I sindacati insistono sulla mozione di sfiducia nei confronti del Direttore amministrativo dell’Ateneo senese

Rsu d’Ateneo, Cisal, Cisapuni, Cisl, Flc-Cgil, Ugl-Intesa, Uil-Rua, Usb PI. Nell’ordine del giorno del CdA di lunedì 25 giugno non è stata inserita la mozione di sfiducia nei confronti della Direttrice Amministrativa richiesta dai rappresentanti del personale tecnico e amministrativo in CdA su mandato dell’assemblea, della Rsu d’Ateneo e delle OO.SS. Pretendiamo che sia immediatamente inserita all’ordine del giorno.

In merito al trattamento economico accessorio (TEA) tutto ciò che abbiamo sempre rivendicato nei passati 18 mesi a seguito della nota del MEF è stato confermato: obbligatorietà del pagamento del salario accessorio; obbligatorietà della certificazione dei fondi da parte del Collegio dei Revisori dei Conti; obbligatorietà della riapertura della contrattazione integrativa a prescindere dallo squilibrio finanziario, detto buco. Ad oggi, però, tutto questo non ha prodotto alcun risultato. Assistiamo ancora al balletto del cifre sulla determinazione dei fondi dal 2000 al 2009. I conteggi sono stati rifatti almeno 9 volte ottenendo sempre un risultato differente. Questa incapacità ci obbliga a rifiutare qualsiasi risultato che ci verrà infine presentato e di rifare i conteggi con consulenti di parte.
Per tutto quanto sopra scritto non possiamo fare altro che insistere nel dichiarare la nostra totale sfiducia nei confronti dell’operato della Direttrice Amministrativa. Ci aspettiamo dal Rettore e dalla Direttrice Amministrativa come unico segnale di apertura e conciliazione il pagamento per intero del TEA per l’anno 2011. Come potete pretendere che prestazioni lavorative già rese nell’anno passato non siano retribuite per intero? Chiedete a tutto il personale di affrontare un disagio e un sacrificio grandissimo con la nuova, confusa e complessa, riorganizzazione retribuendoci come? Il recupero che per ora è stato richiesto dal MEF entra in pieno conflitto con l’autonomia universitaria. È curioso come l’autonomia venga rivendicata per tutelare la proroga illegittima dei rettori di molti Atenei italiani contro il MIUR e non venga minimamente ricordata per le richieste legittime del personale tecnico e amministrativo di questo Ateneo che non chiede nulla di più di quello che gli spetta. Sacrificare, oggi, l’autonomia universitaria per il personale tecnico e amministrativo può sembrare poca cosa, ma segna un brutto precedente che ricadrà anche su chi si sente tanto tutelato nella sua funzione.

Ecco uno dei biglietti da visita con cui Siena si candida a capitale europea della cultura

Michela Scarpini. Non nascondo lo sconcerto quando dalla stampa ho appreso che si è autorizzata la realizzazione di nuovi appartamenti a ridosso di Palazzo dei Diavoli. Al di là dell’impatto visivo devastante che tali costruzioni determinano, celando completamente a chi proviene da nord uno degli scorci più interessanti di questo monumento, vorrei sottolineare i rischi, forse non ben considerati, che l’esecuzione di tale opera potrebbe comportare. Avendo, infatti, studiato approfonditamente la struttura del Palazzo e delle sue adiacenze, effettuato i rilievi fotografici e metrici della rete di cunicoli sotterranei e valutato la loro probabile confluenza nel sistema dei Bottini di Siena, non posso che essere preoccupata per la profonda alterazione di tutta la zona e per la stabilità stessa del complesso storico-monumentale. Sulla base di tutto questo sarebbe opportuno riconsiderare il progetto e valutare un diverso utilizzo dell’area in questione che costituisce un unicum con il Palazzo dei Diavoli. È un accorato invito che mi permetto di rivolgere alle competenti Autorità Comunali nonché alla Sovrintendenza di Siena per non perdere per l’ennesima volta una delle visuali più particolari della città.

Sezione Senese di Italia Nostra. In una Città che si candida a capitale europea della cultura, dove, per il colore di un intonaco o per modificare una finestra, il cittadino deve affrontare procedimenti burocratici a dir poco estenuanti e spesso fallimentari, il progetto per la costruzione di sei appartamenti a ridosso di un importante complesso monumentale ha prontamente ricevuto tutte le autorizzazioni.

Sum e università di Siena: inchieste giudiziarie con iter temporali diversi

Scarsa l’attenzione riservata dai media al rinvio a giudizio di Aldo Schiavone e di altri quattro indagati per la gestione “allegra” del Sum (Istituto Italiano di Scienze Umane). È, perciò, utile e opportuna la pubblicazione integrale del comunicato dell’Ansa, che evidenzia anche il coinvolgimento di un ex direttore amministrativo dell’università di Siena. Analizzando la tempistica delle due vicende, la fiorentina e quella senese, colpisce l’iter normale seguito per il Sum, che si contrappone a quello, lentissimo, per il dissesto universitario senese. Senza considerare, nel caso fiorentino, un danno erariale di qualche milione di euro; spiccioli, confrontati con la voragine nell’ateneo senese. Ecco la tempistica nella vicenda Sum:

  • 23 settembre 2011: si chiude l’inchiesta della Procura di Firenze.
  • 22 febbraio 2012: la Procura della Corte dei Conti presenta il primo dei tre conti per danno erariale.
  • 13 e 14 giugno 2012: udienza preliminare del Gup di Firenze con rinvio a giudizio degli imputati.
  • 08 marzo 2013: inizio del processo presso il Tribunale di Firenze.

Articolo pubblicato anche da: il Cittadino online (18 giugno 2012) con il titolo: Sum e università di Siena: una tempistica d’indagine differente.

ANSA (Firenze 14 giugno 2012). Spese “pazze”, viaggi, regali e cene con i soldi dell’Università. Ma anche assunzioni “facilitate” per parenti e conoscenti. Per la gestione “allegra” delle casse e del personale dell’istituto di alta formazione universitaria Sum, l’Istituto di Scienze Umane con sedi a Firenze e Napoli, si terrà un processo davanti al tribunale di Firenze che comincerà l’8 marzo 2013. Oggi, al termine dell’udienza preliminare, il gup di Firenze Anna Favi ha rinviato a giudizio il professor Aldo Schiavone, insigne giurista, fondatore ed ex direttore del Sum. Con lui “alla sbarra” altri indagati: i due direttori amministrativi del Sum, Loriano Bigi (nel 2007) e Antonio Cunzio (nel 2008), più Daisy Sturmann, dirigente amministrativo dell’Istituto di studi umanistici-consorzio interuniversitario di Scienze umane (2002-2007) da cui originò il Sum. A processo anche Maria Grazia Guidali, titolare di un’agenzia di viaggi. Gli imputati sono accusati a vario titolo di peculato, abuso d’ufficio, truffa aggravata e favoreggiamento, reati ipotizzati dalla procura di Firenze per irregolarità che la guardia di finanza ha individuato esaminando 1.500 documenti contabili, soprattutto rimborsi su spese di vario tipo.

Il giudice Favi ha invece prosciolto da tutte le accuse il professor Mario Citroni, celebre latinista, attuale direttore del Sum, e l’ex direttore amministrativo dell’Università di Firenze e poi, nel 2006, dello stesso Sum, Michele Orefice.

Trentasette i capi d’imputazione formulati dal pm Giulio Monferini nell’inchiesta. Tra gli imputati, il professor Schiavone dovrà rispondere di peculato, abuso d’ufficio e truffa. Cadute invece le accuse di peculato e favoreggiamento per Loriano Bigi, direttore amministrativo del Sum nel 2007, che è stato rinviato a giudizio per due presunti episodi di abuso d’ufficio. Antonio Cunzio risponderà di abuso d’ufficio e peculato, ma non di favoreggiamento. Daisy Sturmann, responsabile della ragioneria del Consorzio interuniversitario, prima che diventasse Sum, è accusata di peculato e abuso d’ufficio in concorso col professor Schiavone. Infine, la titolare dell’agenzia di viaggi è accusata di truffa e favoreggiamento personale e reale a vantaggio del professor Schiavone in merito ai rimborsi ottenuti per viaggi che gli inquirenti non ritengono compatibili con l’attività del Sum.

Nell’università pubblica non si devono identificare i migliori; i migliori si devono creare

Tutti gli errori sull’università (da: la Repubblica, 15  giugno 2012)

Raffaele Simone. Le prime notizie sul “Pacchetto Merito” (ma non c’era un logo meno indisponente?) con cui il ministro Profumo intende portare il “merito” nella scuola hanno suscitato dissensi da ogni parte. Anche le misure sull’università contenute nel pacchetto non sollevano grida di entusiasmo; anzi.

L’idea di base è quella di spingere gli atenei a identificare, in ogni sede, i “migliori”. Non è chiaro cosa spetterebbe agli studenti migliori, salvo qualche riduzione di corso: potrebbero laurearsi un anno prima (una laurea triennale dopo due anni? una magistrale dopo un solo anno?) o conseguire il titolo dottorale dopo due anni invece dei previsti tre. Non capisco quale logica convinca il ministro che questi sconti possano costituire un premio; si tratta di plateali facilitazioni, che non aiuteranno i “migliori” a esserlo davvero, ma spingeranno i furbi a esser frettolosi, magari rompendo le scatole ai professori perché gli permettano la via breve. Non basta. I professori avranno l’obbligo di 100 ore di insegnamento (non erano 350 nella recente Riforma Gelmini? Chi ci capisce è bravo) e si ridurranno i finanziamenti agli atenei che non sceglieranno gli insegnanti “migliori”. Come si riconosceranno questi insegnanti? Ci penserà una commissione ad hoc, integrata da un componente straniero. Profumo è troppo esperto per non sapere che questa misura girerà a vuoto: ci voleva proprio un’altra commissione di valutazione, in un’università dove la valutazione, ignorata da sempre, è diventata ad un tratto ubiqua e invadente? E poi, ancora una volta il mito del componente straniero, il quale chissà perché, per il solo fatto di essere straniero, dovrebbe essere migliore dei colleghi italiani! Non basta: i docenti così identificati (che non potranno essere più del 20% del totale: e perché?) riceveranno premi anche loro. In cosa? In denaro? In posti per creare una scuola o una struttura? In risorse di studio e di ricerca? Non è chiaro. I premi avranno effetto anche nel mondo esterno: i datori di lavoro che assumeranno i migliori laureati e dottori di ricerca avranno incentivi fiscali; incentivi anche agli atenei per attrarre docenti dall’estero e ai professori che pubblicano in inglese.

In questa lista di queste misure si ritrovano, in mescolanze varie, miti e cascami che gravano da tempo sulla sfera della ricerca e dell’educazione. Anzitutto l’idea fissa di identificare i “migliori”. In un sistema pubblico non si devono identificare i migliori; i migliori si devono creare. A questo scopo, l’università deve proporre l’offerta migliore perché tutti possano essere migliori, anche se si sa che non tutti lo saranno, e deve poi occuparsi in modo serio dei non-migliori e dei tanti che, pur avendo vocazione, sono sviati e confusi da una struttura scoordinata e di qualità instabile. L’obiettivo di riconoscere “chi-è-già-migliore” va lasciato a quelle università (statunitensi o giapponesi) che praticano dichiaratamente la “selezione naturale”, lasciando indietro chi non è tra i primi, invece che farsene carico. C’è poi il mito secondo cui al bravo serve meno tempo: potrà anche esser così, ma con cicli formativi già frammentati (tre anni per tutti + due per pochi + tre di dottorato per pochissimi) che senso ha abbreviare ancora? Non manca l’idea sbagliata (esclusività italiana) dello straniero come deus ex machina, segno tenace di provincialismo, che dà per scontato che “loro” sono migliori e immacolati. Già da tempo colleghi stranieri partecipano a valutazioni di vario tipo, ma non pare proprio che la qualità media delle università sia migliorata. Lo stesso presupposto suggerisce di incentivare chi pubblica in inglese: io pubblico quasi tutti i miei lavori in inglese (e in altre lingue) dalla metà degli anni Ottanta, ma ciò non induce nessuno a leggerli, se non vuole. E che dire degli incentivi alle imprese che prenderanno i migliori? È il mondo alla rovescia: le imprese dovrebbero esser spinte a pretendere giovani preparati; incentivi andrebbero dati semmai a chi prende i meno fortunati. Il sistema universitario italiano, che nel panorama internazionale non riesce a superare il terz’ordine, non migliorerà iniettando “pacchetti” in una struttura che nel suo insieme è pericolante. Ha bisogno di qualcuno che riveda il progetto intero e rimetta mano a tutta l’architettura. Vasto programma …

Europa nel pallone e Unisi nel fognone

Esagera, Rabbi, a scrivere che «nelle operazioni decantate dal Magnifico, non vi sia alcuna concreta considerazione di tipo scientifico e qualitativo a giustificazione delle scelte operate o non operate». Infatti, all’insegna dell’internazionalizzazione, con «rigore e passione per il cimento della ricerca», il rettore ha ideato L’Europa nel pallone, guarda le partite a mensa! Visione, parole e suoni intorno agli europei di calcio 2012”. Gli studenti universitari potranno seguire Italia vs Croazia, il 14 giugno alla mensa Sallustio Bandini, gustando il “Menu degli Europei” al prezzo consueto, con la birra a 1 € e le patatine a 0,20 €. Quasi a voler ricordare, a chi pensava di cenare a sbafo, che l’Università di Siena è sempre con le pezze al culo. In compenso, però, arachidi e salatini saranno a consumo libero. Infine, gli studenti saranno onorati del saluto di Angelo Riccaboni e potranno ascoltare Damiano Tommasi (presidente dell’Associazione Italiana Calciatori), che intratterrà i presenti su “La linea di fondo: l’altro nell’Europa del calcio”. E così, gli orfani di “Parole & Musica”, del Progetto merchandising, del Caffè dell’artista, dell’etichetta musicale Emu (per l’edizione, produzione e messa in commercio di cd), impegnati negli ultimi sei anni a rigirarsi i pollici, intravedono la possibilità di un ritorno alla “filosofia dello sperpero”, così cara ai rettori che hanno portato l’ateneo alla bancarotta. Non si finirà mai di chiedere quanto sia costato in dieci anni questo baraccone. Quali aziende e designer sono stati coinvolti. Se sia lecito distrarre fondi dalla didattica e dalla ricerca per costituire un’attività commerciale, completamente fallita, che ha penalizzato l’ateneo per i fondi qualità ministeriali. Intanto, nell’era di internet e del digitale, gli studenti continuano ad usare vecchissimi microscopi monoculari del 1960, mentre occorrerebbe una moderna aula didattica interattiva per lo studio dei preparati microscopici. A essere penalizzati, però, sono solo gli studenti di Medicina; i loro colleghi di Biologia, infatti, hanno a disposizione modernissimi microscopi, fatti acquistare dall’attuale prorettore vicario, subito dopo il suo insediamento.

Articolo pubblicato anche da: il Cittadino Online (13 giugno 2012) con lo stesso titolo di questo blog e il seguente sottotitolo: Grasso contro la “filosofia dello sperpero”.

Università di Siena: dai compagni organici ai rifiuti organici

La risposta di Rabbi Jaqov Jizchaq agli articoli e commenti sulla Facoltà di Lettere pubblicati sul blog di “Fratello Illuminato”.

Rabbi Jaqov Jizchaq. A parte quelli che non sono diventati esapresidenti galattici, i compagni organici sono diventati ahimè… rifiuti organici, gettati nella spazzatura assieme alla “autonomia del politico”, all’ermeneutica e all’estetistica per fare largo al nuovo che avanza nei settori recentissimi delle scienze Improbabili e Inesatte; culturalmente parlando, il declino si misura con l’arco concettuale che va da Hans Georg Gadamer a Red Ronnie, entrambi in fasi diverse “guest professors” di questo ateneo (e il secondo è sopravvissuto al primo in tutti i sensi).

Nelle operazioni recentemente decantate dal Magnifico, non mi pare di aver mai intravisto nessuna concreta considerazione di tipo scientifico e qualitativo a giustificazione delle scelte operate o non operate, ma non dico che sia sempre colpa della perfidia di qualcuno, sebbene in qualche caso purtroppo lo sia. Registro che, venendo sempre più a mancare nel corso di questi anni di riforme e ristrutturazioni cinobalaniche l’istanza del rigore scientifico, e addirittura la passione per il cimento della ricerca (sapere aude!), qualsiasi bischero si è creduto un von Humboldt, e con il conseguente venir meno di chiari indirizzi, ciò che è fondamentale e ciò che è complementare si sono mescolati in un inestricabile groviglio, un incommestibile pout-pourri relativistico (“Se Dio non esiste, tutto è permesso”, direbbe Ivan Karamazov). 
Il mio pensiero va a chi, fortunatissimo come coloro che si sono recati a comprare il cacio a Reggio Emilia il giorno del terremoto, è arrivato a Siena alla vigilia del buco, e che in un clima di debordante arroganza e vacuità scientifica, anziché compiacersi dei progressi del proprio lavoro, assiste di giorno in giorno all’avanzata del Nulla, avendo come unica scelta quella di tornare all’osteria a cercar padron migliore.

Anche senza scomodare cose d’insormontabile difficoltà matematica ed estrema raffinatezza filosofica, ma non mancando doverosamente di ricordare altresì (giacché tirate in ballo) a gente smemorata o semplicemente ignorante, che sin dai tempi del pòro Magari e per lungo tempo, Siena è stata internazionalmente nota proprio per queste cose, e non per altre; al netto inoltre di alcune inesattezze contenute nell’editoriale scritto a commento dell’avvelenata firmata dall’ “anonimo docente” inviperito e considerato che nel presente contesto in cui giganteggiano teorie futili dell’Irrilevanza Comparata tutto ciò che è difficile è ritenuto, ovviamente, inutile, si potrebbe anche ricordare, nella città del Monte dei fiaschi, tra damigiane di corte e prepotenti bottiglioni, con le parole di Wittgenstein, che la filosofia serve ad indicare ad una mosca la via d’uscita dal collo del fiasco: «Was ist dein Ziel in der Philosophie? Der Fliege den Ausweg aus dem Fliegenglas zeigen.»

A Siena, giornalisti e bloggers a confronto: a cosa serve la stampa se serve il potere?

Da oggi il quindicinale ZOOM è in edicola a Siena

Università di Siena: il trionfalismo immotivato di un apprendista stregone

Ombre anche nel bilancio dell’Ateneo: le perdite di gestione continuano ad accumularsi (da: Zoom 25 maggio 2012)

Tutta presa dalle vicende comunali, dalla lotta fra monaciani e ceccuzziani su nomine e bilancio consuntivo, la città sembra dimenticarsi di ben altri bilanci che pure per gli ultimi quattro anni hanno tenuto banco: quelli del martoriato Ateneo. Eppure qualche settimana fa, in occasione dell’approvazione del bilancio consuntivo, i vertici avevano avuto cura di propalare quanto più possibile un ottimismo che, a chi scrive, pare poco giustificato. Vediamo perché. Anzitutto per il fatto che l’approvazione del bilancio è avvenuta con il parere negativo dei sindaci revisori e con il voto contrario di 7 consiglieri (tra i quali il rappresentante del Governo) e favorevole di 13 (tra i quali i rappresentanti del Comune e della Provincia di Siena) segno di valutazioni non proprio convinte sulla bontà dell’atto. Va poi considerato che un disavanzo di competenza di oltre 8 milioni, se è pur vero che è nettamente migliorativo degli anni immediatamente precedenti, è, comunque, un disavanzo importante (più importante di quello – eventuale – su cui è caduta la giunta comunale) e comunque non può essere preso come unico dato a disposizione. Si deve, infatti, considerare anche dove sia arrivato il debito complessivo, quel macigno che è stato scalfito dalle vendite immobiliari ma ancora di notevole dimensione, e quale sia il volume del disavanzo di amministrazione. Questo ultimo è, infatti, cresciuto di circa 7 milioni, raggiungendo la cifra di quasi 44 milioni, e non è certo l’indice di un vero cambiamento di rotta. Quello che però più deve far riflettere sono le dichiarazioni che da mesi e mesi giungono a proposito del piano di risanamento e rilancio ribattezzato Unisi 2015, poi 2017 e ora, sembra, 2020. In varie occasioni, è stato ribadito dai vertici dell’Ateneo che esso si basava su due fondamentali colonne, rispetto ad una prevista e, ormai quasi certa, decurtazione dei trasferimenti statali: la dismissione immobiliare e la rimodulazione dei mutui in essere con Cassa Depositi e Prestiti e, soprattutto, con la Banca MPS. Considerata la crisi istituzionale senese, quelle evidenti della Banca stessa e della Fondazione (che ha cessato di erogare contributi all’Ateneo e si può prevedere che non lo farà per molto tempo) e considerato altresì il silenzio assordante che su questi argomenti è calato da parte di Rettore e collaboratori, è lecito che i cittadini, tutti, non solo i dipendenti e chi ha degli interessi diretti su una delle maggiori realtà cittadine, sappiano a che punto sia questo piano. Sul fronte delle cessioni immobiliari, dopo aver annunciato la delibera del Consiglio di Amministrazione per la messa all’asta del Palazzo Bandini Piccolomini che risale al novembre scorso, a che punto siamo? E per la rimodulazione, o addirittura come era stato prospettato, sul blocco dei mutui, come va la trattativa con gli istituti creditori? Sono questi gli argomenti che andrebbero chiariti, piuttosto che passare alla stampa comunicati al limite del trionfalismo.

Muri di gomma e vicende giudiziarie dell’Università di Siena

Le vicende giudiziarie dell’Università di Siena (da: Zoom 25 maggio 2012)

La scorsa settimana la Procura della Repubblica di Siena ha depositato la richiesta di rinvio a giudizio di dieci componenti di commissione elettorale e di seggio per falso ideologico in atto pubblico in relazione alle elezioni del Rettore svoltesi nel luglio 2010. Senza scivolare nel giustizialismo, ci sembra giusto porre in merito una questione di trasparenza e pubblicità. Nel pieno rispetto dell’indipendenza dell’Ateneo, le domande che un cittadino potrebbe e, aggiungiamo, dovrebbe porsi (e molti se le sono poste) riguardano tematiche di legittimazione e idoneità a ricoprire incarichi pubblici che incidono su risorse pubbliche. Va considerato, infatti, che alcuni degli indagati (anzi, più che indagati) siedono in organi di governo dell’Ateneo e non si negherà che la vicenda non sia indifferente rispetto ad una auspicabile gestione di un ente corretta e insospettabile. È evidente che nessuno vuole esprimere giudizi che spettano ad altri, ma non sarebbe stato (ed è ancora possibile provvedere) più opportuno che gli indagati (sui quali ora grava una richiesta di rinvio a giudizio) si facessero da parte almeno per quanto riguarda la gestione della cosa pubblica? E il Rettore, che si è affrettato a chiarire sulla stampa che lui non era indagato (ma, trattandosi della SUA elezione, non può comunque negare che in qualche modo sia riguardato dalla vicenda), non avrebbe fatto una miglior figura a rimettere il proprio mandato nelle mani del Ministro (non a dimettersi, ma ad assegnare a chi gli è superiore la responsabilità)? Dobbiamo poi ricordarci che esiste l’altra inchiesta, quella sul dissesto, che ha visto chiuse le indagini per 18 persone (tutte rigorosamente al loro posto e sulle quali l’Amministrazione universitaria non ha preso alcuna determinazione). Ricordiamo tra l’altro che La Nazione, in quell’occasione, fece il numero di 23 persone, il che fruttò una bella perquisizione della sede della redazione e una conferenza stampa in cui la Magistratura fece sapere che effettivamente c’erano altre cinque persone indagate, ma che su queste indagini si doveva mantenere il riserbo in attesa di approfondimenti. Perché, ci chiediamo noi? Ancora una volta i cittadini avrebbero il diritto di sapere a chi è affidata l’amministrazione di beni pubblici e statali. Il silenzio, il segreto e la mancanza di trasparenza, come possono produrre una corretta gestione della Cosa pubblica? E se, nell’attesa, qualcuno di questi cinque fosse assurto a cariche che all’epoca non esercitava? La necessaria rinascita e il rilancio di una così prestigiosa e antica istituzione diventano ancor più difficili se continua a mancare un corretto e trasparente atteggiamento di tutti i soggetti coinvolti.