Sull’udienza del 16 ottobre, intervista di Susanna Guarino, di Siena TV, a Giovanni Grasso

Tommaso Salomoni. Entriamo nel vivo dell’argomento che riguarda l’Ateneo di Siena, in particolare del processo, iniziato il 16 ottobre (la seconda udienza ci sarà il 30 ottobre alle ore 9,00), che vede chiamato in causa il professor Giovanni Grasso, che ha un blog “Il senso della misura”, dove esprime spesso dei commenti molto critici sull’operato dell’amministrazione dell’Università di Siena. L’ha fatto, in passato, anche con gli altri rettori, lo sta facendo e lo ha fatto anche con Angelo Riccaboni. Ebbene, per un articolo scritto sul blog nel 2013, è arrivata la querela da parte del rettore. Sembra una cosa di normale amministrazione, capita spesso una querela per diffamazione. In realtà, se andiamo a scavare nelle carte di questo processo, capiamo che forse può farsi veramente interessante, specialmente se si ricerca la motivazione per la quale il prof. Grasso aveva fatto alcune osservazioni sul rettore Angelo Riccaboni e se si va a scavare, in particolare, sul passato dell’Università decisamente burrascoso, non tanto nell’epoca Riccaboni quanto negli anni in cui si è arrivati anche a formare, e scoprire successivamente, il buco di bilancio. Insomma, cerchiamo di fare chiarezza con il prof. Giovanni Grasso e con l’intervista che ha realizzato per noi Susanna Guarino.

Dal Corriere di Siena (28 ottobre 2015): «Al termine della conferenza stampa, al rettore è stato chiesto un commento anche sulla vicenda giudiziaria con il professor Grasso: “C’è un procedimento in corso – ha detto Riccaboni –. Francamente mi sembra che i fatti dimostrino che le cose in ateneo stanno andando bene. E sentirsi dire certi epiteti non è mai una cosa piacevole“.»

Da La Nazione Siena (28 ottobre 2015), Orlando Pacchiani: «Tra le questioni scottanti sul tavolo, c’è anche la questione per la querela al professor Grasso. Risponde Riccaboni (n.d.r.): “Diatriba? Nessuna diatriba, c’è semplicemente un procedimento in corso. Accetto critiche e accuse di ogni tipo senza replicare, ma qui si è passato il segno con epiteti eccessivi, basta leggere ciò che è stato scritto“.»

Ateneo senese: i sindacati sul kolossal dell’inaugurazione dell’anno accademico

Teatro-Rinnovati

Rsu, Cisapuni, Cisl, UilRua, Ugl, Usb PI. Non vogliamo partecipare a un’inutile passerella che non ci rappresenta. Noi non vogliamo passerelle ma organizzazione vera, carriere, dignità. Chiediamo da oltre un anno di dare corso a previsioni contrattuali, come le progressioni economiche orizzontali, ma l’immobilismo dei vertici di quest’Ateneo, rasentano il teatro dell’assurdo. Ancora ci viene detto che ci sono tanti problemi di gestione, difficoltà che non permettono di eseguire determinate procedure nei tempi previsti. Strano… Sempre quelle che riguardano noi del personale tecnico e amministrativo. Poi se stiamo celebrando con una colossale inaugurazione, degna di un film di cinecittà, l’uscita dal tunnel del buco, com’è che si usa ancora la scusa della difficoltà amministrativa? Forse perché non è una scusa, la verità è che siamo messi peggio di prima e quello che andiamo a celebrare è fumo…

Noi non parteciperemo a un’inaugurazione in cui dovremmo andare a dire che va tutto bene, celebrare questa gestione e, con ricchi premi e cotillon, nascondere tutto sotto il tappeto. Usciti dove! Qui va tutto peggio, i soldi mancano più di prima, in contabilità finanziaria chiuderemo l’anno peggio del 2014, cosa va meglio? Siamo senza istituto cassiere da anni e a ogni scadenza è un dramma, i piani di studio non funzionano, abbiamo una tassazione altissima, non abbiamo riconsiderato le fasce di reddito in base al nuovo ISEE, questa è l’attenzione data agli studenti, perché dovrebbero iscriversi? Non promuoviamo la ricerca come si dovrebbe, non riusciamo ad attrarre fondi, ma forse ai docenti tutto questo va bene, non sappiamo, vorremmo dicessero qualcosa. Davvero per i docenti la priorità di questo Ateneo è comprare i tocchi per i nuovi colleghi?? Non abbiamo distribuito il salario accessorio nel modo in cui si doveva per gli infiniti rinvii dell’amministrazione, non abbiamo gestito l’organizzazione del lavoro nel modo in cui si doveva, non abbiamo dato le responsabilità come si doveva…

Non è raccontando che ora è tutto a posto che si fa il bene dell’università, non è vendendo fumo che si fa il bene dell’Ateneo. Ci si dovrebbe rimboccare le maniche, ma su una piattaforma comune a tutta la comunità, invece passa la linea del Rettore che è di facciata. Non ce ne voglia il Magnifico, ha fatto tanto a modo suo, ma non abbastanza, perché una priorità sarebbe stata quella di creare, rafforzare la comunità, il senso di appartenenza. Invece il clima lavorativo è sempre peggio. Dov’è la strategia di medio periodo? Non c’’è perché si pensa già alle elezioni del Rettore e questa inaugurazione è solo ideata per celebrare la fine dell’incarico del Magnifico. “Il re è nudo”. Colui che si sente il grande timoniere in realtà non ha fatto altro che rimestare con un bastoncino in una tinozza d’acqua sudicia. Domandatevi quali sono questi risultati… Elencateli da voi… Tardiva, … troppo tardiva risulta la convocazione di lunedì 26 ottobre di una contrattazione, per cercare di calmare gli animi. Davvero i vertici di quest’Ateneo credono che una convocazione metta l’animo in pace al personale che rappresentiamo? Vogliamo risposte vere, contratti firmati, chiediamo il rispetto del Contratto Nazionale di Lavoro!! A quale titolo dovremmo essere partecipi di una inaugurazione di anno accademico che ci vedrà ancora una volta ai margini di questa comunità, a dover essere lacchè o servi dei vertici, e non poter rivendicare la nostra dignità. Chi vuole essere lacchè si accomodi, noi no! L’inaugurazione avvenga ma non in nostro nome! O meglio, visto che siamo internazionali… e il Magnifico vuole un’inaugurazione in inglese, not in our name!

Ancora con la retorica del “meglio ateneo del mondo” che rende impossibile ogni confronto serio sui problemi dell’ateneo senese

Altan-correntecacca

Rabbi Jaqov Jizchaq. È uscita la classifica delle università del Sole 24 Ore, dalla quale si evince, come oramai avviene storicamente, che l’ultimo posto è occupato dall’università “Parthenope” di Napoli (ma perché non la chiudono? Occupa stabilmente l’ultima posizione da quando esiste!). Siena, invece, “trionfa immortale”. Ho appena finito di compiacermene, che subito incomincio ad incavolarmi, per il solito acritico modo di porgere la notizia da parte dei media, che paiono non distinguere tra dati relativi e dati assoluti (Siena meglio di Pisa o Milano in che, nell’ingegneria nucleare od aerospaziale, oppure nella chimica industriale, che qui non sono mai esistite?) e per il subitaneo scatto del mondo politico per cavalcare il trionfo.

Primo, un gran tourbillon. Non ho capito come “la statistica” di trilussiana ascendenza, possa paragonare le mele con le pere, onde istituire un ordine di preferenza tra cose incomparabili. Non ho capito bene, cioè, come faccia Siena a stare davanti (tra le altre) a Torino, Pavia, Milano, Pisa (caduta al ventiquattresimo posto!), ossia università floride, che hanno tutte le lauree, le specializzazioni e i dottorati al loro posto, ne hanno dozzine più di Siena, per giunta in tutti i settori di base che Siena sta perdendo, oppure non ha mai avuto e bandiscono concorsi a tutto spiano; mentre qui il turn over è fermo quasi da due lustri, e rimediamo allo svuotamento delle cattedre con accorpamenti cinobalanici che rendono il contenuto dei corsi sempre più sfuggente. Per la didattica, addirittura, sopravanziamo Padova e Milano Bicocca, e per la ricerca superiamo nientepopodimeno che il Politecnico di Torino e l’università di Genova, stracciando, ça va sans dire, Firenze e Napoli “Federico II”, salutando da lontano Roma.

Un sogno ad occhi aperti, direi. Non è un po’ sospetto che Siena sia davanti a Pisa e a Firenze, sedi di cui Siena si avvia ad essere di fatto (se non di diritto, come si paventa) succursale? Per molte aree, oramai, queste sedi costituiscono o costituiranno il naturale approdo di trienni senesi (finché esisteranno, dopo la cancellazione dei livelli magistrali). Amicus Plato, sed magis amica veritas. Non è che non gioisca per il buon piazzamento, nonostante tutto, di un ateneo che il marcio mondo politico e la demagogia che si trascina dietro come una puzza hanno dapprima, con sommo disprezzo, sfruttato per strani mercanteggiamenti, dissanguandolo, indi messo alla berlina e fatto segno del dileggio popolare.

Ma è proprio questa retorica bipolare (un giorno “daje all’appestato”, il giorno dopo, pronti a fregiarsi dei successi del “meglio ateneo del mondo”) che risulta insopportabile, giacché rende impossibile ogni confronto serio sui problemi dell’ateneo, affogando ogni considerazione razionale, ora nella livida palude del rancore, ora in un mare di panna montata. Noto, in particolare, che nella classifica del Sole 24 ore, Siena occupa il trentaquattresimo posto (dunque piuttosto in giù, nella classifica) alla voce “sostenibilità”, ossia “il
numero medio di docenti di ruolo nelle materie di base e caratterizzanti per corso di studio”. E questo, se interpreto bene i dati, segnala la fragilità e la instabilità di fondo di un ateneo che si avvia a perdere entro il 2020 metà del suo corpo docente.

Leggendo dei buoni risultati della ricerca e dei cattivi circa la sostenibilità, vorrei in particolare che riflettessero, coloro che andavano dicendo che il risanamento andava fatto trinciando a tutto spiano sul personale addetto alla didattica e alla ricerca (quasi che il core business dell’università fosse la produzione di pampepati): ora siamo nella condizione per cui se ne va esattamente la metà dei docenti, un po’ a casaccio ed a turn over ancora fermo (quando riaprirà, si tratterà di una trentina di persone, rispetto alle 500 andate via), ma non vedo ragioni per gioire.

Chiedere, come sommessamente ha fatto nei precedenti messaggi il sottoscritto – cittadino pagante le tasse – cosa resterà di Siena, in un contesto dove appare sempre più evidente la tendenza a creare “pochi hub” della ricerca, non è fuor di luogo: vorrei capire se a Siena toccherà il privilegio di far parte del “gotha” degli atenei forti (e con quali mezzi dovrebbe realmente competere con Padova, Pisa, Milano, Torino ecc. che si accatteranno il grosso delle risorse e sforneranno il grosso della ricerca?), oppure è destinata a retrocedere a sede distaccata di un polo regionale con la testa altrove. In ogni caso un serio dibattito su questo punto non è più rinviabile. Capisco che sono rogne che il rettore uscente lascia volentieri al suo successore, ma se nella campagna elettorale per la successione non si parlerà di questo, di cosa si parlerà?

Ci risiamo: il branco che pesta un adulto solo e inerme

Adriano Fontani

Adriano Fontani

Pestaggio: spedizione punitiva contro il maestro Adriano Fontani

– Si incatena davanti alla sua ex scuola

– Siena, il maestro Fontani vittima di mobbing nella scuola

– “Il caso del Maestro Adriano Fontani”. Da Siena una storia di discriminazioni Religiose e Giudiziarie

– Siena: la vicenda del maestro Adriano Fontani. Intervista ad Adriano Fontani

– L’assurda storia di mobbing ai danni del maestro Adriano Fontani

– Caso Maestro Fontani: perseguitato “Serpiko” della Scuola Pubblica Italiana (e del Regime Siena)

– Fontani e il mobbing a Scuola – Rai 3

Incontro sulle barriere architettoniche a Siena

Barriere Architettoniche

Si svolge a Siena l’ultimo appuntamento del lungo giro d’Italia del progetto dell’Associazione Luca Coscioni “Soccorso civile per l’eliminazione delle barriere architettoniche“. 

Venerdì 5 giugno a partire dalle ore 16, a Siena, presso la Sala stampa Paolo Maccherini di Palazzo Berlinghieri (Piazza del Campo, 7/8), l’Associazione Luca Coscioni organizza un corso/seminario, nell’ambito di un progetto finanziato dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali, sull’eliminazione delle barriere architettoniche e sensoriali. L’obiettivo dell’incontro è di fornire al maggior numero di persone gli strumenti per affrontare il problema delle barriere architettoniche, sia relativamente ai singoli casi che possono riguardare i cittadini con disabilità, sia alle politiche in atto ad ogni livello e alle proposte di riforma da rivolgere alle istituzioni.

Dimissioni: categoria sconosciuta alla casta dei “nuovi” politicanti senesi

Bruno Valentini

Bruno Valentini

Di Bruno Valentini, attuale sindaco del Comune di Siena, ci siamo occupati poco, limitandoci soprattutto ai suoi interventi sui problemi universitari. Ma sin dal primo momento lo abbiamo definito il “politico vecchio rivestito di nuovo” (con abiti Valentino?). Oggi, la conferma, se proprio ce ne fosse bisogno, è costituita dalle sue mancate dimissioni, dopo l’avviso di garanzia per falso in atto pubblico e omissione di atti d’ufficio proprio nell’esercizio di un suo precedente incarico di amministratore, come sindaco di Monteriggioni. Da un politico nuovo ci si aspetterebbe una dichiarazione come quella cheIl Santopropone ai suoi lettori: «Mi dimetto perché, pur essendo innocente, devo difendermi da queste accuse e lo voglio fare da cittadino e non da Sindaco di una città già ferita e sanguinante.». Nello stesso articolo “Il Santo” propone un sondaggio sulle dimissioni di Don Brunetto, come lui lo chiama. Sulla stessa vicenda ripropongo, condividendolo completamente, l’articolo di “Bastardo Senza Gloria” del 17 maggio 2015.

Monteriggionigate: viene fuori che tutti sapevano ma nessuno parlava

Bastardo Senza Gloria. Sgombriamo il campo da equivoci: le responsabilità penali saranno stabilite dalla magistratura. Noi invece, ci concentreremo sulle responsabilità politico-amministrative del Valentini e del suo numeroso entourage. Già da tempo in base a questa analisi, che secondo noi vede il Valentini enormemente responsabile senza attenuanti, avevamo chiesto al sindaco di dimettersi proprio per non arrivare a questa fase di sputtanamento della città di Siena, che vede nuovamente il suo nome accostato al malaffare e alle bravate di qualche amministratore. Se prendiamo come spunto le diciotto pagine di avviso di garanzia al Valentini, per falso in atto pubblico e omissione d’ufficio (come riporta Siena Tv notizie) e l’uscita dell’ex vice sindaco di Monteriggioni dott. Ercolino (fonte Cittadinoonline), ci accorgeremo che una diffusa fetta di politici, tecnici, addetti ai lavori e semplici cittadini, sapevano bene o male come veniva gestita l’urbanistica in quel di Monteriggioni.

La cosa è di per sé già abbastanza agghiacciante, considerato appunto che un gran numero di persone sapeva e mai era stato in grado di denunciare alcunché alle autorità competenti, ma la faccenda diventa ancor più grottesca se andiamo a vedere che il tutto è stato innescato dalla perdita del regolamento urbanistico. Roba da film di Monicelli. Una cosa è certa: l’allegra gestione urbanistica del comune di Monteriggioni avveniva all’insaputa di tutti, sindaco in carica compreso. Si procede quindi allo scarica barile, nella speranza tutta italiana che “passata a nuttata” la colpa, essendo di tutti non sarà di nessuno. Ma in questo caso le cose sono diverse, perché ad incastrare i nostri cari politici amministratori ci sono le carte firmate, discusse, approvate e poi perse. Cosa viene fuori da un quadro così penoso? Viene fuori sicuramente una constatazione: il Valentini non è in grado, stando al suo trascorso, di fare il sindaco di Siena e coloro che lo sostennero sbagliarono candidato, altrettanto irresponsabili furono coloro che decisero al ballottaggio di andare al mare e magari ora ne chiedono le dimissioni. Anche in questo caso si potrebbe andare a “fare tardi”. Dal comunicato del Pd di Siena non potevamo aspettarci altro. Ma da quello regionale? Nemmeno. Quindi la parola passerebbe ai vari candidati regionali, Scaramelli in testa. Cosa aspettarci? Consigliamo ai nostri lettori di non farsi illusioni, tutto sarà molto soft, nessuno alla faccia della giustizia e della questione morale vuole perdere la posizione, la possibilità di un vitalizio e perché no, la possibilità di tornare a lavorare.

Quindi andiamo a chiedere quanto segue:

– che il Valentini si dimetta
– che il Pd Nazionale commissari il Pd senese per manifesto aggrovigliamento
– che il prefetto commissari il comune di Monteriggioni

Dopo la grande glaciazione, all’Università di Siena i più giovani e meritevoli sono stati messi in cantina a invecchiare

Altan-vecchiettiRabbi Jaqov Jizchaq. Ecco il giudizio del Censis riguardo al comparto “umanistico” dell’università di Siena: «Ateneo equilibrato per quel che riguarda le possibilità di progressione di carriera e di rapporti internazionali. Rispetto alle altre Università in classifica, l’UniSi ha un’offerta didattica più ristretta, ma compensata da un’altissima qualità.»

Adesso, non per dire, non è che metto in dubbio la qualità dei docenti senesi, di sicuro valore, benché in larga parte pensionandi, ma … progressioni di carriera a Siena??? Età media dei ricercatori (a esaurimento), 52 anni; età media degli ordinari, 63 anni, un bel progredire, non c’è male: verso la pensione! Naturalmente, quando è cominciata la grande glaciazione, tutti erano più giovani di quasi un decennio, ma poi i più giovani e meritevoli sono stati messi in cantina a invecchiare, come del resto si confà al vino buono (anche questa è “meritocrazia”).

Per quanto riguarda gli studi post-laurea, compulsando il sito UniSI ho prima rilevato che Siena risulta sede di un solo dottorato di area “umanistica”, dal titolo “Filologia e critica”; in tutti gli altri settori, dunque, qui non c’è rimasto un fico secco e non si capisce come sia possibile “progredire” specializzandosi in alcunché.
 Si aggiunga che per quanto riguarda le opportunità di reclutamento e carriera, nell’ateneo è tutto fermo da otto anni e l’unica cosa che si muoverà a breve, per quanto ne so, sono un paio di avanzamenti interni per dipartimento: cioè a dire, per ora, zero nuovi posti (correggetemi se sbaglio). Francamente, parlare di “facilità di progressione di carriera” a Siena, oggi come oggi mi pare puro surrealismo.

Vediamo il confronto con gli altri atenei in classifica. Leggo ad esempio che a Bologna i Corsi di Laurea e i Corsi di Laurea Magistrale (non i “curricula”, “percorsi”, “indirizzi” e similia) sono ventiquattro. Si aggiungano ben tredici dottorati di area umanistica, con cinquantasei borse di studio, a fronte di un solo dottorato a Siena, con in totale quattro misere borse. Ora, di alcune specialità bolognesi (tortellini a parte) si può senz’altro fare a meno senza soffrire troppo, e tuttavia è difficile digerire il fatto che le poche cose rimaste a Siena siano meglio dei ventiquattro corsi di laurea umanistici e tredici dottorati che a Bologna esistono ancora, e che quattro borse di studio siano meglio di cinquantasei: corsi e dottorati con tanto di nome e cognome comprensibili dove, per quanto ne so, non insegnano esattamente degli imbecilli.

Ripeto ad nauseam che dalle tabelle esposte in alto a destra, risulta che a Siena entro il 2020 i docenti saranno dimezzati (-500 circa rispetto al 2008; il botto ci sarà nei prossimi due anni), mentre se va bene ne rientreranno poche unità; sicché anche gran parte di quello che a Siena è rimasto, è destinato a venir meno. Se poi la politica è quella di lasciare in vita solo pochissime cose puntando sull’alta specializzazione, perché millantare le magnifiche sorti di un “ateneo generalista” e dare l’illusione di un ventaglio di possibilità che esistono o esisteranno a breve di fatto solo sulla carta? Singolare schizofrenia (e il discorso va ben al di là dei comparti “umanistici”) quella per cui ci ammanta della gloria di qualcosa di cui nei piani di rinascita dell’ateneo si prevede la rimozione: sia promosso affinché sia rimosso.

Perché questa discrepanza fra l’apparenza e la realtà? L’università è una peculiare istituzione dell’Europa medievale, ma oramai dell’antica universitas, come collettività solidale di maestri e allievi, mi pare che nel modello presunto taylorista e fordista dell’università contemporanea (in realtà un grossolano groviglio burocratico che lascia ben poco spazio all’umano) ci sia rimasto ben poco. Sarà forse per l’esorbitante dimensione dell’apparato amministrativo, ma oramai gran parte dell’attività universitaria consiste nel riempire moduli. In essi si solidifica il mito dell’oggettività di certi metodi quantitativi di valutazione. Pensando al progetto più o meno dichiarato di ridurre la maggior parte degli atenei a “teaching universities”, viene il sospetto che per qualità dell’insegnamento si debba intendere sostanzialmente bassa qualità, livellamento standardizzato a certi canoni eterodeterminati.

Sarà che prediligo il “pessimismo dell’intelligenza” al narcisistico sbrodolarsi rovesciandosi addosso elogi a profusione, tipico dei cultori del “marketing”, ma francamente queste statistiche del Censis mi pare che abbiano principalmente l’effetto di nascondere all’opinione pubblica la drammaticità della situazione. Non ripeterò oltre quello che ho già detto nei precedenti messaggi, se non per ribadire che è oramai illusorio attendersi risorse che non verranno, soccorsi dall’esterno che non giungeranno e dunque occorrerebbero decisioni efficaci accompagnate da una visione di lungo respiro, anziché l’attesa di una dolce morte. E questo non vale solo per i settori umanistici. Ma la decisione è un concetto estraneo alla mentalità italiana a tutti i livelli delle istituzioni.

L’idraulico / non verrà. L’impercettibile / passo da scroscio a filo, /a scroscio eluderà / senza fine / la tua mano millimetrata. (C. Fruttero, F. Lucentini)

Tornerà un tempo in cui nell’università di invisibili “capitali della cultura” sarà lecito parlare di cultura?

Le sei candidate a capitale europea della cultura 2019

Le sei candidate a capitale europea della cultura 2019

Rabbi Jaqov Jizchaq. Scriveva Marcel Proust a un amico fisico: «Come mi piacerebbe parlarti di Einstein. Si ha un bel dire che io derivo da lui o lui da me. Io, che non conosco l’algebra, non capisco una sola parola delle sue teorie, ma sembra che abbiamo modi analoghi di deformare il tempo.»

… Proust, com’è noto, oltre che incorporarlo nel celebre finale, tentò di raffigurare lo spaziotempo einsteiniano nell’ultimo libro della Recherche (Il tempo ritrovato), aggiungendo allo spazio la dimensione temporale con l’immagine folgorante di uomini arrampicati sugli anni come su trampoli. Tornerà un tempo in cui nell’università di invisibili “capitali della cultura” sarà lecito parlare di queste cose, cioè, appunto, di cultura (come si vede bene la cultura di alto livello se ne impippa della grande muraglia eretta fra cultura cosiddetta “umanistica” e “scientifica”), una volta ottemperato ai compiti della SUA e dell’ANVUR? Non voglio affatto sminuire gli aspetti organizzativi e finanziari, ma credo che emerga, con urgenza, una domanda di senso; biascichiamo stancamente la litania fatta di requisiti minimi, kyrie eleison, punti organico, ora pro nobis, fundraising, miserere nobis, start up, exaudi nos, ma non è un po’ frustrante che si parli di scienza e cultura in modo del tutto privo di tensione etica?

In quel di Siena, qual è la strategia, l’orizzonte, il discorso di lungo respiro? La politica dell’ateneo, si dice nelle declaratorie, è quella di puntare tutto sulle “scienze della vita”, in vista delle applicazioni. Va bene, è una scelta, anche se non ho ben chiaro cosa voglia dire; e di conseguenza, delle scienze del “mondo inanimato”, degli astri, dei numeri e di altre cose, delle scienze “pure”, per così dire, o delle “scienze dello spirito” (“Geisteswissenschaften “), cosa si intende farne? Lasciar naufragare la nave? E dei marinai sopravvissuti al naufragio? Spenti i riflettori sugli “Stati Generali della Cultura”, torno al mesto tran-tran e leggo sul Corriere del caso di un concorso da ricercatore all’università telematica Unicusano, dove in commissione non c’era nemmeno un esperto della disciplina oggetto del concorso.

All’università domina dunque l’alea: casuale e dettato dall’anagrafe è il conto di chi vive e chi muore; improbabile l’assortimento dei dipartimenti (il dipartimento psico-geologico di Chieti), e qui, avranno tirato a sorte il vincitore? Il Dio dei concorsi gioca evidentemente a dadi. In effetti, l’unico modo per perseguire l’obiettività, in questo paese, parrebbe quello di lasciare che la natura faccia il suo corso e rimettere le decisioni nelle mani di chi non ci capisce una beneamata mazza, sperando con ciò che la scelta sia almeno del tutto aleatoria, come la lotteria per l’uovo di Pasqua. Temo la Pasqua, così come tutte le feste comandate, perché si manifestano di solito gli amici stranieri e immancabilmente chiedono in vari idiomi come vanno le cose all’università di Siena, ed io vorrei sottrarmi al compito, già arduo da essere assolto in lingua italiana.

Auguri a tutti.

È un giornalista o un giornalaio chi scrive dell’Ateneo senese usando solo le veline del rettore?

Altan-merdaventilatore

Il supplemento del Sole 24 Ore (1 aprile 2015) pubblica un lungo articolo sugli atenei toscani a firma di un freelance che in rete si presenta con il seguente profilo: «Giornalista fin dal primo giorno di vita. Amante delle novità, cerco tutto ciò che ha un senso nella nostra vita. E lo scrivo. Mi lamento per tutto (tranne che per la Fiorentina)! L’anti-genio per eccellenza. Presunto giornalista o, più semplicemente, giornalaio… Ma sempre e comunque IDOLO!!!».

Peccato che, per descrivere la “nuova vita economica” dell’ateneo senese, abbia “cercato” pochissimo, niente, altrimenti avrebbe evitato tutti gli strafalcioni presenti nel suo articolo. Infatti, gli studenti (la fonte è il SIGRU, sistema informativo gestione delle risorse umane dell’Università di Siena) sono 14.793 e non 16.099; pertanto, il calo degli iscritti nell’anno corrente non è del 4% ma supera il 9%; la vendita dell’Ospedale “Le Scotte” non può essere attribuita, implicitamente, all’attuale rettore; il prepensionamento dei docenti non è opera di Riccaboni; con la “coesione interna” non si «rialza» certo l’ateneo senese, al massimo si fanno delle buone polpette, se il macinato è di buona qualità; s’è proceduto in modo oscuro all’esternalizzazione della Certosa di Pontignano, mantenendo gli oneri più pesanti per l’ateneo; la crisi, cominciata nel 2000, è scoppiata nel 2008 e non è certo «partita anche per la riduzione del fondo di finanziamento ordinario (Ffo)», il cui calo è successivo; infine, il giornalista “anti-genio per eccellenza”, invece di riportare acriticamente i risultati trionfalistici forniti dal rettore per gli esercizi 2013 e 2014, consulti i bilanci (in fondo, scrive per un giornale economico!): sarò lieto di discutere con lui se gli eventuali “attivi” siano reali o l’effetto di un sapiente maquillage. Sempre che, come scrive il giornalista freelance, «tutto ciò abbia un senso nella nostra vita».

La nuova vita (economica) degli atenei toscani (Sole 24 Ore, 1 aprile 2015, supplemento)

Niccolò Gramigni. Due su tre hanno rischiato il tracollo finanziario. Poi però – nel giro di pochi anni – sono riusciti a riportare i conti in ordine. Gli Atenei di Siena, Firenze e Pisa hanno vissuto un periodo complicato: debiti su debiti (soprattutto per Siena e Firenze), molte scelte sbagliate e un declino che sembrava inesorabile. Dopo la tempesta – anche giudiziaria, per i conti in disordine le spese fuori controllo e perfino la procedura relativa all’elezione del rettore nel 2011 – Siena è riuscita a svoltare: da un debito di oltre 200 milioni di euro, grazie a una politica rigida imposta dal nuovo corso l’Ateneo ha dimezzato l’esposizione finanziaria, che oggi ammonta a poco più di 100 milioni, di cui 71 sotto forma di mutui bancari (spalmati fino al 2026), con circa 9 milioni di avanzo nei conti 2013 e un risultato che dovrebbe essere positivo anche per il 2014. Il risanamento ha portato a diversi sacrifici, tra cui la vendita dell’Ospedale “Le Scotte” alla Regione Toscana. (…) La svolta degli Atenei toscani è, dunque, arrivata. Ecco come.

L’Università di Siena è tornata a programmare e a pensare agli studenti: oggi sono 16.099 gli iscritti, mentre i docenti sono 750 (comprendendo ordinari, associati e ricercatori), per un totale di 62 corsi di laurea. Lo standard qualitativo è alto, tanto che l’Ateneo ha guadagnato il primo posto nella classifica per premialità, a livello nazionale. «Il momento più difficile – spiega a Toscana 24 il rettore Angelo Riccaboni – è relativo al biennio 2010-11, nel momento in cui sono stato eletto. Mi aspettavo una situazione difficile, ma non così critica. Ho dovuto agire di conseguenza. Abbiamo ridotto le società esterne, così come le consulenze e i contratti esterni. Segnalo poi la diminuzione degli affitti e dei materiali di consumo. Abbiamo esternalizzato la Certosa di Pontignano: l’Università non è un ente che gestisce alberghi, per cui quelle 30 persone che erano impegnate in quel luogo sono state utilizzate per altre attività all’interno dell’Università. Inoltre abbiamo aiutato la mobilità volontaria del personale tecnico-amministrativo». 
Un lavoro complesso che ha portato anche all’aumento del carico didattico dei docenti (e al prepensionamento di parte del personale) ma il peggio è passato. “Coesione interna” ripete più volte Riccaboni, nel descrivere il motivo per cui Siena è riuscita a rialzarsi. L’Ateneo ha mantenuto livelli qualitativi alti: «Gli studenti di Siena hanno una certa genialità» commenta con soddisfazione Riccaboni. Nonostante una flessione del 4% del numero di iscritti rispetto allo scorso anno e la razionalizzazione dei corsi di studio, Siena viene scelta per la qualità e l’impatto dei prodotti scientifici realizzati. E adesso? Il bilancio 2014 sarà in equilibrio (nonostante la previsione annuale di -19 milioni per il 2014 e -15 per il 2015, previsioni decisamente prudenti), anche grazie al Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) dello Stato e all’aumento di 4,4 milioni rispetto al 2013: un primo segnale positivo, dopo anni di flessione.
Negli anni 2009-2013 Siena ha perso infatti 15 milioni nel finanziamento statale annuo: «La crisi è partita anche per questo motivo, alcune scelte erano basate su finanziamenti che sarebbero dovuti arrivare e che poi invece nessuno ha visto» spiega Riccaboni. Che rilancia, nel nome di Siena: «Vogliamo mantenere questo equilibrio, puntare sui giovani, valorizzare i profili di chi lavora all’interno dell’Ateneo».

Articolo pubblicato anche da:
Il Cittadino Online (2 aprile 2015) con il titolo: Grasso scrive al giornalista che parla dell’università di Siena (Il noto professore e blogger ribatte a quanto scritto sul supplemento de Il Sole 24 Ore).

– Bastardo Senza Gloria (7 aprile 2015) con il titolo: Pubblichiamo un intervento del professor Giovanni Grasso sullo stato della comunicazione riguardo l’Università di Siena.

Non premiando il merito ma la casualità e la territorialità, si creano università di serie A, B e C

Altan-ballaLa giungla dei fondi, così le università si dividono tra A e B (Il Mattino.it)

Marco Esposito. I premi ci sono e sono ricchi: 1,2 miliardi di euro. Ma sulla qualità della valutazione delle università c’è molto da perfezionare. Per esempio chi quest’anno ha ricevuto più soldi, Siena, è appena al 38° posto nelle classifiche Anvur. Quindi c’è il rischio che invece di incentivare il merito si sta premiando il vantaggio di operare in una zona rispetto a un’altra. Quest’anno la premialità vale un miliardo e 200 milioni, ripartiti tra le 56 università statali italiane, nelle quali studia (in corso) quasi un milione di ragazzi. Una somma che a fine 2014 è stata suddivisa in base a sei parametri, per tener conto della qualità della ricerca, delle politiche di reclutamento, del numero di studenti Erasmus in ingresso e in uscita, del tasso di internazionalizzazione misurato dai crediti formativi conseguiti all’estero degli studenti e dai laureati. Tutti criteri che offrono il fianco a critiche, come spesso accade quando si misura la qualità e non la banale quantità. In attesa di perfezionare il sistema, però, sono i criteri ufficiali di qualità del sistema universitario italiano, dietro i quali ci sono formule che permettono di individuare gli atenei di serie A e quelli di serie B. Con molte sorprese.

La migliore università d’Italia, in base a tali parametri, è come detto quella di Siena che ha potuto beneficiare di 26 milioni di premialità. Naturalmente la cifra in valore assoluto non è di per sé significativa, per cui nell’elaborazione del Mattino la si è confrontata con la quota base del Fondo di finanziamento ordinario, che per i 56 atenei vale 4.911 milioni di euro. La premialità media è del 24,4% ma per Siena raggiunge la percentuale record del 34,1%. Al capo opposto della classifica c’è Messina, dove la premialità è stata appena del 14,4% sempre rispetto alla quota base del Ffo. Dalla classifica non si può dire che la dimensione di per sé aiuti la performance dell’ateneo. Tra le prime dieci ci sono colossi come Bologna (55mila studenti) e Padova (41mila) ma anche i microatenei di Foggia e del Molise, i quali sono stati premiati soprattutto per le politiche di reclutamento, cioè la capacità di produrre ricerca dei docenti assunti da meno anni. Foggia e Molise tengono alti i vessilli del Sud insieme a Teramo, Sannio, Sassari e Salerno. Quest’ultima è anche l’unica università meridionale di serie A che è anche di dimensioni discrete, con 20mila studenti, mentre le altre promosse sono tutte piccoline.

Nella parte bassa della classifica ci sono università piccole un po’ di tutta Italia che non riescono a mantenere standard di qualità, almeno così come sono misurati attualmente. Vanno male la Iuav di Venezia, Camerino, Napoli Orientale, Napoli Parthenope e il Politecnico di Bari, tutti con meno di 10mila studenti in corso e performance premiali molto modeste. Tra gli atenei del Nord il peggiore è Genova, con un risultato allineato a quello dell’Università del Salento e dell’Orientale. Nelle ultime dieci posizioni si trovano anche i due colossi del Centrosud e cioè la Sapienza e la Federico II che insieme superano i 110mila studenti in corso. In base ai punteggi che sono dietro il riparto dei fondi premiali, Sapienza e Federico II non garantiscono performance all’altezza di atenei di analoghe dimensioni, come Bologna, Padova, Torino. Nel girone delle Università di serie B si trovano anche la Seconda università di Napoli, Bari e le tre siciliane di Palermo, Catania e Messina.

La premialità, però, ha senso se è correttamente misurata e può spingere verso un generale miglioramento dell’offerta formativa. Ancora è troppo presto, forse, per comprendere se il nuovo meccanismo sta spingendo gli ultimi a migliorarsi. Tuttavia ci sono alcune anomalie evidenti. Per esempio la «più premiata» università italiana, Siena, non è nella top-20 delle classifiche di qualità dell’Anvur e anzi è appena trentottesima. Anche Udine, Bergamo, Foggia, Molise, Insubria sono nella parte alta per quota di finanziamenti premiali, però non rientrano nella top-20 dell’Anvur. Trieste è a metà classifica come premialità eppure è negli ultimi dieci posti nella valutazione Anvur.

E nelle valutazioni Anvur, che comprendono anche gli atenei privati, la Bocconi varrebbe meno della Piemonte Orientale. Come a dire che ogni classifica segue criteri diversi e può smentire la precedente ma mentre molte graduatorie portano solo prestigio quella effettuata dal Miur sposta denari freschi. Anche il fatto che in coda si trovino simultaneamente tutti i grandi atenei delle città del Sud (Napoli, Bari, Catania, Messina e Palermo) consente di ipotizzare una forma di disagio territoriale piuttosto che una sincronica prova di inefficienza. E anche qui con delle anomalie, la più sorprendente delle quali riguarda la Sun. Per la premialità ufficiale è la peggiore università della Campania nonché terzultima in Italia, mentre nelle graduatorie dell’Anvur si piazza alla pari della Cattolica di Milano.

Qualsiasi analista ne dedurrebbe che tali metodologie vadano prese con le molle e utilizzate nel tempo dopo verifiche e approfondimenti. Invece in Italia il meccanismo, per quanto evidentemente imperfetto, ha già effetti diretti nella ripartizione delle risorse. Con esiti paradossali perché si rischia non di premiare il merito ma la casualità o più banalmente la territorialità. Se infatti per qualche ragione un parametro favorisce determinate aree del Paese al di là dei meriti degli atenei, la premialità invece di incentivare chi si migliora finisce con l’alimentare le distanze. Gli atenei siciliani, per esempio, sono quelli che ricevono meno fondi, hanno un turnover autorizzato molto basso e stanno anche perdendo rapidamente studenti. Se l’obiettivo dell’Italia è non offrire a nessun ragazzo corsi universitari di serie B, ci si deve affrettare a trovare un sistema per evitare che alcuni atenei precipitino in serie C.