Anche i bambini conoscono gli indicatori giusti per le classifiche delle Università

provocatore.jpgSu “UniNews24”, Marco Viola ha analizzato criticamente i dodici indicatori usati dal “Sole24Ore” per le sue graduatorie degli Atenei italiani. Si consiglia la lettura integrale dell’articolo intitolato «Classifica “Sole24Ore”, il bluff degli indicatori», la cui conclusione è: «la graduatoria complessiva offre un’informazione per così dire “tossica” (…) auguriamo ai colleghi del Sole24Ore di guarire dalla malattia delle “classifiche calderone” onde poter discutere di più importanti quesiti.»

Pole l’UniSI permettisi di pareggiare con l’UniPI e l’UniFI? No!

Sole24Ore

Se il sapere divide un Paese (Da: Il Mattino 24 giugno 2014)

Pino Aprile. Quando saranno disponibili, i dati sui danni alle università meridionali causati dal decreto Carrozza serviranno forse solo a misurare la dimensione del disastro. E sarà troppo tardi per rimediare, se non a prezzi e con tempi moltiplicati. Sempre che ce ne sia la volontà. Se si vuole intervenire, bisogna farlo subito, prima che cominci il nuovo anno accademico, perché le conseguenze di quell’infausto provvedimento appariranno chiare alla distanza, ma si producono da subito («Dal momento in cui avveleni i pozzi a quando l’acqua arriva nelle case e la gente comincia a morire, passa un po’ di tempo. A meno che non fermi l’acqua prima che esca dal rubinetto», mi spiega, con una chiarissima metafora, un famoso docente).

I criteri per definire “migliori” le università sono stati concepiti per premiare quelle del Nord (presenza di aziende sovvenzionatrici nel territorio; facilità di lavoro, per i laureati; entità delle tasse pagate dagli studenti), e le università del Sud sono state, così, ulteriormente svantaggiate. Questo le porterà a non poter sostituire i docenti che vanno in pensione, a ridurre i corsi di studio (l’ “offerta formativa”), alzare le tasse per gli studenti. I quali avranno una ragione in più (anzi, tre) per preferire l’emigrazione scolastica o esserne obbligati. Già senza il funesto decreto, in pochi anni, la differenza fra le immatricolazioni al Sud e al Nord è passata da 4 a 14 punti in percentuale; significa che, solo per questo (fra tasse, vitto, alloggio, viaggi), per mantenere i loro figli fuori sede, le famiglie meridionali spendono cifre nell’ordine dei miliardi di euro. Con l’accelerata imposta dal decreto, il salasso da Sud a favore del Nord sarà ancora maggiore e gli atenei meridionali sono destinati a chiudere, prima o poi. «Alcune università del Sud hanno già dovuto alzare le tasse», dice il rettore magnifico dell’ateneo barese, Antonio Uricchio. «Se le cose restano così, tutte saranno costrette a farlo. Noi ragioniamo sulla possibilità di toccarle solo per la fascia più alta di reddito».

Si stanno sopprimendo corsi, magari fra i meno riusciti, per ora; e alcuni fra i migliori professori, sapendo che le possibilità di carriera al Sud vengono ulteriormente ridotte, già si propongono a università del Nord (un docente dei più autorevoli mi racconta che il collega con cui, da oltre vent’anni, conduce ricerche di rilievo internazionale, dopo il decreto-Carrozza ha “fatto le carte” per un concorso a cattedra al Nord. «È bravo, lo vincerà. A quel punto, tutto il lavoro fatto insieme al Sud risulterà prodotto al Nord»).

La nuova ministra, Stefania Giannini, pare intenzionata a occuparsi della faccenda, secondo quanto disse circa un mese fa, in un’intervista al Mattino. Pensai (non fui il solo) che quelle parole fossero solo rassicurazioni ministerial-verbali (non costano niente, perché negarle?). Lo scetticismo riguardava pure l’altro tema toccato in quel colloquio: l’esclusione di poeti e autori meridionali dai programmi di letteratura italiana del Novecento per i licei, incredibilmente voluta dal ministero dell’Istruzione, con “indicazioni” emanate nel 2010 dall’allora ministra e frequentatrice di feste leghiste, Maria Stella Gelmini; incredibilmente, la fatwa contro gli aedi terroni, persino se premi Nobel, Grazia Deledda e Salvatore Quasimodo, fu perpetuata dal successore Francesco Profumo (governo Monti); e ancora più incredibilmente mantenuta dalla ministra Carrozza, Pd (governo Letta). Nella totale indifferenza di ministri, sottosegretari, deputati e senatori del Sud e del Nord; nonostante le denunce del Centro per la poesia del Sud e una mezza dozzina di interrogazioni parlamentari, l’ultima solo pochi giorni.

La ministra Giannini, nell’intervista al Mattino, si impegnò a intervenire su questa faccenda e sul decreto per (contro?) l’università, dopo essersi meglio informata. Si può dire che «sì, vabbe’…» fu il commento più sentito? Poi arrivano le tracce dei temi d’italiano per gli esami di Stato e ci troviamo sia Deledda che Quasimodo (che, salvo iniziative private di docenti o allievi, non figurano nel programma di studio suggerito dal ministero). No, dai! Ci togliete anche l’ultima certezza. Ovvero che i ministri dicono le cose, ma non puoi anche pretendere che le facciano! La presenza di entrambi gli autori-esclusi-e-premi-Nobel-meridionali esclude che sia un caso. Così, ora chino il capo, cospargo la pelata di cenere e chiedo scusa alla ministra per non averle creduto (ho le attenuanti, però, per i precedenti appena elencati). Quindi, per il prossimo anno scolastico, ci aspettiamo (e sono annunciate) “indicazioni per il curricolo” che riportino nei programmi e nei libri di liceo poeti e scrittori terroni del Novecento. Ma se tanto mi dà tanto, ci dobbiamo attendere che Stefania Giannini mantenga anche quanto detto a proposito dell’università? Quel decreto comporta spese più alte per gli studenti meridionali (e il reddito pro capite del Sud è il 56 per cento di quello del Nord); l’impoverimento della quantità di corsi di studio e della qualità (brutto, ma bisogna dirlo) dei docenti, perché i migliori migrano dove anche le opportunità loro offerte sono migliori (specie se diventano molto migliori). Fermare gli effetti di quel decreto è opera elementare di giustizia ed equità. Con quello che abbiamo visto in 150 anni, a danno del Sud, soprattutto negli ultimi venti a trazione leghista, non è il caso di illudersi. Se il criterio di eccellenza resta la latitudine, non il Sud, il Paese è spacciato. Online, mi sono impegnato a portare i fiori alla ministra, se a quel suo annuncio di possibile revisione seguiranno fatti. E molti si son detti pronti a fare altrettanto. Siamo ormai a fiori e opere non “di bene”, ma “per bene”, perché non si chiede un favore, ma il ripristino di un violato diritto allo studio. Di non essere condannati a emigrare anche per questo.

Riccaboni non prende più schiaffi ma cazzotti

ImpaludataUnisi

Per quel che accade all’università di Siena, a indignarsi sono gli estranei all’ateneo, come il Dr. J. Iccapot, che ha scritto il seguente articolo, ripreso integralmente dal suo blog. Non è la prima volta che Iccapot bacchetta, a ragione, l’università di Siena. Ma in questa occasione manifesta  con decisione «forte fastidio, frustrazione e rabbia» dopo aver consultato il sito di Unisi alla ricerca di informazioni che non è riuscito a trovare.

Unisi e la Comunicazione (Da: My BOG – La mia palude, 29 maggio 2014)

Dr. J. Iccapot. Lo ammetto, qualche volta ho difficoltà a muovermi in un sito web, non capisco né come sono raccolte le informazioni né come si debba navigare per trovare quello che si cerca, e questo mi dà una sensazione di forte fastidio e mi provoca frustrazione e, contemporaneamente, rabbia.

Mi è successo proprio in questi giorni, pensate un po’, ancora una volta sul sito dell’Università di Siena: cercavo informazioni sugli adempimenti burocratici per presentare una tesi di laurea; ci ho perso del tempo e poi ho spedito la persona che mi aveva fatto la richiesta allo sportello della segreteria della sua facoltà, perché davvero non sono riuscito a cavarne i piedi.

Mah!, sarà l’età, sarà che navigo su Internet solo da venti anni (be’, ventidue, se vogliamo essere pignoli), sarà che la Graphic User Interface è un oggettino delicato (eppure ho partecipato anche a progettarne alcune), insomma, questa mia esperienza con UNISI mi ha davvero infastidito.

Il sito è pulito, graficamente lineare, progettato ex-novo da non molto ma i dati che cercavo non li ho trovati!

Mi sono messo allora a sfogliare un po’ di pagine, per vedere quale sia l’attuale offerta formativa dell’Università. Nella pagina relativa ai corsi di studio ho curiosato tra le lauree triennali (una specie di ‘super-liceo’ o di laurea ‘zoppa’, a mio modo di vedere) e sono atterrato nella pagina dedicata al corso di Laurea in Comunicazione, Lingue e Culture. Qui, navigando tra i vari piani di studio, ho prima di tutto aperto i link alla bibliografia consigliata (non sempre indicata…), per orientarmi un po’ visto che i nomi dei docenti (non me ne vogliano!), non mi dicevano assolutamente nulla, per via della mia estraneità al mondo universitario; mi ha preoccupato vedere inicati, talvolta, solo libri scritti dal docente del corso stesso.

Offerta Formativa

Poi ho dato una rapida scorsa agli obiettivi formativi: qualche riga riassuntiva in grado di dare un’idea generale di ciascun corso.

Quando sono arrivato a leggere quali fossero le “Competenze attese” proprio nella pagina relativa al corso di laurea su cui mi ero soffermato, allora mi sono trovato davanti a un testo particolarmente lungo, dove si usa come soggetto delle frasi “i laureati” quando sarebbe stato più opportuno riferirsi a “gli studenti” [I laureati dovranno acquisire una conoscenza avanzata…], dove si spande a piene mani il verbo “dovere” e si salta tra il tempo presente e il futuro in maniera che mi è sembrata fastidiosa, per non dire nulla del fraseggio usato, nel complesso un po’ pesante.

Scorrendo queste righe, l’occhio è stato attratto magneticamente da una serie di errori di scrittura (svoglimento invece di svolgimento, cdl invece di C. D. L., risolverendone invece di risolvendone, nonchè invece di nonché, l’aborrito e/o,…) e, soprattutto, da un marchiano: ComprenZione, tutti errori che sono un pugno in un occhio in una pagina che cerca di “vendermi” COMUNICAZIONE, LINGUE E CULTURE.

Comprenzione

Sì, è Siena

Un regolamento per chi, nonostante il dissesto, ancora ci crede in un avanzamento di carriera nell’Università di Siena

Riccaboniridens1Rabbi Jaqov Jizchaq. Scrive il Rettore: «in questi stessi giorni viene inviato ai consiglieri di amministrazione e ai componenti del Senato e ai direttori di dipartimento la bozza del Regolamento per la chiamata dei professori di prima e seconda fascia». Vuol dire che nel giro di un paio d’anni chiameranno un paio di dozzine di professori. Che forse nel giro di cinque o sei anni diventeranno una cinquantina. Ma, attenzione: verosimilmente la maggior parte saranno semplicemente avanzamenti di carriera, eccetto una percentuale che per legge deve essere riservata agli esterni. Dunque, di fatto entreranno in tutto forse una quindicina di professori nuovi e gli altri saranno avanzamenti (se qualcuno possiede stime più esatte, lo pregherei di fornirle). A fronte di oltre cinquecento che nel frattempo se ne sono andati, come già detto, un po’ a casaccio, lasciando scoperti molti insegnamenti e interi settori disciplinari, provocando falle nei “requisiti di docenza” che hanno determinato e determineranno il mancato accreditamento dei corsi di studio, annichilendo ulteriormente la già dimezzata offerta formativa, rendendola ancor più raffazzonata e poco attraente. Non so come saranno ripartiti questi pochi concorsi, ma lascio le conclusioni alla fervida fantasia del lettore.

Qui vorrei solo riproporre (vox clamans) un interrogativo che finora non ha trovato risposta. L’università di Siena è stata l’epicentro di un autentico terremoto: per colpe tutte locali, la crisi qui ha colpito più che altrove; usando una metafora, dopo il terremoto alcuni edifici (pochi) non hanno subìto danni consistenti, perdendo giusto qualche calcinaccio e qualche tegola; altri hanno subìto danni più gravi e sono inabitabili; altri ancora sono venuti giù completamente. I pochi posti che da qui a qualche anno saranno messi a concorso serviranno giusto a rifare gli intonaci, sistemare qualche tegola o qualche travicello, ma non risolveranno il problema degli edifici fortemente danneggiati, né di chi ci abitava: della cui sorte evidentemente, nel clima delle recenti euforie ci si dimentica facilmente. Vogliono abbattere questi edifici? Provvedano dunque a spalare le macerie e sistemare gli evacuati! Quali edifici vogliono restaurare? Quali consolidare e ampliare? Questo sarebbe parlare di “università”: il resto è politichetta.

Sono passati quasi sette anni e le competenti autorità non si sono risolte a prendere alcuna decisione sul “che fare?”, ossia a delineare, a prospettare il nuovo volto dell’ateneo, trovando una soluzione per i settori che oramai non si ritiene opportuno o vantaggioso restaurare (come ho suggerito ad nauseam, per questi non esiste una soluzione localistica, ma regionale ed interateneo). L’interrogativo appare più pressante proprio adesso che si ricomincia a parlare, sia pure in termini virtuali ed infinitesimali, di concorsi. L’ANVUR, il VQR esigono prestazioni da superstar di Harward o di “Ossforde”, ma si rendono conto in che clima e in quali situazioni operano le persone? Ritengo inutile andare oltre questa rappresentazione metaforica, precisando quanti e quali sono gli edifici disastrati e a ciò rimando ai precedenti messaggi: chi vuol capire, capisce.

Come misura della distanza fra le parole e le cose dico solo che mi ha colpito che, mentre le competenti autorità continuano a biascicare litanie sulla “capitale europea della cultura”, sia giunta la notizia dello smembramento della biblioteca che fu della già defunta Facoltà di Lettere e Filosofia, ossia di uno dei più importanti presìdi culturali di questa città.

Chi ha contrastato il groviglio armonioso perché, oggi, dovrebbe accettare il Mangia d’oro?

MangiadoroIl Mangia e i Tafazzi di Siena (Corriere Fiorentino 17 maggio 2014)

Daniele Magrini. Anche per il 2014, come già era accaduto lo scorso anno, Siena il 15 agosto prossimo non assegnerà il Mangia d’Oro, il suo personalissimo «scudetto» a un senese che abbia dato lustro alla città. Entro il tempo scaduto mercoledì sera, infatti, non si è proceduto a nessuna designazione per il prestigioso riconoscimento che veniva consegnato, fino al 2012, nel giorno dell’Assunta, alla vigilia del Palio di agosto. Squillavano le chiarine, prima nel Teatro dei Rinnovati e poi in quello dei Rozzi; gli insigniti ricevevano il premio con al collo il fazzoletto della Contrada. E davanti a una platea ribollente di passione civica ed emozioni forti, si celebrava il premio più classico della senesità. Da due anni, dopo i grandi scandali cittadini, tutto questo non c’è più. Siena vive la sua crisi profonda, in attesa di riveder le stelle, abiurando anche il suo Premio amato. Nessuno viene ritenuto meritevole, neppure per quei premi graditissimi, da tanti senesi magari in poca luce, ma onesti e specchiati, che venivano celebrati con le medaglie di riconoscenza civica. Niente. La città depredata dai potenti, non riesce più neppure ad assegnare un premio ai propri cittadini. Si capisce anche da questo che il trapasso da una classe politica e dirigente che ha fallito a quella del rinnovamento, attende ancora di giungere ad approdi visibilio almeno percepibili. Il sindaco Bruno Valentini ha spiegato al Corriere di Siena: «Niente Mangia se non ci sono figure eccezionali». In città e su Facebook, impazzano i commenti: perché negli anni della «Siena da bere», tutti gli insigniti erano eccezionali davvero? Nel mirino, soprattutto il Mangia d’oro assegnato nel 2004 a Ferdinando Minucci, ora ai domiciliari per l’operazione Time out. Così, Siena città saccheggiata di tutte le sue risorse, punisce se stessa e tutti i suoi «figli», ed elimina per il secondo anno consecutivo anche il Mangia. Ma se l’eccezionalità si va cercando, notano in molti, eccezionale è senz’altro chi negli anni del groviglio armonioso aveva previsto tutto quello che poi è accaduto, chi ne è stato distante – sfiorando l’eresia – e lo ha contrastato. In quegli anni, ora è facile. E allora perché non avere il coraggio di premiare questa eccezionalità? Oppure, dicono altri: quest’anno si assegnino solo le medaglie di riconoscenza civica, per cominciare a ritrovarsi, come comunità, insieme nel giorno dell’Assunta per onorare cittadini specchiati. Che non saranno eccezionali, ma esempi positivi per ripartire. E poi non si dica ogni anno che a Siena non c’è nessuno da premiare. Che non è mica una bella pubblicità, mentre la città corre per la Capitale europea della cultura. Non si arrivi ogni anno alla scadenza, «taffazzandosi». Non è tanto questione di regolamento da cambiare. È che la classe dirigente della città, come l’hanno voluta prima, era complessivamente fatta – salvo mosche bianche – solo di fedeli e non di uomini «eccezionali». Ora siamo in una fase di transizione. In mezzo ad un guado fatto di aspirazioni e speranze, ma anche di timori e titubanze, che coinvolge anche il Concistoro del Mangia che riunisce le istituzioni cittadine comprese le Contrade. Nell’attesa di concludere la traversata, intanto si potrebbe dire oggi, che il Mangia verrà riassegnato, per esempio, nel 2016. Magari assegnato ogni tre anni. Ma da quest’anno potrebbero tornare le medaglie della riconoscenza civica. Per contribuire a ridare un po’ di ossigeno ad una città smarrita, depredata proprio quando il Mangia veniva assegnato.

Il bricolage genetico è servito

Erwin Chargaff

Erwin Chargaff

Dopo la notizia di Nature sulla creazione del primo organismo vivente con un Dna semisintetico in grado di replicarsi, ritornano attuali le riflessioni di Chargaff pubblicate su Science nel 1976.

Il pericolo di un pasticcio genetico (On the dangers of genetic meddling, Science, vol. 192, pagg. 938-940, 1976)

Erwin Chargaff. Il tentativo recentemente intrapreso di far gustare al pubblico il bricolage genetico, pone un curioso problema. I National Institutes of Health (NIH) si sono lasciati coinvolgere in una controversia (probabilmente perché qualcuno li ha pregati di stabilire «linee direttrici»), in cui non hanno proprio nulla da cercare. Forse, si sarebbe dovuto rivolgere una siffatta richiesta al dipartimento della giustizia, il quale, però, dubito che si sarebbe occupato dei problemi di una biologia molecolare colposa.

Anche se non credo che un’organizzazione terroristica abbia mai chiesto alla polizia federale di emanare direttive riguardanti l’esecuzione corretta di esperimenti con esplosivi, sono sicuro del tipo di risposta: dovrebbero mantenersi estranei a qualsiasi azione illegale. Ciò rientra anche nel caso di cui intendo ora parlare: nessuna cortina fumogena e nessun laboratorio di sicurezza del tipo P3 o P4 possono esimere il ricercatore dalla colpa, se ha recato danno a un suo simile. Devo riporre le mie speranze nelle donne delle pulizie e negli addetti agli animali impiegati nei laboratori a giocherellare con i DNA ricombinanti, o nel legislatore che deve ravvisare un’occasione d’oro nella possibilità di perseguire le pratiche biologiche illecite, e nelle corti d’assise che disdegnano dottori di ogni tipo.


Nell’esecuzione della mia impresa donchisciottesca – una lotta contro mulini a vento muniti di laurea in medicina – comincerò con la follia principale, cioè con la scelta dell’Escherichia coli come ospite. In tale contesto vorrei citare una definizione contenuta in un prestigioso manuale di microbiologia: «L’Escherichia coli viene indicato come il “bacillo dell’intestino crasso”, perché è la specie predominante in quel tratto dell’intestino». In realtà noi ospitiamo molte centinaia di diverse varianti di questo utile microorganismo, responsabile di poche infezioni, ma forse del maggior numero di lavori scientifici che qualsiasi altro organismo vivente. Se gli uomini del nostro tempo si sentono chiamati a produrre nuove specie di cellule viventi (specie che il mondo non ha probabilmente mai visto dagli inizi della sua esistenza), perché scegliere proprio un microorganismo che da gran tempo è convissuto con noi in rapporti più o meno felici? La risposta è che noi ne sappiamo di più sull’Escherichia coli che su qualsiasi altro essere vivente, inclusi noi stessi. Ma questa è una risposta valida? Prendetevi tempo, fate con diligenza le vostre ricerche e ricaverete alla fine molte cose su microorganismi che non possono vivere nell’uomo e nell’animale. Non c’è fretta, non c’è per niente bisogno di avere premura. A questo punto, molti colleghi mi interromperanno assicurandomi di non poter aspettare più a lungo, di avere una fretta incredibile di aiutare l’umanità sofferente. Orbene, senza mettere in dubbio la nobiltà dei loro motivi, devo dire che, per quanto io sappia, nessuno ha mai presentato un progetto chiaro di come preveda di guarire tutto, dall’alcaptonuria alla degenerazione di Zenker, per non parlare del modo con cui intende migliorare e sostituire i nostri geni. Ma schiamazzi e vuote promesse riempiono l’aria: «Non volete in fin dei conti avere un’insulina a buon mercato? Non vi piacerebbe vedere il grano prendere il suo azoto direttamente dall’aria? E non sarebbe bello se la verde umanità potesse preparare il suo cibo mediante fotosintesi: dieci minuti al sole come colazione, trenta minuti per il pranzo e un’ora per la cena?». Bene, forse sì, forse no.

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Orgoglio senese con requiem per l’università

Orgoglio5stelle

E Riccaboni continua a prendere schiaffi: questa volta dagli studenti!

Walter Chiari e Carlo Campanini: «Vieni avanti, cretino!»

Walter Chiari e Carlo Campanini: «Vieni avanti, cretino!»

Anche a Camerino, dove mi trovo in questi giorni, sorridono per le gaffe del rettore dell’Università di Siena. Ma come, non lo sa che siamo in campagna elettorale?

Link Siena e Dimensione Autonoma Studentesca. Oggi presso l’Aula Franco Romani dell’ex-Facoltà di Economia si sarebbe dovuto tenere un incontro intitolato “nice to meet you” con lo scopo di avvicinare gli studenti al parlamento europeo. L’on. Sassoli, europarlamentare del PD, era stato chiamato a presenziare all’evento. L’on. Sassoli è stato tra i parlamentari europei che hanno affossato la discussione della risoluzione Estrela lo scorso dicembre, risoluzione che si proponeva principalmente di promuovere un’educazione sessuale adeguata per bambine e bambini, stimolare attivamente la prevenzione di gravidanze indesiderate e garantire un accesso equo alla contraccezione e all’aborto sicuro e legale in un’ottica di lotta alle discriminazioni di genere. Il testo avrebbe anche rappresentato un ulteriore invito del Parlamento Europeo agli Stati membri a evitare ogni discriminazione legata all’orientamento sessuale, l’identità di genere e l’espressione di genere e a promuovere i diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e intersessuali (LGBTI). Si sottolineava, tra le altre cose, che “la sterilizzazione forzata od obbligatoria di qualunque persona rappresenta una violazione dei diritti umani e dell’integrità fisica di tali individui” con riferimento anche alle persone transessuali e invitava gli Stati membri ad abrogare le leggi che la impongono. Sassoli fa parte del Partito Socialista Europeo che da mesi sta portando avanti le ormai troppo note politiche di austerity, che, con il miraggio del raggiungimento del pareggio di bilancio, impongono lo smantellamento dello stato sociale, dei servizi pubblici, dell’istruzione e della sanità, con i dannosissimi effetti che possiamo osservare in tutta Europa.

Ma David Sassoli fa parte anche di quel partito (PD) attualmente al governo, che pochi giorni fa ha varato il decreto Poletti, noto anche come Jobs Act che di fatto, con la cancellazione della causale dai contratti a termine e consentendo innumerevoli proroghe del contratto, rende le lavoratrici ed i lavoratori precari per tutta la vita. Oggi nell’Aula Franco Romani abbiamo contestato la presenza di un onorevole, esponente di un partito che sta avallando la distruzione dei diritti civili come il diritto alla salute, a un lavoro utile e dignitoso, all’accesso ai servizi pubblici e a un’istruzione pubblica. Abbiamo anche contestato che in periodo di campagna elettorale venga usata un’aula di un’università pubblica per fare lo spot per le elezioni: ricordiamo che l’on. Sassoli è ricandidato alle Europee per il Partito Socialista Europeo. Come studentesse e studenti facenti parte della comunità accademica di Siena crediamo che l’organizzazione di tali iniziative in questa fase sia inaccettabile. Difendiamo l’università pubblica dalla strumentalizzazione politica e dall’intervento di personaggi che rappresentano un partito che con l’ultima scure del taglio di 15 milioni all’università sta contribuendo alla definitiva privatizzazione del sistema universitario. Eravamo presenti oggi. Ci saremo ancora.

Quando Giovanni XXIII parlava agli scienziati del sistema periodico degli elementi

Erwin Chargaff

Erwin Chargaff

Nel giorno della canonizzazione di Giovanni XXIII, un breve ricordo del papa fatto dal grande ricercatore Erwin Chargaff nel 1979, diciotto anni dopo l’incontro.

Erwin Chargaff. (…) E che dire delle visite proustiane ai papi? Ne ho visti due da vicino, prigionieri delle pieghe irrigidite di un ufficio impossibile: essere insieme luogotenenti e ragionieri di Dio in Terra, direttori di una banca teocratica di investimento con una vista obbligata sull’eternità. La prima volta, a Castel Gandolfo, assistetti a un’allocuzione del pontefice a un gruppo di ematologi miscredenti, che con gli scatti delle loro macchine fotografiche sovrastavano le cadenze armoniose del discorso. Pio XII, nella sua bianca veste, un monumento di manierismo, scandiva con le sue belle mani dalle dita affusolate, il ritmo di una spossatezza sublime: il santo più elegante che il mondo abbia mai visto, come se un Francisco de Zurbarán avesse d’un tratto prodotto un capolavoro di bondieuserie. Ciò deve essere avvenuto nel 1958. Che atmosfera diversa, tre anni più tardi, con Giovanni XXIII, il papa gradito a tutto il mondo, esclusi i prelati. L’opportunità di incontrarlo mi fu offerta da un piccolo simposio sulle macromolecole biologiche, organizzato dall’Accademia pontificia delle scienze in coincidenza di una delle sue regolari riunioni. Fu un piccolo convegno, uno dei più gradevoli a cui abbia partecipato; il tipico atteggiamento italiano nei confronti delle scienze si manifestò nel suo modo migliore, come se la riunione si fosse tenuta sotto gli auspici di Spallanzani o Malpighi, Volta o Galvani: assoluta disponibilità e cortesia, senza le durezze che caratterizzano la nostra epoca. Una lieve, ironica mestizia si effondeva tra le graziose colonne di un padiglione rinascimentale: il Casino di Pio IV, eclettico capolavoro di Ligorio, in cui si svolgeva il convegno, nobilitava anche i contributi più rozzi; ma ancor meglio si stava nel bel cortile ovale, davanti al colonnato, nella pallida luce solare di una giornata di tardo autunno. Il sole al di sopra del piccolo edificio, un sole più saggio degli altri, aveva visto tutto, anche l’immortale Sibilla Cumana, che voleva morire. (…)

Alla fine del convegno Giovanni XXIII avrebbe dovuto dare udienza agli ospiti, ma si ammalò e il ricevimento fu disdetto. Tre giorni più tardi, stando meglio, fece invitare i partecipanti al convegno ancora presenti a Roma. I castori più zelanti erano già tornati in tutta fretta ai loro argini e alle loro costruzioni, così il gruppo che si raccolse nel Palazzo del Vaticano fu molto esiguo: alcuni membri dell’accademia e qualcuno di noi meno abbiente. Bastò una saletta con sei-otto file di posti, i membri dell’accademia erano in frack: Otto Hahn, già ottantaduenne e di salute molto cagionevole; Leopold Ruzicka, che si inginocchiò baciando l’anello al papa e alcuni altri. Quanto a me, ero seduto in terza fila e potevo vedere tutto da vicino. L’uomo tarchiato, in là con gli anni, con un volto insolitamente bonario e occhi un po’ buffi di contadino, non era un attore. Sistemando con disinvoltura il bianco zucchetto che spesso gli scivolava da una parte, il papa parlava correntemente in francese con un forte accento italiano. Non intendeva, ci disse, tenere un discorso preparato, ma preferiva richiamarsi ai suoi primi giorni di liceo, quando studiava le scienze naturali, ed ebbe particolari parole di lode per quello che egli definì «il nobile sistema periodico degli elementi». C’è chi deride ciò che i vecchi raccontano, altri li ascoltano volentieri tornare agli anni lontani della giovinezza, levigando per un troppo breve attimo le rughe del tempo e del declino. Io sono di questa specie e la voce del vecchio papa che ci raccontava del tempo quando era bambino e ragazzo non mi è ancora uscita dalle orecchie.

Siena: il rettore sempre teso

Molti rinfacciano ad Angelo Riccaboni, rettore dell’Università di Siena, di non aver saputo approntare un piano di risanamento dei conti. Ma come poteva! … se aveva le mani legate? Gli rimproverano di non aver pagato il salario accessorio al personale tecnico e amministrativo. Ma come poteva! …se aveva le mani legate dal Collegio dei Revisori dei Conti? Lo criticano per il mancato sviluppo dell’Ateneo! Ma come poteva! …se non gli permettono la sospensione delle rate dei mutui per cinque anni? Lo biasimano perché non rispetta il codice etico varato dall’ateneo, che mira ad escludere le situazioni nelle quali si potrebbero creare conflitti d’interessi. Ma come poteva! …se il rettore tiene famiglia? Gli ricordano che la “sostenibilità” è ormai uno slogan vuoto senza alcun risultato pratico. Ma non è vero! …come dimostra la raccolta dell’acqua piovana al Polo Scientifico di San Miniato! Lo censurano per non essere riuscito ad alienare alcun immobile! Ma come poteva! …se gli impediscono di costituire un Fondo immobiliare con l’individuazione di intermediari specializzati e la sottoscrizione, da parte dell’Ateneo, di quote da collocare presso investitori? Accusano il rettore di non essere pienamente legittimato a causa del rinvio a giudizio degli indagati per irregolarità nella sua elezione! …Ma che deve fare, dimettersi? In fondo, non sussiste alcuna richiesta di rinvio a giudizio che lo riguardi, nell’ambito dell’inchiesta relativa alla sua elezione a rettore!

Articolo pubblicato anche da: Il Cittadino Online (24 aprile 2014) con il titolo: «Il rettore e quello che “non può fare”».