Il commento di Raffaella Ruscitto alla sentenza del processo a Giovanni Grasso querelato da Angelo Riccaboni

Raffaella Ruscitto

Cronache dal palazzo (di giustizia). Di scena Giovanni Grasso, i contradaioli e Sandra Pelosi (il Cittadino online, 6 dicembre 2017)

Raffaella Ruscitto. Si è conclusa la mattina del 4 dicembre la vicenda giudiziaria che vedeva il professor Giovanni Grasso chiamato in causa per il reato di diffamazione dall’ex rettore Angelo Riccaboni. Il professore è stato giudicato «Colpevole del reato a lui ascritto limitatamente alle espressioni “interdizioni del professor Riccaboni dalla carica di Rettore debba ritenersi una misura cautelare necessaria considerando la reiterazione di abusi, l’inquinamento probatorio in atto, ed impreparazione ed insipienza”» ed è stato condannato alla pena di mesi quattro oltre al pagamento delle spese processuali”. Pena sospesa e non menzione. Il professor Grasso è stato, inoltre condannato al risarcimento dei danni patiti dalla costituita parte civile, in via equitativa con 5 mila euro e al pagamento della costituzione e difesa di Parte Civile per poco più di 6 mila euro.

Infine il professore, ideatore e gestore del blog di dibattito universitario “Il senso della misura”, è stato assolto in merito alle espressioni quali “dissipazione delle scarse risorse per attività non istituzionali” o per “l’illegittimità (e in alcuni casi l’illegalità) della maggior parte dei provvedimenti adottati” o, ancora, “azioni truffaldine inerenti l’utenza sostenibile” o “organi di governo esautorati dalle loro prerogative sono tutti elementi con i quali il Rettore, privo della piena legittimità a esercitare le sue funzioni (perché eletto e nominato nella carica in modo irregolare) sta affossando l’Università di Siena”. Assolto perché il fatto non sussiste.

A leggere bene il dispositivo della sentenza si resta interdetti. Non si capisce bene come possano “stare insieme” la condanna per aver parlato di “reiterazione di abusi” con l’assoluzione per aver dichiarato l’esistenza di “illegittimità (e in alcuni casi l’illegalità) della maggior parte dei provvedimenti adottati”, per citare solo una delle frasi reputate dal giudice non penalmente punibili.

Salvo peccare di “impreparazione”, non essendo giudici e neppure dottori in Giurisprudenza, resta difficile, da comuni mortali, comprendere i motivi della condanna del professor Grasso. Resta difficile capire perché, ancora una volta, nella storia recente di Siena, a pagare siano quelli (pochi) che hanno trovato – spesso isolati – il coraggio di parlare, di raccontare, di mettere in evidenza fatti, vicende, che a loro modo di vedere, non erano consoni all’agire corretto. È come se, ma forse questo sentimento è dettato dallo sconforto momentaneo, si volesse negare il diritto di opinione, esercitato nei confronti di un personaggio pubblico; un libero giudizio sull’operato strettamente professionale di un individuo che ricopre una carica istituzionale – con tanto di legittime motivazioni che hanno portato a quel giudizio. Nulla di personale, di privato, ovviamente.

“Ma chi me lo fa fare?” potrebbe dire (e forse ha detto) un qualsivoglia giornalista o libero pensatore che, di fronte ad una verità scomoda, si trova (o si è trovato) a dover temere gli strali del personaggio pubblico chiamato a rispondere, direttamente o indirettamente, di un comportamento quantomeno discutibile. Il “Sistema Siena” ha giovato di questo insano meccanismo: ha adulato, assoldato, inglobato… ed ha scoraggiato, impaurito, calpestato, isolato chi non cedeva alle lusinghe.

Con questo non si vuole creare un collegamento con la vicenda in questione e il divenuto ben noto “Sistema Siena”. Piuttosto è la logica che lo ha generato che appare sorprendentemente discendente da una distorta visione dei rapporti, delle relazioni, delle critiche, della gestione della cosa pubblica, della posizione tra chi amministra e chi è amministrato. Secondo questa logica il cane da guardia della democrazia (giornalista o semplice cittadino), diventa il cucciolo da salotto del sistema o, peggio, il frustrato senza speranza che va ad ingrossare le fila dei tanti ignavi che trascinano una vita lontano il più possibile dai guai.

La vicenda del professor Giovanni Grasso appare l’ennesima beffa a cui Siena assiste. La immensa mole di documenti prodotti dall’imputato sono serviti ad assolverlo da una serie di “colpe” mossegli dall’ex Rettore Riccaboni, ma non sono bastate, incredibilmente, a lasciarlo immune da colpe. Lui deve pagare. Nessun merito per il lavoro fatto in tanti anni, informando su quanto accadeva all’interno dell’antica Università di Siena. Nessun ad aspettare fuori l’esito del procedimento. Nessun senese a ringraziarlo per aver mantenuto per anni uno spirito critico, non servile, opposto al “Sistema”.

Assolto per aver parlato di  “dissipazione delle scarse risorse per attività non istituzionali” o “l’illegittimità (e in alcuni casi l’illegalità) della maggior parte dei provvedimenti adottati” o, ancora, “azioni truffaldine inerenti l’utenza sostenibile” ma reo di aver usato termini come “insipiente” o “impreparato”. Lui, Giovanni Grasso, una colpa ce l’ha, quando non è stata attribuita alcuna colpa a chi ha ridotto l’Università in brandelli, facendole rasentare il fallimento.

Intanto, lo stesso giorno, nello stesso Tribunale di Siena, ha avuto inizio il processo ai 68 contradaioli di Nicchio, Onda, Torre e Valdimontone, per i fatti avvenuti dopo il palio d’agosto del 2015. Tanti i senesi (e contradaioli) che si sono dati appuntamento davanti al Palazzo di Giustizia per portare la loro solidarietà agli imputati. La volontà dei Priori delle quattro contrade è stata rispettata: nessuna confusione, rispetto e massima civiltà. Così è stato, a detta dei presenti. Alla fine dell’udienza 15 contradaioli hanno scelto di avvalersi del rito abbreviato; 8 hanno patteggiato; 2 hanno scelto la messa alla prova ed i restanti si sono dati altro tempo per decidere quale strada percorrere.

Gli avvocati di alcuni dei contradaioli – dall’avvocato De Mossi (impegnato anche nella difesa di Giovanni Grasso), all’avvocato Pisillo – hanno chiarito che l’udienza in corso era centrata soprattutto su aspetti tecnici e che entrambi non concordavano con il pm che aveva escluso la “rilevanza sociale” della vicenda. Il prossimo appuntamento che riguarderà questa vicenda è stato fissato per il 31 gennaio.

E infine, oggi, una donna, malata e profondamente sfortunata, ha tentato di togliersi la vita, sempre nello stesso tribunale di Siena. La sua casa andata all’asta per pochi soldi, pare. L’ingiustizia dell’esistenza a volta non trova contrappasso o un qualche risarcimento, nella legge. La speranza è che le persone che si sono mosse, spontaneamente, per sostenere la signora Sandra nel difficile momento della sua vita, non si arrendano, non si lascino prendere dalla quotidianità e sappiano mantenere salda la speranza.

Esercizio che siamo chiamati a fare tutti noi.

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Un breve commento di Raffaele Ascheri alla sentenza del processo a Giovanni Grasso querelato da Angelo Riccaboni

Giovanni Grasso condannato, ma non troppo

Raffaele Ascheri. Abbiamo intervistato – per la trasmissione di stasera – il professore e blogger Giovanni Grasso, a pochi minuti dall’udienza finale del Processo cagionato dalla querela che l’ex Magnifico Angelo Riccaboni gli aveva intentato. Il Giudice ha condannato il blogger, su certe espressioni usate da Grasso versus Riccaboni (“impreparazione ed insipienza”, per esempio), mentre per altre cose scritte sul blog di Grasso (Il senso della misura, cui si rimanda per il dispositivo completo della sentenza) negli anni scorsi, il blogger è stato assolto (e su accuse, verso Riccaboni, mica da sorridere, eh).

Morale del Processo: visto che l’esito, oltre ad essere in I grado, è stato controverso, con pro e contro, non possiamo che augurarci che l’ex Magnifico – oggi nel Cda di banca Mps – accolga il nostro invito ad una delle prossime puntate della nostra trasmissione del martedì.

Così, giusto per comprendere meglio – e soprattutto fare comprendere a dipendenti, studenti e semplici cittadini – certi passaggi del suo pregresso modus operandi. Restiamo, dunque, in trepidante attesa.

E a Giovanni, infine, che dire? Forza e coraggio, da persona verticale: chi si muove con cotanta mole di documentazione, può senz’altro perdere una battaglia, ma difficilmente la guerra…

Dispositivo di sentenza del processo a Giovanni Grasso querelato da Angelo Riccaboni

Nella causa contro Albina Colella, l’Eni condannata per lite temeraria

Basilicata, professoressa universitaria vince causa contro Eni: la multinazionale l’aveva querelata per diffamazione. (Da: Il Fatto Quotidiano, 11 agosto 2017)

La professoressa Albina Colella aveva svolto uno studio sulle acque affiorate vicino a qualche chilometro di distanza da un impianto gestito da Eni. E la multinazionale aveva chiesto oltre 5 milioni di euro di risarcimento danni. Il tribunale ha dato ragione alla docente, condannando il Cane a Sei Zampe per lite temeraria

Lei, professoressa universitaria di geologia, aveva fatto degli studi. E ne aveva parlato in televisione, anche durante trasmissioni trasmesse a livello nazionale. Le ipotesi scientifiche di Albina Colella, ordinaria all’università della Basilicata, riguardavano le acque sotterranee ricche di idrocarburi, gas, metalli e tensioattivi che 6 anni fa erano affiorate in Contrada la Rossa, a Montemurro, a poco più di 2 chilometri dal pozzo di reiniezione di scarti petroliferi di Costa Molina 1 in Val d’Agri. E le acque – sosteneva la professoressa – mostravano diverse affinità con i reflui di scarto petrolifero.

Così Eni, che gli impianti della Val d’Agri li gestisce, l’aveva querelata per diffamazione e danni morali e patrimoniali, chiedendo un risarcimento di poco più di 5 milioni euro. Ma lo scorso 19 luglio, la Prima Sezione Civile del tribunale di Roma ha rigettato integralmente la richiesta di risarcimento danni avanzata da Eni, dando ragione alla professoressa. Sancendo, di fatto, la legittimità dell’informazione scientifica.

Gli avvocati di Colella, Giovanna Bellizzi e Leonardo Pinto, hanno spiegato che la sentenza stabilisce il diritto all’informazione in materia ambientale e riconosce la valenza costituzionale della libertà di opinione: “Non vi è dubbio che la divulgazione dei risultati della ricerca costituisca legittima espressione del diritto di libertà di manifestazione del pensiero, sancito dall’art. 21 della Costituzione, e di libertà della Scienza garantita dall’art. 33 della Costituzione, senza limiti e condizioni”, si legge nel testo con cui il tribunale ha dato ragione alla professoressa. Non solo: perché vista la somma richiesta dalla multinazionale, sganciata da qualsiasi parametro che regola il risarcimento in materia, hanno spiegato i legali, Eni è stata anche condannata per lite temeraria.

Riccaboni dichiara in Tribunale di aver risanato l’Ateneo senese risparmiando sugli auguri di Natale al personale

Ovviamente, Riccaboni non ha ancora capito che pagare il rinfresco con i fondi dell’Ateneo sarebbe stato un danno erariale. Certamente avrebbe potuto dare l’esempio rinunciando, come dice Raffaele Ascheri, ai 36 mila € annui d’indennità da Rettore introdotta da Piero Tosi. Solo così l’induzione al risparmio e l’attenzione alle risorse si sarebbero potute propagare. Ascoltate l’audio in Tribunale, dura 1 minuto, ne vale la pena…  per il sottofondo musicale!

Raffaele Ascheri. Inizia l’estate (anche formalmente, con il 21 giugno festa dei massoni: ma il blog non va certo in vacanza, almeno per ora); oggi parliamo dell’ex Rettore dell’Università, professor Angelo Riccaboni, che illo tempore ha visto male (molto male) di querelare per diffamazione il professor Giovanni Grasso, decano dei bloggers con il suo documentatissimo Senso della misura.

Vedremo come andrà a finire (domattina alle 9, udienza scoppiettante), ma di certo – e come sempre – una cosa è ben chiara: con la querela, poi magari si va in Tribunale; e poi, sempre magari, qualcuno legge i verbali delle udienze; e, per concludere con i magari di ordinanza, magari vengono fuori delle chicchine mica da niente. Come quella su cui state per essere resi edotti, per esempio…

Riccaboni, un magnifico munifico (Da: Eretico di Siena, 22 giugno 2017)

24 febbraio 2016, è il giorno della deposizione e del controesame del professor Angelo Riccaboni: Parte civile, certo, nel Procedimento penale in questione riguardante il blogger professor Giovanni Grasso, ma obbligato a rispondere alle domande che gli vengono fatte. Difeso dall’avvocato Di Mattia di Firenze, si trova davanti, come legali del professor Grasso, Vieri Fabiani (foro di Firenze) ed il Superavvocato De Mossi. Pm, la dottoressa Maria Luisa Braccalenti. Presiede il Giudice, dottoressa Cristina Cavaciocchi.

Le domande sono ovviamente tantissime, da una parte all’altra: come sempre in questi Processi, ci sono ben 4 parti, che possono domandare (Pm, Giudice, avvocato di Parte civile, avvocato/i dell’imputato); ci soffermiamo – per ora – su di una autentica chicca (che si trova a pagina 9 del verbale): quando l’ex Magnifico, dimostra Urbi et orbi di essere financo munifico. Di fronte al deficit (che Lui ovviamente sostiene di avere risanato), Riccaboni ha sempre sentito l’esigenza di dare l’esempio: retto, probo, austero. Un grand’uomo, punto e basta.

Arriva Natale, e bisogna dare un taglio a tutti quei rinfreschi da Sistema Siena, in cui si mangiava come polli all’ingrasso e pagava Pantalone: si mangia meno, sotto Riccaboni, ma soprattutto paga Lui; il Munifico, per l’appunto.

«Che se sei in quella situazione devi dare anche degli esempi; basti ricordare anche soltanto quel piccolo incontro per i saluti di Natale che naturalmente è stato offerto da parte del Rettore, come persona fisica (ha pagato Lui, dunque: quanto, non è dato sapere, forse per discrezione, Ndr). Lo dico come esempio di un’attività gestionale improntata ad una tensione esasperata, esasperata, al risparmio, per due motivi: sia perché era giusto farlo per ridurre i problemi di tipo finanziario; ma anche per un altro motivo, l’esempio, cioè all’interno di un’organizzazione, se non si dà l’esempio a tutti i livelli, è difficile che questa induzione al risparmio, dell’attenzione alle risorse, è difficile che si propaghi».

A proposito, visto che di soldarelli si discetta: vi risulta per caso che il munifico Rettore Riccaboni abbia rinunciato al suo salario extra (indennità di carica, si chiama: 36mila euroni lordi), che percepiva ogni anno in qualità di Rettore (munifico, s’intende)? Quello sì, che sarebbe stato davvero un bel risparmio: ma non ci risulta che il professor Riccaboni abbia rinunciato…

Sull’udienza del 16 ottobre, intervista di Susanna Guarino, di Siena TV, a Giovanni Grasso

Tommaso Salomoni. Entriamo nel vivo dell’argomento che riguarda l’Ateneo di Siena, in particolare del processo, iniziato il 16 ottobre (la seconda udienza ci sarà il 30 ottobre alle ore 9,00), che vede chiamato in causa il professor Giovanni Grasso, che ha un blog “Il senso della misura”, dove esprime spesso dei commenti molto critici sull’operato dell’amministrazione dell’Università di Siena. L’ha fatto, in passato, anche con gli altri rettori, lo sta facendo e lo ha fatto anche con Angelo Riccaboni. Ebbene, per un articolo scritto sul blog nel 2013, è arrivata la querela da parte del rettore. Sembra una cosa di normale amministrazione, capita spesso una querela per diffamazione. In realtà, se andiamo a scavare nelle carte di questo processo, capiamo che forse può farsi veramente interessante, specialmente se si ricerca la motivazione per la quale il prof. Grasso aveva fatto alcune osservazioni sul rettore Angelo Riccaboni e se si va a scavare, in particolare, sul passato dell’Università decisamente burrascoso, non tanto nell’epoca Riccaboni quanto negli anni in cui si è arrivati anche a formare, e scoprire successivamente, il buco di bilancio. Insomma, cerchiamo di fare chiarezza con il prof. Giovanni Grasso e con l’intervista che ha realizzato per noi Susanna Guarino.

Dal Corriere di Siena (28 ottobre 2015): «Al termine della conferenza stampa, al rettore è stato chiesto un commento anche sulla vicenda giudiziaria con il professor Grasso: “C’è un procedimento in corso – ha detto Riccaboni –. Francamente mi sembra che i fatti dimostrino che le cose in ateneo stanno andando bene. E sentirsi dire certi epiteti non è mai una cosa piacevole“.»

Da La Nazione Siena (28 ottobre 2015), Orlando Pacchiani: «Tra le questioni scottanti sul tavolo, c’è anche la questione per la querela al professor Grasso. Risponde Riccaboni (n.d.r.): “Diatriba? Nessuna diatriba, c’è semplicemente un procedimento in corso. Accetto critiche e accuse di ogni tipo senza replicare, ma qui si è passato il segno con epiteti eccessivi, basta leggere ciò che è stato scritto“.»

Finalmente rotta la “consegna del silenzio”! Quanto durerà?

Mizaru, Kikazaru, Iwazaru

Mizaru, Kikazaru, Iwazaru

Rettore querela un professore (La Nazione Siena, 20 ottobre 2014)

Cecilia Marzotti. Il rettore dell’università Angelo Riccaboni ha querelato per diffamazione il professor Giovanni Grasso per quanto quest’ultimo aveva scritto l’11 febbraio del 2013 sul proprio blog «Il senso della misura». L’articolo oggetto di querela si intitolava «È necessaria l’interdizione di Riccaboni dalla carica di rettore dell’università». Nel corpo dell’articolo lo stesso querelante ha ravvisato delle frasi che secondo quanto si legge nella sua costituzione di parte civile «palesamente denigratorie e fondate su una falsa rappresentazione della realtà». Il querelato è stato rinviato a giudizio e verrà difeso dall’avvocato Luigi De Mossi, mentre il rettore che ha deciso di costituirsi parte civile verrà rappresentato legalmente dall’avvocato Paolo Di Mattia del foro di Firenze. Lo stesso rettore ha avanzato una richiesta risarcitoria pari a centomila euro da devolvere interamente per l’assegnazione di borse di studio ad enti o istituzioni con finalità di ricerca.

La posizione del professor Giovanni Grasso verrà presa in esame dal giudice Cavaciocchi. La prima udienza è stata fissata per il 12 marzo del prossimo anno. In prima battuta la querela presentata dal rettore Angelo Riccaboni era stata «affidata» al pm Aldo Natalini. Quest’ultimo dopo aver esaurito la procedura nei confronti del querelato aveva emesso decreto di citazione diretta a giudizio. A fronte di questo siamo arrivati alla fissazione della prima udienza. Intanto il rettore attraverso il suo legale ha deciso di costituirsi parte civile nel procedimento penale a carico di Grasso perché nello scorrere quanto scritto l’11 febbraio del 2013 sul blog di Grasso si era sentito diffamato. Praticamente come scrive il suo legale nella dichiarazione di costituzione civile Riccaboni è stato «espressamente accusato della commissione di reati» e vengono attribuite al rettore «condotte illecite senza fornire alcuna motivazione a sostegno».

«Immotivati i giudizi personali e in tutte le frasi risulta ampiamente superato il limite della correttezza delle espressioni». A fronte di questo il legale del rettore parla di «danni alla reputazione e all’onorabilità» del suo assistito. Da parte sua l’avvocato Luigi De Mossi chiamato a difendere il professor Giovanni Grasso accusato del reato di diffamazione sta preparando una serie di atti e documenti che verranno mostrati nel corso dell’istruttoria dibattimentale.