan tutte”). Questo ha fatto sì che entrassero in crisi, scomparendo od essendo prossimi alla scomparsa, diversi settori di base, includendo praticamente tutti i settori “teoretici” delle scienze pure: cadono lauree triennali, magistrali e dottorati; si dice che Siena punta tutto sulle “scienze della vita”, ma che vuol dire? E poi è economicamente sostenibile, al giorno d’oggi, un ateneo di dimensioni sempre più piccole, specializzato in alcuni specifici settori? Insomma, sospetto di chi dice “piccolo è bello”. Già hanno spacciato quella che a tutti gli effetti è stata una crisi catastrofica, per necessario, auspicato ed opportuno ridimensionamento (che se Mussari & C. fossero andati a raccontare una frottola del genere al MPS dopo l’affare “Antonveneta”, sarebbero stati sgozzati seduta stante).

(2) Un autorevole membro dell’ANVUR ha tratteggiato il seguente scenario: «quando la valutazione sarà conclusa, avremo la distinzione tra researching university e teaching university. Ad alcune si potrà dire: tu fai solo il corso di laurea triennale.» Il che vuol dire in sostanza trasformare alcune sedi in sedi distaccate dei “grandi hub” della ricerca. Ammesso e non concesso che l’ateneo senese dismetta l’abito “semigeneralista” e trovi le risorse per trasformarsi in qualche cosa di diverso, per niente “generalista”, focalizzato su pochissimi settori per lo più applicativi, con un minor numero di studenti, nonostante le già allarmanti emorragie di questi ultimi anni, se avete cioè deciso di sopprimere, non le scienze del “bue muschiato”, ma importanti aree delle scienze di base, principalmente per mancanza del personale docente richiesto dalla legge, non si capisce cosa intendete farne dei residui. Cioè di chi ancora ci lavora, i brandelli, quello che resta di questi settori in via di dismissione (stiamo parlando di parecchie decine di addetti ai lavori), che per soddisfare le pretese dell’ANVUR, la SUA, il VQR ecc. devono comunque essere ancora scientificamente produttivi. Non è chiaro, un simile scenario, con pezzi di ateneo privi di livelli magistrali, dottorati ed in genere delle forze necessarie per contribuire significativamente alla ricerca, come si possano soddisfare i requisiti che oramai presiedono ai vari meccanismi premiali, tutti basati sulla produttività scientifica e sulla qualità della medesima.

(3) In vista delle “teorie” che circolano e dei movimenti descritti dal prof. Grasso (“regionalizazione”) mi domando se quello che si sta configurando a Siena è un ateneo, una researching university, una teaching university, o una sede distaccata, non dotata di una specifica autonomia. Se comunque in alto loco si è deciso di procedere a una sempre maggiore integrazione a livello regionale tra i principali atenei toscani, come dicono gli psicologi televisivi con aria serena e rassicurante: “parliamone”. Insomma, giù le carte! Difatti non si capisce perché non se ne debba discutere apertamente, non si metta a tema nel dibattito politico e accademico, non diventi anzi questo – date le pesanti implicazioni – il principale argomento e oggetto di negoziazione con le altre realtà; non si comprende cioè perché gli effetti di questa metamorfosi si debbano subire tacendo.

(4) Infine una mesta considerazione sullo stato della nostra democrazia. È consuetudine, oramai, apprendere la direzione che ha preso il corso delle cose “post festum”, quando cioè ne subiamo gli effetti: biblicamente, a vedere solo “le spalle”, cioè le conseguenze delle decisioni di certe recenti imperscrutabili deità burocratiche, senza neppure avere esatta contezza di chi e come decide sulla nostra testa e muove i fili delle nostre esistenze: «Vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere» (Esodo, 33, 21-23). Alcuni traducono: «vedrai il mio didietro», ma non è carino.

Siena: il docente universitario e il “velinaro” disinformato

Walter Chiari e Carlo Campanini: «Vieni avanti, cretino!»

Walter Chiari e Carlo Campanini: «Vieni avanti, cretino!»

I risultati di oggi si riferiscono alla ricerca di ieri! Vedremo domani i risultati della ricerca svolta oggi

Ancora sull’incredibile commento sull’Università e sul Rettore che il caporedattore de “La Nazione di Siena”, Francesco Meucci, ha scritto per il QN il 27 luglio2015.

Francesco Meucci. Non solo per aver salvato l’Università, ma per aver trasformato il peggio esempio di quello che siamo nel miglior modello di quello che dovremmo essere.

Rabbi Jaqov Jizchaq. «Il peggio esempio di quello che siamo», caro Meucci, lo dici alla tu’ zia: qui c’è gente che si è fatta un mazzo così, non sono tutti raccomandati figli di papà (quale peggior esempio di certi giornalisti che parlano a vanvera?). Non è che per il buco di bilancio siano individualmente responsabili tutti i lavoratori dell’università (molto sospetto: tutti colpevoli, nessun colpevole); senza dire che Siena non è mai stata l’università “Parthenope” di Napoli: transeat sulla rappresentazione romanzesca di una rottura politica col passato che non mi pare di aver intravisto, ma non è che la ricerca all’università di Siena, prima facesse schifo e solo dopo l’avvento di Riccaboni, in un paio d’anni abbia cominciato a competere con le meglio università italiane. Parlare di ricerca vuol dire parlare di tempi lunghi, programmi, competenze e gruppi di ricerca che s’imbastiscono faticosamente e producono risultati nell’arco di un decennio almeno. Significa articoli sottoposti a revisione i cui tempi di pubblicazione si misurano in anni. La ricerca qui è sempre stata abbastanza buona, ovviamente nei settori in cui esisteva, e, in ogni caso, i risultati che leggi oggi, si riferiscono alla ricerca svolta ieri. Vorrò vedere cosa diranno le agenzie domani, quando registreranno i dati di oggi, cioè a dire di un’epoca in cui molti comparti di ricerca gradualmente vengono cancellati.

Francesco Meucci. Prima in Italia secondo il Censis e sesta (prima delle toscane) nella classifica compilata ogni anno dal Sole 24 Ore. L’Università di Siena ha vissuto una settimana da leone, conquistando una ribalta nazionale che solo qualche anno fa meritava per ben altre vicende.

Rabbi Jaqov Jizchaq. Mah, o di chi saranno le colpe di quelle altre vicende? Sarà senz’altro colpa della Merkel…
E poi Siena “prima” e Pisa “ventiquattresima”; ma insomma, un po’ di realismo: Mosche cocchiere… e in quali settori daremmo del filo da torcere a Pisa? Forse agraria o veterinaria? In orientalistica? In chimica industriale? In ingegneria chimica, meccanica, civile, aerospaziale o navale? In fisica o in filosofia? Sto parlando di cose che a Siena non esistono più; esistono solo come diplomi triennali, oppure non sono mai esistite. Per non apparire menagramo ometto di citare quei settori delle scienze pure per i quali si sa già da ora che non vi sarà futuro, con l’incedere dei pensionamenti che dimezzeranno da qui a pochi anni il corpo docente (senza rimpiazzo).

Francesco Meucci. Basterà dire che dal prossimo anno partirà il primo corso di laurea interamente in inglese…

Rabbi Jaqov Jizchaq. Veramente di corsi di laurea in inglese a Siena già ne esistono da diversi anni in diversi settori (dall’ingegneria alla linguistica), appunto per venire incontro all’esigenza di “internazionalizzazione”, visto che, proprio secondo il Censis, Siena risulta meno internazionalizzata di Sassari (su populu sardu, si sa, ha da sempre un carattere cosmopolita). Tanto per dire che se per fare il giornalista basta essere leggermente disinformati, per fare il direttore è indispensabile esserlo del tutto (corollario della legge di Murphy sulle gerarchie). Meucci, informati: sai, hanno inventato il telefono.

Francesco Meucci. …una offerta didattica matura e al passo coi tempi.


Rabbi Jaqov Jizchaq. Ma che vuol dire? Allude alla metà dei corsi di laurea chiusi, a quelli prossimi alla chiusura, o agli accorpamenti cinobalanici? A Meucci risulta che siano state aperte nuove aree di specializzazione? A me risulta, semmai, che siano stati cancellati molti dottorati e lauree magistrali. La cruda realtà è che con la massiccia fuoriuscita di metà del corpo docente, per molti corsi di studio, anche basilari, non è stato più possibile soddisfare i “requisiti minimi di docenza” richiesti dalla legge: una livella, un taglio lineare che non c’entra un tubo con la qualità e l’importanza dei corsi. Poi con lo scioglimento delle Facoltà (ma perché l’hanno fatto?) il problema si è ripresentato, pari pari, ad un altro livello, con i mega-dipartimenti che le hanno rimpiazzate, per i quali la legge prescrive numeri elevatissimi. Così si è proceduto ad accorpamenti davvero “originali”. Del resto non è solo un problema senese: clamoroso il Dipartimento di Scienze Geologiche e Psicologiche di Chieti (psicologia del …profondo?). Va inoltre segnalato che è proprio la classifica del Sole 24 ore che sottolinea una carenza forte nella sostenibilità dei corsi senesi.

Ecco insomma un deprimente modello di giornalismo italico: un giornalismo schierato che non solo non distingue la notizia dal commento, ma più di una volta omette del tutto la notizia, rimpiazzando l’acribia del segugio con la propaganda. Non c’è modo di affrontare una discussione seria e concreta, senza giungere subito agli epiteti e ai pesci in faccia. Sarà che personalmente vedrei la comunità scientifica come una sorta di comunità monastica, ma trovo stucchevole questo parlare salottiero di faccende serie, questo sovrappiù di propaganda e di millanteria narcisistica, che a mio avviso contrasta con la sobrietà e col naturale understatement che dovrebbe caratterizzare il tono dei discorsi intorno alla scienza e alla cultura. Qui oramai “la ricerca” la fanno le gazzette e francamente l’aspetto più ridicolo dei ripetuti peana di certi giornalisti (troppo “embedded” per concepire una analisi critica dei dati), è che non si capisce chi sia l’antagonista idealizzato a cui si rivolgono con tono di sfida, quasi che i successi nella ricerca fossero esclusivo merito loro, dei loro protégé e di quattro politicanti analfabeti, e non dell’intera famiglia dei ricercatori medesimi, tra i quali coloro che lanciano l’allarme per il corso che hanno preso gli eventi.

Supineria magistrale: da studiare all’università di Siena

Francesco Meucci

Francesco Meucci

Siena riparte e l’università è già al top (da: QN 27 luglio 2015)

Francesco Meucci. Prima in Italia secondo il Censis e sesta (prima delle toscane) nella classifica compilata ogni anno dal Sole 24 Ore. L’Università di Siena ha vissuto una settimana da leone, conquistando una ribalta nazionale che solo qualche anno fa meritava per ben altre vicende. Ricordate? Travolta dai debiti e dagli scandali, alle prese con una quantità di grane giudiziarie e beghe interne. Per qualcuno il suo destino era segnato verso un lento declino fino alla fatale scomparsa. Invece no. L’ateneo – e di pari passo, sebbene con numeri diversi, anche l’Università per Stranieri di Siena – ha riannodato i fili del discorso, colmando quei buchi lasciati da precedenti gestioni dissennate e rilanciandosi come luogo di studio «top». Vuoi per la vivibilità complessiva che offre ancora Siena, vuoi, soprattutto, per una offerta didattica matura e al passo coi tempi. Basterà dire che dal prossimo anno partirà il primo corso di laurea interamente in inglese: si studia economia e si impara una lingua; i classici due piccioni. La storia dell’Università di Siena, insomma, diventa l’emblema e il simbolo del «si può fare». Meglio: del «si può ancora fare». Con quello spirito tutto italiano di sacrificio, impegno e dedizione; del non abbattersi di fronte alle difficoltà e, anzi, farne uno strumento di rinascita. L’ha capito e messo in atto il rettore di Siena, Angelo Riccaboni, ligure trapiantato in Toscana. Che nel fare di necessità virtù ha preso il meglio di due culture: il pragmatismo delle sue terre natali, con l’estro e la fantasia di quelle dove vive e lavora. Oggi gongola, giustamente. Perché sa di essere riuscito in una missione impossibile. Non solo per aver salvato l’Università, ma per aver trasformato il peggio esempio di quello che siamo nel miglior modello di quello che dovremmo essere.

Ancora con la retorica del “meglio ateneo del mondo” che rende impossibile ogni confronto serio sui problemi dell’ateneo senese

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Rabbi Jaqov Jizchaq. È uscita la classifica delle università del Sole 24 Ore, dalla quale si evince, come oramai avviene storicamente, che l’ultimo posto è occupato dall’università “Parthenope” di Napoli (ma perché non la chiudono? Occupa stabilmente l’ultima posizione da quando esiste!). Siena, invece, “trionfa immortale”. Ho appena finito di compiacermene, che subito incomincio ad incavolarmi, per il solito acritico modo di porgere la notizia da parte dei media, che paiono non distinguere tra dati relativi e dati assoluti (Siena meglio di Pisa o Milano in che, nell’ingegneria nucleare od aerospaziale, oppure nella chimica industriale, che qui non sono mai esistite?) e per il subitaneo scatto del mondo politico per cavalcare il trionfo.

Primo, un gran tourbillon. Non ho capito come “la statistica” di trilussiana ascendenza, possa paragonare le mele con le pere, onde istituire un ordine di preferenza tra cose incomparabili. Non ho capito bene, cioè, come faccia Siena a stare davanti (tra le altre) a Torino, Pavia, Milano, Pisa (caduta al ventiquattresimo posto!), ossia università floride, che hanno tutte le lauree, le specializzazioni e i dottorati al loro posto, ne hanno dozzine più di Siena, per giunta in tutti i settori di base che Siena sta perdendo, oppure non ha mai avuto e bandiscono concorsi a tutto spiano; mentre qui il turn over è fermo quasi da due lustri, e rimediamo allo svuotamento delle cattedre con accorpamenti cinobalanici che rendono il contenuto dei corsi sempre più sfuggente. Per la didattica, addirittura, sopravanziamo Padova e Milano Bicocca, e per la ricerca superiamo nientepopodimeno che il Politecnico di Torino e l’università di Genova, stracciando, ça va sans dire, Firenze e Napoli “Federico II”, salutando da lontano Roma.

Un sogno ad occhi aperti, direi. Non è un po’ sospetto che Siena sia davanti a Pisa e a Firenze, sedi di cui Siena si avvia ad essere di fatto (se non di diritto, come si paventa) succursale? Per molte aree, oramai, queste sedi costituiscono o costituiranno il naturale approdo di trienni senesi (finché esisteranno, dopo la cancellazione dei livelli magistrali). Amicus Plato, sed magis amica veritas. Non è che non gioisca per il buon piazzamento, nonostante tutto, di un ateneo che il marcio mondo politico e la demagogia che si trascina dietro come una puzza hanno dapprima, con sommo disprezzo, sfruttato per strani mercanteggiamenti, dissanguandolo, indi messo alla berlina e fatto segno del dileggio popolare.

Ma è proprio questa retorica bipolare (un giorno “daje all’appestato”, il giorno dopo, pronti a fregiarsi dei successi del “meglio ateneo del mondo”) che risulta insopportabile, giacché rende impossibile ogni confronto serio sui problemi dell’ateneo, affogando ogni considerazione razionale, ora nella livida palude del rancore, ora in un mare di panna montata. Noto, in particolare, che nella classifica del Sole 24 ore, Siena occupa il trentaquattresimo posto (dunque piuttosto in giù, nella classifica) alla voce “sostenibilità”, ossia “il
numero medio di docenti di ruolo nelle materie di base e caratterizzanti per corso di studio”. E questo, se interpreto bene i dati, segnala la fragilità e la instabilità di fondo di un ateneo che si avvia a perdere entro il 2020 metà del suo corpo docente.

Leggendo dei buoni risultati della ricerca e dei cattivi circa la sostenibilità, vorrei in particolare che riflettessero, coloro che andavano dicendo che il risanamento andava fatto trinciando a tutto spiano sul personale addetto alla didattica e alla ricerca (quasi che il core business dell’università fosse la produzione di pampepati): ora siamo nella condizione per cui se ne va esattamente la metà dei docenti, un po’ a casaccio ed a turn over ancora fermo (quando riaprirà, si tratterà di una trentina di persone, rispetto alle 500 andate via), ma non vedo ragioni per gioire.

Chiedere, come sommessamente ha fatto nei precedenti messaggi il sottoscritto – cittadino pagante le tasse – cosa resterà di Siena, in un contesto dove appare sempre più evidente la tendenza a creare “pochi hub” della ricerca, non è fuor di luogo: vorrei capire se a Siena toccherà il privilegio di far parte del “gotha” degli atenei forti (e con quali mezzi dovrebbe realmente competere con Padova, Pisa, Milano, Torino ecc. che si accatteranno il grosso delle risorse e sforneranno il grosso della ricerca?), oppure è destinata a retrocedere a sede distaccata di un polo regionale con la testa altrove. In ogni caso un serio dibattito su questo punto non è più rinviabile. Capisco che sono rogne che il rettore uscente lascia volentieri al suo successore, ma se nella campagna elettorale per la successione non si parlerà di questo, di cosa si parlerà?

L’intreccio di pubblico e privato: dalla Certosa di Parma alla Certosa di Pontignano

La Certosa di Pontignano

La Certosa di Pontignano

E perché il «soggetto privato gestore della Certosa di Pontignano ha offerto ospitalità» al Rettore e ai Direttori di Dipartimento lo scorso 10 giugno? L’altra domanda, quella posta col sorriso dal sindacato USB P.I. (il pranzo chi lo paga? Il Rettore di tasca sua o si usano i fondi di rappresentanza istituzionale?), aveva individuato quelle due legittime strade. Esistevano altre possibilità? Certamente! Gli ospiti potevano portarsi il panino e le bevande da casa o pagare alla romana il conto al gestore privato. Invece, l’opzione seguita dal rettore (accettare l’ospitalità offerta dal gestore della Certosa di Pontignano) necessita di una spiegazione sul piano etico e giuridico.

Rabbi Jaqov Jizchaq. (…) tra le righe di questa stendhaliana corrispondenza intorno alla Certosa, leggo che comunque è un dato quasi certo che tra breve, dopo aver sbaraccato le Facoltà, i vecchi corsi (più volte) e i vecchi dipartimenti, toccherà sbaraccare di nuovo, dopo tre anni, diversi dipartimenti e corsi di laurea e giocare ancora con i cocci dei vasi per assemblarne di nuovi, quasi ignari del secondo principio della termodinamica. Le roi s’amuse: ma non si rendono conto le competenti autorità che tessono i nostri destini di distruggere via via, in questo modo, smontando e rimontando con uno “sperimentalismo” da apprendisti stregoni, ciò che molta gente ha costruito con anni di fatica? Cosa dobbiamo attenderci, un ritorno alle vecchie Facoltà, con un po’ di gente nel frattempo fatta fuori od emarginata, come in una resa dei conti, oppure dipartimenti ancor più cinobalanici di quelli attuali? Se il secondo caso è evidentemente assurdo, nel primo non si capisce perché allora si sia proceduto allo smantellamento delle Facoltà, per poi tentare di rimetterle assieme in un pallido simulacro di quello che furono. L’unica domanda che sorge spontanea è quella, amletica, se c’è del metodo in questa follia. Spero che anche i rappresentanti delle OO.SS alzino un po’ il tiro porgendo finalmente attenzione al problema delle strutture: se gli stabilimenti continuano a chiudere, con la fuoriuscita del 50% del corpo docente a turn over fermo, o ad essere resi improduttivi, è difficile pensare che non ci saranno conseguenze per le maestranze.

Angelo Riccaboni. Con riferimento alla nota inviata ieri a firma USB P.I., dove si ipotizzava che per l’incontro periodico del Rettore con i Direttori di dipartimento tenutosi il giorno 10 giugno a Pontignano fossero stati utilizzati fondi pubblici, si precisa che l’ospitalità è stata offerta dal soggetto privato gestore della Certosa.
 Questo in un’ottica di valorizzazione e promozione della nostra bellissima Certosa come centro per convegni e attività legate alla formazione e alla ricerca e di condivisione degli investimenti fatti e delle migliorie apportate alla struttura.

Se si pensa di portare solo dodici università ai vertici della classifica di Shanghai, si chiudono poi tutte le altre?

Altan-controllosituazioneRabbi Jaqov Jizchaq. Da un interessante articolo di Nicola Costantino si evince che, nonostante la sola Harward abbia un bilancio pari al 44% dell’intero Fondo Ordinario nostrano, cioè del totale dei quattrini che lo Stato italiano butta nel sistema universitario, la resa delle università italiane, quanto a produttività scientifica, sia, ohibò, lusinghiera ben oltre le aspettative. Nondimeno la tendenza generale è quella:

(1) a svalutare sempre di più il contenuto e l’importanza della didattica e non vedo come possa esservi buona ricerca, se prima non vi è buona didattica a tutti i livelli. Svalutare la didattica vuol dire ritenere che tutti gli atenei siano essenzialmente researching universities, senza capire chi e dove avrebbe il compito di formare i researchers. S’intende che il tempo trascorso dai docenti nelle aule sia solo un doveroso obolo pagato obtorto collo da gente che fa altro come mestiere: insomma, tempo perso; il senso di molti corsi di studio dai nomi incomprensibili, del resto, non a caso ci sfugge.

(2) a premiare sempre di più i grossi atenei e punire sempre di più quelli medio piccoli; ma come puoi pensare che un ateneo che perde pezzi e metà del corpo docente come Siena, col patacrack che è successo, dove non entra nessuno stabilmente a dieci anni e con 500 docenti che d’un botto vanno in pensione possa migliorare oltre un certo limite le proprie prestazioni o possa risollevarsi solo in virtù di parchi meccanismo premiali, visto che sono state minate le fondamenta? Si dice però al contempo (contraddicendosi) che oramai il destino di molti atenei è viceversa quello di diventare delle teaching universities. Giavazzi propose addirittura di chiudere le Università di Bari, Messina e Urbino, in ragione della loro bassa qualità certificata dalla VQR: ebbene, perché non lo fanno, chiudendo magari anche Siena visto che l’unica tendenza in atto è quella al graduale smantellamento delle strutture? A questo punto si tratta dunque di chiarire alcune cose:

(3) se la tendenza è quella a distinguere università di serie A e università di serie B, non è che ci si possa limitare a fotografare l’esistente, trasformando in condanna eterna oppure assoluzione eterna il mero dato di fatto, la fotografia dell’oggi, il dato spesso casuale, che uno si trova qui, piuttosto che là, in una situazione dove non esiste mobilità, né programmazione territoriale, imprigionato nella nave che affonda. La crisi degli atenei medio-piccoli, per adesso, ha provocato come effetto non lieve quello di spazzare via un generazione di (ex) giovani ricercatori: credo che oramai si guardi alla successiva, stendendo un velo pietoso su chi è stato travolto dalla valanga. A Siena, uno capitato dieci anni fa, non avrebbe comunque fatto carriera manco si fosse chiamato Einstein (nel sistema claustrofobico degli atenei “autonomi” il numero di coloro che sono stati chiamati altrove è ridottissimo); successivamente la sua sorte sarebbe stata vincolata all’alea dei pensionamenti, dei punti organico, dello scioglimento delle facoltà, dei requisiti minimi, dei corsi che vivono e che muoiono, di decisioni avvenute secondo criteri vieppiù imperscrutabili.

(4) Non esistendo mobilità manco per gli studenti, il fatto di studiare in una università di serie A o di serie B è solo questione di quattrini: le università di serie B servono i ceti squattrinati del circondario; quelle di serie A servono i fortunati autoctoni, sempre che se lo possano permettere, più i fuorisede che possono consentirsi la trasferta, e visti i costi del mantenimento di un figliolo all’università, non si vede perché una famiglia di Vattelappesca dovrebbe affrontare spese ingenti per mandare il pargolo in una sede di serie B. Personalmente oramai conosco anzi molta gente che, sensatamente, li manda direttamente all’estero, in sedi ove si trovano quelle specializzazioni che qui non sussistono più, sostanzialmente a parità di costi. E sia benedetta Ryanair.

(5) Rileva il Presidente del Consiglio che “non possiamo pensare di portare tutte le 90 università nella competizione globale”; giusto, ma da un lato perché allora non danno seguito innanzitutto al malcelato proposito di chiuderne alcune, evidentemente lasciate oramai alla deriva, trasbordando nelle sedi più prossime docenti e discenti, come propone Giavazzi? E poi si tratta di capire qual è lo scopo secondo Costituzione dell’istruzione superiore in Italia: tendenzialmente direi di offrire un buon livello di istruzione superiore su tutto il territorio nazionale (anche se nei fatti non è così), e non di portare avanti “pochi hub” nella classifica di Shanghai buttando il resto ai maiali: se per assurdo vi fossero in Italia solo cinque università, probabilmente sarebbero tutte e cinque eccellenti. In ogni caso si tratta di decidersi. Epilogo: al punto (5) ho succintamente riassunto la posizione del Presidente del Consiglio, che pur partendo da una considerazione sensata, ossia che l’Italia non può portare tutte le università ai vertici della classifica di Shanghai o altre classifiche (che non siano quella surreale del CENSIS), ma solo mezza dozzina, non ci dice con precisione cosa vorrebbe farne delle altre (ma che cacchio vuol dire “teaching universities”?), né è chiaro come potrebbe riuscire un ateneo a emanciparsi realmente da una condizione di inferiorità che ammonta ad una condanna a vita.

Dunque nella maggior parte degli atenei non ci si dovrà più azzardare a parlare di scienze astratte, ripiegando in modo non meglio precisato sulle “applicazioni”, che in assenza di robusti comparti di ricerca di base temo saranno intese come applicazioni di basso profilo. Del resto, su scala più ampia, è un po’ quello che succede per larghe fette dell’economia: qui assistenza e commercializzazione, mentre progettazione e ricerca avanzate si fanno altrove; ho già citato Bertrand Russell, che saggiamente osservava come la pretesa di una ricaduta immediata – domattina all’alba – delle scoperte scientifiche, finisca per distruggere assieme ricerca pura e ricerca applicata.

Parimenti non si dovrà più parlare di Cultura (con la “C” maiuscola), ma al più di comunicazione & marketing, folclore e turismo. In questa cornice poco edificante per il tono civile e culturale del paese più ignorante d’Europa, la sorte degli atenei medio-piccoli è segnata e le loro “eccellenze”, se ve ne sono e se non verranno man mano cancellate, sopravviveranno solo se saranno in grado di confluire all’interno di strutture più ampie, tipo consorzi con altri atenei; il che chiama in causa l’infelice concetto di “autonomia” universitaria e la concezione degli atenei come monadi senza finestre: siccome, checché se ne pensi, questo è l’andazzo, trovo inquietante che si continui psicoanaliticamente a negare la realtà evidente.

Mi domando (nuovamente) perché tacere su quello che costituisce il processo reale in atto, che a Siena in particolare sta producendo (a) la disintegrazione dei comparti umanistici (un solo dottorato sopravvissuto, poche magistrali, accorpamento dei corsi, la scelta poco lungimirante di non realizzare la Scuola Umanistica, per dar corso viceversa a dipartimenti stravaganti) e (b) la scomparsa gravissima e imminente di molte aree scientifiche di base (non si è capito bene che fine faranno la Fisica e la Matematica). Un processo che non vede solo chi non lo vuol vedere: ma allora perché non metterlo a tema nell’agenda politica, discutendone apertis verbis, anziché nelle segrete conventicole? Qual è la politica della Regione (attuale deus ex machina) e del neo rieletto presidente riguardo al destino dei tre atenei maggiori? Il silenzio assordante di tutte le altre forze politiche mi porta a ritenere che quella esposta al punto (5) sia una visione ampiamente condivisa, così come generalmente elusa è la risposta agli interrogativi che essa solleva.