Se si pensa di portare solo dodici università ai vertici della classifica di Shanghai, si chiudono poi tutte le altre?

Altan-controllosituazioneRabbi Jaqov Jizchaq. Da un interessante articolo di Nicola Costantino si evince che, nonostante la sola Harward abbia un bilancio pari al 44% dell’intero Fondo Ordinario nostrano, cioè del totale dei quattrini che lo Stato italiano butta nel sistema universitario, la resa delle università italiane, quanto a produttività scientifica, sia, ohibò, lusinghiera ben oltre le aspettative. Nondimeno la tendenza generale è quella:

(1) a svalutare sempre di più il contenuto e l’importanza della didattica e non vedo come possa esservi buona ricerca, se prima non vi è buona didattica a tutti i livelli. Svalutare la didattica vuol dire ritenere che tutti gli atenei siano essenzialmente researching universities, senza capire chi e dove avrebbe il compito di formare i researchers. S’intende che il tempo trascorso dai docenti nelle aule sia solo un doveroso obolo pagato obtorto collo da gente che fa altro come mestiere: insomma, tempo perso; il senso di molti corsi di studio dai nomi incomprensibili, del resto, non a caso ci sfugge.

(2) a premiare sempre di più i grossi atenei e punire sempre di più quelli medio piccoli; ma come puoi pensare che un ateneo che perde pezzi e metà del corpo docente come Siena, col patacrack che è successo, dove non entra nessuno stabilmente a dieci anni e con 500 docenti che d’un botto vanno in pensione possa migliorare oltre un certo limite le proprie prestazioni o possa risollevarsi solo in virtù di parchi meccanismo premiali, visto che sono state minate le fondamenta? Si dice però al contempo (contraddicendosi) che oramai il destino di molti atenei è viceversa quello di diventare delle teaching universities. Giavazzi propose addirittura di chiudere le Università di Bari, Messina e Urbino, in ragione della loro bassa qualità certificata dalla VQR: ebbene, perché non lo fanno, chiudendo magari anche Siena visto che l’unica tendenza in atto è quella al graduale smantellamento delle strutture? A questo punto si tratta dunque di chiarire alcune cose:

(3) se la tendenza è quella a distinguere università di serie A e università di serie B, non è che ci si possa limitare a fotografare l’esistente, trasformando in condanna eterna oppure assoluzione eterna il mero dato di fatto, la fotografia dell’oggi, il dato spesso casuale, che uno si trova qui, piuttosto che là, in una situazione dove non esiste mobilità, né programmazione territoriale, imprigionato nella nave che affonda. La crisi degli atenei medio-piccoli, per adesso, ha provocato come effetto non lieve quello di spazzare via un generazione di (ex) giovani ricercatori: credo che oramai si guardi alla successiva, stendendo un velo pietoso su chi è stato travolto dalla valanga. A Siena, uno capitato dieci anni fa, non avrebbe comunque fatto carriera manco si fosse chiamato Einstein (nel sistema claustrofobico degli atenei “autonomi” il numero di coloro che sono stati chiamati altrove è ridottissimo); successivamente la sua sorte sarebbe stata vincolata all’alea dei pensionamenti, dei punti organico, dello scioglimento delle facoltà, dei requisiti minimi, dei corsi che vivono e che muoiono, di decisioni avvenute secondo criteri vieppiù imperscrutabili.

(4) Non esistendo mobilità manco per gli studenti, il fatto di studiare in una università di serie A o di serie B è solo questione di quattrini: le università di serie B servono i ceti squattrinati del circondario; quelle di serie A servono i fortunati autoctoni, sempre che se lo possano permettere, più i fuorisede che possono consentirsi la trasferta, e visti i costi del mantenimento di un figliolo all’università, non si vede perché una famiglia di Vattelappesca dovrebbe affrontare spese ingenti per mandare il pargolo in una sede di serie B. Personalmente oramai conosco anzi molta gente che, sensatamente, li manda direttamente all’estero, in sedi ove si trovano quelle specializzazioni che qui non sussistono più, sostanzialmente a parità di costi. E sia benedetta Ryanair.

(5) Rileva il Presidente del Consiglio che “non possiamo pensare di portare tutte le 90 università nella competizione globale”; giusto, ma da un lato perché allora non danno seguito innanzitutto al malcelato proposito di chiuderne alcune, evidentemente lasciate oramai alla deriva, trasbordando nelle sedi più prossime docenti e discenti, come propone Giavazzi? E poi si tratta di capire qual è lo scopo secondo Costituzione dell’istruzione superiore in Italia: tendenzialmente direi di offrire un buon livello di istruzione superiore su tutto il territorio nazionale (anche se nei fatti non è così), e non di portare avanti “pochi hub” nella classifica di Shanghai buttando il resto ai maiali: se per assurdo vi fossero in Italia solo cinque università, probabilmente sarebbero tutte e cinque eccellenti. In ogni caso si tratta di decidersi. Epilogo: al punto (5) ho succintamente riassunto la posizione del Presidente del Consiglio, che pur partendo da una considerazione sensata, ossia che l’Italia non può portare tutte le università ai vertici della classifica di Shanghai o altre classifiche (che non siano quella surreale del CENSIS), ma solo mezza dozzina, non ci dice con precisione cosa vorrebbe farne delle altre (ma che cacchio vuol dire “teaching universities”?), né è chiaro come potrebbe riuscire un ateneo a emanciparsi realmente da una condizione di inferiorità che ammonta ad una condanna a vita.

Dunque nella maggior parte degli atenei non ci si dovrà più azzardare a parlare di scienze astratte, ripiegando in modo non meglio precisato sulle “applicazioni”, che in assenza di robusti comparti di ricerca di base temo saranno intese come applicazioni di basso profilo. Del resto, su scala più ampia, è un po’ quello che succede per larghe fette dell’economia: qui assistenza e commercializzazione, mentre progettazione e ricerca avanzate si fanno altrove; ho già citato Bertrand Russell, che saggiamente osservava come la pretesa di una ricaduta immediata – domattina all’alba – delle scoperte scientifiche, finisca per distruggere assieme ricerca pura e ricerca applicata.

Parimenti non si dovrà più parlare di Cultura (con la “C” maiuscola), ma al più di comunicazione & marketing, folclore e turismo. In questa cornice poco edificante per il tono civile e culturale del paese più ignorante d’Europa, la sorte degli atenei medio-piccoli è segnata e le loro “eccellenze”, se ve ne sono e se non verranno man mano cancellate, sopravviveranno solo se saranno in grado di confluire all’interno di strutture più ampie, tipo consorzi con altri atenei; il che chiama in causa l’infelice concetto di “autonomia” universitaria e la concezione degli atenei come monadi senza finestre: siccome, checché se ne pensi, questo è l’andazzo, trovo inquietante che si continui psicoanaliticamente a negare la realtà evidente.

Mi domando (nuovamente) perché tacere su quello che costituisce il processo reale in atto, che a Siena in particolare sta producendo (a) la disintegrazione dei comparti umanistici (un solo dottorato sopravvissuto, poche magistrali, accorpamento dei corsi, la scelta poco lungimirante di non realizzare la Scuola Umanistica, per dar corso viceversa a dipartimenti stravaganti) e (b) la scomparsa gravissima e imminente di molte aree scientifiche di base (non si è capito bene che fine faranno la Fisica e la Matematica). Un processo che non vede solo chi non lo vuol vedere: ma allora perché non metterlo a tema nell’agenda politica, discutendone apertis verbis, anziché nelle segrete conventicole? Qual è la politica della Regione (attuale deus ex machina) e del neo rieletto presidente riguardo al destino dei tre atenei maggiori? Il silenzio assordante di tutte le altre forze politiche mi porta a ritenere che quella esposta al punto (5) sia una visione ampiamente condivisa, così come generalmente elusa è la risposta agli interrogativi che essa solleva.

Servizi informatici nell’Università: ignoranza, negligenza o malaffare?

Cineca-U-GovUniversità, terremoto sul consorzio degli errori. ‘Basta milioni senza gare a Cineca’ (da: il Fatto quotidiano, 30 maggio 2015)

Thomas Mackinson. Il Consiglio di Stato demolisce il gigante dell’informatica per la scuola, scivolato nei mesi scorsi sui test di medicina. Cineca prende soldi da 80 atenei, 40 milioni dal Miur. “Ma non è una società pubblica”. E per avere risorse dallo Stato deve fare le gare. E quello che sembrava solo una tegola rischia di diventare invece un terremoto per l’università italiana. A traballare è il “sistema Cineca”, il consorzio interuniversitario tornato alla ribalta delle cronache per la vicenda del flop dei test di medicina che a fine ottobre ha gettato nel panico 12mila candidati. L’incidente è finito presto nel dimenticatoio, archiviato come “mero errore tecnico” e sono rimasti al loro posto i vertici che avevano annunciato a caldo le dimissioni. Il Consiglio consortile, in sordina, le ha respinte un mese fa.

Ma la vera storia è un’altra. In un articolo successivo all’incidente, ilfattoquotidiano.it aveva ricostruito cosa c’era dietro la falla: come la fusione dei consorzi universitari per lo sviluppo di soluzioni informatiche in “Cineca” avesse dato vita a un gigante da 700 dipendenti in grado di monopolizzare e alterare il mercato grazie a fondi e finanziamenti attribuiti direttamente, senza gare. Per circa 100 milioni di euro l’anno, tra stanziamenti diretti e compensi per servizi. Una montagna di soldi pubblici che Miur e 80 atenei concedevano al consorzio sulla base di un presupposto che appariva molto incerto: che la sua natura giuridica fosse quella di una società “in house”, con attività esclusiva nell’ambito di pubblici servizi. Tale da qualificarlo per legge come “unico soggetto a livello nazionale”, ovviamente secondo l’interpretazione dei “consorziati” Cineca, ossia gli stessi che gli affidavano il denaro pubblico senza gara e gli stessi che dall’altra parte li ricevevano.

Allora avevamo messo in dubbio questa natura “speciale”, sostenendo invece che il mega consorzio non avesse nessuno dei requisiti di cui sopra e che facesse invece affari milionari qualificabili come attività d’impresa tradizionale, al punto che il 95% dei ricavi gli arrivava dalla produzione commerciale e solo il 5% dalla produzione “istituzionale”, cioè da progetti di ricerca e sviluppo affidati dal ministero. Così, sostenevamo allora, si sono aperte le falle nei servizi resi allo Stato, come nel caso clamoroso dei test di medicina. Non solo. Cineca, il ministero e le università italiane avevano alterato negli anni la concorrenza del settore, fino a compromettere un mercato di servizi che in Italia non è mai nato, appunto perché “oscurato” dal gigante pubblico.

Che di pubblico, in realtà, non ha proprio nulla. A certificarlo – in via definitiva – è una sentenza del Consiglio di Stato. I giudici di Palazzo Spada, sesta sezione, hanno fatto chiarezza sul punto, dopo i dubbi sollevati negli anni passati anche dall’Agcm (due volte, nel 2010 e poi nel 2013) e dalla Corte dei Conti. Erano chiamati a decidere sul ricorso presentato da Cineca stesso contro una sentenza del Tar Calabria che aveva accolto il ricorso proposto in primo grado da Be Smart srl, una società privata che opera nel campo delle soluzioni informatiche per l’università.

Il contenzioso riguardava un affidamento dei servizi informatici di segreterie studenti e didattica (U-GOV ed Esse3) che il Cda del 14 aprile 2014 dell’Università della Calabria aveva concesso un anno prima a Cineca, senza espletare alcuna gara, per un importo triennale pari a 1.592.843 euro +Iva. Il titolare della società, che aveva proposto una soluzione economicamente più vantaggiosa, si è ritenuto ingiustamente escluso e ha contestato l’assegnazione e l’insussistenza dei requisiti che l’hanno permessa: il fatto che Cineca sia titolare di un “diritto esclusivo”, che il rapporto tra università e consorzio si configuri come “in house”, e che il servizio affidato rientri nell’ambito della “attività prevalente” del consorzio.

Tocca dunque ai giudici definire una volta per tutte la natura giuridica del Consorzio. E il responso, stavolta, rischia di innescare un effetto a catena su tutti gli affidamenti concessi negli anni, legittimamente o meno, dalle università italiane. Stesso discorso per i contributi a fondo perduto, 40,7 milioni di euro nel solo anno 2014, erogati senza gara dal Miur a Cineca. Dietro questa disamina, apparentemente tecnica e in punta di diritto, ballano dunque centinaia di milioni di euro.

I giudici scartabellano tra codici, documenti e contratti e arrivano al verdetto: no, Cineca non è un soggetto pubblico. Non lo è mai stato. E dunque né lui né le università consorziate o il ministero possono far valere questa natura per “affidare in via diretta i servizi senza alcuna procedura competitiva”. Chi volesse addentrarsi sulle motivazioni non ha che da leggere integralmente la sentenza (clicca). Quello che qui conta è rilevare i possibili effetti della decisione, sui quali c’è grande incertezza. La sentenza infatti da una parte mette un punto fermo e agisce sui futuri affidamenti costringendo di fatto Stato, Miur e Università a fare le gare.

Ma pone anche una pregiudiziale rispetto a quella quarantina di milioni che il Ministero eroga ogni anno al Cineca sulla base di un presupposto di pubblicità del soggetto che è smentito ora per sentenza. Lascia tuttavia il campo aperto rispetto agli effetti delle decisione sugli affidamenti passati e in corso. Di certo salta quello a Cosenza, per la soddisfazione del titolare di Be Smart che esulta: “Giustizia è stata fatta: ci auguriamo che finalmente potremo partecipare alle gare pubbliche e concorrere con i nostri prodotti in un mercato libero”. Tutto il resto si vedrà, ma di sicuro l’incidente ai test di medicina non è era una tegola caduta accidentalmente. Era il presagio di un terremoto.

Ma c’è qualcuno (tra i politici senesi, in primo luogo) che abbia una visione strategica delle questioni universitarie?

AltanServizioFunerarioRabbi Jaqov Jizchaq. Dopo la perdita della Scuola di specializzazione in Cardiochirurgia, solo ora, post festum, a babbo morto, la politica si accorge che, ridendo e scherzando, vuoi fra battute grassocce intorno ai fannulloni, all’inutilità della cultura e della ricerca scientifica e alle cose inutili da tagliare, vuoi tra stucchevoli gridolini di giubilo per i sempre più surreali risultati del Censis, l’università di Siena, pezzo dopo pezzo sta perdendo molte delle sue (non moltissime) eccellenze? Sta perdendo non solo specializzazioni e dottorati in aree esoteriche, ma anche corsi di studio basilari e metà del suo corpo docente: quale epilogo vi aspettavate, se non quello di essere ridotti ad un ruolo ancillare? Ci sono due fatti evidenti: il primo è la sempre maggiore integrazione fra gli atenei toscani sotto l’egida della Regione (dai DIPINT ai dottorati regionali); un fenomeno che, o governi, oppure subisci e ne vieni travolto. Non puoi permetterti il lusso di ignorarlo.

Però est modus in rebus: alle competenti autorità, politiche e accademiche, dovrebbe essere ricordato che tutto ciò non può ridursi alla semplice annessione di un ateneo più piccolo da parte di quello più grosso; si richiederebbe una maggiore presenza delle istituzioni centrali per governare una complessa transizione, la quale, se presa seriamente, presupporrebbe una seria pianificazione e forme di mobilità, non l’abbandonarsi alla semplice legge della giungla. In secondo luogo, comprendo bene la strenua difesa di Fort Alamo, volta a conservare professionalità e tradizioni, da parte di chi, pur barcollando, è ancora in vita. Mi chiedo solo chi ha deciso che debbano morire (così come, del resto, prima mi ero chiesto perché dovessero nascere).

Capisco meno la medesima posizione conservatrice riguardo ai defunti: a Siena, oramai, man mano che si è proceduto con l’opera di smantellamento, ci sono rimasti molti specialisti di varie specializzazioni che non esistono più (i corsi di laurea che man mano vengono cancellati: questo è l’effetto della caduta dei requisiti minimi, ossia della fuoriuscita di metà del personale docente); ebbene, in questi casi, visto che la resurrezione è improbabile, con questi qua cosa volete farci, la frittata? Utilizzarli come bassa manovalanza soccorrevole, per insegnare di tutto un po’ ovunque, alla bisogna, tipo “pronto-casa”? All’ANVUR va bene così? Se veramente credete nell’integrazione, non dovrebbero piuttosto essere mandati in qualche opportuna struttura integrata dotata di quella massa critica necessaria perché abbia un senso parlare di competitività ed eccellenza, ove potessero espletare al meglio le loro competenze, a Siena o in altri siti?

Allora, sarà forse il caso di parlarne apertamente, come problema meritevole di entrare nell’agenda della politica (che fin qui ha fatto solo propaganda) non in modo occasionale o subdolo, come quando, dopo avere steso una coltre di oblio su quello che stava accadendo, la politica “cade dalle nubi” e si accorge che ci hanno fregato un altro – l’ennesimo – giocattolino? La politica non ha messo a tema il fenomeno della graduale provincializzazione e marginalizzazione di Siena, perché ne è stata complice: quanto all’università, forse per mascherare la propria partecipazione al dissesto, si diceva che il suo drastico ridimensionamento era una cura necessaria. A prescindere da come avvenisse.

A me pare che, oramai da anni, intorno alle questioni universitarie si registri un grosso vuoto di potere: all’immobilismo degli uni, fanno riscontro manovre oscure degli altri; tanti particolarismi che si scontrano, e alla fine burocrati che decidono sulla base di criteri per lo più estrinseci. Ma c’è qualcuno (alla Regione, in primo luogo, oramai deus ex machina del sistema degli atenei e della ricerca) che abbia una cognizione precisa dello stato delle cose e soprattutto una visione strategica?

Nell’università c’era più libertà quando c’era meno autonomia

Altan-futurodimerdaRabbi Jaqov Jizchaq. «Fra il 2007 e il 2015 il numero dei docenti ordinari delle università italiane è sceso da poco meno di 20.000 a poco più di 13.000. Dove vogliamo fermarci?»

Come eravamo: «Nel 2010 il personale impegnato in attività di ricerca nell’Università degli Studi di Siena ammonta a 1743 unità. I ricercatori universitari sono 947» (Rapporto ricerca 2010). Adesso i ricercatori di ruolo (ad esaurimento) sono 350, un quinto circa dei quali diventeranno associati od ordinari con gli imminenti avanzamenti; il personale docente di ruolo (ricercatori ad esaurimento+associati+ordinari) complessivamente ammonta ancora a 750 unità (giacché gli avanzamenti non sono chiamate di esterni) e si accinge ad essere ridotto di altre 150 unità circa, un po’ a pene di segugio, cioè a dire con la roulette russa dei pensionamenti.

Secondo l’ANVUR nel 2013, l’età media a livello generale era 59 anni per gli ordinari, 53 per gli associati e 46 per i ricercatori; un quotidiano nazionale che citai tempo addietro riportava i dati senesi, che risultavano sensibilmente più alti di 4-6 anni a seconda delle categorie. Ecco, io capisco e apprezzo gli sforzi diretti al risanamento, ma perché da parte dei media prendere per le natiche l’opinione pubblica millantando una realtà che non c’è o che non c’è più? Insomma, io trovo strano che non si riesca in nessun luogo pubblico e sui media a impostare una discussione in termini seri, sobri e realistici, abbandonando per un attimo la consueta oratoria encomiastica, lo stile apologetico, la voce nasale di annunciatore dell’EIAR che canta i recenti trionfi (e cela le recenti sconfitte).

Il Rettore annuncia: «La conferma del miglioramento dei conti consente ora di proseguire su questo percorso, aprendo nel prossimo futuro le procedure per altre 30 posizioni». Evviva, Siena triumphans: ma si tratta di 30 avanzamenti di carriera (da tempo agognati, certo, e benvenuti, ma mi conferma il prof. Grasso che non si tratta di nuovi assunti) e le considerazioni che mi viene da fare sono sempre quelle: avanza chi ha ancora le gambe; chi nell’attesa di avanzare viene azzoppato, non avanza e ai caduti recenti si aggiungeranno a breve altre vittime; nel senso che settori e corsi di studio che nel frattempo sono entrati in crisi per via dei massicci pensionamenti, non “avanzeranno” da punte parti: 500 professori usciti di ruolo vuol dire uno su due a casaccio, sin qui senza turn over.

Un anno prima dello scoppio del “buho” vi erano settori che contavano oltre venti docenti di ruolo, e mi pare che ciò non fosse giustificabile alla luce del fabbisogno di didattica; all’estremo opposto altri settori contavano uno o due docenti: si capirà che da un lato quando il maledetto uomo della strada ripete che “eh, so’ troppi”, interpretando a suo modo la dottrina del “taglio lineare”, bellamente ignorando gli squilibri mostruosi entro il personale docente e tra personale docente e personale tecnico amministrativo, non fa allora un discorso equo, e dall’altro che togliendo due docenti a settore, ai primi non fai un baffo, mentre i secondi li condanni a morte. Poi ci sono le situazioni intermedie: quelle in cui il fabbisogno di didattica oramai è insostenibile e i requisiti di docenza non sono più soddisfacibili con le poche forze rimaste.

A meno che, la regola non sia “chi ha avuto, ha avuto”, questi dati imporrebbero qualche riflessione un po’ meno disinvolta sull’andamento delle cose. Ma, oramai temo che siano cavoli del rettore prossimo venturo, e che giunto a scadenza, l’attuale se ne lavi volentieri le mani (“il settimo si riposò”). Il mantra che Siena deve diventare una specie di “Life Valley” (“Siena Biotech, licenziati alla vigilia del primo maggio”, La Nazione; come esordio non c’è male: una valley di lacrime) non chiarisce qual è la sorte riservata a tutto il resto e alla gente che ci lavora, né come debba leggersi tutto ciò alla luce dell’idea più volte ventilata di trasformazione del sistema degli atenei riducendo molti di essi a “teaching universities” e conservando solo “pochi hub” della ricerca: qui, almeno per una decina di anni, il tempo cioè di fare piazza pulita della cultura e della ricerca di base in altre, non meno vitalistiche “valli”, avremo dunque una situazione schizofrenica, con la researching university in alcuni comparti e la teaching university in altri, ridotti a simulacro?

Ricerca nelle “scienze della vita” o poco più, e pura didattica di basso profilo altrove, in corsi rimaneggiati con quel poco che resta e accorpati, privi di logica interna, di specializzazioni e dottorati (e dunque di attrattiva)? Ha senso tutto ciò? E scusate, perché della gente titolata dovrebbe accettare la prospettiva di regredire al rango di garzone, rinunciare alla carriera, se è giovane, per assecondare questo disegno e perché i colleghi sono andati in pensione? Perché uno studente dovrebbe esserne attratto? Sarebbe sensato, come logico corollario di un progetto di smantellamento di mezzo ateneo, che si “organizzasse l’esodo”, tipo operazione Mosè coi Falascià, ovvero si consentisse (o si intimasse!) a costoro di andarsene in altra sede a svolgere il lavoro per il quale sono pagati, giacché sono dipendenti dell’università statale italiana, e non di qualche nobil contrada senese. Si dirà che si tratta di una boutade, ma la tua soluzione qual è, hypocrite lecteur?

Cosa vorrà dire soddisfare le richieste dell’ANVUR e della SUA in ordine alla produzione scientifica in contesti ove di fatto sarà vieppiù difficoltoso adoperarsi per la buona ricerca? E questo, by the way, in un sistema dove la quasi totalità della «quota premiale» del Fondo di Finanziamento Ordinario viene assegnata alla produzione scientifica e la didattica viene quasi punita come inutile passatempo (ammesso e assolutamente non concesso che “fare ricerca” coincida con il soddisfare le richieste della SUA e dell’ANVUR).

Dice il governo: «più poteri ai rettori… bisogna ridare autonomia vera agli atenei, imporre meno regole dal centro»; ma potere di far che? Serve ben più, temo, che la briglia sciolta ai rettori persino sulla retribuzione dei docenti o la “contrattualizzazione” (jobs act) di tutti i ruoli; anche perché mi pare che i piccoli atenei già siano sin troppo nelle mani del notabilato locale che fa il bello ed il cattivo tempo: in primo luogo devono dirci cosa intendono farne dell’attuale configurazione degli atenei pubblici e del sistema della ricerca e della didattica universitaria.

Personalmente sarei incline, piuttosto, a richiedere un maggiore centralismo e protagonismo da parte del ministero, che non può tirare il sasso in piccionaia e poi nascondere la mano, essendo convinto che c’era più libertà quando c’era meno “autonomia” e ravvisando nella trasformazione degli atenei in monadi senza finestre, non solo una delle cause dei mali che li affliggono, ma anche dell’impossibilità di addivenire per i problemi di cui stiamo parlando a soluzioni del tipo di quelle prospettate nei precedenti messaggi.

Sarei felicissimo se qualcuno mi convincesse che quanto ho scritto è privo di fondamento.

Ormai la prima missione dell’Università, la «didattica», ha un ruolo marginale e disincentivato

StefanoSempliciLa Buona Università? Deve puntare sulla didattica, non solo sulla ricerca (Corriere della Sera, 27 aprile 2015)

Stefano Semplici. La «buona università» ha certamente bisogno di più risorse e professori. E la retorica a buon mercato sul «sapere come risorsa strategica per lo sviluppo» rende solo più dolorosa la cruda evidenza dei numeri. Tutte le graduatorie internazionali ci vedono malinconicamente agli ultimi posti fra i paesi più avanzati per gli investimenti in istruzione terziaria. Fra il 2007 e il 2015 il numero dei docenti ordinari delle università italiane è sceso da poco meno di 20.000 a poco più di 13.000. Dove vogliamo fermarci? Per quanto tempo ancora gli sprechi e le inefficienze di alcuni (o anche di molti) saranno utilizzati come un pretesto per soffocare tutti, mentre i nostri giovani migliori se ne vanno, portando con sé buona parte delle speranze della loro generazione?

Darwinismo accademico. Su due punti, tuttavia, sembra impossibile anche solo aprire un confronto. E forse non è un caso, perché si tratta del risultato di scelte perseguite con granitica coerenza in questi ultimi anni da maggioranze molto diverse. Il darwinismo accademico e la didattica senza merito sono ormai subiti come la conseguenza inevitabile della cultura della valutazione, della qualità e dell’efficienza. Si può provare almeno a dubitare che siano strumenti indispensabili per raggiungere quest’obiettivo, ovviamente condiviso? Gli effetti della competizione esasperata fra singoli ricercatori, dipartimenti e atenei sono noti, a partire dai comportamenti opportunistici finalizzati a massimizzare l’impatto del proprio lavoro nel breve periodo, prosciugando i talenti e la passione del pensare lungo. Le classifiche che mettono in fila le università sono diventate un’ossessione mediatica e le regole che le producono, oltre a generare le più incredibili vessazioni burocratiche, alimentano la convinzione che l’obiettivo fondamentale da perseguire non sia quello di fare bene il proprio lavoro aiutando gli altri a fare lo stesso, ma quello di sopravanzarli in qualche modo ed essere «premiati». Si dimentica così che la vera alternativa non è fra produttivi e sfaccendati, perché nessuno difende ovviamente i secondi, ma fra quanti ritengono che una seria valutazione serva appunto a premiare e punire (con il risultato che diventerà sempre più difficile, per chi è rimasto indietro, recuperare) e quanti sono invece convinti che le stesse punte di eccellenza abbiano bisogno per sostenersi di una base ampia e solida di metodologie e buone pratiche condivise. Una qualità media dignitosa e diffusa sul territorio è sempre stata la caratteristica del nostro sistema e questa ricchezza, la cui difesa non è incompatibile con la valorizzazione dei migliori risultati, rischia di andare perduta. Ne è prova il fatto che cresce il numero dei giovani del Mezzogiorno che vanno a studiare lontano da casa. È stato un errore grave quello che ha portato a dare a ogni campanile la sua università. Ma siamo sicuri che lo Stato si debba adesso limitare a certificare i risultati di una lotta senza quartiere, che sta portando alla desertificazione universitaria di intere aree del paese?

Didattica senza merito. La didattica senza merito è la conseguenza di una politica universitaria che ha ancorato in modo ossessivo la valutazione ai soli «prodotti» della ricerca, riducendo di fatto la «prima» missione dell’università ad un ruolo marginale e sistematicamente «disincentivato». La stessa proposta di differenziare researching e teaching universities è stata declinata come uno strumento di gerarchizzazione delle funzioni, mentre si stratificavano interventi normativi a senso unico. La didattica e la capacità di insegnare non contano ai fini della carriera accademica. Lo stabiliva già la legge Gelmini. La didattica non conta neanche per chi è diventato professore: le politiche di reclutamento del personale da parte degli atenei sono valutate in base ad una serie di criteri fra i quali non figura la qualità dell’insegnamento, mentre spicca al primo posto la produzione scientifica. E sulla base di quest’ultima viene assegnata la quasi totalità della «quota premiale» del Fondo di Finanziamento Ordinario delle università. Non c’è bisogno di insegnare, insomma, per essere buoni professori. E si possono esonerare i migliori dal dovere della trasmissione del sapere che contribuiscono a produrre, perché tanto «si troverà qualcuno da mandare in aula». Se non si corregge questo paradosso, sarà molto difficile trovare la strada della buona università. E non basterà un altro Jobs Act. Che comporta per inciso, come dovrebbe sempre aggiungere chi lo propone come rimedio anche in questo settore, la possibilità del licenziamento senza giustificato motivo, con un’indennità “di importo pari a due mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento” e in misura “non inferiore a quattro e non superiore a ventiquattro mensilità”. Non sembra francamente questa la soluzione migliore per rafforzare l’autonomia e la libertà delle università e di chi in esse vive e lavora. E dirlo non significa schierarsi a difesa di “baroni” e fannulloni.

Straccia e ignuda, «l’Università di Siena volàno di traino e di crescita per la città e il territorio»!

FantUnisi

Angelo Riccaboni. Finalmente la fase di risanamento finanziario è finita, ora potremo continuare a lavorare con ancora maggiore serenità allo sviluppo la continuità del risultato positivo indica che il nostro Ateneo possiede le condizioni strutturali che consentono un equilibrio fra i ricavi e i costi di competenza. (…) Continuando sulla strada intrapresa, ora possiamo guardare al futuro con fiducia puntando allo sviluppo e all’innovazione, che dovranno tradursi nel mantenimento dell’alta qualità della didattica e dei servizi, e in una sempre maggiore apertura al mondo in chiave internazionale, facendo dell’Università di Siena un volano di traino e di crescita per la città e il territorio.

USB P.I. università di Siena. Non si può demagogicamente dire (…) i soldi per le progressioni economiche orizzontali (PEO) li trova l’Amministrazione, sappiamo in che condizioni versiamo o no? Il Rettore può dire ciò che vuole sull’utile di bilancio, ma la verità è che siamo messi come tensione di liquidità peggio di prima, e niente affatto risanati, abbiamo un disavanzo pregresso da recuperare. Dove li trova l’Amministrazione i soldi?

Rabbi Jaqov Jizchaq. «L’Ateneo chiude il bilancio in utile e assume settantasei professori. È già stato licenziato un bando per trenta associati. A breve ne partirà un secondo per altri trentacinque. A questi nuovi ingressi vanno aggiunti altre undici persone nell’area medica ecc.» (La Nazione 25 aprile 2015). «Nuovi ingressi»? Scusate, sono stato in viaggio e forse ho perso qualche puntata: a me risultava che si trattasse di avanzamenti di carriera di gente già in forze presso l’ateneo senese, non di nuovi professori. È così?

Giovanni Grasso. Certo che è così! Il budget per nuove assunzioni non c’è. Per la verità non c’è neppure per le progressioni di carriera! Altro che bilancio in attivo!

Rabbi Jaqov Jizchaq. Questo la dice lunga sullo stato della libertà d’espressione e di pensiero in questa città: festeggiamo il 25 Aprile, ma “veline” edulcorate di tono adulatorio e del tutto acritiche come quelle che si leggono sugli organi di stampa locale, nemmeno al tempo del fascio! Al “barre” l’uomo della strada sorseggia il suo caffè e mormora: «ma che rompono i hoglioni questi qui, se tutto va per il meglio?». Silenzio di tomba da parte dell’intellighenzia… tutto va bene signora la marchesa.

Dopo la grande glaciazione, all’Università di Siena i più giovani e meritevoli sono stati messi in cantina a invecchiare

Altan-vecchiettiRabbi Jaqov Jizchaq. Ecco il giudizio del Censis riguardo al comparto “umanistico” dell’università di Siena: «Ateneo equilibrato per quel che riguarda le possibilità di progressione di carriera e di rapporti internazionali. Rispetto alle altre Università in classifica, l’UniSi ha un’offerta didattica più ristretta, ma compensata da un’altissima qualità.»

Adesso, non per dire, non è che metto in dubbio la qualità dei docenti senesi, di sicuro valore, benché in larga parte pensionandi, ma … progressioni di carriera a Siena??? Età media dei ricercatori (a esaurimento), 52 anni; età media degli ordinari, 63 anni, un bel progredire, non c’è male: verso la pensione! Naturalmente, quando è cominciata la grande glaciazione, tutti erano più giovani di quasi un decennio, ma poi i più giovani e meritevoli sono stati messi in cantina a invecchiare, come del resto si confà al vino buono (anche questa è “meritocrazia”).

Per quanto riguarda gli studi post-laurea, compulsando il sito UniSI ho prima rilevato che Siena risulta sede di un solo dottorato di area “umanistica”, dal titolo “Filologia e critica”; in tutti gli altri settori, dunque, qui non c’è rimasto un fico secco e non si capisce come sia possibile “progredire” specializzandosi in alcunché.
 Si aggiunga che per quanto riguarda le opportunità di reclutamento e carriera, nell’ateneo è tutto fermo da otto anni e l’unica cosa che si muoverà a breve, per quanto ne so, sono un paio di avanzamenti interni per dipartimento: cioè a dire, per ora, zero nuovi posti (correggetemi se sbaglio). Francamente, parlare di “facilità di progressione di carriera” a Siena, oggi come oggi mi pare puro surrealismo.

Vediamo il confronto con gli altri atenei in classifica. Leggo ad esempio che a Bologna i Corsi di Laurea e i Corsi di Laurea Magistrale (non i “curricula”, “percorsi”, “indirizzi” e similia) sono ventiquattro. Si aggiungano ben tredici dottorati di area umanistica, con cinquantasei borse di studio, a fronte di un solo dottorato a Siena, con in totale quattro misere borse. Ora, di alcune specialità bolognesi (tortellini a parte) si può senz’altro fare a meno senza soffrire troppo, e tuttavia è difficile digerire il fatto che le poche cose rimaste a Siena siano meglio dei ventiquattro corsi di laurea umanistici e tredici dottorati che a Bologna esistono ancora, e che quattro borse di studio siano meglio di cinquantasei: corsi e dottorati con tanto di nome e cognome comprensibili dove, per quanto ne so, non insegnano esattamente degli imbecilli.

Ripeto ad nauseam che dalle tabelle esposte in alto a destra, risulta che a Siena entro il 2020 i docenti saranno dimezzati (-500 circa rispetto al 2008; il botto ci sarà nei prossimi due anni), mentre se va bene ne rientreranno poche unità; sicché anche gran parte di quello che a Siena è rimasto, è destinato a venir meno. Se poi la politica è quella di lasciare in vita solo pochissime cose puntando sull’alta specializzazione, perché millantare le magnifiche sorti di un “ateneo generalista” e dare l’illusione di un ventaglio di possibilità che esistono o esisteranno a breve di fatto solo sulla carta? Singolare schizofrenia (e il discorso va ben al di là dei comparti “umanistici”) quella per cui ci ammanta della gloria di qualcosa di cui nei piani di rinascita dell’ateneo si prevede la rimozione: sia promosso affinché sia rimosso.

Perché questa discrepanza fra l’apparenza e la realtà? L’università è una peculiare istituzione dell’Europa medievale, ma oramai dell’antica universitas, come collettività solidale di maestri e allievi, mi pare che nel modello presunto taylorista e fordista dell’università contemporanea (in realtà un grossolano groviglio burocratico che lascia ben poco spazio all’umano) ci sia rimasto ben poco. Sarà forse per l’esorbitante dimensione dell’apparato amministrativo, ma oramai gran parte dell’attività universitaria consiste nel riempire moduli. In essi si solidifica il mito dell’oggettività di certi metodi quantitativi di valutazione. Pensando al progetto più o meno dichiarato di ridurre la maggior parte degli atenei a “teaching universities”, viene il sospetto che per qualità dell’insegnamento si debba intendere sostanzialmente bassa qualità, livellamento standardizzato a certi canoni eterodeterminati.

Sarà che prediligo il “pessimismo dell’intelligenza” al narcisistico sbrodolarsi rovesciandosi addosso elogi a profusione, tipico dei cultori del “marketing”, ma francamente queste statistiche del Censis mi pare che abbiano principalmente l’effetto di nascondere all’opinione pubblica la drammaticità della situazione. Non ripeterò oltre quello che ho già detto nei precedenti messaggi, se non per ribadire che è oramai illusorio attendersi risorse che non verranno, soccorsi dall’esterno che non giungeranno e dunque occorrerebbero decisioni efficaci accompagnate da una visione di lungo respiro, anziché l’attesa di una dolce morte. E questo non vale solo per i settori umanistici. Ma la decisione è un concetto estraneo alla mentalità italiana a tutti i livelli delle istituzioni.

L’idraulico / non verrà. L’impercettibile / passo da scroscio a filo, /a scroscio eluderà / senza fine / la tua mano millimetrata. (C. Fruttero, F. Lucentini)

Per il Censis le “materie umanistiche” senesi sono le prime in Italia: nelle classifiche internazionali, però, Siena non esiste e compaiono solo Roma e Bologna

 

Altan-veritaRabbi Jaqov Jizchaq. Si legge su Il Cittadino online che «Secondo l’ultima indagine pubblicata dal Censis, l’Università di Siena è il migliore Ateneo in Italia nel quale studiare le materie umanistiche. È molto ampia l’offerta di corsi di laurea triennale e magistrale attivata in questo settore: nell’area delle lettere, lingue, storia, filosofia, formazione, beni culturali, comunicazione.»

Laudato sia il Censis, cum tucte le sue creature, che se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo. Noto ancora una volta che a livello internazionale non la pensano così:  tra le cento migliori università nel campo delle “Humanities”, di italiane compaiono (ed in posizione arretrata) solo Bologna e Roma. Ma transeat… il vero punto è che qui ogni sviolinata del Censis sortisce l’effetto di un anestetico sull’opinione pubblica. Francamente, parlando in generale e a prescindere da questa notizia, mi pare che da noi il concetto di “valutazione” sia affetto da una certa vaghezza: una notevole elasticità – per così dire (“como las bragas de una puta”, come ho sentito dire da un sudamericano) – e il continuo cambiare le carte in tavola, che ha caratterizzato questi anni, autorizzano il sospetto che i giudizi di varie agenzie piovuti dall’alto come fulmini di Giove, tendano gradualmente a plasmare il sistema, più che a valutarlo, secondo canoni che, almeno al sottoscritto, appaiono alquanto discutibili.

L’uomo della strada che legge questi articoli pieni di laudi del Censis per l’università di Siena, si sente però rassicurato, e si chiede cosa rompano i cabbasisi questi qua che si lamentano sempre che le cose vanno male (e poi in ogni caso “e so’ troppi!”). Ma la stessa espressione “materie umanistiche” è lievemente dozzinale e non appaga la curiosità del lettore più avveduto. Esistono forse le “materie scientifiche” latu sensu? E se ritengono che una tale partizione manichea abbia comunque un senso, perché hanno distrutto le Facoltà? Perché non si sono limitati a costituire, ad esempio, un unico dipartimento “umanistico”, anziché procedere al deplorevole spezzatino?

Nell’articolo citato (probabilmente solo un comunicato ufficiale dell’ateneo) si sfodera un florilegio di “curricula”, che forse il lettore distratto e abbacinato dal caleidoscopico panorama di questo svolazzio di colorati uccelli tropicali, identifica erroneamente con corsi di laurea; ma a parte l’ovvia domanda di quanti sopravvivranno alla falcidia dei docenti prevista per i prossimi anni (vedi grafici in alto a destra), va precisato che i curricula non sono corsi di laurea: sono solo lacerti, entro corsi “accorpati”, di quello che è sopravvissuto dei corsi di laurea soppressi dopo la prima ondata di pensionamenti.

Nell’articolo si parla ad esempio di “filosofia”, ma da quello che mi risulta a Siena non vi è più, e da diverso tempo, né un dipartimento, né una sezione di dipartimento, né uno scompartimento, né un corso di laurea vero e proprio con questa denominazione e in questa specifica classe di laurea. Tacerò poi sui dottorati di ricerca in campo “umanistico”: dal sito UNISI risulta un solo dottorato, in filologia. È giusto che finisca così? Se sì, che cavolo di “primato” vantate oggi? Se no, cosa pensate di fare, al di là del compianto per il caro estinto? Nel mio piccolo, da osservatore che guarda le cose con sereno disincanto, una soluzione l’avrei avanzata nei precedenti messaggi; può darsi che non sia la migliore, ma la vostra qual è, signori della corte?

Se date un’occhiata al sito del MIUR (pratica cui personalmente mi dedico ogni giorno come un salutare esercizio mattutino di Tai Chi Chuan, al solo scopo di confrontare i vaneggiamenti con la realtà), vedrete che diversi settori, inclusi alcuni di quelli premiati dal Censis, sono oramai bucherellati come groviera, vi sono rimaste poche unità di docenti, molti dei quali, come si sa dai dati generali (vedi grafico “memento mori”), sull’orlo della pensione. Quando poi odo discorsi dal tono encomiastico sull’ecatombe di corsi e strutture, mi viene da pensare che certe persone sarebbero state chiamate ad amministrare ed eventualmente mettere a frutto un patrimonio pubblico, non a liquidarlo; ma in questi paraggi credo che quest’osservazione valga ben al di là dell’università.

Ma basta con i tristi pensieri! Nunc est bibendum! E come disse quello mentre cascava dalla Torre del Mangia, “sin qui, tutto bene”.

Tornerà un tempo in cui nell’università di invisibili “capitali della cultura” sarà lecito parlare di cultura?

Le sei candidate a capitale europea della cultura 2019

Le sei candidate a capitale europea della cultura 2019

Rabbi Jaqov Jizchaq. Scriveva Marcel Proust a un amico fisico: «Come mi piacerebbe parlarti di Einstein. Si ha un bel dire che io derivo da lui o lui da me. Io, che non conosco l’algebra, non capisco una sola parola delle sue teorie, ma sembra che abbiamo modi analoghi di deformare il tempo.»

… Proust, com’è noto, oltre che incorporarlo nel celebre finale, tentò di raffigurare lo spaziotempo einsteiniano nell’ultimo libro della Recherche (Il tempo ritrovato), aggiungendo allo spazio la dimensione temporale con l’immagine folgorante di uomini arrampicati sugli anni come su trampoli. Tornerà un tempo in cui nell’università di invisibili “capitali della cultura” sarà lecito parlare di queste cose, cioè, appunto, di cultura (come si vede bene la cultura di alto livello se ne impippa della grande muraglia eretta fra cultura cosiddetta “umanistica” e “scientifica”), una volta ottemperato ai compiti della SUA e dell’ANVUR? Non voglio affatto sminuire gli aspetti organizzativi e finanziari, ma credo che emerga, con urgenza, una domanda di senso; biascichiamo stancamente la litania fatta di requisiti minimi, kyrie eleison, punti organico, ora pro nobis, fundraising, miserere nobis, start up, exaudi nos, ma non è un po’ frustrante che si parli di scienza e cultura in modo del tutto privo di tensione etica?

In quel di Siena, qual è la strategia, l’orizzonte, il discorso di lungo respiro? La politica dell’ateneo, si dice nelle declaratorie, è quella di puntare tutto sulle “scienze della vita”, in vista delle applicazioni. Va bene, è una scelta, anche se non ho ben chiaro cosa voglia dire; e di conseguenza, delle scienze del “mondo inanimato”, degli astri, dei numeri e di altre cose, delle scienze “pure”, per così dire, o delle “scienze dello spirito” (“Geisteswissenschaften “), cosa si intende farne? Lasciar naufragare la nave? E dei marinai sopravvissuti al naufragio? Spenti i riflettori sugli “Stati Generali della Cultura”, torno al mesto tran-tran e leggo sul Corriere del caso di un concorso da ricercatore all’università telematica Unicusano, dove in commissione non c’era nemmeno un esperto della disciplina oggetto del concorso.

All’università domina dunque l’alea: casuale e dettato dall’anagrafe è il conto di chi vive e chi muore; improbabile l’assortimento dei dipartimenti (il dipartimento psico-geologico di Chieti), e qui, avranno tirato a sorte il vincitore? Il Dio dei concorsi gioca evidentemente a dadi. In effetti, l’unico modo per perseguire l’obiettività, in questo paese, parrebbe quello di lasciare che la natura faccia il suo corso e rimettere le decisioni nelle mani di chi non ci capisce una beneamata mazza, sperando con ciò che la scelta sia almeno del tutto aleatoria, come la lotteria per l’uovo di Pasqua. Temo la Pasqua, così come tutte le feste comandate, perché si manifestano di solito gli amici stranieri e immancabilmente chiedono in vari idiomi come vanno le cose all’università di Siena, ed io vorrei sottrarmi al compito, già arduo da essere assolto in lingua italiana.

Auguri a tutti.

Università di Siena: massima discrezionalità e minima trasparenza

AltanStringereidentiOrganizzazione del lavoro un atto di fede

USB P.I. università di Siena. Quello che nel mondo del lavoro normale si chiama organizzazione in questo Ateneo è un atto di fede. Vogliamo analizzare la nostra dis-organizzazione del lavoro sotto diversi aspetti, è lunga, ma le analisi non possono mai essere brevi… Tutte le strutture dell’Ateneo hanno subìto una radicale trasformazione a seguito dell’applicazione della legge Gelmini. Sono state smantellate le Facoltà, riaggregati i dipartimenti, creati i presidî, ma soprattutto si è passati da una contabilità finanziaria ad una economico patrimoniale, generando un diverso rapporto fra centro e periferia.

Alla prova dei fatti come ha retto la nuova organizzazione post-Gelmini? Male, quello che è mancato è una chiara impostazione della gerarchia gestionale, in sé la macchina ha girato, ma non per merito di scelte organizzative, ma per merito dei colleghi, tanti, che hanno a cuore questa istituzione e risolvono i problemi. Le organizzazioni del lavoro sulla carta funzionano tutte, non ve ne sono di belle o brutte, il punto è che al momento della loro implementazione si devono fare eventuali aggiustamenti e, soprattutto, fare un grande lavoro di definizione delle funzioni, meglio se tendente alla semplificazione. Tutto ciò non è avvenuto. Abbiamo definito l’organizzazione interna di alcune divisioni dell’Amministrazione centrale dopo un anno, e in modo superficiale, cioè con tabelle lunghissime di funzioni senza capo né coda. Alla prova dei fatti non c’è, infatti, una chiara suddivisione delle procedure fra gli uffici, anzi vi è uno spezzettamento. Manca la programmazione, manca la condivisione attraverso incontri all’interno delle divisioni delle problematiche, e quindi risoluzione delle stesse. In molte divisione vi è stata una riorganizzazione zoppa, tesa a giustificare l’esistente, anche gli incarichi esistenti, più che a definire in chiave funzionale il lavoro. Nel rapporto fra centro e periferia, possiamo vedere una ulteriore debolezza della macchina organizzativa, seguendo tre direttrici principali: contabilità, didattica e funzioni ibride dei presidî.

La contabilità, intesa come rapporto fra Ragioneria e segreterie amministrative, è stata debole per mancanza di definizione chiara delle competenze e funzioni, non per incapacità, ma perché nel riorganizzare si è proceduto a cambiare contemporaneamente il sistema di contabilità, con un programma gestionale che nessuno conosceva, e inserendo come corollario persone che mai avevano lavorato in questo campo. È come prendere gli ingredienti di un dolce ma mischiarli a caso, in sé sono corretti, ma il risultato è differente.

La didattica sarebbe potuta essere la punta di diamante della riorganizzazione perché dopo un anno ha avuto anche assegnato un dirigente; ma non è un dirigente che fa la differenza, un po’ come una rondine non fa primavera. La gestione degli uffici studenti e didattica è un groviglio, peccato che non possa essere nascosto agli studenti che lo vedono agli sportelli, ma la colpa non è dei colleghi, ma dalla mancanza di chiara definizione delle procedure e divisione delle due filiere dell’area della didattica: carriera studente e offerta didattica. I colleghi sono lasciati alla deriva, con continue incursioni dei docenti nelle questioni e un’assenza della catena gerarchica che si assume la responsabilità di risolvere i problemi, anzi cerca soluzioni diverse per ogni ufficio.

I presidî, hanno funzionato in alcuni casi per la capacità delle persone che vi sono state gettate. Con la nuova organizzazione e il passaggio dalle Facoltà ai dipartimenti post-Gelmini, alcune funzioni rimanevano di fatto orfane e allora ai presidî sono state affidate quelle esigenze amministrative e tecnico-logistiche comuni ai dipartimenti e ad altre strutture che hanno sede nei plessi di riferimento. Il tutto però non è stato governato, monitorato, anzi in verità i presidî sono stati dei catalizzatori casuali di problematiche e in molti casi li hanno risolti, in altri li hanno aggravati. Aggravati perché il presidio per sua natura è un ibrido, non è centro né periferia, nel senso che svolge funzioni periferiche ma in un’ottica centrale, e quindi rischia di generare fraintendimenti con le strutture periferiche, e aggravare la difficile gestione degli aggiustamenti post-Gelmini.

I dipartimenti, come settore ricerca, restano nascosti da un velo e chi vi lavora avanza costante verso un futuro non meglio definito anche se pare che ora dal centro vogliano intervenire sulla progettazione europea formando alcuni colleghi tecnici in proposito. Si saprà solo dopo che avremo il dirigente alla ricerca in salsa DIPINT.

Le biblioteche sono state riorganizzate per aree, ma di fatto poco è cambiato, solo la diminuzione del personale che di anno in anno rende più difficile fornire i servizi ai livelli del passato. Dal centro chi se ne occupa guarda a sé più che al sistema bibliotecario, e la periferia del sistema affronta i problemi.

Il vero nodo dell’organizzazione è che non c’è omogeneità di articolazione e gestione delle procedure fra uffici analoghi. Alcuni Responsabili interpretano il loro ruolo in modo personalistico ed è assurdo che l’Amministrazione centrale avalli questo sistema, supportando singoli responsabili, dandogli incarichi e ruoli, senza che vi sia alcuna valutazione di impatto generale. Le spinte verso scelte discrezionali, sull’articolazione degli uffici, sulla distribuzione dei carichi di lavoro e sulla gestione degli orari di servizio non sono ammissibili. L’organizzazione del lavoro va regolata, coordinata e governata in modo chiaro e trasparente.

Se poi guardiamo come insieme le strutture che abbiamo elencato, vi sono i rapporti fra le stesse, che non sono stati governati. Non si può dire che è la mancanza di dirigenti che produce questa difficoltà di comunicazione e relazione fra le strutture. Qualcuno in quest’Ateneo ha una visione d’insieme? Riesce a vedere il quadro globale? Sopra alle questioni meramente relazionali, vi è poi la gestione degli incarichi. Nel 2012 furono affidati senza alcun avviso pubblico in cui si potesse manifestare interesse per un incarico specifico. I responsabili furono scelti in via discrezionale, illegittimo? No. Inopportuno? Sì.

Ora con la scadenza di tutti gli incarichi al 31 dicembre 2014 e la proroga fino a nuova definizione, non stiamo andando verso una trasparente riassegnazione, che definisce bene quali siano le responsabilità identificate, ma verso assegnazioni a tronconi. Tutto ciò fa supporre una mancanza di visione generale e la risposta ad esigenze del momento, personali, clientelari e di orticelli. Facciamo l’esempio degli incarichi agli EP, categoria ben definita e con numeri ridotti. Pare ovvio che alla base vi sia una scelta per simpatie, basate sulla consulenza del precedente DA (sempre qui fra commissioni di concorso, consulenza sul bilancio e sugli incarichi), e per carriere. Gli incarichi degli EP sono stati pesati nel 2013, quindi si immagina che vi sia una chiara percezione della loro organizzazione, ma la mancanza di trasparenza negli affidamenti,  e nella pubblicazione di bandi getta ombre, anche sul valore della pesatura. Qualcuno ritiene che si possa andare a battere il pugno sul tavolo per avere un trattamento di favore, ma se fosse tutto stato pubblico non sarebbe stato meglio?

La mancanza di trasparenza a chi giova? È questo che ci dobbiamo domandare. Quando non si definiscono chiaramente gli incarichi e le procedure in capo agli uffici, allora si lascia spazio per la discrezionalità. Lo spezzettamento di cui abbiamo scritto sopra permette di affidare anche a persone non responsabili di ufficio incarichi retribuiti, permette di creare un base di consenso da parte dei vertici, dalla direzione generale ai responsabili di divisione a cascata.

La discrezionalità andrà abbattuta, informando i colleghi, e scrivendo meglio i contratti integrativi. Ci si deve domandare perché altri, che sono in possesso dei nostri stessi dati tacciano. Spesso dal vertice in giù si ritiene corretta l’idea che se un collega non sa fare una cosa non è necessario che la impari, basta che vi sia una persona che la sappia fare, ma così si generano figure uniche, ritenute indispensabili, che possono andare a pretendere per la loro unicità il riconoscimento di incarichi retribuiti. In sé questa pulsione non è sbagliata, ognuno è libero di cercare di valorizzarsi e di provarci, ma lo diventa se viene avallata da chi deve decidere. Dirigere una pubblica amministrazione non vuole dire affidare incarichi senza alcuna valutazione d’impatto e di funzionalità. Questo sistema di discrezionalità, questo “mercato” mina le basi dell’Ateneo e genera tensioni, invidie, e alimenta divisione. Possibile che chi dirige l’Ateneo non abbia la forza e la volontà di tagliare con i metodi del recente passato?