Straccia e ignuda, «l’Università di Siena volàno di traino e di crescita per la città e il territorio»!

FantUnisi

Angelo Riccaboni. Finalmente la fase di risanamento finanziario è finita, ora potremo continuare a lavorare con ancora maggiore serenità allo sviluppo la continuità del risultato positivo indica che il nostro Ateneo possiede le condizioni strutturali che consentono un equilibrio fra i ricavi e i costi di competenza. (…) Continuando sulla strada intrapresa, ora possiamo guardare al futuro con fiducia puntando allo sviluppo e all’innovazione, che dovranno tradursi nel mantenimento dell’alta qualità della didattica e dei servizi, e in una sempre maggiore apertura al mondo in chiave internazionale, facendo dell’Università di Siena un volano di traino e di crescita per la città e il territorio.

USB P.I. università di Siena. Non si può demagogicamente dire (…) i soldi per le progressioni economiche orizzontali (PEO) li trova l’Amministrazione, sappiamo in che condizioni versiamo o no? Il Rettore può dire ciò che vuole sull’utile di bilancio, ma la verità è che siamo messi come tensione di liquidità peggio di prima, e niente affatto risanati, abbiamo un disavanzo pregresso da recuperare. Dove li trova l’Amministrazione i soldi?

Rabbi Jaqov Jizchaq. «L’Ateneo chiude il bilancio in utile e assume settantasei professori. È già stato licenziato un bando per trenta associati. A breve ne partirà un secondo per altri trentacinque. A questi nuovi ingressi vanno aggiunti altre undici persone nell’area medica ecc.» (La Nazione 25 aprile 2015). «Nuovi ingressi»? Scusate, sono stato in viaggio e forse ho perso qualche puntata: a me risultava che si trattasse di avanzamenti di carriera di gente già in forze presso l’ateneo senese, non di nuovi professori. È così?

Giovanni Grasso. Certo che è così! Il budget per nuove assunzioni non c’è. Per la verità non c’è neppure per le progressioni di carriera! Altro che bilancio in attivo!

Rabbi Jaqov Jizchaq. Questo la dice lunga sullo stato della libertà d’espressione e di pensiero in questa città: festeggiamo il 25 Aprile, ma “veline” edulcorate di tono adulatorio e del tutto acritiche come quelle che si leggono sugli organi di stampa locale, nemmeno al tempo del fascio! Al “barre” l’uomo della strada sorseggia il suo caffè e mormora: «ma che rompono i hoglioni questi qui, se tutto va per il meglio?». Silenzio di tomba da parte dell’intellighenzia… tutto va bene signora la marchesa.

Per il Censis le “materie umanistiche” senesi sono le prime in Italia: nelle classifiche internazionali, però, Siena non esiste e compaiono solo Roma e Bologna

 

Altan-veritaRabbi Jaqov Jizchaq. Si legge su Il Cittadino online che «Secondo l’ultima indagine pubblicata dal Censis, l’Università di Siena è il migliore Ateneo in Italia nel quale studiare le materie umanistiche. È molto ampia l’offerta di corsi di laurea triennale e magistrale attivata in questo settore: nell’area delle lettere, lingue, storia, filosofia, formazione, beni culturali, comunicazione.»

Laudato sia il Censis, cum tucte le sue creature, che se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo. Noto ancora una volta che a livello internazionale non la pensano così:  tra le cento migliori università nel campo delle “Humanities”, di italiane compaiono (ed in posizione arretrata) solo Bologna e Roma. Ma transeat… il vero punto è che qui ogni sviolinata del Censis sortisce l’effetto di un anestetico sull’opinione pubblica. Francamente, parlando in generale e a prescindere da questa notizia, mi pare che da noi il concetto di “valutazione” sia affetto da una certa vaghezza: una notevole elasticità – per così dire (“como las bragas de una puta”, come ho sentito dire da un sudamericano) – e il continuo cambiare le carte in tavola, che ha caratterizzato questi anni, autorizzano il sospetto che i giudizi di varie agenzie piovuti dall’alto come fulmini di Giove, tendano gradualmente a plasmare il sistema, più che a valutarlo, secondo canoni che, almeno al sottoscritto, appaiono alquanto discutibili.

L’uomo della strada che legge questi articoli pieni di laudi del Censis per l’università di Siena, si sente però rassicurato, e si chiede cosa rompano i cabbasisi questi qua che si lamentano sempre che le cose vanno male (e poi in ogni caso “e so’ troppi!”). Ma la stessa espressione “materie umanistiche” è lievemente dozzinale e non appaga la curiosità del lettore più avveduto. Esistono forse le “materie scientifiche” latu sensu? E se ritengono che una tale partizione manichea abbia comunque un senso, perché hanno distrutto le Facoltà? Perché non si sono limitati a costituire, ad esempio, un unico dipartimento “umanistico”, anziché procedere al deplorevole spezzatino?

Nell’articolo citato (probabilmente solo un comunicato ufficiale dell’ateneo) si sfodera un florilegio di “curricula”, che forse il lettore distratto e abbacinato dal caleidoscopico panorama di questo svolazzio di colorati uccelli tropicali, identifica erroneamente con corsi di laurea; ma a parte l’ovvia domanda di quanti sopravvivranno alla falcidia dei docenti prevista per i prossimi anni (vedi grafici in alto a destra), va precisato che i curricula non sono corsi di laurea: sono solo lacerti, entro corsi “accorpati”, di quello che è sopravvissuto dei corsi di laurea soppressi dopo la prima ondata di pensionamenti.

Nell’articolo si parla ad esempio di “filosofia”, ma da quello che mi risulta a Siena non vi è più, e da diverso tempo, né un dipartimento, né una sezione di dipartimento, né uno scompartimento, né un corso di laurea vero e proprio con questa denominazione e in questa specifica classe di laurea. Tacerò poi sui dottorati di ricerca in campo “umanistico”: dal sito UNISI risulta un solo dottorato, in filologia. È giusto che finisca così? Se sì, che cavolo di “primato” vantate oggi? Se no, cosa pensate di fare, al di là del compianto per il caro estinto? Nel mio piccolo, da osservatore che guarda le cose con sereno disincanto, una soluzione l’avrei avanzata nei precedenti messaggi; può darsi che non sia la migliore, ma la vostra qual è, signori della corte?

Se date un’occhiata al sito del MIUR (pratica cui personalmente mi dedico ogni giorno come un salutare esercizio mattutino di Tai Chi Chuan, al solo scopo di confrontare i vaneggiamenti con la realtà), vedrete che diversi settori, inclusi alcuni di quelli premiati dal Censis, sono oramai bucherellati come groviera, vi sono rimaste poche unità di docenti, molti dei quali, come si sa dai dati generali (vedi grafico “memento mori”), sull’orlo della pensione. Quando poi odo discorsi dal tono encomiastico sull’ecatombe di corsi e strutture, mi viene da pensare che certe persone sarebbero state chiamate ad amministrare ed eventualmente mettere a frutto un patrimonio pubblico, non a liquidarlo; ma in questi paraggi credo che quest’osservazione valga ben al di là dell’università.

Ma basta con i tristi pensieri! Nunc est bibendum! E come disse quello mentre cascava dalla Torre del Mangia, “sin qui, tutto bene”.

Università di Siena: massima discrezionalità e minima trasparenza

AltanStringereidentiOrganizzazione del lavoro un atto di fede

USB P.I. università di Siena. Quello che nel mondo del lavoro normale si chiama organizzazione in questo Ateneo è un atto di fede. Vogliamo analizzare la nostra dis-organizzazione del lavoro sotto diversi aspetti, è lunga, ma le analisi non possono mai essere brevi… Tutte le strutture dell’Ateneo hanno subìto una radicale trasformazione a seguito dell’applicazione della legge Gelmini. Sono state smantellate le Facoltà, riaggregati i dipartimenti, creati i presidî, ma soprattutto si è passati da una contabilità finanziaria ad una economico patrimoniale, generando un diverso rapporto fra centro e periferia.

Alla prova dei fatti come ha retto la nuova organizzazione post-Gelmini? Male, quello che è mancato è una chiara impostazione della gerarchia gestionale, in sé la macchina ha girato, ma non per merito di scelte organizzative, ma per merito dei colleghi, tanti, che hanno a cuore questa istituzione e risolvono i problemi. Le organizzazioni del lavoro sulla carta funzionano tutte, non ve ne sono di belle o brutte, il punto è che al momento della loro implementazione si devono fare eventuali aggiustamenti e, soprattutto, fare un grande lavoro di definizione delle funzioni, meglio se tendente alla semplificazione. Tutto ciò non è avvenuto. Abbiamo definito l’organizzazione interna di alcune divisioni dell’Amministrazione centrale dopo un anno, e in modo superficiale, cioè con tabelle lunghissime di funzioni senza capo né coda. Alla prova dei fatti non c’è, infatti, una chiara suddivisione delle procedure fra gli uffici, anzi vi è uno spezzettamento. Manca la programmazione, manca la condivisione attraverso incontri all’interno delle divisioni delle problematiche, e quindi risoluzione delle stesse. In molte divisione vi è stata una riorganizzazione zoppa, tesa a giustificare l’esistente, anche gli incarichi esistenti, più che a definire in chiave funzionale il lavoro. Nel rapporto fra centro e periferia, possiamo vedere una ulteriore debolezza della macchina organizzativa, seguendo tre direttrici principali: contabilità, didattica e funzioni ibride dei presidî.

La contabilità, intesa come rapporto fra Ragioneria e segreterie amministrative, è stata debole per mancanza di definizione chiara delle competenze e funzioni, non per incapacità, ma perché nel riorganizzare si è proceduto a cambiare contemporaneamente il sistema di contabilità, con un programma gestionale che nessuno conosceva, e inserendo come corollario persone che mai avevano lavorato in questo campo. È come prendere gli ingredienti di un dolce ma mischiarli a caso, in sé sono corretti, ma il risultato è differente.

La didattica sarebbe potuta essere la punta di diamante della riorganizzazione perché dopo un anno ha avuto anche assegnato un dirigente; ma non è un dirigente che fa la differenza, un po’ come una rondine non fa primavera. La gestione degli uffici studenti e didattica è un groviglio, peccato che non possa essere nascosto agli studenti che lo vedono agli sportelli, ma la colpa non è dei colleghi, ma dalla mancanza di chiara definizione delle procedure e divisione delle due filiere dell’area della didattica: carriera studente e offerta didattica. I colleghi sono lasciati alla deriva, con continue incursioni dei docenti nelle questioni e un’assenza della catena gerarchica che si assume la responsabilità di risolvere i problemi, anzi cerca soluzioni diverse per ogni ufficio.

I presidî, hanno funzionato in alcuni casi per la capacità delle persone che vi sono state gettate. Con la nuova organizzazione e il passaggio dalle Facoltà ai dipartimenti post-Gelmini, alcune funzioni rimanevano di fatto orfane e allora ai presidî sono state affidate quelle esigenze amministrative e tecnico-logistiche comuni ai dipartimenti e ad altre strutture che hanno sede nei plessi di riferimento. Il tutto però non è stato governato, monitorato, anzi in verità i presidî sono stati dei catalizzatori casuali di problematiche e in molti casi li hanno risolti, in altri li hanno aggravati. Aggravati perché il presidio per sua natura è un ibrido, non è centro né periferia, nel senso che svolge funzioni periferiche ma in un’ottica centrale, e quindi rischia di generare fraintendimenti con le strutture periferiche, e aggravare la difficile gestione degli aggiustamenti post-Gelmini.

I dipartimenti, come settore ricerca, restano nascosti da un velo e chi vi lavora avanza costante verso un futuro non meglio definito anche se pare che ora dal centro vogliano intervenire sulla progettazione europea formando alcuni colleghi tecnici in proposito. Si saprà solo dopo che avremo il dirigente alla ricerca in salsa DIPINT.

Le biblioteche sono state riorganizzate per aree, ma di fatto poco è cambiato, solo la diminuzione del personale che di anno in anno rende più difficile fornire i servizi ai livelli del passato. Dal centro chi se ne occupa guarda a sé più che al sistema bibliotecario, e la periferia del sistema affronta i problemi.

Il vero nodo dell’organizzazione è che non c’è omogeneità di articolazione e gestione delle procedure fra uffici analoghi. Alcuni Responsabili interpretano il loro ruolo in modo personalistico ed è assurdo che l’Amministrazione centrale avalli questo sistema, supportando singoli responsabili, dandogli incarichi e ruoli, senza che vi sia alcuna valutazione di impatto generale. Le spinte verso scelte discrezionali, sull’articolazione degli uffici, sulla distribuzione dei carichi di lavoro e sulla gestione degli orari di servizio non sono ammissibili. L’organizzazione del lavoro va regolata, coordinata e governata in modo chiaro e trasparente.

Se poi guardiamo come insieme le strutture che abbiamo elencato, vi sono i rapporti fra le stesse, che non sono stati governati. Non si può dire che è la mancanza di dirigenti che produce questa difficoltà di comunicazione e relazione fra le strutture. Qualcuno in quest’Ateneo ha una visione d’insieme? Riesce a vedere il quadro globale? Sopra alle questioni meramente relazionali, vi è poi la gestione degli incarichi. Nel 2012 furono affidati senza alcun avviso pubblico in cui si potesse manifestare interesse per un incarico specifico. I responsabili furono scelti in via discrezionale, illegittimo? No. Inopportuno? Sì.

Ora con la scadenza di tutti gli incarichi al 31 dicembre 2014 e la proroga fino a nuova definizione, non stiamo andando verso una trasparente riassegnazione, che definisce bene quali siano le responsabilità identificate, ma verso assegnazioni a tronconi. Tutto ciò fa supporre una mancanza di visione generale e la risposta ad esigenze del momento, personali, clientelari e di orticelli. Facciamo l’esempio degli incarichi agli EP, categoria ben definita e con numeri ridotti. Pare ovvio che alla base vi sia una scelta per simpatie, basate sulla consulenza del precedente DA (sempre qui fra commissioni di concorso, consulenza sul bilancio e sugli incarichi), e per carriere. Gli incarichi degli EP sono stati pesati nel 2013, quindi si immagina che vi sia una chiara percezione della loro organizzazione, ma la mancanza di trasparenza negli affidamenti,  e nella pubblicazione di bandi getta ombre, anche sul valore della pesatura. Qualcuno ritiene che si possa andare a battere il pugno sul tavolo per avere un trattamento di favore, ma se fosse tutto stato pubblico non sarebbe stato meglio?

La mancanza di trasparenza a chi giova? È questo che ci dobbiamo domandare. Quando non si definiscono chiaramente gli incarichi e le procedure in capo agli uffici, allora si lascia spazio per la discrezionalità. Lo spezzettamento di cui abbiamo scritto sopra permette di affidare anche a persone non responsabili di ufficio incarichi retribuiti, permette di creare un base di consenso da parte dei vertici, dalla direzione generale ai responsabili di divisione a cascata.

La discrezionalità andrà abbattuta, informando i colleghi, e scrivendo meglio i contratti integrativi. Ci si deve domandare perché altri, che sono in possesso dei nostri stessi dati tacciano. Spesso dal vertice in giù si ritiene corretta l’idea che se un collega non sa fare una cosa non è necessario che la impari, basta che vi sia una persona che la sappia fare, ma così si generano figure uniche, ritenute indispensabili, che possono andare a pretendere per la loro unicità il riconoscimento di incarichi retribuiti. In sé questa pulsione non è sbagliata, ognuno è libero di cercare di valorizzarsi e di provarci, ma lo diventa se viene avallata da chi deve decidere. Dirigere una pubblica amministrazione non vuole dire affidare incarichi senza alcuna valutazione d’impatto e di funzionalità. Questo sistema di discrezionalità, questo “mercato” mina le basi dell’Ateneo e genera tensioni, invidie, e alimenta divisione. Possibile che chi dirige l’Ateneo non abbia la forza e la volontà di tagliare con i metodi del recente passato?

Una commissione di soli interni per la scelta di un dirigente del Dipint non dà la necessaria trasparenza e pari opportunità a tutti i candidati: parola di Cgil

Altan eticaFLC CGIL. Non entriamo nel merito di scelte gestionali legittime come la volontà di bandire un concorso per ricoprire un posto da dirigente per il DIPINT e diamo per scontato, naturalmente, che siano garantite le coperture finanziarie dalla Regione Toscana. Tuttavia, dal momento che si è voluto fare della trasparenza una delle bandiere del rilancio di questa Università (almeno questa è la percezione) quello che suscita più di una perplessità e, soprattutto, solleva dubbi di opportunità, è la nomina della Dott.ssa Ines Fabbro nella Commissione Giudicatrice del concorso. Sicuramente dal punto di vista formale sarà tutto corretto, ma bandire un concorso in qualità di Direttore Amministrativo e poi, quando non lo si è più, rientrare dalla finestra, facendosi nominare componente della commissione giudicatrice di quello stesso concorso, solleva almeno qualche dubbio.

Probabilmente si dirà che la Dott.ssa Fabbro conosce il DIPINT e le sue problematiche, ma altrettanto legittimamente si potrebbe sostenere che la Dott.ssa Fabbro conosca i candidati: un componente esterno dovrebbe assicurare una terzietà di giudizio, visto che a garantire e a difendere gli interessi dell’Università degli Studi di Siena c’è già il nostro Direttore Generale e per l’Azienda Universitaria Ospedaliera è in commissione il suo Direttore Generale. I dubbi aumentano se andiamo a cercare di capire quali siano gli obiettivi da assegnare al futuro dirigente del DIPINT, visto che fino ad ora si è navigato a vista e che alcune scelte organizzative sono già state fatte, anche in assenza di questa figura.

Suggeriamo pertanto al Magnifico Rettore e al Direttore Generale un cambiamento di rotta e persone per continuare a percorrere una strada nuova e uscire da vecchie pratiche che sappiamo fin troppo bene dove hanno portato la nostra Università, garantendo al contempo la necessaria trasparenza al pubblico concorso. Pensiamo infatti che, trattandosi proprio di un pubblico concorso, esso dovrebbe dare a tutti i candidati le stesse opportunità. Tale cosa può essere difficilmente garantita da una figura che bene o male è stata per anni titolare della gestione del personale della nostra università. Sarebbe opportuno infine prevedere un’apposita seduta di contrattazione in modo da comprendere meglio quali siano le intenzioni dell’amministrazione relativamente alla struttura organizzativa del DIPINT.

Università di Siena, Dipint e AOUS: ma chi staccherà la corrente alla giostra della vergogna?

Riccaboni - Fabbro - Frati - Tomasi - Centini

Riccaboni – Fabbro – Frati – Tomasi – Centini

«Non siamo innamorati del DIPINT» ma del dirigente sì, parola di Rettore

USB P.I. Università di Siena. Forse molti non sanno che a ottobre 2014 è stato bandito un posto da dirigente per il DIPINT, il dipartimento interistituzionale integrato finanziato con 8 milioni l’anno dalla Regione Toscana. Come potete leggere dall’avviso si cerca un dirigente a tempo determinato con contratto triennale per dirigere il DIPINT per il costo annuale di circa € 95.000. Nulla si evince dal bando sulla copertura finanziaria per tale contratto. Ci risulta che quando si bandisce un contratto da ricercatore per tre anni la copertura per competenza vada garantita per i tre anni di contratto al momento della stipula. Vi sono due possibilità o i soldi per la copertura vengono dal bilancio d’Ateneo, oppure dai fondi stanziati per il DIPINT dalla Regione. Visto che il bilancio, a nostro avviso, non permette di dare copertura per un contratto a tempo determinato di questo tipo, che dovrebbe peraltro rientrare in una programmazione del fabbisogno di personale, immaginiamo la copertura venga dai fondi della Regione. Sorge spontanea quindi una domanda: ma se il DIPINT è finanziato su base annuale dalla Regione Toscana, e solo ora è stato dato un acconto di 4 milioni per l’anno 2014 dalla Regione, come garantiamo la copertura per il triennio 2015-2017?

Se poi, teniamo conto di quanto il Rettore venerdì 13 marzo 2015 ha dichiarato in seduta di contrattazione, cioè che la Regione per ora non avrebbe garantito il finanziamento del DIPINT per l’anno 2015, davvero ci dobbiamo porre la domanda sul perché un bando emesso ad ottobre 2014 sia stato ritirato fuori in tutta fretta ora a distanza di mesi. Nella stessa seduta di contrattazione il Rettore ha dichiarato: «non siamo innamorati del DIPINT»… ma del dirigente, pare di sì, se attiviamo un concorso senza copertura più che certa.

Ci sarebbe poi da chiedersi cosa vada a dirigere questo dirigente se il DIPINT è un contenitore vuoto che dopo anni non ha prodotto una sola relazione sulla sua attività, ed è servito solo ad incamerare liquidità, per noi vitale si intenda, ma sempre soldi pubblici della Regione, cioè di noi cittadini, che vengono dati in cambio di cosa? Assumiamo con i soldi della Regione, sotto mentite spoglie, un dirigente alla ricerca per l’Ateneo?

Il 19 febbraio 2015 il Pro-Rettore Frati ha firmato la nomina della commissione e in questi giorni si sono svolti i colloqui di selezione. Da notare poi ancora un aspetto che lascia basiti. Il bando viene emanato a firma del Direttore Amministrativo Dott.ssa Ines Fabbro ad ottobre 2014. La commissione nominata a febbraio 2015 risulta composta dal DG dell’Ateneo, dal DA dell’Azienda ospedaliera, una collega PTA universitaria, e per garantire la correttezza della selezione un dirigente esterno, ma udite, udite, chi è il dirigente esterno? La dott.ssa Ines Fabbro!

Siamo alla giostra della vergogna e noi vi guardiamo girare, girare, girare; ma prima o poi la corrente la staccano…

 

Agli intellettuali senesi di una certa età manca tensione etica, apertura mentale e spessore culturale

IntellettualeRabbi Jaqov Jizchaq. Scrive Raffaella Zelia Ruscitto su Il Cittadino online: «Dove sono gli intellettuali senesi? In quali antri si nascondono? A quale esilio si sono autocondannati? È pur vero che l’Università perde docenti e che questi non vengono sostituiti da altri ma sarà rimasto vivo, da qualche parte, lo spirito dialettico e rigenerativo che si è sempre respirato lungo i corridoi e nelle aule dell’Ateneo!»

…Où sont les neiges d’antan? Della neve di due giorni fa, rimane solo un po’ di fango. Lo “spirito dialettico”? Cara Direttrice, di spirito dialettico, attualmente, di voglia, cioè, di discutere costruttivamente, mi pare che non ci sia rimasta nemmeno la puzza: parlare del senso delle cose è assolutamente vietato. Azzoppate le istituzioni culturali (già in passato colonizzate dalla partitocrazia) facendo fuori dall’università o emarginando le leve meno anziane (media di età dei “giovani ricercatori” senesi, 52 anni; età media degli ordinari, 62 anni) viene meno l’humus stesso dove cresce lo spirito dialettico. Quanto agli intellettuali di una certa età, quando non suonano bucolicamente il piffero, normalmente passano il tempo a parlare male l’uno dell’altro: manca tensione etica, apertura mentale e, in definitiva, spessore culturale.

Altrimenti risulterebbe chiaro, per esempio, che per la “cultura” (in senso rigoroso, scientifico od umanistico, per chi ama queste oziose distinzioni), nell’attuale impostazione aziendalistica dell’università, di spazio, proprio non ce n’è e non ce ne sarà in futuro. Verrà preservato forse qualche esemplare di “intellettuale”, preferibilmente con la “erre” moscia, da destinarsi al museo delle razze estinte, tra scheletri di brontosauri e nerboluti uomini di Neanderthal. L’efficienza aziendalistica, da mezzo è diventata il fine e peggio ancora una religio: vuota liturgia, ideologia, rovesciando il rapporto fra mezzi e fini; una finzione di efficienza che ammonta a un girare a vuoto soffocando ogni domanda di senso, in una metastasi di materiale cartaceo sfornato dall’apparato burocratico. Un susseguirsi di minacciose “circolari” che accompagnano, a livello del corpo accademico, la recrudescenza di certo autoritarismo, legato forse al fatto che i ruoli sono congelati da dieci anni, molti settori sono stati marginalizzati, e le gerarchie istituitesi paiono pertanto eterne e inamovibili. Risorge, dietro questa parodia della matematica oggettività, una certa insofferenza verso i “ludi cartacei” della democrazia…

L’aziendalismo dogmatico, da un lato sta conducendo alla mcdonaldizzazione del sistema dell’istruzione superiore (senza oltretutto raggiungere lo scopo di sfornare un maggior numero di laureati), e dall’altro, con la volontà di ridurre tutte le dinamiche interne dell’istruzione e della ricerca a leggi di mercato, si è ridotto esso stesso a un’astratta ideologia, malcelata dietro un profluvio di disposizioni burocratiche che, di fatto, contraddicono ogni idea pratica di efficienza.

Max Born diceva: «sono convinto che la teoria fisica sia oggi filosofia», ma oramai, qui, nella cornice aziendalistica dell’università riformata, anche “filosofia” è una parola proibita, o usata con significato dispregiativo. Oggi, invece dei filosofi, imperversano semmai i tuttologi, razza perniciosa che pontifica su tutto, non dicendo niente.

Va detto che tutti i rami delle scienze moderne sono oramai giunti a un tale livello di specializzazione che rasenta l’incomunicabilità; questo fatto taglia fuori l’intellettuale che, senza essere specializzato in nulla, svolazza di fiore in fiore; ma crea nondimeno eserciti di ignoranti altamente specializzati, i quali ritengono che non esista altra cultura, se non quel centimetro quadro di cui essi stessi sono cultori.

Il tutto si dovrebbe ricomporre nella cornice di quella che chiamiamo solitamente “civiltà” (la “civiltà occidentale”, uno pensa al già citato Musil, ad Einstein, a Turing – che ora va di moda – ecc.). La specifica vocazione professionale di ciascuno non dovrebbe esimere dal dovere etico di cercare di informarsi su ciò che accade in altri campi, e soprattutto dal piacere di farlo, pur senza pretendere di pontificare: «gli scienziati non leggono Shakespeare e gli umanisti sono insensibili alla bellezza della matematica», lamentava Ilja Prigogine.

È deprimente osservare come i poeti mediocri vantino con civetteria la loro ignoranza in cose di fisica e matematica, e gli scienziati mediocri disprezzino la poesia e la musica, senza rendersi conto di come, nella cornice sopra descritta, gli uni e gli altri si trovino al contrario dalla stessa parte della barricata. Quel che è peggio, è che, nonostante oramai tutti si sentano volteriani e brandiscano ampi cartelli “Je suis Charlie”, è rischioso dire queste cose in giro.

Università di Siena: il conflitto d’interesse per il personale contrattualizzato è norma da applicare, per i docenti rientra tra i principi generali di comportamento

Altan-criccaFigli di un dio maggiore

USB P.I. Università di Siena. Scriviamo questo comunicato all’attenzione dell’intera Comunità, e in particolare ai componenti del Senato Accademico. Oggi, infatti, sarà portato in approvazione il codice di comportamento dei dipendenti dell’università di Siena. Il DPR 62/2013 prevede che tutte le pubbliche amministrazioni adottino dei codici di comportamento; vi è anche un’agenzia nazionale di riferimento, cambia spesso nome, CIVIT, ANAC, (forse oggi ha già ricambiato nome), che ha emanato delle delibere in proposito. Un anno fa fu avviato il percorso partecipativo sulla stesura del codice rivolto a tutti i componenti della nostra comunità. Il DPR di riferimento, infatti, prevede che ognuno scriva le proprie regole, fatto in modo intelligente, sarebbe corretto. La RSU rispose di comune accordo con le sigle avanzando delle proposte. Queste furono accolte dall’Amministrazione, in modo quasi totale. In sostanza, cosa era stato proposto? Trattandosi di una università ci si rendeva conto che si doveva scrivere un codice calato sulla realtà specifica dell’Ateneo. Il codice andava applicato a tutti pur tenendo conto degli status giuridici differenti, personale contrattualizzato e non. Era stato trovato un modo per far tornare tutto e dobbiamo dire l’Amministrazione stessa aveva accolto l’impostazione che cercava di applicare le regole a tutti.

Vi sono dipendenti con status giuridici differenti, vero, ma pur sempre tutti dipendenti dello Stato. Se è normato il conflitto d’interesse all’interno dell’Università di Siena, non si può sostenere che per i dipendenti contrattualizzati è norma, e si applica, mentre per i dipendenti non contrattualizzati sono principi generali di comportamento! Principi generali? Di cosa stiamo parlando, cioè si va nelle piazze a manifestare quando i conflitti riguardano gli altri, ma quando poi si tocca l’interesse personale ecco che scappa fuori lo status giuridico? Per favore, in questa fase storica in cui si stanno, a fatica, cercando di abbattere privilegi anacronistici, c’è ancora chi ritiene corretto sostenere che i conflitti si regolano in modo differente? Cioè per qualcuno si regolano e per altri, di fatto, no. Ebbene sì, il Nucleo di valutazione (NdV) propone questo, e oggi chiede al Senato di avallare questa tesi. Si sa, i docenti, dipendenti pubblici, sono figli di un dio maggiore, per loro le regole, che valgono per gli altri, sono principi generali.

Il punto del conflitto d’interesse è importante perché era stato costruito un sistema che nella valutazione dello stesso tenesse conto dei diversi ruoli, quindi iter di intervento e controllo differenti. Il NdV però questo non lo accetta e dice che è il codice etico dell’Ateneo a disciplinare la materia, e che non c’è bisogno di prevedere iter specifici sulla gestione del conflitto di interesse, ma basarsi sulle linee generali previste dal codice etico. Forse però si dovrebbe sapere che la delibera 75/2013 della CIVIT prevede che il codice etico venga ricompreso, di fatto scomparendo, nel codice di comportamento, e che si prevedano iter precisi! Tutto questo però si fa finta di non saperlo. Il codice etico dell’Ateneo approvato nel 2011 deve essere incluso nel codice di comportamento!

Il Senato oggi è chiamato a prendere una decisione delicata lo dice anche il NdV, nel documento che ha presentato. Nell’ultimo paragrafo, nel trasmettere il proprio parere agli organi di governo, per la delicatezza della questione, ritiene debba prestare attenzione alla materia anche l’organo rappresentante del personale docente. Quale sarebbe tale organo? Non ci risulta, esista, un organo del genere nell’Ateneo. Quanto fa paura che il conflitto d’interesse venga normato? Invitiamo il Senato accademico a riflettere bene sul segnale che si vuole dare rispetto alla trasparenza delle funzioni della Pubblica Amministrazione, tutti ne rispondiamo, non esistono figli di un dio maggiore.

Il buco dell’Università di Siena è stato coperto con i soldi dei cittadini facendo pagare due volte lo stesso immobile

Le-Scotte

Da un articolo sulla riorganizzazione delle Asl in Toscana, pubblicato da “Il giunco.net(il quotidiano della Maremma), si riporta il passo riferito alla vendita dell’Ospedale Le Scotte, messa in atto per coprire parte del buco dell’Università di Siena.

Sanità: «Facciamo un’area vasta con Siena a Val di Cornia»

Gianfranco Chelini (segretario provinciale del Centro democratico di Grosseto). (…) È un guardare all’indietro la spinta neocentralizzatrice regionale, anche sulla sanità, che vede Firenze raccogliere tutte le eccellenze sul proprio territorio finanziata dai cittadini delle altre Province toscane. Basti ricordare che il buco dell’università di Siena è stato coperto con la vendita dell’Ospedale delle Scotte alla Asl di Siena con un costo di centocinquantamilioni di euro. In disparte la circostanza poco elegante di far pagare con le tasse dei cittadini due volte lo stesso immobile, ricordiamo che questi fondi sono stati tolti dal fondo sanitario regionale impoverendo così le altre Asl, cosa già successa per coprire il “grande buco” di Massa Carrara. (…)

Università di Siena: alla ricerca del senso del ridicolo perduto

DatiUnisi2015

Grande soddisfazione del rettore dell’Università di Siena per le 213 matricole del 2014/2015 – crollate a 86 l’anno prima – nei corsi di laurea aretini in Lingue per la comunicazione interculturale e d’impresa e in Scienze dell’educazione e della formazione. Ovviamente, com’è suo stile, il “magnifico”, così loquace nel commentare segnali poco significativi, non dice nulla sul dimezzamento delle immatricolazioni in dieci anni e sulle reali condizioni dell’Ateneo.

Il numero dei docenti è sceso a 755 unità (costo: circa 65 milioni di euro), mentre quello del personale tecnico-amministrativo e dei collaboratori ed esperti linguistici (Cel) è pari a 1.068 unità (costo: circa 39 milioni di euro). Al 31 dicembre 2014, mancano all’appello 50 docenti, rispetto all’evoluzione fornitaci dal rettore che, alla stessa data, ne prevedeva 805: e certamente non saranno state tutte morti premature. Silenzio sul rapporto docenti/tecnici-amministrativi che, oggi, risulta pari a 0,72.

Con Riccaboni il numero degli studenti è crollato da 18.088 dell’A.A. 2011/2012 a 14.524 dell’anno corrente. La decisione di mantenere per l’università di Siena, unica sede in Italia, l’accesso libero a Farmacia, Chimica e Tecnologia Farmaceutiche (CTF), Biologia – in assenza dei requisiti minimi di legge (numero di docenti, risorse strumentali e logistiche) – ha portato alla distruzione di tali corsi di laurea, fiore all’occhiello del nostro ateneo. Gli studenti hanno pagato profumatamente le tasse per un servizio che l’Ateneo non poteva assicurare. E così, tutta l’operazione è servita per far cassa e per titoli reboanti sulla stampa locale, nell’ottobre 2011: «Mille studenti in più, ricaduta economica per tutta la città»; «Immatricolazioni alle stelle; clamorosa impennata»; «Vola il mercato degli affitti».

Articolo pubblicato anche da:
Il Cittadino Online (23 gennaio 2015) con lo stesso titolo.
Bastardo Senza Gloria (24 gennaio 2015) con il titolo Lo stato delle cose: riceviamo e pubblichiamo per i nostri lettori l’analisi di Giovanni Grasso.

A Sienne la Culture c’est moi

Riccaboniridens1Una buona notizia: verso gli “stati generali” della cultura!

Mario Ascheri. Entro un mare di notizie certo non esaltanti (MPS, Fondazione MPS e Chigiana, SMS, Università degli Studi, Aeroporto ecc.) e di chiacchiere soporifere sulla cultura in cui si sono distinti alcuni politici in questo inizio d’anno, è intervenuto anche un annuncio notevole. L’assessore Vedovelli ha previsto entro febbraio gli stati generali della cultura cittadina. Bene, benissimo. Bisogna arrivarci preparati affinché non sia un’occasione perduta e perciò sono sicuro che l’assessore starà pensando a scadenzare qualche fase precedente in modo che i partecipanti arrivino con idee chiare e concrete.

Banale ma forse non inutile precisare che la cultura è cosa diversa dal turismo, che ha o può avere tante implicazioni culturali ed economiche ma che di per sé non implica sviluppo culturale per chi lo fa e per chi ne fruisce i benefici. Se vado al mare in Sicilia, stando sempre al sole o in acqua ignorando tutto della cultura locale con i pop corn e la coca cola, ne ritornerò abbronzato e rilassato ma senza neppure un briciolo di maggior cultura, neppure gastronomica. Neppure visitando qualche museo o mostra è detto di per sé che la cultura personale se ne avvantaggi se la visita è fatta senza certe “basi” e la necessaria “assistenza” di letture o ascolti ecc. Il crollo della lettura di libri è avvenuto contestualmente all’aumento del turismo per spettacoli, concerti, mostre e città d’arte: nuove forme di consumismo? Passeggiare sulla Francigena quando fa “crescere” culturalmente? Ormai basta usare intelligentemente dell’enorme, incredibile patrimonio caricato sul web (a parte anche le tante oscenità) per divenire dotti di musica e arte, teatro e poesia, storia, diritti umani, economia e quant’altro. Andare all’inaugurazione di una mostra o a un evento pubblico è un fatto sociale sempre (un tempo anche molto eno-gastronomico a Siena), che può anche essere culturale. Ma non è affatto pre-detto per il singolo partecipante…

Ciò premesso, di fronte a una comunità l’ente pubblico locale per definizione, il Comune, per lo sviluppo culturale deve occuparsi delle strutture e dei temi nodali, che spesso il privato non cura perché non vi vede utilità o profitto. Non si deve né può sostituire al privato individuale o associato, terreno in cui Siena ha una realtà fantastica, dalle contrade con le loro società alle tante associazioni di settore (anche quelle sportive fanno cultura, sia chiaro), ai club, alle accademie (almeno 3 attivissime), alle fondazioni. Soprattutto a Siena il Comune ha davanti uffici ed enti statali come le scuole di ogni ordine e grado, le Soprintendenze, l’Archivio di Stato e le due Università, o grandi enti storici come l’Opera del Duomo.

Di fronte a tanto bendidio a Siena si può solo fare una selezione, un inventario delle priorità, cominciando con il dare il buon esempio. E curare il proprio patrimonio, formale (museo civico, chiese comunali come S. Agostino, SMS, la fortezza ecc.) e storico (come le mura), cosa che non sempre avviene, o non avviene in misura decente. Ma come sito Unesco il Comune ha anche l’obbligo di vigilare più del “normale” su tutta l’area entro le mura più ampie, del Tre-Quattrocento, per cui se una chiesa è trascurata dal proprietario dovrà intervenire (penso ora a S. Giorgio, a S. Salvatore ecc.), così come per le porte cittadine e le fonti talora ritenute private le une e le altre (è tema discutibile ma non seriamente discusso). Che l’area retrostante del SMS o i suoi portali, ad esempio, siano così mal ridotti è scandaloso perché dà l’idea di un ente che ha smarrito il buon senso oltreché quello delle priorità.

Prima di tutto quindi il patrimonio, compreso quello mobile, di arredi, monete antiche, medaglie fino ai quadri sparsi qua e là. In questo senso mi si consenta di segnalare come priorità “sostenibile” la liberazione dagli uffici dei locali di Palazzo pubblico con evidenze artistiche o architettoniche. Finché era una necessità si potevano tollerare, ma ora che i dipendenti comunali diminuiscono e si sono liberati spazi (caserma vigili) e altri si stanno per svuotare, pare (palazzo del Governatore, detto della Prefettura/Provincia), la giustificazione non c’è più. Aprire tutto il Palazzo pubblico non è un’idea di grande rilievo culturale (e turistico) da ampiamente pubblicizzare? Anche perché il Palazzo si può corredare di quella informazione visiva o digitale che fa entrare direttamente nella storia della città, dal Trecento ai giorni nostri! Non si può fare in economia una operazione del genere?

Altra operazione di altissimo rilievo culturale (e anche turistico e promozionale di prim’ordine per l’azienda) sarebbe la sistemazione del patrimonio artistico della Banca: perché non con solenne donazione al Santa Maria? Quale boom più grande si può pensare sui media internazionali? Il trasferimento della Pinacoteca è tutt’altro che vicino. Questa invece è realizzazione relativamente rapida che peraltro aiuterebbe non poco la ripresa di immagine di cui la Banca ha tanto bisogno. Altro intervento prioritario per il Comune non è il lavoro qualificato nei beni culturali? Ebbene, in attesa del nuovo Louvre (ancora molto indistinto, checché si dica, e lo sarà anche dopo l’intesa di fine mese con la Fondazione MPS, temo) non si potrebbe iniziare la scuola e laboratorio di restauro di cui si è sempre parlato? Non darebbe lavoro a docenti e subito dopo agli allievi a Siena e fuori? E non sarebbe il modo migliore per verificare nel concreto una positiva sinergia del Comune con le due Università, lo Stato e la Regione? Si parla di realtà problematiche da questo punto di vista (come la Chigiana) e si trascura quello che è quasi a portata di mano.

Le due università nei discorsi sulla cultura sono state quasi ignorate, prima dal miraggio Capitale e ora di nuovo dal miraggio SMS. Il Santa Maria, sia chiaro, potrà giovarsi e ospitare parte dell’Università ma non sostituirne certe funzioni. Non è un terreno tutto da arare, anche tenuto conto che l’Università tradizionale ha avuto un crollo delle iscrizioni a quanto pare più accentuato che altrove? Si dirà che l’Università non si è fatta viva per tanti anni. Se non ha saputo riflettere per nulla sulla crisi della città (si sveglia ora con singolare originalità per Charlie!) come può dare un contributo alla rinascita della città? L’Università per Stranieri sta maturando un diverso atteggiamento (e l’assessore giova senza dubbio), ma è il Comune che ha il dovere di pungolare un ente di quella importanza se non riprendere il suo ruolo storico per Siena e il suo territorio. Accademia Chigiana, Siena Jazz e Istituto Franci hanno problemi diversi, ma anche del loro futuro si deve parlare per il benessere culturale (ed economico) della città nel nuovo quadro di sostenibilità economiche con cui abbiamo a che fare. Ma avendo presenti le diverse scale dei problemi.

Basti questo per richiamare sommessamente a fare ordine. Chiarite le premesse, si potrà fare un discorso sul ruolo del Comune in campo culturale a Siena. Ma senza confondere il quadro con le cornici. Il rischio si corre eccome, perché la crisi della politica ha da tempo investito anche la cultura (e ne è un aspetto). Nel Paese, ma ancor più a Siena per la diffusa corruzione (morale, quando non criminale) dilagata per anni: anch’essa un problema enorme tutto culturale (anche) che non si ha la forza di affrontare.

Non sarà che si sia deviata volutamente l’attenzione con le varie chimere delle Capitali (perché i rapporti internazionali della CEC vanno persi?) e ora degli spropositati e onnivori orizzonti del SMS (sul quale un approccio in http://www.sienatv.it/web/podcast.html?task=videodirectlink&id=633)?