Certa stampa nega l’evidenza e dice che il buco nei bilanci dell’Università di Siena è una montatura “giustizialista”

Altan-UomodelrubareAndrea Bianchi Sugarelli (Corriere di Siena). La vicenda del Buco dell’Ateneo, che negli anni passati ha sconvolto la città di Siena ed ha dato il via addirittura a processi sommari, caccia alle streghe e calunnie, si chiude quindi con l’assoluzione con formula piena degli indagati. Il giudice Dr. Gianluca Massaro ha ritenuto che tutto l’impianto accusatorio legato al falso in bilancio dal 2004 al 2007 si è basato su accuse false.

Rabbi Jaqov Jizchaq. Triumphans! Immaginavo che la prima reazione di una certa stampa sarebbe stata quella di negare l’evidenza, cioè il buco. Banca, Università, Fallimento Mens Sana… non è stato nessuno. Forse un marziano. Andiamo avanti a colpi di propaganda per dire che all’università non è successo niente (nonostante la perdita del 43% dei docenti e di parecchie migliaia di studenti): «L’Università di Siena tra i migliori atenei al mondo nella classifica 2016 del Centre for World University Rankings»Per dire che Siena si trova al 437esimo posto, due centinaia di spanne dietro a Pisa e Firenze. Mai che a certa stampa venisse in mente di affrontare, dati alla mano, i problemi che vengono posti in evidenza anche in questo blog. La galera non si augura a nessuno, ma qui sono spariti trecento milioni, le conseguenze sono state pesantissime, la vita di diverse persone è stata compromessa, l’esistenza stessa dell’Università di Siena è stata messa a repentaglio. L’ateneo non sarà più quello di prima (e chissà cosa sarà – vedi precedenti messaggi), ma non preoccupatevi, non è successo niente. Una certa stampa nega la realtà del buco.

Silvano FocardiC’è stata la falsificazione dei rendiconti […] si spendeva più di quello che si incassava, nascondendo debiti e gonfiando le entrate. E io, rettore, non potevo rendermene conto: io il bilancio lo presento al CdA con la relazione di accompagnamento della Ragioneria. Per me era veritieroNel 2008 avevo 250milioni di debito e 65 milioni di disavanzo […] Quando abbiamo scoperto il problema siamo andati dopo tre giorni in Procura, non abbiamo avuto nemmeno il tempo di preparare il materiale, e dopo ci si trova coinvolti ed accusati di essere i responsabili di ciò che è stato fatto, per altro non per mancanza di attenzione ma per aver collaborato a falsare il bilancio. Io sono convinto di aver salvato l’Università. Senza la mia denuncia non sarebbe stato recuperato più niente.

Rabbi Jaqov Jizchaq. Ora, prendetele come volete, ma queste affermazioni di Focardi – che sostanzialmente attribuisce ad altri la responsabilità del buco ed a sé stesso quello di averlo denunciato – mi pare siano sensibilmente diverse dalle tesi di coloro che, negando l’evidenza, immediatamente si sono precipitati a scrivere che quella del buco è stata tutta una montatura “giustizialista”: voglio dire, sono spariti trecento milioni, i conti reali sono stati occultati, ma nessuno se ne era accorto: la colpa di qualcuno sarà, oppure è un affare di alieni extraterrestri?

Philip DickA uno scrittore di fantascienza non è consentito credere a quello che racconta, altrimenti pensate un po’ che confusione.

Davvero i due dipendenti hanno autonomamente falsificato i bilanci per celare il buco provocato da altri?

BandaBassotti

Di seguito il commento di Billy (del 22 luglio 2016) e quello di Simone (del 21 luglio 2016) postati su “Eretico di Siena” all’articolo di Raffaele Ascheri «Università: tanto buco per nulla?»

Billy. Continuare ad osservare tutto quello che accade in questa città con il senso di impotenza che caratterizza la visione degli eventi è veramente difficile.
Questa dell’assoluzione dei principali imputati per la vicenda del buco all’università è un’altra goccia di un vaso senza fondo. Mi rallegro con gli imputati (in realtà solo alcuni) per essere usciti riabilitati da questa vicenda, ma i giudici ci vorrebbero raccontare che la colpa è solo dell’ex responsabile della ragioneria e della sua braccio destro? Che solo loro due avessero ordito un piano di prove truffaldine per celare un ammanco di 280 milioni, tra l’altro non da loro determinato, ma da loro soltanto nascosto nelle pieghe di bilancio che nemmeno i revisori dei conti avevano potuto constatare? Allora più che una condanna gli darei una medaglia al merito ed un sicuro incarico come ministro della repubblica o come minimo di deputato….
Mi sembra come la storia della morte di David Rossi, immediatamente derubricata a suicidio per poi essere riaperta 3 anni dopo con elementi inoppugnabili.

Io non so davvero più dove vivo. Abbiamo un comune tra i più dissestati d’Italia, un sindaco depositario di avvisi di garanzia, un ospedale in via di smantellamento, un flusso turistico in diminuzione ed in controtendenza rispetto alle città d’arte vicine (che ci raccontino il contrario è favolistico dato che un dato certo come la tassa di soggiorno è inoppugnabile e se la si evade si fa un illecito), il palione con uno dei suoi maggiori protagonisti tra i fantini inquisito per attività illecite, il mondo delle contrade in una crisi socio-culturale come non c’è mai stata, sempre meno attività e meno lavoro… e si vivacchia da un giorno all’altro senza colpo ferire. Mah….

Simone. Vorrei solo far notare come il buchetto da 200 mln non sia stato solo uno “svanire” di soldi… Per dirne una, a causa di questo buco l’Università ha dovuto svendere l’ospedale alla Regione, perdendo non tanto il valore economico del bene, ma il potere che da esso derivava… e magicamente oggi ci troviamo la MegaASL ad Arezzo, il nostro ospedale che non conta più nulla presso il centro di potere regionale con un direttore generale mandato a svernare in attesa della pensione, e fior di professionalità che emigrano (indovina un po’) a Careggi… ecco, se uno vuole “toccare con mano” cosa abbia voluto dire il crollo dell’Università (anche se non da solo, certamente) può iniziare guardando a come potrebbe cambiare il livello di qualità del sistema sanitario senese…

«Nulla può cambiare in una città che tace» e «quelli che ce l’hanno fatta (a farla franca)»

Susanna Guarino

Susanna Guarino

Quelli che ce l’hanno fatta (a farla franca) (da: sonosusannaguarino, 22 luglio 2016)

Susanna Guarino. Povera Siena. Per qualche tempo, forse appena qualche attimo, c’ha anche creduto che qualcosa potesse cambiare, che la giustizia potesse chiedere conto ai protagonisti del groviglio, che i senesi potessero prendere in mano le redini della loro città.

Giusto qualche attimo, poi i senesi sono tornati ad aspettare che tutto tornasse come prima, immobili e disposti a chinare di nuovo il capo ed omaggiare chi fosse in grado di spargere qualche briciola.

I senesi non sono riusciti a riprendere in mano le redini della loro città, e così tornano a diventare protagonisti coloro che ce l’hanno fatta (ad usarla, abusarla e farla franca).

Nulla può cambiare in una città che tace (da: sonosusannaguarino, 9 luglio 2016)

Susanna Guarino. Nulla può cambiare in una città che tace. E i senesi, per tacere, son diventati dei maestri.

In una città depredata, scesa dalle stelle di pochi anni fa, alle stalle dall’odore nauseabondo, non si uniscono, voce dopo voce, in un coro che faccia massa, ma preferiscono restare nel loro cantuccio ed evitare di esporsi. Non si sa mai….

Questo atteggiamento nulla farà cambiare, eppure lo si persegue anche nelle piccole cose. Tutti cercano sempre che qualcuno parli per loro, che si esponga per loro, senza capire che una voce non fa coro. (…)

(…) Ve lo dico: per cambiare qualcosa, e in questa città ci sarebbe molto da cambiare, non si fa così. Nascondersi fa il gioco di chi voi criticate, ma che vorreste che fossero gli altri a criticare al posto vostro.

Se non si fa coro tutto resterà così. La mafia va avanti da secoli grazie a queste paure, perchè il singolo non si unisce al singolo per fare coro.

Ed allora parlate, urlate, sbraitate se necessario. Il giornalista può darvi voce ma non potrà mai essere il coro delle vostre voci.

Per una lettura integrale clicca qui.

«La percezione che si ha di Siena è quella della terra degli impuniti»

Francesco Ricci

Francesco Ricci

L’innocente Siena (da: Sienanews, 20 luglio 2016)

Francesco Ricci. Certe assoluzioni possono sorprendere, ma non turbare. La storia del nostro Paese è piena di ribaltamenti della sentenza nel passaggio da un grado di giudizio all’altro. D’altra parte, anche certe condanne sono in grado di suscitare stupore nell’opinione pubblica, senza, però, indignarla.

Amministrare la giustizia, amministrarla bene intendo, è cosa maledettamente difficile – tutti ce ne rendiamo conto – complice anche lo squilibrio, di recente lamentato dal presidente del tribunale del Riesame di Reggio Calabria, tra il numero dei giudici e quello dei pm in servizio nelle procure: per ogni toga che conduce inchieste sono solamente due quelle impegnate nel giudizio. E questa è solamente una delle anomalie e delle disfunzioni del nostro sistema giudiziario. In materia di processi, però, la situazione che si è creata a Siena nel corso degli ultimi anni diverge da quella del resto del Paese. Conseguentemente, anche lo stato d’animo, almeno nelle persone oneste, all’indomani di certe sentenze, non è di semplice sorpresa o stupore, bensì è ispirato al turbamento e allo sdegno.

Perché dinanzi a vicende drammatiche (Banca, Università, Fallimento Mens Sana), che hanno messo in ginocchio la città e reso opaca la sua immagine nel resto d’Italia – ritorno da un viaggio in Liguria e posso confermare che la percezione che si ha di Siena è quella della terra degli impuniti – a tutt’oggi nessuno è stato condannato. Delle due l’una: o le indagini della Procura hanno imboccato sin da subito una strada sbagliata o progressivamente hanno smarrito la via giusta, finendo così col perdersi in un vicolo cieco. “Tertium non datur”, a meno che non si voglia credere che un fiume di denaro sia sparito sotto terra, novella Diana, “motu proprio” e che quindi non ci sia nessuno chiamato a rispondere e, soprattutto, a pagare.

Sia chiaro, non si desidera un innocente in galera, non si pretendono forche e cappi a tutti i costi. Ma i conti non tornano, non tornano affatto, non tornano mai, e dove i conti non tornano mai anche una parola bellissima, come “verità”, non significa più niente. C’è stato un tempo nel quale vivere a Siena era motivo di orgoglio.

Intervento del sindacato Ugl sulle 12 assoluzioni per il dissesto dell’Università di Siena

Bucoverita

Alla Lizza è in piena attività la fabbrica dei tappi

Daniela Orazioli (UGL Università e Ricerca). Alla Lizza è in piena attività la fabbrica dei tappi! Ieri si è “turato” ben bene il buco di 270 milioni di Euro dell’Ateneo senese. Non è uno scherzo! Così si è fatta giustizia! Oppure è stato “giusto” assolvere tutti e soprattutto il collegio dei Revisori dei conti perché è risultato che il buco si è autogenerato e, per maligna devianza, è sempre sfuggito ai loro controlli “a campione”, come i Revisori stessi hanno definito il loro modus operandi sui bilanci, durante i molti anni in cui hanno certificato la situazione economico-finanziaria dell’Università di Siena.

In conclusione il personale tecnico-amministrativo (PTA) è quello che sta restituendo al MEF un surplus percepito “indebitamente”. Ironia della sorte: lo stanno restituendo anche gli stabilizzati che non ne hanno mai goduto i benefici come trattamento accessorio. Per essere pignoli ed anche polemici riteniamo utile ricordare che il fondo per l’accessorio del PTA è costituito dall’Amministrazione. Per poter utilizzare il fondo è indispensabile la certificazione dei Revisori. Per quanti anni, anche questo “campione”, è sfuggito al loro controllo?

Dopo la sentenza di ieri vogliamo vedere la Guardia di Finanza che ci “pizzica” a posteggiare dopo aver timbrato l’entrata o a prendere il caffè fuori dalla struttura di lavoro (non tutti i colleghi hanno il privilegio del bar interno). È legge che il danno erariale preveda il licenziamento del dipendente e noi ci adegueremo a rispettare la legge! Ma i Finanzieri che, per mesi e mesi, hanno raccolto ed esaminato i faldoni sequestrati negli uffici dell’Ateneo, considerando la fine che ha fatto il loro lavoro, avranno ancora voglia di impegnare il loro tempo con noi? Non è stato, anche il loro tempo perso, un danno erariale?

E per quale senso di giustizia nessuno è colpevole per 270 milioni di Euro di buco in bilancio mentre il PTA può essere licenziato per un caffè?

Siena, la città dei balocchi, dove le responsabilità non saranno punite

Voragine-ateneoIl buco della vergogna (da: Bastardo Senza Gloria, 20 luglio 2016)

Bastardo Senza Gloria. Tutti assolti per il buco finanziario dell’ateneo senese. I bilanci evidentemente si sono “bucati” da soli, in fin dei conti si fa alla svelta a perdere qualche centinaio di milioni di euro. Va da sé che il policlinico delle Scotte si è venduto da solo, e anche il San Niccolò c’ha pensato la provvidenza a venderlo, che motivi sennò ci potrebbero mai essere stati? Massimo rispetto per le sentenze, ma la storia non si cambia e quei pochi giornalisti aggrovigliati che esultano per la fine di un incubo, grazie alle assoluzioni, perché non si rilassano? Oppure perché non ci dicono loro chi ha indebitato l’ateneo, visto che li conoscono bene? Questo tipo di normalizzazione di ciò che è successo a Siena, è molto pericoloso e sta dando nuova linfa ai soliti cultori del groviglio, spalleggiati dai soliti comunicatori, giornalistini, ex portavoce e via discorrendo. Tristezza totale, ma soprattutto che pessima figura davanti all’Italia tutta, che ha di Siena ormai una immagine chiara e lampante: le responsabilità e le colpe del tutto evidenti, non verranno punite. La città dei balocchi!!

Dobbiamo prendere atto che far parte di un Cda, di un collegio dei sindaci revisori, essere rettore o direttore generale, ti esonera da qualsiasi responsabilità, anche se i bilanci sono pieni di buchi e se un ateneo va in dissesto. Sarà colpa dei tarli nelle scrivanie. Stessa cosa per chi ha distrutto il patrimonio di una Fondazione, non sono quelli che hanno votato nelle deputazioni operazioni contro lo stesso statuto di quella Fondazione, ma saranno stati i folletti sadici e burloni a compiere certi scempi. Nella vicenda di Ampugnano, è ormai chiaro a tutti che la colpa sarà stata dei volatili, così come per l’incendio della Curia senese, saranno stati i fiammiferi svedesi in modalità autocombustione.

Per dare giustizia alla città per i danni ricevuti, la soluzione è processare i blogger e chi non era “affiliato” al groviglio. Un giorno nei dettagli vi racconteremo anche di queste vicissitudini processuali e di polizia. Siena, la città dei balocchi… ma per gli aggrovigliati.

L’Università di Siena come trampolino di lancio nazionale per Piero Tosi

Raffaele Ascheri

Raffaele Ascheri

Università: tanto buco per nulla? (da: Eretico di Siena, 20 luglio 2016)

Raffaele Ascheri. Come per l’incendio in Curia – e per molto altro, purtroppo -, qui che ci sia il corpo del reato, è pacifico; mandando tutti assolti, il messaggio del Tribunale è chiaro: c’è il fatto (200 milioncini svaniti), ma non c’è il reato (quantomeno per gli imputati).
Un suggerimento a chi non sta nella pelle per l’assoluzione, ai garantisti a targhe alterne: così come un imputato è da considerarsi innocente fino a che non arriva al Palazzaccio (Cassazione), così non è che dopo un’assoluzione in I grado, tutto venga chiuso in modo definitivo. Chiaro il concetto? Tutto lascia credere che ci sarà un Appello, e si vedrà allora.
E se Tosi (per ora) e Focardi (idem) possono tirare un per loro meritato sospiro di sollievo, facciamo sommessamente notare che – oltre ai profili di falsa testimonianza e calunnia che già si stagliano, nitidi, all’orizzonte per Interi e Santinelli -, la manna della prescrizione è già arrivata: non luogo a procedere per la storiaccia del bar dell’ex manicomio (fra gli imputati, l’ex Consigliere comunale piddino David Chiti, oggi uomo di punta di Scaramin Scaramelli: prescritto, Chiti, non certo assolto).
Infine, come commento a caldo (ma non a bollore): come sempre in questi casi, bisogna sapere dividere le responsabilità politico-morali da quelle (per ora) giudiziarie.
Chi è che aveva fatto dell’Università senese – per usarla come trampolino di lancio nazionale – una macchina capace di autoincensarsi ogni mezz’ora scarsa? L’ultimo dei docenti, o forse – con qualche responsabilità politica – il professor Tosi? 200 milioni, sembrano pochi, in una comunità in cui lo sport comunale era quello di fare sparire milionate di euro dai bilanci, da Mps in giù?
Il buon Focardi, almeno, portò i libri in Tribunale, con un gesto di discontinuità e di rottura, in una Siena – allora anche più di adesso, quindi fate voi – omertosa ed occultatrice fino a dentro il midollo.
Eh, vuol dire che è come per i miliardi (!) di Antonveneta, come per l’incendio in Curia et alia: lo Spirito Santo, a Siena, agisce spesso in modo originale. Per sottrazione, come dire…

Tutti assolti: il buco e il falso in bilancio sono stati dimostrati, ma non si sa chi li abbia provocati!

Ateneo-con-buco

S’è concluso ieri il processo sulla falsificazione dei bilanci dell’Ateneo senese, con l’assoluzione di tutti gli imputati con le formule di rito «per non aver commesso il fatto» (rettori e direttori amministrativi) e «perché il fatto non costituisce reato» (revisori dei conti). Sull’argomento ci ritorneremo nei prossimi giorni! Oggi pubblichiamo l’articolo (apparso su questo blog il 29 settembre 2014) che presentava l’inizio del processo e che, all’indomani della sua conclusione, mantiene intatta la sua attualità.

Domani comincia il processo sul dissesto dell’ateneo senese

Daniela Orazioli (UGL-Università di Siena). Dopo sei anni, siamo arrivati alla prima udienza del rinvio a giudizio per i responsabili del crack dell’Ateneo senese. Auguriamoci che davanti alla sede del tribunale ci sia una ben nutrita rappresentanza di tutti quelli che da questi “scellerati“ gestori dei bilanci hanno subìto danno. Da sottolineare, comunque, che la gravità non è riferita soltanto alla natura economica, come se questa fosse di poco conto, ma soprattutto alla sfera etica. Da ricordare l’annientamento del futuro di un’intera generazione; la scomparsa dall’Ateneo di tutti quei giovani borsisti, dottorandi, etc. che avrebbero dovuto costituire il fisiologico ricambio generazionale per la nostra secolare Università. Con loro abbiamo perso ciò di cui la scienza ha più bisogno: curiosità, entusiasmo, speranza, passione giovanile. I nostri giovani, a prescindere dal risultato del processo, non saranno più recuperabili. Grazie ai responsabili del dissesto!!! I tempi biblici delle indagini e poi della giustizia non fanno certo immaginare che stiano ancora lì ad aspettare! I migliori sono andati a far crescere altri paesi, dove i cervelli non si buttano; altri si sono adattati, ripiegando su qualche palliativo che potesse consentir loro di “campare”. Chi è rimasto, come i docenti e il personale tecnico e amministrativo, che fa???? Parlando con i colleghi non sentiamo che scoramento, mortificazione, frustrazione, assenza di aspettative. Chissà quali risultati abbia sortito l’indagine sul personale tecnico e amministrativo riguardo allo stress correlato al lavoro. Sarà emerso tutto ciò? Sono quantizzabili danni del genere? Forse no, e allora finirà tutto a tarallucci e vino? Noi non ci stiamo!!!

Qual è il ruolo di Siena nel sistema universitario toscano? Basta slogan, entriamo nel merito!

Altan-baratroRabbi Jaqov Jizchaq. L’università di Harvard è la migliore del mondo. Ha da sola un budget pari a due terzi dell’intero FFO italiano, ma che vuoi che sia: quando c’è la passione, c’è tutto. Tra i 1000 migliori atenei, però, ci sono 48 italiani. Che è come dire, by the way (e scusate se vedo il bicchiere mezzo vuoto), che oltre la metà degli atenei italiani non compare nemmeno fra i primi mille. Firenze (251), Pisa (285) sono nella top ten degli atenei italiani. Più attardata Siena (437), subito prima dell’Università del Mississippi, dentro i primi 500, ma fuori dalla top ten italiana.

Dunque lo stato dell’arte è che i nostri ingombranti vicini viaggiano a gonfie vele a 150-180 posizioni davanti a Siena. Non credo che altre classifiche (di quelle internazionalmente accreditate) diano un responso tanto diverso. È evidente che il sistema universitario toscano poggia sempre più sul dualismo Pisa-Firenze. Temo che quanto più procederà l’integrazione fra questi due atenei, tanto meno ossigeno resterà per Siena, avverando la profezia del professor Emilio Barucci intorno al ruolo dei tre atenei maggiori della regione, che vede Siena ridotta ad un rango ancillare di sede distaccata e di fornitrice di diplomati triennali. Pur volendo scongiurare tale epilogo, tocca constatare però che il modo in cui avviene la ridefinizione dei ruoli all’interno del sistema degli atenei, e segnatamente all’interno dell’ateneo che dei tre è più sofferente (i sommersi ed i salvati), è ben lungi dall’idea di una razionale programmazione dei compiti spettanti a ciascuno e da un razionale uso delle risorse umane.

Il linguaggio burocratico-aziendalistico finisce per creare una spessa coltre di oblio, soffocando e conculcando ogni domanda di senso. Il livello culturale del dibattito intorno all’università, sia nazionale che locale, appare spesso caratterizzato da una visione approssimativa delle articolazioni dei vari campi della scienza e della cultura, quali esse si delineano oggi, agli albori del ventunesimo secolo (altro che “internazionalizzazione”!). L’appello frequente all’autonomia universitaria non può tradursi in una specie di sofisma pigro: siamo autonomi, ma da noi non possiamo fare niente, ergo, non facciamo niente, que sera, sera. Si dice che urge una sempre maggiore integrazione sinergica, ma ognuno va per conto proprio.

Come nel sistema dell’Armonia prestabilita, una monade, pur senza comunicare, dovrebbe agire in modo congruo all’agire di tutte le altre monadi, ma non vedo alcun Dio o demiurgo che regoli armonicamente le relazioni tra queste monadi e che le cose possano andare avanti così, sperando in un processo darwinianamente evolutivo, mi pare alquanto improbabile. Sintetizzo, appoggiandomi a questo articolo, i recenti criteri per il finanziamento dell’università pubblica (e “se sbaglio, mi corigerete”). Il finanziamento ordinario delle università dipende da:

1) una quota base, fino a oggi calcolata su base storica, cioè guardando ai finanziamenti ricevuti negli anni precedenti. Ora “sarà definita in relazione al “costo standard per studente regolare”: si tratta di una stima dei costi necessari per la formazione di uno studente iscritto in un corso da un numero di anni inferiore o uguale a quelli previsti per il suo completamento. Il costo standard, oltre a tener conto del costo della docenza minima richiesta per il tipo di corso frequentato e dei costi del personale amministrativo e di funzionamento, considera una quota perequativa per bilanciare le differenze di reddito tra regioni.”.

2) e una cosiddetta “premiale”. La quota premiale è assegnata prevalentemente sulla base dei risultati ottenuti dagli atenei nella valutazione della qualità della ricerca (leggasi VQR). È stata del 21,6%, ora verrà portata al 30%.

A regime, il finanziamento ordinario delle università sarà la somma di due quote: 30% di quota premiale e 70% di quota per costo standard. Mi chiedo dunque due cose: da un lato (punto 1), continuando a chiudere corsi e a perdere studenti, se la quota base sarà valutata sulla base del costo per studente e per i docenti necessari (vedasi “requisiti minimi di docenza”) a tenere in piedi i corsi di laurea, c’è da aspettarsi che riceveremo sempre meno quattrini. Dall’altro lato (punto 2) come è possibile che, perdendo quasi la metà del corpo docente (43%) la mole della ricerca e dunque l’ammontare della quota premiale, non ne risenta? È evidente che i nostri dirimpettai, avendo ciascuno tre volte più ricercatori e più studenti di noi, riceveranno, sia per la quota base che per la quota premiale, anche se col VQR siamo stati – nel nostro piccolo – bravini, molti, ma molti più quattrini di noi, e di certo Siena non si risolleverà con qualche spicciolo di contentino (ma a dire il vero il problema investe la maggior parte degli atenei del centro-sud).

Dunque non c’è partita: chi sta bene, starà sempre meglio e chi sta male starà sempre peggio e questo, si direbbe, è il modo per addivenire alla famosa partizione fra atenei di serie A ed atenei di serie B, a prescindere dal valore di chi ci sta dentro. L’esito della VQR, infatti, non appare decisivo al riguardo. Non so quanto spazio vi sia per la ricerca di un giusto mezzo, come mi pare auspicassero i programmi elettorali dei candidati rettore, ma di certo ciò non dipende solo da politiche locali. Tuttavia, anche qui, Siena sconta la drammatica perdita di peso politico a livello regionale e nazionale. E allora (tanto per tenere calda la vivanda, visto che il dibattito si è ulteriormente affievolito col cessare delle ostilità elettorali), continuo a chiedere: qual è il destino e il ruolo di Siena entro il sistema degli atenei toscani?

Forse dovrebbero essere le forze politiche locali a caldeggiare, ad un livello tutto politico, questo tema, sebbene intorno ad esso mi pare non si vada oltre le scaramucce e gli slogan. D’Artagnan sfida a duello Lord Winter, ma invece di incrociare le lame, i due si insultano “a lì mortacci loro”, restando distanti. Ecco, questo è il dibattito politico-culturale: non si entra mai nel merito, non ci si accapiglia sulle questioni di fatto, non c’è un vero e proprio confronto dialettico, ma ci si limita agli slogan, lanciati da debita distanza dalla punta della spada, per sicurezza.

È proprio vero quel che dice Aldo Berlinguer: «il mio nome è un bersaglio che piace e fa notizia»

Aldo Berlinguer

Aldo Berlinguer

Berlinguer jr. condannato. Soldi pubblici per la sua villa   (il Giornale, 9 luglio 2016)

Fabrizio Boschi. Berlinguer è un cognome che a Siena fa eco. Ad importarlo da Sassari è stato, nel lontano 1969, il «grande vecchio», Luigi Berlinguer, ex ministro della Pubblica istruzione con Ciampi, Prodi e D’Alema, cugino di Enrico e di Giovanni Berlinguer. A portare avanti il buon nome della «casata» è oggi il figlio Aldo, che in città non si è fatto mancare nulla, neppure i guai: in questi giorni la Corte dei Conti lo ha condannato a risarcire 819mila euro al ministero dello Sviluppo economico. L’accusa sostiene che sia stato l’ideatore, il regista e il filo conduttore di una truffa aggravata per l’ottenimento di un finanziamento, erogato in tre tranche fra il 2005 e il 2008, che invece di venire usato per lo sviluppo di un’attività professionale di consulenza (come dichiarato al ministero), è servito per comprare Villa Atzeri a Cagliari, una porzione della quale è stata poi acquistata con due spicci da Aldo Berlinguer, per suo uso privato.

La società beneficiaria di quel finanziamento pubblico era la Slc Service (poi fallita), con sede a Siena, di cui Berlinguer era amministratore. Tale società di consulenza dichiarò l’intenzione di spostare la sede legale a Cagliari e di incrementare le proprie attività in Sardegna. Tutto falso. Il finanziamento doveva servire, infatti, per l’acquisto di Villa Atzeri, dove sarebbero stati aperti i nuovi uffici della Slc. False le fatture, false le assunzioni di 22 dipendenti, falso che la Slc fosse operativa a Cagliari, falso il precipitoso allestimento di una parvenza di sede sociale a Villa Atzeri: un teatrino per ingannare gli ispettori ministeriali che visitarono l’immobile nel 2008. Vero solo che Aldo Berlinguer, «grazie a un complesso e a tratti sorprendente rapporto contrattuale con la Slc Service», scrivono i giudici nella sentenza, sia divenuto proprietario del piano nobile della villa (8 vani e mezzo) versando «l’irrisoria somma di 75mila euro».

All’epoca Aldo Berlinguer era consigliere della Mps Gestione Crediti Spa ed esperto, dunque, in materia di sovvenzioni pubbliche. La pratica di finanziamento venne istruita, infatti, dalla stessa Mps. Tutto torna. La procura lo accusa di aver indotto in errore il ministero in merito alla sussistenza dei requisiti per il finanziamento, che si proponeva di sostenere lo sviluppo di aree depresse della Sardegna.

Una volta un giornalista definì l’intreccio che da sempre c’è a Siena tra politica, informazione e finanza, un «groviglio armonioso». Lo stesso groviglio, tra banca, università e politica, nel quale hanno sempre sguazzato i Berlinguer. Aldo, oggi 47enne, ha da sempre beneficiato di quel «sistema Siena» del quale il padre è stato l’inventore. Centro del potere politico e finanziario, una città dove chi ricopriva cariche istituzionali e di partito (prima Pci, oggi Pd), era unto da un senso di onnipotenza e di intoccabilità. Bastava far parte di quel groviglio, per beneficiare di nomine, promozioni e avanzamenti di carriera. Come è successo ad Aldo.

Nel 2002 è nel cda dell’Aeroporto di Siena (fino al 2007), dal 2009 al 2012 lo accoglie «babbo Monte» (anche suo padre è stato membro della Deputazione amministratrice dell’istituto negli anni Settanta) ed entra a far parte anche del cda di Banca Antonveneta (poi finita al centro del risiko bancario che portò al crac). Dal 2005 professore ordinario di Diritto comparato all’Università di Cagliari, il suo nome è stato speso anche per il posto di rettore dell’Università di Siena come lo è stato suo padre dal 1985 al 1994. Da poco catapultato dalla Toscana alla Basilicata, nella giunta Pd di Marcello Pittella (fratello di Gianni) come assessore all’Ambiente, si sta preparando a far parte di un comitato scientifico di costituzionalisti per sostenere il sì alla riforma Renzi.

A proposito, quel giornalista è il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia e direttore del Corriere di Siena, Stefano Bisi, il più importante massone della città, amico intimo dei Berlinguer. Chissà se Bianca manderà in onda sul Tg3 la notizia della condanna di suo cugino.