Proprio come all’Università di Siena! Del resto il vicesindaco è professore!

Campanile-MangiaSiena, Engioi e il Mangiacotto (da: My BOG – La mia palude)

Dr. J. Iccapot. I sapori conosciuti nell’infanzia sono quelli che si ricordano meglio, specie se si tratta  dei dolci e in particolare di quelli di Natale.
Fra tutti i dolci della tradizione senese, sono particolarmente affezionato ai cavallucci: semplici, grigi, compatti, con pochi sapori ben definiti che si aprono al palato non appena li addenti. Rigorosamente mangiati solo nei pochi giorni delle feste, a me ricordano il Natale di quando ero piccolo, i dolciumi serviti dalla mamma in quelle rare occasioni, segnate dal calendario, in cui si poteva mangiare qualcosa fuori dall’ordinario.

I dolci senesi sono conosciuti ovunque, inutile parlarne; carni di cinta, tartufi e quant’altro sono poi le ricchezze della zona.
Credevo di conoscere, almeno di nome, tutti i prodotti culinari (e vinicoli) di Siena, quando mi sono imbattuto, giorni fa, in un nuovo prodotto gastronomico che scommetto nessuno di voi conosce: il Mangia cotto (o Mangiacotto che dir si voglia). Sorpresi, vero? Non ne avete mai sentito parlare? Eppure, se navigate in internet, scoprirete che non solo lo conoscete da tanto tempo, ma che addirittura è il simbolo della città!

Il Mangiacotto lo trovate, indovinate un po?, sulle pagine (in “inglese”) di EnjoySiena, il sito del comune di Siena su cui imparare l’inglese giocando (giocando alla caccia all’errore, eh!), il sito in cui avevano addirittura tradotto il nome di Giovanni di Balduccio in John Balducci, prima di correggerlo dopo aver letto il mio post della scorsa settimana.

Se visitate la pagina dedicata alla Torre del Mangia (per l’appunto), leggerete che:
“The tower […] is baked until the crown” cioè, per chi non parla l’inglesondo, “La torre […] è cotta sino al coronamento”.
Insomma, avevamo in Piazza un enorme specialità, quasi un kebab, pronto per essere mangiato da chiunque vi si fosse  avvicinato e ne avesse avuto voglia, e per centinaia di anni non se ne è accorto nessuno!

Questa pagina è ancora lì, a far arrossire Siena e i senesi tutti.

Eppure, la dottoressa Pallai, assessore al turismo a capo della catena di comando per la sua responsabilità politica, non solo ha capacità di espressione orale in inglese molto buona, ma anche buona capacità di scrittura e buona capacità di lettura in questa lingua sconosciuta ai redattori delle pagine in parola.
Ora, se quanto ella dichiara nel curriculum vitae corrisponde a verità, le dovrebbe bastare scorrere un rigo, un rigo solo, di questa pagina, per arrossire di vergogna, prendere il cellulare e fare quello che qualsiasi committente dovrebbe fare con un suo fornitore o con i suoi collaboratori.

È chiedere troppo voler evitare questo scempio e questa vergognosa figura mondiale che stiamo facendo da oltre un mese?

Operatori, enti e associazioni, direttamente coinvolti nella vicenda, non hanno preso visione? Non commentano? Non intendono fare nulla?

Povera Siena, sì, ma ancor più: poveri senesi!

Chi protesta non lo fa “per bloccare la valutazione” ma “per difendere un diritto”

Andrea Landolfi

Andrea Landolfi

Andrea Landolfi (del Coordinamento Docenti contro il blocco degli scatti stipendiali). Magnifico Rettore, il Coordinamento dei Docenti che aderiscono alla protesta contro il blocco degli scatti stipendiali registra con soddisfazione, dopo mesi di silenzio, la crescente attenzione Sua e della CRUI per la vertenza in atto e condivide l’analisi contenuta nella Sua comunicazione odierna quanto a numeri e percentuali.

Dissente invece, e con fermezza, dalle Sue considerazioni in merito ai modi della protesta, e in particolare respinge il passaggio in cui Lei fa uso di un termine, “reputazione”, che al momento, e nella incresciosa situazione presente, sembra stare a cuore molto più a chi dissente che non a chi, indipendentemente dalle ragioni che lo muovono, ha deciso di piegare il capo a una patente ingiustizia.

Rincresce doverLe rammentare, Magnifico Rettore, che chi protesta non lo fa “per bloccare la valutazione” – al contrario, si chiede di essere valutati due volte, per la VQR e per gli scatti! – ma piuttosto “per difendere un diritto”. L’obiettivo che i firmatari dell’appello al Presidente della Repubblica si prefiggono va molto al di là di questa VQR: esso riguarda, infatti, la dignità professionale dei docenti. Di questo, chi doveva non si è fatto carico: se infatti si fosse dato ascolto per tempo alla voce della protesta (qui a Siena le prime mozioni in cui Le si chiedeva di prendere posizione risalgono all’ottobre 2015) oggi non si vivrebbe con tanta concitazione ed esasperazione questo passaggio.

Nel ribadire la propria serena determinazione a proseguire la protesta fino al soddisfacimento delle giuste richieste, il Coordinamento dei Docenti che aderiscono alla protesta contro il blocco degli scatti stipendiali La saluta e La ringrazia per l’attenzione.

Chiara fama all’italiana: una storia esemplare

Paolo -MacchiariniMarco Gasperetti. Lascia il segretario del Nobel che assunse il chirurgo italiano (Corriere della Sera, 8 febbraio 2016).

Michele Bocci. Trapianti falliti e falsi curriculum il super chirurgo messo alla porta (La Repubblica, 9 febbraio 2016).

Macchiarini, le 3 accuse del saggio (Corriere Fiorentino, 10 gennaio 2016)

Sergio Romagnani. Caro direttore, ho letto venerdì l’articolo di Alessio Gaggioli e il suo commento sulla incredibile recente evoluzione della storia del chirurgo Paolo Macchiarini e ho anche consultato il resoconto apparso il cinque gennaio sul sito della nota rivista americana Vanity Fair, intitolato «The Celebrity Surgeon Who Used Love, Money, and the Pope to Scam an NBC News Producer», che penso rappresenti la pietra tombale sul prestigio di questo personaggio. Dal resoconto di Vanity Fair emerge infatti in maniera indubbia il quadro di una personalità che va al di là di ogni più torbida previsione. Poiché come lei sa bene, io ho partecipato in prima persona ad alcuni eventi che hanno segnato il soggiorno di Macchiarini a Firenze e sui quali avevo già espresso alcuni commenti sul suo giornale a quel tempo ed anche successivamente, mi sento in dovere di trarre alcune conclusioni con riferimento ai protagonisti fiorentini della vicenda. Escludo dalle mie considerazioni la magistratura fiorentina, anche se le sue accuse sono state decisive nell’allontanamento del chirurgo dall’ospedale di Careggi, perché esse riguardano comportamenti professionali non di mia diretta conoscenza e che del resto sono oggetto di un processo attualmente in corso. Vorrei invece fare alcune considerazioni su altri protagonisti della vicenda, sui quali ho maggiore cognizione, cioè i politici, i professori della Facoltà di Medicina e i media.

I politici

Appare chiaro che il Macchiarini fu chiamato a Firenze a causa di una scelta politica basata sulla fama da poco acquisita di innovatore nelle tecniche chirurgiche sulla trachea e a tal fine furono al medesimo promessi un compenso molto elevato, un laboratorio creato e sostenuto con fondi regionali e, in accordo col Preside della Facoltà di Medicina, anche la nomina a Professore Ordinario senza necessità di un concorso nazionale (come avviene solitamente), ma utilizzando una legge che consente una chiamata «per equipollenza», cioè una chiamata diretta da parte della Facoltà possibile nel caso che Macchiarini avesse svolto una funzione equivalente a quella di Professore Ordinario in almeno una università straniera. Da quanto mi risulta non furono prese informazioni dirette dal Direttore del Dipartimento dell’Università di Barcellona (Spagna) dove il Macchiarini aveva effettuato il suo intervento chirurgico innovativo e nessun esperto nazionale o internazionale del settore delle cellule staminali usate nel suo intervento venne consultato. I bravi politici sono spesso chiamati ad avere intuizioni per scelte strategiche anche in settori molto diversi e perciò hanno la necessità di avvalersi del parere di esperti ben riconosciuti come competenti ed autorevoli in ciascuno di questi settori. Sfortunatamente, nelle scelte di politica sanitaria fatte a Careggi negli ultimi decenni sono state decisive le indicazioni di clinici, anche bravi professionalmente, ma privi di reale spessore scientifico. Uno spessore ormai da tempo evincibile semplicemente attraverso la consultazione di un sito («Web of ScienceTM della Thomson Reuters»), dove sono chiaramente indicati i principali parametri di valutazione oggettiva di tutti i ricercatori del mondo (numero delle pubblicazioni, fattore di impatto, numero delle citazioni, h-index). Questa politica sanitaria, basata sui suggerimenti di consulenti non accreditati a livello internazionale ha peraltro condotto nel tempo alla trasformazione dell’azienda ospedaliero-universitaria di Careggi da centro di alta specializzazione, ricerca e formazione delle nuove leve di medici, di assoluto livello nazionale ed internazionale, ad un semplice ospedale di pur ottimo livello assistenziale. Ma questo è tutt’altro discorso e meriterebbe un diverso contesto per il suo approfondimento.

I professori di Medicina

Una volta interpellata dal preside, la Facoltà di Medicina non accettò la chiamata del Macchiarini a professore ordinario a scatola chiusa con la formula dell’«equipollenza», ma chiese un esame del suo curriculum da una commissione di saggi, della quale io fui chiamato a far parte. La commissione nel giro di 3-4 sedute stilò il rapporto richiesto nel quale si faceva presente che il Macchiarini non aveva mai svolto funzioni analoghe a quelle di un professore ordinario, nonostante che nel suo curriculum vitae fosse chiaramente esplicitato che egli aveva rivestito un ruolo corrispondente a quello di professore ordinario nelle università di Parigi, Hannover e Barcellona. Ciò risultava ben chiaro, nonostante che alla commissione fosse stata interdetta la possibilità di effettuare le necessarie controprove tramite contatti diretti con le università in questione. Ottenuto il rapporto della commissione, il preside ritenne opportuno non riferirne le conclusioni in Facoltà ai fini di una approvazione o di un rifiuto sulla chiamata, ma al tempo stesso decise di mantenerne segreto il contenuto. Nonostante ciò, la decisione finale della componente universitaria dell’azienda di Careggi fu quella sostanzialmente giusta perché si risolse nella mancata chiamata del Macchiarini a professore ordinario presso l’università di Firenze. Quindi i «baroni» della Medicina furono gli unici a prendere in questa occasione la decisione più corretta. Leggo oggi sulle «News» dell’istituto Karolinska di Stoccolma che in seguito all’articolo su Vanity Fair l’istituto ha deciso una rapida azione investigativa per verificare l’accuratezza delle informazioni fornite da Macchiarini nel suo curriculum vitae prima del suo impiego in quella sede universitaria in qualità di «visiting professor».

I media

I media, sia gli altri giornali della città nelle loro cronache locali, sia alcuni quotidiani a livello nazionale, con l’unica eccezione del Corriere Fiorentino, svolsero nel corso di questa vicenda un ruolo veramente deteriore accendendo un tifo da stadio in favore del Macchiarini. Le motivazioni di questo tifo erano probabilmente diverse, alcune legati a meccanismi di ossequio o di affinità nei confronti dei politici responsabili ed altre probabilmente di natura più sotterranea. Ma il punto centrale della indegna gazzarra di stampa fu la presentazione ai lettori della decisione sostanzialmente negativa della Facoltà come un rifiuto da parte dei «biechi baroni» a consentire il rientro in Italia di un giovane «cervello in fuga». Peraltro in quegli anni la posizione «bieca» dei professori di Medicina era di gran moda anche in molte trasmissioni televisive. A cause di queste ingiuste accuse, io chiesi agli altri membri della commissione ed al preside di rendere pubblico il rapporto dal quale si evinceva invece chiaramente come Macchiarini avesse truccato il suo curriculum vitae per ottenere la chiamata a professore ordinario e che quindi esisteva la prova di una vera truffa, che dopo le rivelazioni di Vanity Fair sappiamo essere una delle tante da lui perpetrate. A questo proposito, un grande esperto di psicopatie, il dottor Ronald Scheuten direttore del servizio di legge e psichiatria del Massachusetts General Hospital di Boston, interpellato sempre da Vanity Fair a proposito dei comportamenti del Macchiarini, li ha definiti come l’espressione della forma estrema di truffatore («the estreme form of a conman»). Da tutta questa storia si evince che almeno per quanto riguarda il rapporto tra Macchiarini e Firenze gli unici ad aver agito in maniera corretta, oltre al giornale da Lei diretto, siano stati proprio i «biechi baroni» della commissione nominata dalla Facoltà di Medicina. Per questo vorrei chiudere ringraziando pubblicamente i miei colleghi membri di quella Commissione, nonché il suo giornalista Alessio Gaggioli per la sagacia investigativa, la correttezza e l’onestà intellettuale che ha sempre dimostrato nella descrizione delle varie fasi di questa fantasmagorica storia.

Niente paura! Ci penserà il prossimo rettore, designato da chi ha affossato l’ateneo senese

 

Oldman

Valeria Strambi. Buoni risultati anche per l’Università di Siena, che passa dai 2.314 immatricolati dello scorso anno ai 2.319 di quest’anno.

Rabbi Jaqov Jizchaq. …me cojoni, come dicono alla Sorbona! È già tanto che non diminuiscano, intendiamoci, ma come si può pretendere che gli studenti addirittura aumentino? È “il tocco” e tutto va male. Anche oggi ho avuto una conversazione con uno studente che si accingeva a fare la tesi in una certa materia, ma il professore è andato in pensione e l’insegnamento in quella materia viene palleggiato fra docenti che fanno un diverso mestiere. La qual cosa non è affatto rassicurante per un giovane che voglia cavarci qualcosa dalla tesi e dalla specializzazione che intraprende. È tutto così, una storia che si ripete pressoché quotidianamente: come si può pensare che gli studenti aumentino, se gli insegnamenti diminuiscono drammaticamente? Anche se fra un paio di annetti ricomincerà il reclutamento vero e proprio (non l’avanzamento di carriera di ricercatori che già coprivano i rispettivi insegnamenti), quanti ne piglieranno, a fronte dei cinquecento circa che se ne saranno andati? Dieci? Venti (manco a vederli…)? E in quali materie?

Groucho Marx. Siamo circondati dal nemico. Siamo tre uomini e una donna. Mandateci dei rinforzi. O, per lo meno, mandateci altre due donne.

Rabbi Jaqov Jizchaq. …voglio dire, così non si può andare avanti: o ci mandate rinforzi, oppure decidete cosa farne di tutti coloro che lavorano in quei settori talmente indeboliti dalle uscite di ruolo, da essere ridotti ad un groviera che non consente più di garantire né un insegnamento, in ossequio alla decenza, oltre che naturalmente ai famosi “requisiti minimi di docenza”, né un’adeguata mole di ricerca, per assenza di quella “massa critica” indispensabile affinché essa abbia luogo.

I quaquaraquà della ricerca: dall’astensione ufficiale dalla VQR all’adesione sottobanco

Carlo-FerraroCarlo Ferraro. Cari colleghi Professori e Ricercatori, molte sedi segnalano che Rettori, Direttori di Dipartimento o loro delegati hanno iniziato o intensificato le “grandi manovre” in vista delle chiusure locali delle VQR (alcuni le proseguono anche a chiusure avvenute). Il tutto con il solito corollario di lusinghe, appelli o pressioni di vario genere. La forma di pressione più subdola, la più pericolosa per noi, è quella dei Direttori o loro delegati affinché i loro Docenti diano sottobanco la selezione dei propri lavori, i vari dati necessari e, sempre sottobanco, i PDF. Garantendo ai Docenti l’assoluta riservatezza e anonimato affinché questi, pur avendo aderito anche in forma ufficiale all’astensione dalla VQR, si sentano tranquilli e al riparo da possibili critiche da parte dei loro colleghi. La motivazione addotta è di non arrecare danno al Dipartimento.

Su questo punto, vi prego di considerare quanto segue. È un’azione subdola e scorretta da parte di chi chiede e da parte di chi cede alla richiesta, e questa volta si può proprio dire eticamente criticabile, per ragioni ovvie. In particolare si invita a dissociare la forma in cui si manifesta la propria protesta (non selezionare in proprio i prodotti e non allegare i pdf) dalla sua sostanza, che consiste nel non comunicare né trasmettere in alcun modo, neppure informale (per telefono, per e mail, di persona…), la selezione dei prodotti e i relativi pdf. In sostanza si dice: “tu non farlo, con il che manifesti il tuo dissenso e sei a posto formalmente, ma poi, sottobanco, aiuta noi a farlo, tanto nessuno lo saprà mai”. Se farete questo, avremo perso: e dimentichiamoci per sempre classi e scatti!

In quanto al probabile danno ai Dipartimenti, se noi rimarremo irremovibili nella sostanza della nostra astensione, non si arriverà a questo momento perché, anche con minime percentuali di astensione, i Rettori saranno costretti (se ne parla più oltre) a fare pressione sul Governo per ottenere quanto chiediamo: il riconoscimento di classi e scatti stipendiali con una legge pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale. Dunque con la nostra astensione sostanziale noi vogliamo invertire la rotta delle pressioni: invece di subirle da Rettori, Direttori di Dipartimento o loro delegati, esercitarle noi su tutti loro per ottenere il riconoscimento dei nostri sacrosanti diritti.

Vi invito perciò a riflettere attentamente. I vari modi di fare pressione, fra i quali quelli sopra descritti, sono tentativi per far fallire la nostra azione sulla VQR. Dopodiché i Rettori torneranno al letargo che li ha pressoché totalmente contraddistinti in passato e non avranno più alcuno stimolo al tavolo tecnico con la Ministra per sostenere le nostre richieste.

Non fornite pertanto a nessuno, meno che mai sottobanco, i dati richiesti per la VQR. Non autorizzate i Dipartimenti, né esplicitamente né implicitamente, a fare la selezione in vostra vece, come alcuni consigliano.

L’azione avrà successo, come fino ad ora è avvenuto, se non si cede in dirittura d’arrivo. Aver testimoniato il disagio e la protesta e poi assecondare alla fine i Dipartimenti, dunque gli Atenei, dunque il Ministero, non impressiona nessuno: soprattutto non serve a raggiungere l’obiettivo, che è quello di riavere classi e scatti stipendiali. E ricordate che bastano anche piccole percentuali di astensioni dalla VQR per mettere in agitazione i Rettori, dato che non potranno ripetere le prestazioni ottenute nella precedente VQR: ciò li obbligherà, anche se non condividono la nostra azione, ad agire in sede ministeriale, che è quanto vogliamo come aiuto alle nostre azioni.

Prego i colleghi coordinatori nelle numerose sedi in cui si sono già costituiti coordinamenti locali (Milano Statale, Napoli Federico II, Roma Tre, Parma, Firenze, Udine, Siena, Messina, Roma La Sapienza, Genova, Bologna, Modena e Reggio Emilia, Padova, e spero di non dimenticare nessuno) di diffondere questa mia ai loro indirizzari. Inviate pure questa e-mail ai colleghi ai quali di solito la inviate. Prego quelli di Voi che sono interessati a ricevere direttamente notizie del tipo di questa e-mail di scrivere a letterapresidenterepubblica@gmail.com, indicando nel subject “Inseriscimi” e saranno aggiunti all’indirizzario.

Università: sulla scomparsa della comunità scientifica e della figura del Maestro

Enzo Scandurra

Enzo Scandurra

Intellettuali silenti e declino dell’Università (il manifesto, 3 febbraio 2016)

Enzo Scandurra. Il declino lento e inarrestabile dell’Università, la sua rinuncia ad essere l’universo, luogo di produzione di sintesi convincenti, ben esprime e rappresenta il collasso narrativo dell’Occidente e lo stato dell’afasia contemporanea. Il dibattito sul suo ruolo si è, anni fa, incagliato (e lì è rimasto) intorno a questo nodo fondamentale: sapere per il mercato o sapere per essere capaci di scelte consapevoli? Ha prevalso il primo termine: quello che va bene al mercato, va bene anche all’università e così a partire da Luigi Berlinguer si è sviluppato quel processo di declassamento e di delegittimazione che sembra non conoscere fine. Se sentiste parlare gli studenti, avreste modo di conoscere quanto essi non vedono l’ora di abbandonarla come un luogo inutile, un castigo necessario, nell’attesa (sempre più disperata) di un posto di lavoro. Forse fa eccezione qualche studente, sopravvissuto al collasso, che tenta di ricomporre una qualche sintesi all’interno dei dottorati di ricerca, poi niente, silenzio.

Avendo smarrito i propri fini, l’Università è diventata un sistema burocratico-amministrativo fallimentare e improduttivo, senza alcuna capacità di scorgere i segnali del cambiamento e tanto meno di possedere la capacità di interpretarlo e incidere sulle trasformazioni che sconvolgono il mondo contemporaneo. È capace l’università, tanto per fare solo alcuni esempi tra mille possibili, di fornire una qualche narrazione adeguata dei cambiamenti climatici in atto, della questione ambientale, della crisi economica, della crisi del modello urbano? No, non ne è capace, anzi si limita, nel migliore dei casi, a fornire dei rimedi parziali, delle risposte inadeguate, essendo in tutt’altre faccende affaccendata.

Come affermava Pietro Barcellona, non esiste più una comunità scientifica, ma solo alleanze fra cordate e gruppi di potere, là dove i nostri figli avrebbero disperatamente bisogno di un Paese che si appropri del proprio futuro, che sappia progettare ponti e cattedrali, scoprire i segreti delle stelle e i miracoli delle nanotecnologie, senza perdere di vista, però – aggiungeva Pietro – che il vero problema è sempre il destino dell’uomo nel tempo che ci tocca vivere. E alla scomparsa della comunità scientifica si aggiunge quella drammatica della scomparsa della figura del Maestro.

Anziché una ricomposizione, i saperi vengono continuamente disarticolati, scomposti, separati gli uni dagli altri fino al nozionismo più esasperato (i famosi Cfu, crediti formativi), così da preparare il terreno a quei mitici concorsi universitari in ordine ai raggruppamenti disciplinari (Ssd), vero e propri pilastro culturale intorno al quale si organizzano accordi elettorali, cordate accademiche e produzione di inadeguati e falsi saperi. E che dire delle pubblicazioni scientifiche sulla base delle quali una fantomatica Agenzia (Anvur) è chiamata a giudicare ogni membro della morente comunità accademica? Intorno ad esse – le pubblicazioni scientifiche – sono sorte migliaia di nuove riviste accreditate, fiorisce l’unica attività editoriale ancora produttiva del Paese.

Per anni screditata dagli attacchi dei mass-media (luogo di malaffare, di corruzione, di svendita degli esami, ecc.), l’Università ha finito con l’adeguarsi alla cattiva immagine che di essa ne è stata fatta tra la gente comune, rinunciando perfino a far valere le proprie ragioni, non rintuzzando la concorrenza sleale delle varie libere università sorte come funghi. Del resto, se essa è demandata solo a fornire sterili nozionismi, perché un privato non potrebbe riscuotere maggiori successi?

Conosco sempre più docenti che hanno chiesto di essere messi in pensione prima del tempo. Almeno da questo punto di vista, essi si sono arresi. Il declino dell’università, che pure essi hanno ostacolato, avversato e combattuto con passione, ha finito con lo sfinirli. Asor Rosa ha paragonato questo esodo a quello dei dinosauri in estinzione: «Questo lungo e faticoso cammino – rispetto all’approdo finale, ossia lo stato presente delle cose – fa sentire chi l’ha compiuto nelle condizioni di quegli animali primitivi che a un certo punto uscirono di scena per il totale mutamento delle condizioni generali del pianeta» (“Il Grande silenzio, intervista sugli intellettuali”).

Coloro che sono rimasti, si sono adeguati, così che dopo il Grande silenzio è subentrata anche la Grande tristezza. Sembra una questione archiviata; le cifre e i numeri che circolano sul suo stato di salute (meglio sarebbe dire sulla sua malattia terminale) ne attestano la morte presunta. Forse a metterci sopra la pietra tombale sarà l’annunciato (ennesimo) provvedimento di Renzi sulla “Buona Università”.

Ma in un’affollata assemblea di dottorandi e ricercatori precari, a Roma qualche giorno fa, ho sentito esclamare: «Dobbiamo scatenare una controffensiva culturale di portata equivalente a quella scatenata da Confindustria, verso la metà degli anni Novanta, iniziando a criminalizzare l’università italiana. Dimostriamo loro che non siamo bamboccioni improduttivi; noi produciamo scienza, nuovi saperi, cultura vivente…».

Benvenuta e salutare è allora l’iniziativa per l’Università promossa l’11 febbraio a Napoli da, Arienzo, Bevilacqua, Bonatesta, Carravetta, Catalanotti, Olivieri (Lettera-Appello al mondo dell’Università, su il manifesto del 22 gennaio). Coraggio si ri-parte! Non dalle aule della Bocconi; questa volta si parte dalle macerie del Sud. E gli intellettuali dove sono? Perché non escono dal Grande Silenzio per scendere in campo a fianco di questi ragazzi, senza i quali il silenzio diventerà tombale?

Tra finti risanamenti dell’Ateneo senese comincia il palio del Rettore

Ombra«All’interno della Facoltà di Medicina un confronto serio e costruttivo per trovare la sintesi sul nome» (Corriere di Siena, 2 febbraio 2016)

Anna Coluccia (Docente universitario). Dal Corriere di Siena del 28 u. s. apprendo con sorpresa che nelle elezioni per il futuro Rettore della nostra Università sarebbero in corsa due candidati, contrapposti quasi a singolar tenzone.

Senza entrare ora nel merito dell’attendibilità o meno della notizia, ritengo che essa – nella forma in cui è stata data – rischia di far passare sotto silenzio, e quindi svilire, il dibattito tuttora in corso all’interno del nostro Ateneo e della ex Facoltà di Medicina in particolare. Dispiace soprattutto che le prossime elezioni per il Rettorato vengano presentate come una specie di competizione agonistica tra due “contendenti”. Posso assicurare che fortunatamente non è così: nel nostro Ateneo fervono ancora le discussioni sul futuro dell’Università, si confrontano idee e programmi. Il tutto all’insegna di una progettualità alta, che appassiona ed impegna tutti coloro che hanno a cuore lo Studio senese mentre attraversa una fase molto delicata, e direi cruciale, della sua storia plurisecolare. La situazione dell’Ateneo è infatti più complessa rispetto a quanto emerge dalle Sue fin troppo benevoli osservazioni sull’asserito “risanamento” attuato dall’attuale governance. Per molti aspetti infatti tale situazione è da ritenersi ancora critica. A meno che di non voler considerare in termini positivi, dissennatamente, l’innegabile ridimensionamento cui l’Università di Siena è andata incontro in questi ultimi anni, a molti livelli.

Al di là di questi rilievi, vorrei che il lettore del «Corriere» sapesse, per esempio, che nella ex Facoltà di Medicina è in corso un dibattito serio e costruttivo alla ricerca di una piattaforma comune capace di diventare sintesi per un discorso che affronti con reale efficacia, finalmente, le sfide del presente. Proprio per questo, prima di fare i nomi di chicchessia, noi del Dipartimento di Scienze Mediche Chirurgiche e Neuroscienze, abbiamo scelto la strada della riflessione, affidando a un nostro collega, il professor Alessandro Rossi, l’incarico di perlustrare le differenti progettualità disponibili e di individuare una possibile sintesi tra di esse. Ciò al fine di giungere a una candidatura unitaria, espressione della nostra ex Facoltà ma capace di dialogare con i molteplici saperi presenti nel nostro Ateneo. È una questione di metodo: vorremmo che il nostro candidato fosse frutto di una consapevole partecipazione democratica da parte di tutti e non di una designazione dall’alto (ogni riferimento è, mi creda, meramente casuale…).

Tanto mi premeva precisare, caro Direttore, senza alcuna intenzione polemica, ma in spirito di verità e come contributo a un’informazione più ricca e articolata rispetto alle attuali vicende della nostra Università.

Al risveglio, il gigante si scopre nanerottolo e non più comprimario ma comparsa

Occhi-blu

Lisa. Siena sarà pure sparita, ma la qualità resta! E soprattutto ultimamente si sta rinnovando molto offrendo nuovi servizi agli studenti tipo housinganywhere, il progetto Acanto, ecc. ecc!!! Il gigante si sta risvegliando!!!

Rabbi Jaqov Jizchaq. «Il gigante si sta svegliando»: quando si sarà svegliato dall’anestesia si renderà conto di aver perso le gambe. Non è chiaro come potrà competere con Usain Bolt. Né è chiaro come aree scientifiche basilari possano essere considerate pura zavorra da abbandonare con disinvoltura: Lisa dagli occhi blu/anche tu, senza le trecce, la stessa non saresti più tu! Il progetto “ACANTO”, cui accenni (leggo: “un sistema robotico integrato che serve a stimolare gli anziani a svolgere attività fisica”) emerge, per quanto ne so, da una delle residue eccellenze dell’ateneo, ossia la robotica: tanto di cappello, ma non vedo come possa cancellare i problemi che in questo blog sono stati posti in evidenza, né, a dire il vero, cosa c’entri. Difatti nessuno ha scritto che la ricerca a Siena fa schifo! Vorrei che fosse chiaro che le grida d’allarme emergono dall’interno del mondo della ricerca, da parte di persone direttamente coinvolte e consapevoli. Soggiungo che, data l’età media dei docenti, probabilmente questo sistema di aiuto agli anziani l’università dovrà applicarlo in primo luogo a sé stessa. Curiosa la sottolineatura, poi, dei servizi agli studenti a prescindere da tutto il resto, quando il primo “servizio” dovrebbe esse l’offerta formativa: dimezzamento del corpo docente, conseguente cancellazione di molte aree scientifiche, accorpamenti cinobalanici, turnover fermo da quasi un decennio: cosa vuol dire che “il gigante si sta risvegliando”? Cancellando un insegnamento su due il “gigante” (che poi non è mai stato tale: un ateneo medio-piccolo semi-generalista) sta diventando un nanerottolo, in una cornice dove ai nanerottoli è riservato un destino non di comprimari, ma di figuranti e comparse.

Valeria Strambi (La Repubblica, Firenze, 25 gennaio 2016). La vera sorpresa arriva dall’Università per Stranieri di Siena che, con i suoi 518 immatricolati, registra un +19% rispetto allo scorso anno, quando i nuovi arrivi erano stati 435. Buoni risultati anche per l’Università di Siena, che passa dai 2.314 immatricolati dello scorso anno ai 2.319 di quest’anno (ben 5 matricole in più, n.d.r.).

L’Università di Siena è realmente uscita dalla crisi?

San Simeone Stilita

San Simeone Stilita

Rabbi Jaqov Jizchaq. Riguardo a coloro che si astengono dal partecipare alla VQR, il Magnifico ci ammonisce tuttavia che «se il nostro Ateneo è riuscito a uscire dalla sua profonda crisi finanziaria è anche grazie alle risorse premiali connesse agli eccellenti risultati conseguiti dall’Università di Siena nella precedente VQR.» Anche considerando che le valutazioni sono una fotografia del passato, realizzata con una sorta di macchina del tempo, e che buona parte di quello che c’era nel 2007 non c’è più, o non ci sarà più a breve, mi domando se dalla crisi siamo realmente usciti. Se insomma la prospettiva di una marginalizzazione crescente, in un ateneo praticamente dimezzato e pesantemente amputato con molti settori soppressi, sia veramente fugata.

Come ho già ricordato, uno dei membri dell’ANVUR dichiarò ad un giornale nel 2012: «Tutte le università dovranno ripartire da zero. E quando la valutazione sarà conclusa, avremo la distinzione tra research university (università di serie A) e teaching university (università di serie B). Ad alcune si potrà dire: tu fai solo il corso di laurea triennale. E qualche sede dovrà essere chiusa.» Renzi, nel 2013, auspicava una concentrazione delle risorse in soli «cinque hub della ricerca», dicendo di volerci arrivare per gradi. 
Ok, dunque anziché continuare ad accorpare corsi e dipartimenti all’interno dei singoli atenei, l’idea sarebbe quella, se ho ben capito, di un accorpamento tra atenei. Del resto, se la prospettiva è, in alternativa, quella di agonizzare continuando a fare le nozze coi fichi secchi, morendo lentamente per asfissia, meglio che lo dicano subito. Ma ancora non ho capito come e quando chiuderanno delle sedi, che cosa ci faranno con chi ci lavora (il giudizio negativo su una sede investe globalmente tutti coloro che ci lavorano?) e cosa cavolo vuol dire (stanti le vigenti leggi) “teaching university”.

Il problema è strettamente legato alle valutazioni della VQR, giacché la ricerca non si fa sugli alberi e l’immagine del ricercatore solitario, del Simeone lo Stilita che come nel celebre “Simone del deserto” di Luis Bunuel, passa la sua vita a meditare in cima a una colonna nel deserto siriano, tentando di resistere alle tentazioni del diavolo (al quale nondimeno da ultimo cede, lasciandosi portare in discoteca), è una caricatura con pochi addentellati con la realtà delle valutazioni bibliometriche e dei percentili. Non dico che sia un bel vedere: si fa notare talvolta che la rivista con il più alto H-index al tempo di Galileo probabailmente si intitolava “Studi tolemaici”, ma tant’è.

E a proposito di accorpamenti a cacchio, per carità di patria, come i film al tempo del Fascio, ambienterò i misfatti “all’estero”. Tanto chi vuol capire capirà. Già si disse del dipartimento di Geologia e Psicologia di Chieti. Leggo ora il gustoso articolo di un professore bolognese di filologia, il quale ci rivela come all’origine l’acronimo ipotizzato per il suo dipartimento fosse “F.I.C.A.M.”. Peccato che poi ci abbiano ripensato e strano che altri non abbiano pensato a denominazioni altrettanto suggestive tipo “P.A.N.I.S.” e “PER.EX.SUC.TUS” (scusate il latino maccheronico), in vista di ulteriori proficui accorpamenti. Sarebbe stato di grande attrattiva.

La valutazione della qualità della ricerca «è una questione squisitamente politica: non è il conflitto che dobbiamo temere, ma l’indifferenza, la pigrizia e la rassegnazione»

Stefano Semplici

Stefano Semplici

Università, la battaglia della VQR. Professori divisi sulla valutazione (Da: Il Corriere della Sera, 16 gennaio 2016)

Stefano Semplici. L’opinione pubblica non si interessa e non si interesserà dell’esercizio di valutazione della qualità della ricerca 2011-2014, dal quale dipenderà una fetta consistente del finanziamento delle nostre università. È una questione fitta di algoritmi, indecifrabili acronimi e bizantinismi incomprensibili, destinata a rimanere un rito misterico per gran parte degli addetti ai lavori. Chiarissimi saranno però i risultati: classifiche certificate dall’autorità del Direttivo dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca, supportato dalla competenza e professionalità dei Gruppi di Esperti della Valutazione all’uopo costituiti. Il fine, in questo caso, sembra davvero giustificare ogni mezzo e ogni tecnicismo: il merito e l’eccellenza verranno finalmente riconosciuti e premiati; l’osceno nepotismo di una casta di privilegiati superpagati abituata a usare il denaro pubblico per i propri interessi sarà rottamato una volta per tutte; i fannulloni incapaci di reagire perfino alle dure penalizzazioni e alla gogna pubblica previste da questa competizione verranno infine messi in condizione di non nuocere.

Cosa potremmo chiedere di meglio per avere finalmente anche in Italia una «buona» università? Chi si oppone, di conseguenza, non è semplicemente un gufo o un rosicone. Può essere solo un «barone» o un servo di baroni, che merita di essere trattato, nella migliore delle ipotesi, come gli stolidi oppositori delle riforme, tutti liquidati come zelatori dell’ormai improponibile bicameralismo perfetto. Nel «nuovo» che avanza possono esserci – è vero – limiti, imperfezioni e perfino ingiustizie. Ad essi si potrà sempre porre rimedio. L’importante è aver tracciato la rotta.

All’opinione pubblica, ai nostri studenti e alle loro famiglie non chiedo di sapere cosa siano i «metadati bibliografici del prodotto, inclusi gli identificatori ISI WoS e Scopus» o di interessarsi della questione cruciale della «identificazione dell’addetto alla ricerca cui il prodotto è associato tramite il suo identificativo ORCID» (cito dalla versione definitiva del Bando di partecipazione alla VQR 2011-2014). Vorrei però che si aprisse almeno qualche spazio per chiarire che la protesta contro la VQR che si sta diffondendo nelle università italiane non è l’azione corporativa di professori che rifiutano di essere valutati. Sono i soldi dei cittadini a mantenere la libertà della scienza e del suo insegnamento e i cittadini hanno il diritto di sapere che questi soldi sono spesi bene. Questa protesta è anche responsabile, perché non ha colpito e non colpisce gli studenti.

Ciò detto, occorre riconoscere onestamente l’esistenza di due diverse faglie di conflitto, che in parte si sovrappongono e che occorre tuttavia tenere distinte. La prima corrisponde ad un conflitto dei professori con il governo per una rivendicazione legittima e chiaramente circoscritta. Il blocco degli scatti di anzianità, che costituiscono una parte rilevante del trattamento economico dei docenti universitari, così come degli altri lavoratori del pubblico impiego, è stato applicato in questo settore in modo differenziato e prolungato rispetto a tanti altri e nessuno si è mai preoccupato di spiegare quali fossero le colpe meritevoli di quella che molti percepiscono, oltre che come una punizione incomprensibile, come una lesione alla dignità del proprio impegno e del proprio lavoro. Questo è il vettore della protesta intorno al quale si è raccolto il consenso più ampio: l’astensione dalla VQR, in questa prospettiva, è uno strumento che non contesta, almeno apertamente e in linea di principio, la sua natura, i suoi obiettivi e l’uso che viene fatto dei suoi risultati.

C’è però una protesta che ha un fine diverso e che riguarda il rapporto fra le modalità con le quali la valutazione è stata introdotta in Italia e la missione dell’università. Anche questa è certamente una protesta contro il governo e contro il parlamento. Essa è però al tempo stesso – e bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome – il risultato di un conflitto fra professori. In gioco, in questo caso, c’è proprio il rifiuto di «queste» modalità di valutazione della loro attività (e non – lo ripeto ancora una volta – di una valutazione trasparente e rigorosa, a partire dal controllo del rispetto da parte dei docenti dei loro doveri nei confronti degli studenti), a causa degli effetti che esse hanno prodotto e che sono stati così riassunti in una petizione che ha già raccolto alcune centinaia di firme: «una politica di progressiva riduzione delle già scarse risorse coperta dalla parola d’ordine del merito; l’erosione del diritto allo studio e l’esasperazione di insostenibili squilibri fra le diverse aree del paese; la ricerca dell’eccellenza contrapposta al dovere dell’equità; la competizione con ogni mezzo contrapposta alla solidarietà e alla collaborazione che dovrebbero caratterizzare la vita dei nostri atenei; la mortificazione dell’impegno nella didattica come pilastro irrinunciabile della “missione” dell’università».

Sono professori i membri del Direttivo dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca. Sono quasi tutti professori i componenti dei Gruppi di Esperti della Valutazione. Molti saranno i professori fra coloro che giudicheranno il lavoro dei colleghi attraverso il meccanismo della peer review (sapendo chi stanno giudicando, mentre il giudicato non saprà chi gli ha dato il voto). Se la VQR si farà, di conseguenza, le ragioni di alcuni professori avranno «vinto» su quelle dei loro colleghi. È naturalmente possibile che non esista la relazione di causa ed effetto fra «questa» VQR e i fenomeni che ho ricordato o che sia ragionevole ritenerli, almeno a piccole dosi, il prezzo che è inevitabile pagare per aumentare l’efficienza e la qualità del sistema. Quello che non è possibile è liquidare questi punti come preoccupazioni da addetti ai lavori e rifiutare un confronto aperto e pubblico su di essi. Perché su tutti e in primo luogo sui nostri giovani ricadranno le conseguenze di queste scelte. Ecco perché la questione è squisitamente politica. Non è il conflitto che dobbiamo temere, ma l’indifferenza, la pigrizia e la rassegnazione.