L’inesistente mobilità dei docenti tra atenei e la follia della classifica delle venti “migliori” università

Unisi2015

Rabbi Jaqov Jizchaq. Per inciso, checché ne dicano i neomelodici che intonano peana ad Apollo “il risanatore” (Paian), la situazione nuda e cruda è questa: le 20 università “migliori” secondo l’ANVUR, quelle che dovrebbero proiettarci nella competizione internazionale, sarebbero (e il condizionale mi pare più che d’obbligo) le seguenti: Padova, Trento, Milano Bicocca, Verona, Bologna, Bolzano, Pisa (Sant’Anna), Torino, Pavia, Ferrara, Milano (San Raffaele), Padova, Roma-Tor Vergata, Modena-Reggio Emilia, Trieste (SISSA), Piemonte Orientale, Venezia-Ca Foscari, Milano (Politecnico), Pisa-Normale, Roma-Luiss.

Le altre risulterebbero di serie B e secondo il liberal-meritocratico prof. Giavazzi non dovrebbero avere nemmeno corsi di laurea specialistici, né dottorati di ricerca (ma chi cavolo dovrebbe iscriversi ad un ateneo che possiede solo trienni? Allora tanto vale chiuderlo!). Notare che eccetto Sant’Anna, nella lista non c’è nessuno dei principali atenei toscani. Dunque, o l’ANVUR è una pagliacciata, oppure nessuna delle università toscane è degna di rientrare nel novero di quelle famose due decine destinate a partecipare alla competizione globale. Men che mai nei “cinque hub” di cui vaticinava il Giovane Favoloso Renzi (“Ma come sarebbe bello se riuscissimo a fare cinque hub della ricerca… Cinque realtà anziché avere tutte le università in mano ai baroni, tutte le università spezzettatine… cinque grandi centri universitari su cui investiamo… le sembra possibile che il primo ateneo che abbiamo in Italia nella classifica mondiale sia al centoottantatreesimo posto?”).

Al netto delle iperboli alle quali ci ha abituato il Nostro, la direzione nella quale stiamo andando è evidente: ridimensionamento degli atenei e del loro numero; riduzione delle piccole università a “teaching universities”, con punizione collettiva di chi ci lavora; allora, se uno dice “piove” quando piove, e invita a munirsi di un ombrello, costui è uno sporco miscredente eretico e servo delle multinazionali che brama avidamente la pioggia e persino gode delle inondazioni? Fuor di metafora, non voglio riferirmi a chi ha le gambe per stare ritto da solo, ma agli altri, quelli che barcollano: se uno adombra, visto che il progetto reale cui le Competenti Autorità segretamente mirano è quello testé descritto, la necessità per gli atenei di collaborare alla costituzione di robusti poli scientifici territoriali, adatti alla competizione nazionale ed internazionale, laddove essi abbiano ancora del personale specializzato in certe aree scientifiche (prima che qualche burocrate te lo imponga con criteri ottusamente burocratici del menga calati dall’alto), costui deve essere per forza sospettato di essere al soldo del re di Prussia? Se sì, l’alternativa quale sarebbe, quella di farlo, senza dirlo (“si fa, ma non si dice e chi l’ha fatto tace, lo nega e fà il mendace”)?

La suddetta classifica, sia detto chiaramente, mi pare di per sé un po’ folle, e ancor più folle mi pare il criterio che rischia di accentuare le distanze entro la classifica stessa: leggo in un documento CRUI che il numero di docenti tra il 2008 e il 2014 è calato di circa 10.000 unità. A Siena la situazione è ben più drammatica che altrove: meno 50% docenti entro il 2020 e ad oggi già perso il 53% delle immatricolazioni: «In dieci anni nella patria del Palio le immatricolazioni si sono dimezzate, passando da 4.396 a 2.271. Solo quelle toscane, nello stesso periodo analizzato, sono scese da 2.684 a 1.252 (-53%).» Orbene, può anche darsi che io non la sappia abbastanza lunga, non sia iniziato alle segrete cose, sì da non capire il mistero per cui la cifra numerologicamente “giusta” per Siena è quella di 610 docenti, quindicesimo numero della successione di Fibonacci (per 998 amministrativi: caso unico nella Via Lattea); ma il criterio col quale si addiviene a questa contrazione, cioè semplicemente smantellando i corsi man mano che i professori si avviano al “buen retiro” e le cattedre si svuotano, questo è ben visibile e a dire il vero mi pare un criterio del cacchio: all’estero fanno così? Nelle aziende fanno così? Chiudono il reparto motori, quando va in pensione qualche ingegnere od operaio?

Se un certo corso è di serie A, ma vanno in pensione metà dei docenti lasciando scoperte le cattedre senza rimpiazzo, ecco che questo cessa di essere di serie A, e anzi, probabilmente chiude proprio, per mancanza dei “requisiti di docenza” (e a Siena di corsi ne hanno già chiusi più della metà, concetto che è difficile a far capire all’indignato un tanto all’ora che manifesta incessantemente la sua indignazione al bar dello sport, ma nulla sa di leggi e numeri); cosicché la gente che rimane, messa nell’impossibilità di bene operare, viene d’ufficio classificata di serie B: è questo un uso sensato delle risorse umane? La mobilità tra atenei di fatto non esiste e tutta la giavazziana e abravaneliana meritocrazia, va in tal modo a farsi benedire: una volta marchiato a sangue come appartenente ad un ateneo, uno e luteranamente predestinato ad appartenere ai sommersi oppure ai salvati dal marchio d’origine e dalla imperscrutabile volontà divina, per cui a nulla valgono le opere di bene.

Insomma, le Competenti Autorità venissero allo scoperto, per favore: cosa vogliono fare? Qui c’è gente che il lusso di andare in pensione non se lo può concedere (e forse la pensione non ce l’avrà mai), e che si domanda cosa farà nel prossimo ventennio. Con tono grave ti dicono che siamo fatalmente trascinati verso un destino ineluttabile (odo risuonare l’allegro con brio della V sinfonia beethoveniana sullo sfondo). Può anche darsi che sia giusto, come scriveva Pasolini, che i figli paghino le colpe dei padri; meno chiaro è perché per le mie colpe debbano pagarle i figli altrui, e perché certi figli di cotanti babbi e mamme non paghino mai le colpe dei loro padri, ma in ogni caso nessuno considera che c’è parecchia gente destinata a restare in servizio ancora qualche lustro, molti nei settori smantellati o smantellandi: a fare cosa?

Di questo problema bizzarramente non se ne parla proprio; i cicli di studi o “coorti”, un po’ come piani quinquennali di sovietica memoria, rappresentano l’orizzonte oltre il quale nessuno osa guardarli. Tanto la maggior parte degli ordinari andranno in pensione entro il quinquennio e nonostante tutta la nauseante retorica giovanilistica e minacciosamente meritocratica, il “giovin ricercatore” (o ex tale: età media dei ricercatori senesi, 52 anni) è come quella strana figura dell’Homo sacer romano, che anche se uno lo ammazza, non gli viene ascritto alcun omicidio, in quanto la sua morte si dice sia stata decisa da una qualche volontà superiore.

Come evitare la costituzione di dipartimenti psico-geologici e odonto-filologici

Altan-troppostronziRabbi Jaqov Jizchaq. Gian Antonio Stella puntualizza, e in effetti normalmente si riconosce, che l’imposizione di parametri così elevati per la sostenibilità di corsi di studio e dipartimenti (che io sappia non ve ne sono di eguali nei paesi avanzati coi quali ci confrontiamo: lì, se non bastano i docenti, semplicemente quelli che ci sono lavorano di più, non si chiude il corso o il dipartimento!), ha costituito una reazione al dilagare di corsi e corsettini sul “bue muschiato”, di microdipartimenti, sedi distaccate ed altre consimili amenità che hanno caratterizzato gli anni della dissipazione.

Fermo restando il biasimo per tutto ciò, allora l’imposizione di parametri insostenibili ha il sapore semmai di una vendetta, non di una riforma: come se per incrementarne la scarsa produttività, il perfido capo ufficio imponesse all’obeso ragionier Fantozzi di saltare 2,45 m. Ma data la sproporzione tra la causa e l’effetto, quel ragionamento a me pare più che altro un puro non sequitur, una spiegazione pretestuosa; a mio avviso una riforma sensata non può prescindere da elementi di realismo, e il realismo ci dice che con il turn over quasi bloccato, o bloccato del tutto a seconda delle sedi (e in posti come Siena, se si riaprirà, si tratterà di piccoli numeri), e il pensionamento di metà del corpo docente, quei parametri sono semplicemente irrealistici. Quasi surrealistici. Si dicesse dunque apertamente cosa si vuol realmente ottenere: la decimazione? Bene, ma anche dopo la battaglia normalmente ci si preoccupa del recupero dei caduti; cosa volete farne delle dozzine di persone che lavorano nei settori che via via state smantellando?

Così è sin troppo facile determinare, a priori, quali saranno le renziane università di serie A e di serie B; purtuttavia non è ben chiaro perché molti, individualmente, si verranno a trovare fra i sommersi, piuttosto che fra i salvati, né se possono emendarsi con le opere da questa colpa originaria. Una riforma non può difatti, nemmeno eludere le conseguenze della sua applicazione: non si può tirare il sasso in piccionaia e poi nascondere la mano, e qui le conseguenze della tenaglia fra requisiti numerici elevatissimi da un lato, e fuoriuscita di metà corpo docente a turn-over bloccato, dall’altro, sono semplicemente che, siccome in talune sedi molte aree scientifiche si avviano ad essere smantellate per la caduta dei requisiti di docenza e la scomparsa di insegnamenti fondamentali, il personale residuo che non potrà andare in pensione risulterà di fatto in esubero e difficilmente riciclabile.

Si è valutato ciò che è strategico, per un territorio, e ciò che non lo è? Secondo un uso razionale delle risorse umane, se si vogliono evitare mostruosità e i dipartimenti psico-geologici oppure odonto-filologici, i fritti misti dei corsi di laurea cinobalanici dal contenuto incomprensibile che condannano alla serie B chiunque abbia la disgrazia di rimanervi imprigionato, questo personale dovrebbe pertanto venire, per un verso o per un altro, associato ad altre sedi, continuando a dispensare utilmente la propria specifica competenza all’interno di poli scientifici territoriali robusti, competitivi, o semplicemente decenti. Dicendo questo, preciso, non esprimo un personale convincimento, ma cerco solo di far venire alla luce, con arte di levatrice, i pensieri, il non-detto e le segrete intenzioni dei riformatori, esortando le competenti autorità a non continuare col giochino di nascondere la mano, dopo aver tirato il sasso.

A proposito di pseudoriforme dettate da un aziendalismo che allegramente se ne frega dei contenuti, contribuendo pertanto allo smantellamento del sistema dell’istruzione pubblica, più che a riformarlo, aggiungo una considerazione sull’articolo di Lorenzo Bini Smaghi sul “Corriere” di lunedì 9 Marzo, circa la durata del ciclo scolastico, che da noi è più lunga che in altri Paesi europei di un anno: “Ciò significa che un ragazzo italiano finisce gli studi in media a 19 anni, contro i 18 dei suoi coetanei europei, arrivando dunque più tardi all’università o sul mercato del lavoro”. Ma, che vuol dire? Vuol dire studiare di più nell’arco di quattro anni, oppure – come temo – eliminare le conoscenze acquisite nell’ultimo anno? Si può prescindere dai contenuti? Quanta matematica sapranno coloro che s’iscriveranno ai curricula scientifici?
 Anzitutto la scuola superiore termina a 19 anni, come in Italia, in metà dei paesi europei; e poi il tasso di ignoranza e di impreparazione di molti studenti europei è evidente a chiunque ci abbia avuto a che fare; in Germania non sono punto soddisfatti di questa innovazione e così noi rischiamo di arrivare dopo la musica, spacciando per novità ciò che altrove appare già un esperimento superato. E poi immagino l’utilità, per il mercato del lavoro, di una pseudo-laurea triennale in scienze del piffero, conseguita avendo alle spalle addirittura un anno in meno di scuola superiore: inutili pezzi di carta rilasciati di un’istituzione vieppiù inutile, il nulla vestito col niente. Che se ne farà, se non la società tutta, “il mercato del lavoro”, di simili “laureati”? Noto en passant che il ruolo della cultura nella formazione del cittadino e della coscienza civica non viene mai preso nemmeno in considerazione.

Nel 1958, in Cina, si tenne l’VIII congresso del partito comunista, durante il quale Mao dichiarò guerra ai passeri! Le rese agricole erano pessime, il partito non poteva ammettere errori di gestione, e quindi si additò questo temibile “nemico del popolo”: il passero, colpevole di sottrarre risorse all’agricoltura. L’esito dello sterminio dei passeri fu naturalmente un dilagare smisurato degli insetti, che produssero danni devastanti all’agricoltura, ben peggiori di quelli eventualmente provocati dai passeri.

E se si costituisse un Dipartimento di Odontoiatria dantesca? Cerbero, il canino a tre teste

 

Paul Gustave Doré: Cerbero dantesco

Paul Gustave Doré: Cerbero dantesco

Rabbi Jaqov Jizchaq. Scrive Gian Antonio Stella: «Il colmo è stato toccato all’università di Chieti. Dove, a causa prima delle spaccature interne e poi della necessità di trovare una scappatoia alla rigidità della legge voluta nel 2009/2010 da Maria Stella Gelmini, decisa (con buone ragioni, anche) ad arginare l’eccesso di dipartimenti spesso mignon con la soppressione o l’accorpamento di quelli più piccoli, è nato il Disputer. Dipartimento di Scienze Psicologiche Umanistiche e del Territorio. Che tiene insieme gli psicologi che indagano nel sottosuolo delle menti umane e geologi che studiano il suolo e il sottosuolo della terra. Un capolavoro. Come se, per sopravvivere a una spending review, si fondessero insieme una carpenteria navale e un quartetto di violini.»

E perché non seguire il suggerimento di Totò (i famosi dentisti-dantisti di “Uccellacci e uccellini”) aprendo un Dipartimento di Odontoiatria Dantesca denominato magari Cerbero (il canino a tre teste)? Sicuramente si troverà che vi è un denominatore comune, legato alla sostenibilità ambientale. La Fondazione prometterà dei soldi (e poi non li darà). Questa è “l’estasi amministrativa” di cui parla Dostoevskij, ovverosia una sorta di delirio teso principalmente ad appagare la brama di autoaffermazione delle burocrazie ministeriali. Personalmente non capisco bene come possano andare d’accordo lo sputtanamento delle strutture didattiche e di ricerca, con la pressante richiesta di una sempre maggiore produttività scientifica (l’ANVUR, la SUA, il VQR, i renziani atenei di serie A e di serie B ecc.), ma tant’è: mettetevi nei panni di un referee estone o texano che si vede recapitare un paper e cerca di capire che mestiere fa l’autore… tornano esatte le impietose considerazioni del prof. Settis citate precedentemente.

… Eh, sì, come in quella celebre balera, l’orchestra sonerà “l’hai volsuto tu”, il mal voluto non è mai troppo. Quello del Disputer non è certo un caso isolato (e non c’è bisogno di andare fino a Chieti): anzi, è la norma, visto che, oggi come oggi, sono poche le sedi capaci di squadernare i grandi numeri richiesti dalla legge per la sostenibilità di un “megadipartimento”, nell’accezione gelminiana. E sarà sempre peggio. A Siena, dove bisogna primeggiare anche nelle disgrazie, calerà del 50% l’intero corpo docente, come evidenzia il grafico riportato in alto a destra, e tuttavia leggo che anche altrove non si scherza. Secondo il rapporto del CUN negli ultimi 7 anni la riduzione dei finanziamenti, il blocco del turnover dei concorsi e l’abbassamento dell’età pensionabile hanno provocato un crollo verticale esattamente del 30% dei professori ordinari e del 17% degli associati. La fascia dei ricercatori è ad esaurimento da alcuni anni.

Si fa notare che il crollo «supera ampiamente la diminuzione del numero degli studenti.» Entro il 2018 le cose peggioreranno ancora; i professori ordinari in Italia caleranno del 50 per cento: «nel 2018 infatti saranno solo 9.443 a fronte dei 18.929 del 2008, anche a causa del pensionamento di 4.400 docenti. Gli associati, invece, caleranno del 27%: nel 2018 13.278, a causa di 2.552 cessazioni, a fronte dei 18.225 del 2008. Complessivamente nel 2018 ci saranno 9.463 professori universitari in meno.» Tutto ciò era ampiamente prevedibile, perché conseguenza delle due uniche certezze alle quali possiamo aggrapparci: 1) che si invecchia e 2) che non ci sono quattrini. Homo sine pecunia est imago mortis.

Che vuol dire rilanciare “la cultura” a Siena? Come si fronteggia la concorrenza di atenei italiani ed esteri che offrono corsi di studio prestigiosi?

Martin Heidegger

Martin Heidegger

Rabbi Jaqov Jizchaq. Ieri sera, in occasione della trasmissione del film della Von Trotta su Hannah Arendt e della ricorrenza del Giorno della Memoria, mi sono andato a rileggere il Discorso di rettorato che fu pronunciato sabato 27 maggio 1933 da Martin Heidegger, filosofo “agreste e boschivo” e discretamente nazista, in occasione della cerimonia ufficiale del suo insediamento come nuovo rettore dell’Università di Friburgo in Bresgovia. Non ho molta affinità con il personaggio, e men che mai condivido le sue simpatie, risalenti a questo periodo, per il regime nazionalsocialista, o certi lati criptonazisti del suo pensiero. Aborro altresì, per più ragioni, il suo disprezzo antisemita (i “Quaderni Neri”) per quel popolo che si distingue per “il rimarcato talento nel dar di conto” (sic), ossia gli ebrei. Ma il tono non è certo quello ragionieristico di chi parla solo ed esclusivamente di requisiti minimi e crowdfunding, intercalando qua e là la parola “cultura”:

«Scienza non è per loro [i greci] neppure il semplice mezzo del potenziamento del sapere che rende consapevole ciò che è inconsapevole; essa è invece quella potenza che, nel mantenere acuto e intenso l’intero Dasein (l’intero rapporto con l’essere), lo contiene e lo abbraccia completamente. Il sapere scientifico è l’interrogante e stabile stanziarsi nel bel mezzo dell’ente che, colto nella sua interezza, costantemente si nasconde. Tale operante perseverare è pienamente consapevole del proprio disconforto dinanzi al destino ecc.»

Lasciamo perdere il resto… probabilmente, ai nostri giorni, non del tutto senza ragione, l’uditorio, anziché inquietarsi laddove Heidegger accennava alla “missione storica e spirituale del popolo tedesco”, si sarebbe semplicemente addormentato, dopo aver cercato invano qualche istogramma da rimirare o qualche sito da compulsare; quello che voglio dire è che nel frenetico fare e disfare di questi anni, nell’università italiana e senese in particolare, mi pare che sia mancato e manchi un orizzonte di senso.

Ho più simpatia invece per quell’altra università germanica, di proporzioni non dissimili da Siena, dove di “talenti nel dar di conto” non mancarono certo e che vide succedersi o coesistere, tra gli altri, personaggi come Gauss, Dirichlet, Emmy Noether, Riemann, Klein, Hilbert, Born, Planck, Minkowski, Wigner, Husserl, Weber ecc. (sto parlando ovviamente della Goettingen che fu e diversi dei succitati illustri personaggi furono allontanati in occasione della “Grande purga” antisemita del 1933); tanto per dire che quando si parla di “eccellenza”, senza citare la solita “Ossforde” e “senza nulla a pretendere”, i punti di riferimento storici nella cultura europea, sarebbero di questa scala: allora, “senza nulla a pretendere” e contendandoci anche di parecchio meno, che cosa vuol dire che si vuol rilanciare “la cultura” a Siena?

Non è chiara in particolare, in una tale cornice, la sorte che in seno all’ateneo si riserva a quelle aree dove “l’approssimazione” non è di casa, cioè ai rami più astratti ed esatti della scienza e della cultura: “l’uomo impreciso domina il tempo presente”, scriveva Musil, ma non si capisce come si pensi di fronteggiare la concorrenza di atenei italiani ed esteri che oramai offrono ben delineati corsi di studio solidi e di tutto prestigio, concorrenziali non solo dal punto di vista dei contenuti e delle prospettive, ma oramai anche dal punto di vista economico.

Università di Siena: alla ricerca del senso del ridicolo perduto

DatiUnisi2015

Grande soddisfazione del rettore dell’Università di Siena per le 213 matricole del 2014/2015 – crollate a 86 l’anno prima – nei corsi di laurea aretini in Lingue per la comunicazione interculturale e d’impresa e in Scienze dell’educazione e della formazione. Ovviamente, com’è suo stile, il “magnifico”, così loquace nel commentare segnali poco significativi, non dice nulla sul dimezzamento delle immatricolazioni in dieci anni e sulle reali condizioni dell’Ateneo.

Il numero dei docenti è sceso a 755 unità (costo: circa 65 milioni di euro), mentre quello del personale tecnico-amministrativo e dei collaboratori ed esperti linguistici (Cel) è pari a 1.068 unità (costo: circa 39 milioni di euro). Al 31 dicembre 2014, mancano all’appello 50 docenti, rispetto all’evoluzione fornitaci dal rettore che, alla stessa data, ne prevedeva 805: e certamente non saranno state tutte morti premature. Silenzio sul rapporto docenti/tecnici-amministrativi che, oggi, risulta pari a 0,72.

Con Riccaboni il numero degli studenti è crollato da 18.088 dell’A.A. 2011/2012 a 14.524 dell’anno corrente. La decisione di mantenere per l’università di Siena, unica sede in Italia, l’accesso libero a Farmacia, Chimica e Tecnologia Farmaceutiche (CTF), Biologia – in assenza dei requisiti minimi di legge (numero di docenti, risorse strumentali e logistiche) – ha portato alla distruzione di tali corsi di laurea, fiore all’occhiello del nostro ateneo. Gli studenti hanno pagato profumatamente le tasse per un servizio che l’Ateneo non poteva assicurare. E così, tutta l’operazione è servita per far cassa e per titoli reboanti sulla stampa locale, nell’ottobre 2011: «Mille studenti in più, ricaduta economica per tutta la città»; «Immatricolazioni alle stelle; clamorosa impennata»; «Vola il mercato degli affitti».

Articolo pubblicato anche da:
Il Cittadino Online (23 gennaio 2015) con lo stesso titolo.
Bastardo Senza Gloria (24 gennaio 2015) con il titolo Lo stato delle cose: riceviamo e pubblichiamo per i nostri lettori l’analisi di Giovanni Grasso.

Un posto dove la cultura – nel senso più ampio – non gioca alcun ruolo non è più “università”

Rettori a vita

Rabbi Jaqov Jizchaq. Credo si possa sintetizzare l’intervento di Salvatore Settis dicendo che il grande assente da tutte le discussioni, ad ogni livello, sull’università pubblica, è la cultura, ogni tanto tirata in ballo qua e là come vuoto intercalare nei programmi per un radioso avvenire, o come acquetta lenitiva per risciacquarsi i cabbasisi: sempre intesa, di fatto, come sotto-cultura, “cultura” per modo di dire, di basso profilo, mai (per carità!) cultura scientifica, al massimo saccente erudizione.
L’esito sono delle mostruosità. Nel 1782 Mozart mise in scena Die Entführung aus dem Serail (KV 384); l’imperatore commentò: “troppe note, mio caro Mozart”. Mozart, non senza insolenza, rispose: “allora ditemi voi quale devo togliere…”.
Anche un corso di laurea, un dipartimento, un’area scientifica, sono come una composizione musicale: non se ne può affidare la composizione a burocrati incompetenti che contano solo il numero di note (per restare nella metafora) o duri d’orecchi, o affidarsi all’anarchia e alle pulsioni particolaristiche degli strumentisti di un’orchestra litigiosa ed egoista di genere felliniano.
Ci si cimenta, magari, in inutili “dibattiti culturali” da benignesca Casa del Popolo (“Pòle la donna pareggiare coll’òmo…”) su dove finisce la cultura scientifica e dove comincia quella umanistica, con lo stucchevole provincialismo di chi appare essere abbastanza digiuno sia dell’una che dell’altra. E poi, quando si parla di “cose serie”, ça va sans dire che si parla d’altro: di fundraising, startup, bootstrapping, crowdfunding, venture capital, angel investor … ed è tutto uno sciorinare di anglicismi, talvolta biascicati senza pensare, come mantra, quasi scopo apotropaico per scongiurare la carestia.
Non è chiaro che importanza abbiano in tutto ciò l’alta cultura e la ricerca di base (quella che in Italia non ha finanziatori), ma in generale il sospetto è che di importanza ne abbiano sempre meno, perché non portano quattrini. Sospetto che, in particolare, a Siena, diventa vieppiù certezza. Non che tutto ciò che ruota attorno al rapporto col mercato ed alle applicazioni non sia importante (anzi, ci mancherebbe altro! Personalmente aborro sinanco la distinzione netta fra “puro” e “applicato”), ma il fatto è che spesso ci si limita a parlare dei mezzi, giusto perché il fine non è chiaro.
Tuttavia senza un orizzonte di senso questo, un posto dove la cultura – nel senso più ampio – non gioca più alcun ruolo, non è più “università”, è un’altra roba: il prodotto delle ultime riforme e delle ultime vicissitudini locali è una “università” senza cultura (“scientifica”, “umanistica”, lascio a voi le dispute bizantine sul sesso degli angeli)? Per intenderci, andiamo (mutatis mutandis) verso una distinzione alla tedesca fra Fachhochschulen e Universitäten? Magari! Quella è una cosa seria!
E tuttavia, anche di recente, quello senese è stato definito in un documento ufficiale “ateneo generalista”: ma “generalista” de che? Quello che si vede da noi, con l’incompiuta non certo schubertiana del “3+2″ (di cui, come mozzicone, in molti casi rimarrà solo un inutile “3” senza “2”), con il grande rimescolamento dell’abolizione delle facoltà e dell’accorpamento dei corsi, è solo l’apoteosi della burocrazia (la prevalenza del mezzo sul fine) e un tentativo di fare le nozze coi fichi secchi.

Università di Siena: i buchi non finiscono mai!

Questa notte la Befana avrà il compito facilitato per entrare nell’Università di Siena, passando attraverso i locali (noti come “Quartiere Funaioli-Mazzi”) dell’ex convento dei Servi di Maria, dove hanno sede gli studi di alcuni docenti, i laboratori e le aule del Dipartimento di Scienze Storiche e dei Beni Culturali.

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Siena: dal buco dell’Università a quello di Siena Biotech

Bucoverita

Rabbi Jaqov Jizchaq. Alcune riflessioni su Siena Biotech e sull’Università di Siena.

«Puntare sul polo delle scienze della vita. Esprimo la mia solidarietà ai dipendenti di Siena Biotech che vivono un momento di grande difficoltà e di incertezza…. Siena Biotech è elemento di un più ampio progetto di rafforzamento del polo biotecnologico senese.» (Luigi Dallai).

… insomma, sarà anche al centro di non so quale progetto, ma di fatto sta per chiudere e i dipendenti stanno per essere licenziati: se non la Fondazione, i soldi per mantenerla in vita (che è cosa forse diversa dal tappare momentaneamente un buco), in buona sostanza, chi ce li mette, per quanto tempo e a quali patti?

Leggo però che Biotech è un classico prodotto del Groviglio armonioso: «La Scienza è una faccenda seria, e affidarne le sorti a politici, bancari e avvocati non può che condurre al disastro» (Paolo Neri). Dalla lista nera mancano solo i preti. Che, come diceva Balzac, vestono in nero perché, come gli avvocati, portano il lutto delle loro colpe (”il prete, il medico e l’uomo di legge… vestono di nero perché portano il lutto per tutti i desideri e le illusioni degli uomini” – H. De Balzac, Il colonnello Chabert).

Leggo che ha ingoiato da sola una quantità di danaro pari alla metà del “buho” nel bilancio dell’università: una storia di scialo o dissipazione, dunque? Personalmente non sono in grado di valutare se i quattrini siano stati realmente buttati al vento, o se i risultati sul piano scientifico siano stati invece all’altezza delle attese, ragionevolmente, nell’arco temporale dall’esistenza di questa struttura.

Certo, iniziare da zero prevede tempi assai lunghi di rodaggio e forti investimenti: la ricerca feconda di risultati non si instaura in un mese o un anno, e questo mi porta peraltro a riflettere ancora una volta sulla leggerezza con la quale all’università si parla, a seguito della spada di Damocle costituita dal pensionamento del 50% del personale docente, di tagliare, chiudere, amputare sopprimere aree, che per essere eventualmente riavviate impiegherebbero un ventennio.

Mi riallaccio dunque al mio messaggio precedente. Non solo la ferale notizia solleva qualche perplessità sullo sbandierato progetto di volgere l’ateneo interamente in direzione delle “scienze della vita”, ma non si capisce bene, in realtà, se si vogliano e si possano salvare altre aree scientifiche escluse da questo cono di luce, oppure se le si considera oramai espulse dal contesto accademico e culturale senese: nel primo caso, onestà e logica vorrebbero che si pensasse e si dicesse, operativamente, anche come si intende salvarle; nel secondo caso, se oramai le si considera perdute e chi ci lavora, pura zavorra, si eviti di mentire: si aggreghino ad altri atenei, o addirittura si trasferiscano altrove baracca e burattini, onde garantire almeno un presidio robusto, dotato di massa critica a livello regionale. Tertium non datur.

«Auspichiamo che la Fondazione collabori effettivamente con la Regione e con le altre istituzioni coinvolte nel Protocollo di valorizzazione del Polo senese delle Scienze della vita. L’obiettivo prioritario è quello di attrarre sul territorio senese nuovi player che potrebbero portare investimenti e valorizzare competenze e talenti già presenti nel nostro territorio» (Bruno Valentini)

Tutti paventano, all’università, non senza motivo, la colonizzazione da parte degli altri atenei della regione (vaso di coccio fra vasi di ferro). Ufficialmente, dunque, si vuol salvare tutto e tutto, a parole, si vuol preservare dall’invasione de “lo stranier”; ma si sa che questo non è possibile, né risponde alle reali intenzioni di chi ha in mano le leve del potere accademico e politico; se alcuni settori sono moribondi, altri sono già andati al creatore e molte aree scientifiche, checché si dica, per molteplici responsabilità, sono state di fatto abbandonate alla deriva. Per la resurrezione dei morti, aspettiamo il giorno del giudizio.

Certo è che non si possono fare entrambe le cose assieme: preservare aree scientifiche e strutture didattiche e di ricerca, e non supportarle con adeguate risorse. Allora bisognerebbe essere chiari ed espliciti al riguardo, senza promettere tutto a tutti, per poi trovarsi a fare le nozze coi fichi secchi. Il continuo alternarsi di dichiarazioni, ora in un senso, ora nell’altro, credo che abbia già smesso di sortire come conseguenza un diffuso consenso e abbia cominciato semmai a produrre sgomento.

Visto che siamo adesso a chiederci se valeva la pena creare una struttura durata lo spazio di un mattino, mi domando con che criterio si facciano le cose in questa città, con quanta convinzione, quanta lungimiranza, quanta cognizione di causa. Cosa voglia dire che si punta su un settore, entro quali tempi è legittimo attendersi dei risultati concreti, cosa sono i risultati “concreti”, e quanto, finanziariamente, si è in grado di scommetterci. Se pensiamo all’ateneo degli ultimi venti anni, è tutta una storia di costose intraprese effimere, inconcludenti, di non-finiti, non certo michelangioleschi, ma più simili semmai a certe palazzine abusive mai completate che appestano le periferie italiane.

Auguri a tutto il blog!

Le alchimie dei numeri: con la contabilità economico-patrimoniale l’Ateneo senese è addirittura in attivo

Toto-piacere

«… non è il momento di cedere alle pressioni sindacali…» (M. T.)

RSU d’Ateneo, Cisal, Cisapuni, Cisl, Flc-Cgil, Ugl, Uil PA-UR, Usb P.I. – Sono settimane d’intenso lavoro, confronto e attesa. Ieri è stato approvato il bilancio consuntivo 2013, con solo sei mesi di ritardo, ma c’erano dei problemi per la chiusura definitiva del bilancio 2012, ci torneremo con comunicato apposito. Comunque è molto interessante leggere come, con la contabilità economico patrimoniale, siamo addirittura in attivo, le alchimie dei numeri sono una scienza quasi esoterica.

Il magnifico nella sua lunga comunicazione ci ha “incuriosito” con una frase: «Il risanamento della gestione annuale è stato perseguito senza incidere sui livelli occupazionali, nonostante le sollecitazioni ricevute in tale direzione». Sarà, mica, il caso di dare spiegazioni ufficiali in proposito? Non crediamo sia l’edicolante a suggerire di toccare i livelli occupazionali, chiediamo una risposta chiara e precisa.

Sono settimane di attesa per avere il pagamento definitivo delle voci previste dal Contratto integrativo 2011 e quelle non soggette a valutazione del Contratto integrativo 2013, ultrattivo nel 2014 e le voci del Contratto integrativo degli EP. Col mese di ottobre abbiamo visto non è stato pagato niente, ora si attende novembre e non attenderemo oltre dopo novembre… ogni attesa ha un termine e il 25 novembre è quello fissato, non arbitrariamente, ma nei contratti firmati tra le parti.

Nel 2010 c’era chi suggeriva al magnifico di non cedere alle pressioni sindacali, ma qui non si tratta di pressioni sindacali, che ultimamente il magnifico ha definito pressioni di tipo “mafioso”, no, qui si tratta di onorare i contratti firmati in data 22 settembre 2014, a seguito di delibere del CdA. Se chiedere questo è fare pressioni, a nostro avviso, non si comprende bene la lingua italiana.

Non si comprendono nemmeno le conseguenze, intese come responsabilità personale, di una mancata corresponsione delle spettanze previste dai contratti. Qui si deve ricordare al CdA, ai suoi componenti, che nella prossima seduta richiami il magnifico al rispetto delle sue deliberazioni e al rispetto dell’organo di governo di questo Ateneo.

Altra scadenza interessante è stata quella della nomina del nuovo Direttore Generale. Tutto in regola, nulla da eccepire, ma forse, scriviamo forse, poteva essere il caso di prevedere un passaggio informativo con una presentazione anche al tavolo sindacale e ci permettiamo di aggiungere il Consiglio studentesco, no? Poi c’è da dire che, finalmente, ce l’abbiamo fatta a nominare il Direttore Generale, sono esattamente due anni e otto mesi che si doveva fare in base al nuovo Statuto che risale al febbraio 2012! Come si possa giustificare questo ritardo non si sa, e forse nessuno ne chiederà conto al magnifico. Certo è che il ritardo ha obbligato l’Ateneo a scrivere documenti incomprensibili come il Regolamento di Amministrazione Finanza e Contabilità che recita Direttore Amministrativo/Generale in tutto il testo, e questo perché non si è proceduto per tempo alla nomina. Ora, finalmente si potrà vedere se riusciamo ad applicare lo Statuto. Suggeriamo al magnifico di fare l’ultimo passo per dare piena applicazione al testo statutario: nomini il CUG! Lo abbiamo chiesto mesi fa ma niente, silenzio… Non vogliamo entrare nel merito della scelta, di norma non giudichiamo l’operato di una persona prima, ma dopo. Ci auguriamo solo che con gli anni Marco Tomasi abbia capito meglio come si affrontano le relazioni sindacali, e la delicatezza di certe affermazioni rese in passato sui sindacati a Siena.

La nomina è stata oggetto di molte chiacchiere, nelle passate settimane, arriva Tizio, no Caio. Poi alla notizia del nome presentato in Senato lunedì scorso, la tensione si è sciolta ed è stato tutto un susseguirsi di Marco lo conosco, sono suo amico, ci vado a cena, sono vicino di ombrellone, ecc. Queste affermazioni vengono da diversi docenti. La natura umana è curiosa perché mai si dovrebbe sentire la necessità subito di farsi vedere vicino a colui che rappresenta la novità? Succede ogni volta che arriva un nuovo Direttore Amministrativo/Generale e, se permettete, fa sorridere, denota forte insicurezza. Ognuno vive come vuole, noi invece abbiamo una sola certezza, vogliamo ciò che ci spetta e poi se siamo in attivo per la prima volta da sette anni sarà arrivato il momento, no?

Università di Siena: dal verbale dei revisori dei conti salta fuori un deficit da 28 milioni di euro

Qualunquemente, alloramente, insommamente, infinemente

Qualunquemente, alloramente, insommamente, infinemente

L’Ateneo torna all’utile ma il deficit è 28 milioni (La Nazione Siena 30 ottobre 2014)

Laura Valdesi. Sei anni per imboccare la strada giusta, dopo la crisi-choc. E lo spettro del commissariamento. Sei anni per cogliere i primi frutti: un utile di gestione di 9 milioni di euro da gennaio a dicembre 2013 che il direttore amministrativo Ines Fabbro lascia in eredità a Marco Tomasi, dal 15 novembre neo direttore generale fresco di selezione dopo l’esperienza di dg alla Provincia di Trento e al Miur. «Il bilancio consuntivo costituisce un discrimine nelle recenti vicende amministrative del nostro Ateneo. Siamo infatti completamente usciti da quel baratro finanziario in cui l’Università si era ritrovata – sottolinea con orgoglio il rettore Angelo Riccaboni –, così grave che ben pochi scommettevano sulla possibilità che potesse venirne fuori». Tutto vero. Ma la salita che attende l’Ateneo è quella del Pordoi, inutile nascondersi. Come ricordano anche i sindaci revisori nella loro relazione al bilancio consuntivo 2013 (cui non hanno dato parere favorevole), approvato ieri all’unanimità dal cda (compreso il voto del rappresentante degli studenti), dopo il via libera in Senato. Bisogna fare i conti con il debito pregresso che, tradotto, significa un deficit patrimoniale (quello che fotografa il reale stato di salute dell’ente) pari a 28 milioni. Il malato sta meglio rispetto al passato, riconosce il collegio, e le operazioni contabili sono corrette. Apprezzabile l’evoluzione positiva della gestione che permette di varare il primo «brillante» bilancio d’esercizio redatto in termini economico-patrimoniali con un esito positivo. Utili per 9 milioni, appunto. Ma non si può fare finta che quel patrimonio netto negativo di 28 milioni non esista. Se si fosse trattato di un’azienda privata, invece che dell’Università, il codice civile avrebbe imposto misure straordinarie. O peggio, lo scioglimento della società. Insomma, la cura è giusta ma lo squilibrio resta e i revisori, come detto, non hanno potuto dare parere favorevole. Monito che deve rappresentare il ‘faro’ dell’Ateneo nelle prossime stagioni. Guai a pensare che i sacrifici sono finiti. Sbagliato ritenere di essere definitivamente usciti dal tunnel considerato l’ingente ammontare dei mutui ereditato: 77 milioni al 31 dicembre 2013. E se il direttore Fabbro, nel suo saluto, riconosce «che, forse, una disattenzione all’organizzazione dell’Ateneo ha prodotto fenomeni di eccesso di spesa» rivendicando di aver agito proprio su tale versante «imponendo anche scelte dolorose ma usando bene ogni euro», il rettore Riccaboni definisce l’ammontare del deficit di 28 milioni «non particolarmente preoccupante specie se si tiene conto che l’intero patrimonio edilizio è valutato in 82,7». Quanto agli esborsi di liquidità necessari annualmente per pagare gli interessi sui mutui in essere e per restituire la quota capitale sono pari a 10 milioni. Sommati a quanto dovuto per la locazione del San Niccolò (4,5 milioni) fa 14,5: circa il 15% dell’intero Ffo spettante all’ateneo senese serve «per fronteggiare impegni assunti precedentemente», rimarca il rettore. «Finalmente a riveder le stelle», esordisce in cda il consigliere d’amministrazione Roberto Morrocchi sottolineando come al suo voto favorevole vada attribuito un significato «politico oltre che amministrativo, in quanto rappresentante degli enti territoriali della città e della provincia. In un momento nel quale Siena è prostrata per la situazione in primis di Banca e Fondazione, questo utile di 9 milioni deve essere visto come presupposto per una ripartenza di tutta la città». Sulla stessa lunghezza d’onda il sindaco Bruno Valentini che definisce «un successo essere riusciti ad ottenere saldi finanziari positivi mantenendo qualità dell’offerta didattica e formativa». «Il segnale che dà l’Ateneo è che con tenacia, qualità delle persone e programmazione si possono superare i momenti difficili. Ho grande fiducia nel presidente Mps Alessandro Profumo e nell’amministratore delegato Fabrizio Viola. Sono convinto che lavoreranno per la miglior soluzione possibile», ha chiuso Riccaboni sollecitato sul dopo stress-test della Bce.