Cattiva maestra università. Siena: ateneo e banca un trench double-face con le toppe.

UnisiMPS

Siena/ Riflettori accesi sul Tribunale, le piazze, il Monte (e le nuove tegole per Mussari)
ilmondo.it anticipa le prossime tappe dello scandalo Mps. Oggi il pm potrebbe chiedere il rinvio a giudizio dell’ex presidente per la vicenda dell’aeroporto cittadino. Attesa per Grillo e Oscar Giannino

Mps/ Alexandria: spunta il giallo della scoperta ritardata
Mentre Siena si prepara al meeting dei soci da cui uscirà il via libera al salvataggio del Monte, ilmondo.it ha scoperto che i nuovi vertici sostengono di aver trovato il contratto esattamente il giorno dopo la precedente assemblea

Broker coreani e svizzeri, i misteri di Alexandria
Le manovre dell’area finanza, l’audit e le verifiche del collegio sindacale – Paolo Mondani
Corriere della sera.it

Università di Siena: u’ chiachill’ e il “grande vecchio”

Angelo Riccaboni e Luigi BerlinguerI peccatucci del “saggio” Berlinguer (il Giornale 20 gennaio 2013)

Gian Marco Chiocci. Lui è San Luigi Berlinguer da Sassari, cugino di Enrico, presidente del comitato dei garanti del partito di Bersani. Il più saggio tra i saggi. Il Potentissimo della città del Palio. Che qualche scivolata ha consegnato lui stesso ai posteri. 
Il primo incarico serio è Siena, dove arriva giovane esponente Pci per rappresentare il partito negli organi di controllo di Monte dei Paschi, la banca rossa oggi nel baratro e sott’inchiesta a causa dell’acquisto stratosferico di Antonveneta nel cui Cda c’è andato giust’appunto a finire il figlio Aldo, detto Aldino, carriera lampo universitaria (oggetto di interrogazioni parlamentari) con impiego saltuario financo nell’ateneo di Siena dove il papà fu in precedenza rettore prima di diventare ministro. Ai detrattori senesi, e non, è venuto spontaneo malignare sulla coincidenza della presenza del primogenito nel board della banca del Nord-Est e la successiva candidatura del babbo proprio in quell’area piena degli sportelli dell’istituto veneto quando, nell’aprile del 2009, Luigi si candidò alle Europee. Povero Aldo, e povero genitore, bersagliati dai pettegolezzi per l’inchiesta sull’aeroporto di Siena ad Ampugnano (dov’è indagato Mussari, presidente dell’Abi, ex presidente Mps) visto che il non indagato Aldo sedeva impropriamente nel Cda, come ricorda quest’informativa congiunta del 14 luglio 2010 Carabinieri-Finanza: «Il 30 maggio 2007 il Cda dell’aeroporto di Siena aumenta da 6 a 8 i propri consiglieri in dispregio al decreto Bersani che prevede un massimo di 5 consiglieri pubblici comprensivi per le società partecipate (…). Questo fu fatto anche per meglio rappresentare la nuova composizione con la quota privata notevolmente più influente rispetto alla pubblica: su rimostranze del comitato contro l’ampliamento dell’aeroporto, nel 2007 il Cda della società – continua l’informativa – fece dimettere Aldo Berlinguer (figlio del più noto Luigi, già ministro) così riportando l’organo sociale alla forma legale».

Le «colpe» dei figli non possono certo ricadere sui padri, che nel caso di Luigi qualche «colpa» nel dissesto senza precedenti dell’università senese sembra però averla stando a quanti addebitano alla sua gestione una parte di responsabilità nella voragine di bilancio (270 milioni di euro di debiti) emersa nel 2008. Quando scoppiò il bubbone governava il rettore Silvano Focardi, subentrato al professor Piero Tosi, Magnifico delfino designato da Berlinguer, poi sollevato dall’incarico a margine di un’inchiesta della magistratura. Proprio Tosi con un blitz si rese protagonista della ri-assunzione del pensionato Berlinguer intenzionato, disse più d’uno, attraverso il passaggio accademico, a diventare giudice costituzionale. E proprio per rendere più celere il transito l’Ateneo ordinò 300 volumi dal titolo «Tra diritto e storia, studi in onore di Luigi Berlinguer». Nessun atto aveva autorizzato la spesa, a scandalo esploso l’editore Rubbettino non venne pagato. Fece causa, e dopo anni ha finalmente intascato il dovuto. 
Tra le contestazioni più feroci a don Luigi, oltre alle assunzioni di massa nell’organico tecnico amministrativo e di docenti, le consistenti spese «edilizie», l’Inpdap non pagato, i tanti, troppi, soldi spesi in occasione dei faraonici festeggiamenti per i 750 anni di fondazione dell’Università (8 miliardi di lire a fronte del miliardo iniziale). E che dire delle «pressioni» fatte sul ministro Gelmini affinché firmasse il decreto di nomina dell’attuale rettore amico Riccaboni. Intercettato il 3 novembre 2011, Berlinguer si informa con Riccaboni sullo stato delle indagini e spiega che «tutto ciò non può bloccare la nomina del nuovo Rettore». 
La Gelmini, dice, è critica sul futuro dell’università di Siena in relazione ai bilanci. «Devi tenere un atteggiamento soft col ministro». Alla fine l’ok della Gelmini arriva ma con più di una riserva collegata all’esito dell’inchiesta che il prossimo 22 febbraio vedrà la commissione elettorale dell’università rischiare il processo davanti al gup per irregolarità nell’elezione di Riccaboni, proprio lui, il rettore «sponsorizzato» dal garante Pd.

Sullo stesso argomento:
– Francesco MerloL’importanza di chiamarsi Berlinguer (Corriere della Sera, 19 maggio 1996).
– Francesco SpecchiaBerlinguer critica i nepotisti ma si dimentica del figlio (Libero, 30 novembre 2010).
– Giovanni Grasso. E c’è chi entra in Università, ne esce andando in pensione e poi ci rientra (Il senso della misura, 16 marzo 2011).
– Giancarlo MarcottiMa quanto è bravo Aldo Berlinguer (Borsa Forex Trading Finanza, 30 settembre 2011).
– Tommaso Strambi. Dal diritto settecentesco sardo all’olimpo dell’Università (La Nazione Siena, 27 gennaio 2012).

L’università di Siena è nel baratro? Contenti, altri atenei ci seguiranno!

Unisinelbaratro

Angelo Riccaboni. Il nostro Ateneo ha terminato una delicata prima fase di risanamento, che ha portato l’Università di Siena ad avere situazione finanziaria simile a quella di altri atenei. Ora inizia una nuova fase nella quale tutte le Università pubbliche saranno messe in grave difficoltà dalle criticità della finanza pubblica.

Rabbi Jaqov Jizchaq. Insomma, è stata dura, ma si può ben dire che il meglio è alle nostre spalle: eravamo sull’orlo del burrone, ma poi abbiamo ricevuto una valida spinta. Soggiungerei che se qualcosa potrà andar peggio, senz’altro lo farà. Visto che la “criticità” della finanza pubblica e la progressiva deindustrializzazione del paese (che è ben più di un dato recessivo meramente congiunturale) non lasciano sperare in un radioso avvenire in cui ricomincia a piovere la manna dal cielo, da parte dello stato o fors’anco dell’impresa, diviene sempre più pressante la richiesta di un serio piano di risanamento che partendo proprio da questa constatazione, non rimuova psicoanaliticamente i problemi di cui al mio precedente post.

Federico Vercellone. Come tutte le operazioni pletoriche anche questa è fallita. In assenza di un chiaro orientamento relativo al peso e al significato dell’istruzione universitaria nel nostro Paese, si sta così giungendo all’implosione delle strutture. L’impressione complessiva è che in realtà si volesse ottenere una cosa sola: tagliare i costi.

Rabbi Jaqov Jizchaq. Bisognerebbe avere il coraggio di parlare italiano e dire ciò che relmente si pensa, ovvero: “scordatevi per sempre l’ateneo “generalista”: fine dell’utopia sessantottesca”, essendo questo, a forza di spremere le leggi, il contenuto delle sedicenti riforme degli ultimi anni; ma ciò non esime le competenti autorità dal pensare in chiave strategica ad un diverso assetto del diritto allo studio e della ricerca, alla salvaguardia di competenze scientifiche e tecnologiche, alla presenza sul territorio di robusti presidi in ordine alla ricerca scientifica, pura ed applicata (non amo neanch’io la classificazione “umanistico” vs “scientifico”), ascendendo ad una visione che magari oltrepassi le colonne d’Ercole di Poggibonsi e i dogmi del neofeudalesimo incarnato dalla cosiddetta “autonomia universitaria”.

Federico Vercellone. La determinazione di criteri molto selettivi per il reclutamento che privilegino i settori di eccellenza con l’intento di limitare così anche la «fuga dei cervelli» la determinazione di criteri molto selettivi per il reclutamento che privilegino i settori di eccellenza con l’intento di limitare così anche la «fuga dei cervelli».

Rabbi Jaqov Jizchaq. A parte che parlare di “reclutamento” qui è come parlare di corda in casa dell’impiccato, giacché, nonostante le massicce uscite di ruolo, di assunzioni non ve ne sono, alle viste, se non in numero infinitesimo. Si è parlato improvvidamente di “rivoluzione” a proposito delle recenti riforme; ma le rivoluzioni vere, com’è noto, non sono un pranzo di gala: il facimmo ammuina del frenetico spostare cose da qui a lì e poi di nuovo da lì a qui, non ha molto di rivoluzionario. La tendenza degli ultimi anni, indotta dalle leggi nazionali come dai comportamenti locali poco virtuosi, salvo meritorie eccezioni, lungi dal perseguire l’eccellenza, sembra che semmai sia stata quella di favorire lo sputtanamento totale, perpetrato con palpabile disprezzo: livelli specialistici aboliti, dottorati cancellati o esistenti solo nominalmente, accorpamenti voluttuosi con conseguente profilo bassissimo dei corsi di laurea, a causa di piani di studio inevitabilmente aggrovigliati e dell’impossibilità di “verticalizzare”: cosa volete “rivoluzionare”? L’autonomia universitaria sta al dissesto finanziario dell’università, come le regioni stanno al dissesto finanziario dello stato, ma qui non siamo boni nemmeno ad abolire le province e quanto all’università, stiamo a cincischiare di frivolezze, come certi damerini della corte di Luigi XVI, ignari che per i loro colli già si affilava la lama del “rasoio nazionale”. Di quale “meritocrazia” andate cianciando, se qui il problema al centro del dibattito politico è “l’esubero dei docenti”, per quanto latiti la consapevolezza che la fuoriuscita di decine e decine di professori rende la situazione di molti comparti ben poco “esuberante”? Disfatti i corsi di laurea, soppressi vari settori disciplinari, il problema sarà, non già come favorire la meritocrazia, bensì come disfarsi dei ricercatori. Un piano di risanamento reale temo che debba prendere in considerazione i problemi, realmente “di carattere strutturale”, con i quali molto umilmente vi ho tediato, proponendo soluzioni eventualmente migliori delle mie, se ve ne sono, ma senza nascondere la testa sotto la sabbia: lusso che può consentirsi solo chi ha le natiche al caldo, la pensione certa e magari imminente.

Tra inefficienza e approssimazione, l’università italiana sull’orlo del baratro

VercelloneFedericoUniversità, come rimediare al disastro (La Stampa 15 gennaio 2013)

Federico Vercellone. La ricerca e dunque l’università languono in Italia in una situazione angosciosa. I maggiori Paesi europei e gli Stati Uniti non hanno diminuito in modo significativo, per via della crisi, i finanziamenti per la ricerca, ritenendola funzionale allo sviluppo e alla ripresa. Al contrario il governo italiano, preoccupato esclusivamente dal debito pubblico, ha tagliato drasticamente le risorse per università e ricerca come se si trattasse di optional che possono essere trascurati senza eccessivo danno nei tempi bui. E nessun leader politico, eccezion fatta per il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, né di sinistra né di centro né di destra, ha auspicato che le cose andassero diversamente. L’indifferenza della classe politica è, quantomeno in proposito, quasi unanime. In questo contesto, la Riforma Gelmini dell’Università è rimasto l’unico dei disastri del precedente governo a non venir riconosciuto come tale dal Governo Monti.

Ora l’università andava indubbiamente riformata. Ma si poteva farlo in modo molto più razionale intervenendo incisivamente su singoli punti come il reclutamento e la valutazione della produzione scientifica. Si è proceduto invece cambiando tutto in un clima caotico e affannoso, dai concorsi alla governance universitaria e a tutte le strutture portanti degli atenei italiani. Come tutte le operazioni pletoriche anche questa è fallita. In assenza di un chiaro orientamento relativo al peso e al significato dell’istruzione universitaria nel nostro Paese, si sta così giungendo all’implosione delle strutture. L’impressione complessiva è che in realtà si volesse ottenere una cosa sola: tagliare i costi.

Inefficienza e approssimazione dominano il campo. Mi limito a un esempio sotto gli occhi di tutti: le abilitazioni nazionali per i docenti di prima e seconda fascia. Il ministero dell’Università e della Ricerca, guidato da un universitario, non è in grado a distanza di mesi di concludere la procedura per l’estrazione delle commissioni che dovrebbe essere effettuata sulla base sostanzialmente automatica di un algoritmo. Per non parlare dei criteri di accesso. I commissari avrebbero dovuto originariamente essere valutati sulla base di tre indicatori, fra l’altro sin da subito molto criticati e certamente dubbi se commisurati ai parametri internazionali. In ogni caso i tre indicatori avrebbero dovuto, quantomeno inizialmente, funzionare in maniera sinergica. In realtà ora basta averne superato uno soltanto su tre per accedere alla soglia del giudizio per i candidati-abilitandi, e così pure per i candidati-commissari. Questo significa un accesso generalizzato alle valutazioni che cancella ogni possibilità di discrimine, per quanto rozzo possa essere il filtro, tra coloro che hanno lavorato, e coloro che invece non lo hanno fatto. Le commissioni insediate con questa scriteriata procedura si troveranno a valutare ciascuna centinaia e centinaia di candidati, senza aver la minima possibilità e il tempo necessario per fornire un giudizio adeguato sui titoli di un candidato.

Siamo sull’orlo del baratro. Tuttavia non bisogna abbandonarsi a un narcisismo catastrofista. Nell’immediato, senza voler ritessere tutta la tela, si potrebbero inseguire pochi chiari obiettivi che prefigurino una più generale inversione di tendenza:

a) il finanziamento adeguato della ricerca fondato su una chiara valutazione di quali siano i settori trainanti che devono essere messi nella condizione di reggere la concorrenza internazionale (senza cadere preda delle sirene tecnocratiche secondo le quali i settori naturalmente finanziati dall’industria e dall’economia reale sono quelli che vanno incrementati in modo unilaterale);

b) un finanziamento altrettanto adeguato della valutazione che orienti il processo di cui sopra (evitando tuttavia che quella dei valutatori possa divenire, prescindendo dalla buona fede dei singoli, la nuova casta dominante che ricava vantaggi secondari dalla quasi gratuità dei compiti che le vengono attribuiti);

c) la determinazione di criteri molto selettivi per il reclutamento che privilegino i settori di eccellenza con l’intento di limitare così anche la «fuga dei cervelli»;

f) nella consapevolezza che è necessario formare un nuovo management in grado di promuovere lo sviluppo nell’ambito di una cultura della «complessità», di una cultura cioè che non è (fortunatamente) più in grado di riconoscersi da tempo nell’alternativa rigida e un po’ vecchiotta tra sapere scientifico e umanistico.

Se i poveri pagano l’università ai ricchi

IchinoTerlizzese

Dal “Corriere della Sera” (12 dicembre 2012)

Andrea Ichino e Daniele Terlizzese. La campagna elettorale è di fatto aperta. La nostra speranza è che l’università sia al centro del dibattito, per le sue implicazioni riguardanti la crescita e l’equità sociale. Il confronto non dovrebbe però essere contaminato da controversie su questioni non controvertibili, perché riguardanti dati di fatto. Una di queste è se sia vero o no che in Italia i poveri pagano l’università ai ricchi. Nei giorni scorsi, Francesco Giavazzi l’ha affermato; Marco Meloni (responsabile Pd per l’università) l’ha messo in dubbio (vedi www.lavoce.it). Che cosa dicono i dati? Che il finanziamento universitario opera ogni anno un trasferimento ingente, circa 2,5 mld di euro, dalle famiglie con reddito inferiore ai 40.000 euro lordi annui a quelle con reddito superiore. Non si può discutere di diritto allo studio e di finanziamento dell’università se prima non si riconosce questa macroscopica e odiosa ingiustizia.

Le famiglie con un reddito fino a 40.000 euro sono il 93% del totale dei contribuenti e pagano solo il 54% del gettito Irpef, dato che questa è una tassa progressiva (Dipartimento delle finanze). Quindi queste famiglie finanziano attraverso l’Irpef il 54% di quanto lo Stato dà all’università, con un contributo di 4,9 mld di euro. Tuttavia da esse proviene solo un quarto degli studenti universitari italiani, mentre dal 7% di famiglie più ricche vengono i restanti tre quarti (Banca d’Italia). Le famiglie più povere ricevono perciò, sotto forma di istruzione, un quarto di quanto lo Stato spende per gli atenei: circa 2,2 miliardi. La differenza tra quanto pagano e quanto ricevono (2,7 mld) è un regalo alle famiglie più abbienti. È vero quindi che, in proporzione al loro reddito, i più ricchi pagano più Irpef, ma non in misura tale da compensare l’uso maggiore che essi fanno dell’università. Tenendo conto delle altre imposte, che sono sicuramente meno progressive dell’Irpef, l’entità del regalo aumenta.

Cambiano le conclusioni considerando le rette universitarie? No. La loro somma, per legge, non può superare il 20% dei bilanci degli atenei. Inoltre la loro struttura è marcatamente regressiva: da un rapporto di Federconsumatori si desume che, in proporzione al reddito, le rette incidono per il 15,6% sui redditi più bassi, ma solo per il 4,3% su quelli di 40.000 euro, fino a quasi annullarsi a livelli ancora più alti. I ricchi pagano di più, ma non molto; tenendo conto delle rette di iscrizione, il regalo che ricevono dai poveri resta comunque di 2,4 mld. E sarebbe di 2,2 mld anche se le tasse universitarie, rimanendo ai bassi livelli attuali, fossero interamente pagate dai più ricchi.

È un trasferimento inaccettabile, che si perpetua solo perché i più ignorano come stanno realmente le cose. Che possa essere maggiore in Paesi dove l’università è del tutto gratuita non lo rende meno odioso e paradossale. Una volta che questi fatti siano riconosciuti da tutti, possiamo discutere di come venirne fuori. E qui le prospettive, legittimamente, possono essere diverse. Una, a cui forse aspira Meloni, potrebbe essere che tutti i giovani frequentino l’università, così come già frequentano la scuola dell’obbligo. In questo modo tutti ne fruirebbero in modo uguale ma i ricchi pagherebbero di più per via del prelievo fiscale progressivo, e il paradosso scomparirebbe.

Ma si tratta di una prospettiva realistica, o desiderabile? Certamente vanno rimossi tutti gli ostacoli che scoraggiano i ragazzi poveri e di talento dall’acquisire un’istruzione superiore. La qualificazione «di talento» non è però un inciso retorico, va presa sul serio. Il sistema universitario è la modalità con cui la società trasmette la frontiera più avanzata della conoscenza a chi è meglio in grado di riceverla ed estenderla. È un sistema intrinsecamente elitario, perché si fonda su un’ineliminabile disuguaglianza nelle capacità delle persone. È una disuguaglianza che non deve dipendere dalla ricchezza della famiglia d’origine, e bisogna fare ogni sforzo per rompere questo legame; ma così come non è possibile che tutti vadano alle Olimpiadi, è inevitabile che alcuni siano più di altri in grado di prendere il testimone della conoscenza. Ciò non è in contrasto con la nostra Costituzione (art. 34), dove stabilisce il diritto di «raggiungere i gradi più alti degli studi» per i «capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi». Anche questa è una qualificazione importante e spesso trascurata: non per tutti, solo per i capaci e meritevoli. La scuola è e deve essere per tutti: è lì che si devono davvero creare le pari opportunità. L’università è altra cosa. Chiunque vinca dovrà ripensare al suo finanziamento.

E intanto il gagà (che non è la lady) dell’Ateneo di Siena si trastulla inaugurando l’anno accademico di un’università di contrada

UnisigagaRabbi Jaqov Jizchaq. Faccio mia la celebre frase di Bernanos, secondo cui gli intellettuali dovrebbero essere considerati idioti, fino a prova contraria. Trovo del resto sconvolgente il fatto che molta intellighenzia senese accetti la situazione in cui versa il proprio ateneo come una catastrofe naturale (un terremoto, un’inondazione, qualcosa di cui accusare la natura matrigna), con la rassegnazione che segue contemplando lo scatenarsi delle forze della natura. I politici non ne parlano proprio, se non con frasi generiche e nebulose. Ma sulla base delle considerazioni che ho cercato di sviluppare nei miei precedenti messaggi, quando si parla del futuro dell’ateneo, suggerirei di smettere di parlare de “l’università di Siena” latu sensu, prescindendo dalle dinamiche in corso, come se fosse un corpaccione unico che o si salva o perisce tutto intero, mentre è sotto gli occhi di tutti che si sta disarticolando, non si sa se abbia una testa, ha perso via via dei pezzi e ne perderà ancora molti: perderà in definitiva i connotati di ateneo semi-generalista, per diventare cosa, non si sa bene.

Abolirei cioè questa locuzione: “l’università di Siena”, se prima non si è chiarito, dicendolo esplicitamente, di quale università stiamo parlando, chi sono i salvati dalla imperscrutabile volontà del Magnifico e quale inferno è riservato ai sommersi: al netto di un certo numero di cose che andavano chiuse in nome della decenza (ma non dimenticando quelle che invece, con oltraggio alla decenza, non sono state chiuse) la cosa di cui mi sono convinto è che il succedersi di riforme e riforme delle riforme dei corsi di laurea, il progressivo venir meno dei livelli specialistici e dei dottorati, abbiano di fatto disintegrato ogni idea di didattica ben strutturata: è abbastanza evidente che questo è l’humus dove prosperano i lestofanti e gli incompetenti che vendono la scienza un tanto al chilo («Di mestiere sono tipografo; però commercio nel campo dei medicinali; e sono pure attore – attore tragico, capisci –; quando ci ho l’occasione faccio sedute di ipnotismo e frenologia; qualche volta giusto per cambiare insegno geografia cantabile; ogni tanto faccio delle conferenze… Oh faccio un sacco di cose», M. Twain, “Le avventure di Huckleberry Finn”).
 Da un lato c’erano i governi e le burocrazie, torturatori che premendo quasi esclusivamente sulla leva dei “requisiti di docenza” (cioè del numero di professori necessario per tenere in piedi un corso), avvitavano la garrota di norme sempre più stringenti e oramai addirittura paranoiche (in presenza di numerose ed imminenti uscite di ruolo, naturali o con prepensionamenti, e del blocco del reclutamento), dall’altro lato le Facoltà che cercavano di sfuggire alla tortura eludendo le norme (già di per sé ambigue) con esegesi opportunistiche.

Adesso siamo giunti a un punto di non-ritorno e per un pezzo cospicuo de “l’ateneo” bisognerebbe avere il coraggio di dire che non c’è più niente da fare, e che da qui a breve saremo semplicemente nell’impossibilità di fare qualsiasi cosa. Ma né il rettore, né i politici parlano mai di questo. Io un’ideuccia, non utopistica, né originale, né peregrina, l’avrei formulata, ed è quella di un’integrazione fra i tre atenei che insistono sul territorio regionale, in modo da consentire la sopravvivenza, almeno in una sede, di corsi di laurea e discipline, concentrando in quella sede gli studiosi oramai isolati e messi nelle condizioni di non agire nelle sedi restanti. È quello che fanno altri paesi europei di fronte ad analoghi problemi, dicendolo esplicitamente e non attendendo la putrefazione.

L’occasione svanita della venuta del ministro a Siena, sarebbe stata propizia per sottoporgli questo semplice quesito: atteso che di soldi non ce ne sono, il ministero pensa di esaurire la sua funzione riformatrice e organizzatrice nella mera interdizione, come in un manicomio prebasagliano provvedendo esclusivamente alla contenzione degli agitati, e seguitando ad inviare “circolari” intorno a ciò che non si può fare, pur constatandone l’inutilità, visto che oramai non si può fare più niente? Dice il ministro: “per avere dei buoni ricercatori, occorre avere dei buoni studenti”. Ma come fanno a esservi dei buoni studenti, se non vi sono dei buoni corsi di laurea? Come fanno i buoni docenti ad insegnare in pessimi corsi di laurea privi di qualsiasi struttura?

All’università di Firenze l’Urbanistica la insegnano meglio filosofi e poeti

Fiorenza

Urbanistica, in cattedra un filosofo e un poeta (la Repubblica Firenze, 30 novembre 2012)

Un dottore di ricerca in filosofia con tesi su Heidegger e Hegel e un maestro elementare-poeta specializzato in «paesologia» hanno vinto due docenze in urbanistica alla Facoltà di Architettura dell’Università di Firenze. Un candidato escluso, l’architetto Alessandro Rizzo, dottore di ricerca in progettazione e titolare di un master in Housing and Urbanism conseguito a Londra, ha presentato ricorso al Tar, sostenendo che i due vincitori non hanno i requisiti richiesti dalla legge, dal regolamento e dal bando. Gli avvocati Maria Beatrice Pieraccini e Maurizio Dalla Casa sostengono che il filosofo ha una preparazione «in alcun modo riconducibile alla materia dell’urbanistica, ma neanche all’architettura», mentre l’altro vincitore «non è neppure laureato» e «per quanto possa essere grande la sua cultura o la fama (la sua specializzazione è la “paesologia”, disciplina “compresa fra il territorialismo e l’espressione poetica”) è impensabile che la laurea non costituisca un requisito minimo per l’accesso alla docenza universitaria»: non rilevando a tal fine il giudizio della commissione di concorso, secondo cui la sua opera «ha ormai un riconoscimento nazionale presso poeti, scrittori, artisti, giornalisti, registi e docenti universitari».

In nome di un merito retorico e salvifico, invocato ma non declinato, finiremo per costruire una società di tutti uguali e di inevitabili perdenti che “non-se-lo-meritano”

La differenza tra merito e “me-lo-merito” (il Fatto Quotidiano 25 novembre 2012)

Antonio Nicita. Finalmente – e inevitabilmente – la questione del merito è diventata centrale nel dibattito politico-elettorale del nostro paese. Essa riguarda la selezione della classe dirigente, non solo nel pubblico, ma anche nel privato. Oggi, ne parlano tutti. Ma pochissimi riconoscono l’equivoco tra merito e “me-lo-merito”. Mi spiego. Spesso i sostenitori del merito non sono solo interessati a una società ‘aristocratica’, cioè dei migliori: essi sostengono il merito perché pensano di possederlo. Capovolgendo la famosa frase di Groucho Marx, una società che non riconosce il mio merito non può che esser sbagliata, se non corrotta.

Per questa ragione – oltre all’oggettiva schifezza che oggi ci circonda – le campagne sul merito attirano molti consensi: perché offrono a molti la speranza che ciò che essi ritengono di meritare sarà sempre riconosciuto in un’ipotetica “società dei migliori”. Ma è davvero così? O meglio: quanti di noi sono disposti ad accettare una ‘società dei migliori’ che ci escluda? Cosa accade quando qualcuno ha i requisiti minimi, ma ci viene preferito dal valutatore per qualche criterio che non comprendiamo o, peggio, non condividiamo (e spesso non condividiamo proprio perché ci danneggia)? Siamo disposti ad accettare il giudizio sul merito anche quando quel giudizio ci esclude? Oggi è del tutto assente dal discorso sul merito la circostanza che, nella sua declinazione concreta, il merito si ‘misura’ in termini relativi e comparativi, cioè all’interno di uno schema concorrenziale. Esser meritevoli (o pensare di esserlo) non basta a far parte della “società dei migliori”, dipende anche, e soprattutto, dal merito degli altri.

La concorrenza è un modo semplice per selezionare: vinca il migliore. Vero. Ma restano comunque due problemi. Il primo è che, in molti ambiti – nel lavoro e nell’istruzione – la valutazione è spesso soggettiva e comunque parziale (nel senso che tende a premiare di più ciò che è più facile da misurare). Si pone il problema di individuare criteri di valutazione del merito condivisibili e condivisi (anche quando si perde). Il secondo è che la concorrenza per il merito genera quella che Fred Hirsch (“I Limiti sociali allo sviluppo”, 1976, Bompiani) chiamava ‘la scarsità sociale’. Prendiamo l’istruzione. Se dobbiamo selezionare i migliori dobbiamo basarci sul titolo di studio e sul voto. Ma quando cresce l’offerta di lavoratori con lo stesso titolo di studio, la domanda dovrà selezionare sulla base di titoli aggiuntivi, generando inflazione da titoli. Un maggior grado di istruzione cresce in valore se decresce il numero di quelli che lo posseggono e diventa un ‘bene posizionale’. La corsa ai titoli di studio genera ‘scarsità sociale’: più sono i titoli mediamente posseduti da una popolazione di aspiranti candidati a un ruolo, minore è la chance di ottenere il ruolo cui si aspira. È qui che la questione del merito cessa di essere facile retorica e diventa un problema serio di meccanismo di selezione.

Se la corsa al merito genera scarsità sociale nell’istruzione possono crearsi tre effetti perversi: il primo è che solo chi ha mezzi personali idonei può accedere ‘in media’ a percorsi di successo e resistere alla gara per i titoli, permettendosi di rinviare l’ingresso nel lavoro a forza di sommare titoli e ciò alimenta diseguaglianza e l’equazione aristocrazia-plutocrazia; il secondo è che viene meno l’offerta di lavoratori per occupazioni con ‘conoscenza tacita’ non misurabile (specie nei servizi, nell’artigianato, nei beni culturali ecc.); il terzo è che la concorrenza per il merito genera standardizzazione dei percorsi formativi e dei curriculum, un esercito di uguali in concorrenza. Finiamo per far tutti la stessa gara, indipendentemente dai nostri talenti e dalle nostre inclinazioni, aumentando il numero di perdenti. L’insopportabile retorica del ‘devi-avere-un-master’ (quale? di che tipo? in quale disciplina? per far cosa?), rivolta a ogni giovane laureato italiano, è figlia di questi equivoci (e del nostro provincialismo atavico).

Beninteso: siamo tutti concordi nel volere una società basata sul merito, ma – oltre gli slogan – c’è il rischio che, in nome di un merito retorico e salvifico, invocato ma non declinato, finiremo per costruire una società di tutti uguali e di inevitabili perdenti che ‘non-se-lo-meritano’, smarrendo in noi, e nei nostri figli, la scoperta dell’originalità, della diversità, dei talenti e delle inclinazioni. La “società dei migliori” sarà certo meglio di quello che abbiamo oggi, ma dubito sia la migliore società. Quantomeno discutiamone nel merito, del merito.

Primi eletti nel nuovo Senato Accademico dell’Università di Siena

Area 1 – Scienze Sperimentali

Prof.ssa Santina Rocchi: 117 voti (rappresentante dei direttori di dipartimento dell’area).

Prof. Emilio Mariotti: 67 voti; Prof.ssa Cosima Baldari: 56 voti (rappresentanti dei docenti dell’area).

Area 2 – Scienze Biomediche e Mediche

Prof. Ranuccio Nuti: 139 voti (rappresentante dei direttori di dipartimento dell’area).

Prof. Enrico Pinto: 41 voti; Prof.ssa Michela Muscettola: 40 voti (rappresentanti dei docenti dell’area).

Area 3 – Lettere, Storia, Filosofia e Arti

Prof. Marco Bettalli: 79 voti (rappresentante dei direttori di dipartimento dell’area)

Prof.ssa Gabriella Piccinni: 51 voti; Prof.ssa Loretta Fabbri: 32 (rappresentanti dei docenti dell’area)

Area 4 – Economia, Giurisprudenza e Scienze Politiche

Prof. Angelo Barba: 119 voti (rappresentante dei direttori di dipartimento dell’area)

Prof. Michelangelo Vasta: 66 voti; Prof. Stefano Pagliantini: 60 voti (rappresentanti dei docenti dell’area)

Rappresentanti del personale tecnico e amministrativo

Dott. Maurizio Sgroi: 122 voti; Dott. Fiorino Iantorno: 118 voti

Rappresentanti degli studenti

Rosa Barnaba; Francesco Bianchi; Francesco Scorzelli

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Il declino delle Università si deve all’impreparazione e all’insipienza dei vertici amministrativi

Ganetino. Quello universitario è un sistema che non sa, o peggio non vuole, affrancarsi dal “passato”, forse perché in qualche modo è stato di utilità a tutti, anche se in diversa misura, ma sicuramente non lo è stato per l’Istituzione. Ma questa, l’istituzione, a chi sta veramente a cuore? È il “sistema” che non va, perché privo della volontà e della capacità di cercare il “nuovo”. Il declino delle Università nell’ultimo decennio ha messo a nudo l’impreparazione e l’insipienza dei vertici amministrativi, che, ciononostante, continuano ad essere lì, sui posti di comando, girando da una Università all’altra, beneficiari di un sistema relazionale da essi stessi creato. E se non sono stati loro (figli di un tempo in cui la gestione delle Università era abbastanza semplice, perché centralizzata a livello ministeriale), fosse solo per una responsabilità di tipo oggettivo, a chi va ascritta l’attuale situazione in cui versano le Università? Possibile che non abbia sbagliato nessuno e che le Università siano, come dire, implose da sole? Non ci credo e non voglio crederci. Se così fosse, dovrei ritenere che l’Università ha fallito nella sua missione, perché avrebbe formato giovani per consentire loro nella vita di fare un lavoro diverso dal percorso di studi intrapreso. Per dirla tutta, mi chiedo come può un laureato in lettere o filosofia gestire una pubblica amministrazione, la cui azione è tutta “diritto”. Sarebbe come se io, laureato in giurisprudenza, facessi il medico. È semplicemente assurdo! Sia chiaro, che queste mie “fantasticherie” non vanno assolutamente generalizzate, perché ci sono “vecchi” molto preparati e “giovani” che non lo sono affatto. Ma, non è possibile che, in via pregiudiziale, soltanto i primi siano dotati di capacità! Allora, mi chiedo, chi ha rovinato l’Università e perché il legislatore, negli ultimi anni, ha avvertito la necessità di intervenire per sancire, in sostanza, la fine dell’autonomia universitaria, mal gestita da qualcuno? Se il medico interviene è soltanto perché il paziente è malato! O forse è il medico che s’inventata la malattia per intervenire sul paziente, che non riusciva più a “controllare”, sentendosi privato del suo “potere ministeriale”? Tutto è possibile e tutto ha una logica, anche ciò che appare irragionevole! Sono convinto che un dirigente debba essere una persona giuridicamente preparata, che deve fare al meglio il proprio mestiere lasciando agli altri (Rettori e Organi di Governo) il loro, senza interferirvi.