Breve storia degli ultimi trent’anni dell’Università di Siena. 1 – Introduzione

Eduardo e Titina De Filippo in Filumena Marturano

Eduardo e Titina De Filippo in Filumena Marturano

Università di Siena: corsi e ricorsi tra interrogativi e bilanci oscuri

La crisi dell’Università di Siena, cominciata nella seconda metà degli anni ’80, è stata ed è, prima di tutto, crisi culturale e morale che, insieme a una ridotta capacità critica della comunità accademica, sempre più conformista e indifferente, è sfociata nel default economico-finanziario e istituzionale. Con la complicità e il silenzio dei mezzi d’informazione, anche di quelli online (tranne due o tre), che sui problemi universitari hanno sistematicamente riportato, fedelmente e acriticamente, solo le veline del vertice accademico.

Raccontarne, oggi, in modo rigoso, documentato e con spirito critico gli eventi cruciali è giusto e utile, soprattutto per dimostrare che una diversa e corretta politica universitaria era (ed è ancora) possibile. Proprio mentre sta terminando presso il Tribunale di Siena, in completo silenzio stampa, il processo a due ex rettori, tre ex direttori amministrativi, l’intero Collegio dei Revisori dei Conti, e altri dipendenti per peculato, truffa, falso ideologico e abuso d’ufficio per la voragine da 270 milioni d’euro nei conti dell’Università. E mentre sta per cominciare un contenzioso con l’attuale Rettore, che, in totale assenza di trasparenza amministrativa e con organi di governo e di controllo esautorati, rinunciatari e supini, ha affiancato all’inerzia più assoluta (in alcuni settori), le stesse scelte dei suoi predecessori (sotto processo proprio per quelle), annullando le poche e residue possibilità di ripresa. Giova ricordare che Tosi fu interdetto dalle sue funzioni di rettore per molto meno di quello che potrebbe essere imputato al Rettore attuale.

Partiamo da un aspetto – tra i tanti della crisi dell’Ateneo senese – eticamente discutibile e assai diffuso: la pratica delle assunzioni di parenti e amici, di cui c’è perfino una labile traccia nei verbali del CdA del 22 maggio e 26 settembre 1995. Allora, il rappresentante dei ricercatori in CdA, con riferimento a particolari situazioni di conflitto d’interessi nel suo Dipartimento e nella sua Facoltà, chiese un esame approfondito sulla «tematica nascente dai rapporti parentali all’interno delle strutture didattiche e di ricerca, che in qualche caso possono dar luogo a una conduzione aberrante». Il senso della misura (in quegli anni in formato cartaceo) pubblicò un breve articolo del ricercatore dell’epoca che, richiamando la celebre espressione di Eduardo De Filippo («’e figlie so’ piezze ’e core»), dichiarava che all’Università di Siena si esagerava nella pratica di favorire i figli. Era rettore, da un anno, il “grande timoniere”, Piero Tosi, che restò alla guida dell’Ateneo senese per altri undici anni, sino alla fine del febbraio 2006. Ovviamente, l’esame approfondito sulla «tematica dei rapporti parentali» non ci fu! Al contrario, il fenomeno nepotistico, nel corso dei due lustri che seguirono (1996-2006), ebbe la sua massima diffusione (non solo tra i docenti, ma anche tra il personale tecnico e amministrativo), sfociando, con sviluppi anche giudiziari, nella cosiddetta universitopoli senese.

Quando, nel settembre 2008, scoppiò il bubbone della voragine nei conti, il primo effetto, ovviamente, fu il blocco delle assunzioni di tutto il personale. Una pausa lunga, che ha penalizzato, sicuramente, chi a quel tempo era già pronto per una progressione di carriera. Ed è anche servita ai più giovani a preparare il curriculum in attesa del 2016, indicato dal Rettore in CdA, come l’anno in cui si sarebbero potuti bandire i primi concorsi, che avrebbero comportato la presa di servizio solo nel 2017. Nel frattempo, s’è formato un ingorgo tra chi aspetta da anni di progredire nella carriera accademica. Inopinatamente, la riapertura dei concorsi (illegittima sotto tutti i punti di vista) è arrivata in anticipo, nel 2015. Com’è stato possibile? Individuando i settori da mettere a concorso, l’Ateneo avrà programmato le reali necessità didattiche e scientifiche, tenendo conto anche dei pensionamenti? Avrà considerato i corsi di laurea già cancellati e quelli che lo saranno a breve? Se, com’è ormai certo, si andrà verso la costituzione del Sistema Universitario Toscano, l’Ateneo avrà puntato su quei settori strategici che gli consentiranno di conservare intatta la sua leadership? I figli e gli amici dei docenti passeranno, anche questa volta, avanti agli altri candidati? Sarà rispettato il vincolo del 20% di assunzioni per docenti esterni imposto dalla legge? E soprattutto, è stato veramente risanato il bilancio dell’Ateneo, condizione imprescindibile per la ripresa del reclutamento? Si vedrà!

Articolo pubblicato anche da:

Il Cittadino Online (31 agosto 2015) con il titolo: Grasso e le domande sull’ateneo. In attesa di risposta (sottotitolo: La riapertura dei concorsi spinge a condividere qualche dubbio).

– Il Santo Notizie di Siena (31 agosto 2015) con il titolo: La Rubrica dei disastri – Università di Siena: corsi e ricorsi tra interrogativi e bilanci oscuri.

Bastardo Senza Gloria (11 settembre 2015) con il titolo: Chi dice la verità sull’Ateneo senese? Il Gran Maestro del GOI o il professor Grasso? Noi ovviamente propendiamo per il secondo.

Le difficoltà dell’Accademia dei Fisiocritici e l’inadempienza dell’Università di Siena

Altan-stronzopuntozeroDa una lunga intervista di Marta Mecatti (per “La Voce del Campo”, 30 luglio 2015) alla Presidente dell’Accademia dei Fisiocritici, la professoressa Sara Ferri, riportiamo il passo riguardante le attuali difficoltà dell’Accademia e i suoi rapporti con l’Università di Siena. Riccaboni non ha ancora capito che l’Università di Siena è tenuta a fornire all’Accademia il personale necessario per il suo funzionamento! Con l’attuale esubero di amministrativi, non è certo un problema, per l’Ateneo, rispettare la convenzione esistente tra i due enti!

Domanda. Recentemente lei ha dichiarato che l’Accademia sta vivendo un momento di difficoltà.

Sara Ferri. Le difficoltà sono correlate alla carenza di risorse umane che, di fatto, rende impossibile una regolare apertura al pubblico del Museo di Storia Naturale, limita fortemente la possibilità di iniziative e soprattutto mette a rischio la conservazione di reperti museali, molti dei quali altamente deperibili e anche in tempi rapidi se non se ne cura costantemente la conservazione. Anche le bibliotecarie universitarie che si alternano per un totale di dieci ore settimanali sulla base di un accordo con il Sistema Bibliotecario di Ateneo: è una soluzione di compromesso ma l’unica alternativa al niente ed è fondamentale che continui l’opera di lungo corso di catalogazione informatica del prezioso patrimonio.

Domanda. Il rapporto tra l’Accademia dei Fisiocritici e l’Università di Siena è regolato da una convenzione che riguarda proprio le risorse umane. Quanti sono ad oggi i dipendenti?

Sara Ferri. Questa convenzione fra Academia dei Fisiocritici e Università di Siena in vigore fino al 31 maggio 2018 prevede che l’Università fornisca all’Accademia cinque unità di personale. Fra il giugno 2009 e il gennaio 2012 sono andati in pensione la segretaria, il tassidermista e la bibliotecaria. Il posto di segreteria amministrativa è stato ricoperto fino all’ottobre 2013 e i dipendenti quindi sono stati tre. Dal primo giugno scorso, con il pensionamento del conservatore della sezione geologica, è rimasta in servizio presso l’Accademia solo la persona che segue tutti gli aspetti organizzativi delle iniziative, il servizio stampa, redazione e revisione di testi e visita guidata generale dell’Accademia. Da decenni è l’Università di Siena che fornisce il personale all’Academia dei Fisiocritici quale corrispettivo del fatto che all’Università l’Accademia ha ceduto in uso gratuito, mantenendone la proprietà, il terreno su cui si trova una rilevante parte dell’Orto Botanico, serre comprese, e ha ceduto in proprietà una parte del suo terreno e del suo fabbricato per la costruzione di un edificio scientifico universitario. Con le sue finanze l’Accademia, istituzione privata che non ha redditi propri eccetto le quote dei soci, non è in grado di assumere le figure professionali che le necessitano per essere una struttura a disposizione della scienza e della città.

Angelo Riccaboni (6 giugno 2015). L’Accademia dei Fisiocritici rappresenta un’importante testimonianza del patrimonio culturale e scientifico della città, che l’Università di Siena vuole contribuire a valorizzare. I profondi cambiamenti che si sono verificati in questi ultimi tempi in tutti i paesi stanno portando a un ripensamento dei modelli organizzativi da parte di tutti gli attori, scientifici e istituzionali. In linea con tale esigenza, l’Università sta definendo un progetto in grado di fornire il necessario supporto all’istituto. Appena pronto il piano sarà proposto all’Accademia, nell’ottica di un investimento sostenibile e condiviso, al servizio della cultura e della divulgazione scientifica.

Siena: il docente universitario e il “velinaro” disinformato

Walter Chiari e Carlo Campanini: «Vieni avanti, cretino!»

Walter Chiari e Carlo Campanini: «Vieni avanti, cretino!»

I risultati di oggi si riferiscono alla ricerca di ieri! Vedremo domani i risultati della ricerca svolta oggi

Ancora sull’incredibile commento sull’Università e sul Rettore che il caporedattore de “La Nazione di Siena”, Francesco Meucci, ha scritto per il QN il 27 luglio2015.

Francesco Meucci. Non solo per aver salvato l’Università, ma per aver trasformato il peggio esempio di quello che siamo nel miglior modello di quello che dovremmo essere.

Rabbi Jaqov Jizchaq. «Il peggio esempio di quello che siamo», caro Meucci, lo dici alla tu’ zia: qui c’è gente che si è fatta un mazzo così, non sono tutti raccomandati figli di papà (quale peggior esempio di certi giornalisti che parlano a vanvera?). Non è che per il buco di bilancio siano individualmente responsabili tutti i lavoratori dell’università (molto sospetto: tutti colpevoli, nessun colpevole); senza dire che Siena non è mai stata l’università “Parthenope” di Napoli: transeat sulla rappresentazione romanzesca di una rottura politica col passato che non mi pare di aver intravisto, ma non è che la ricerca all’università di Siena, prima facesse schifo e solo dopo l’avvento di Riccaboni, in un paio d’anni abbia cominciato a competere con le meglio università italiane. Parlare di ricerca vuol dire parlare di tempi lunghi, programmi, competenze e gruppi di ricerca che s’imbastiscono faticosamente e producono risultati nell’arco di un decennio almeno. Significa articoli sottoposti a revisione i cui tempi di pubblicazione si misurano in anni. La ricerca qui è sempre stata abbastanza buona, ovviamente nei settori in cui esisteva, e, in ogni caso, i risultati che leggi oggi, si riferiscono alla ricerca svolta ieri. Vorrò vedere cosa diranno le agenzie domani, quando registreranno i dati di oggi, cioè a dire di un’epoca in cui molti comparti di ricerca gradualmente vengono cancellati.

Francesco Meucci. Prima in Italia secondo il Censis e sesta (prima delle toscane) nella classifica compilata ogni anno dal Sole 24 Ore. L’Università di Siena ha vissuto una settimana da leone, conquistando una ribalta nazionale che solo qualche anno fa meritava per ben altre vicende.

Rabbi Jaqov Jizchaq. Mah, o di chi saranno le colpe di quelle altre vicende? Sarà senz’altro colpa della Merkel…
E poi Siena “prima” e Pisa “ventiquattresima”; ma insomma, un po’ di realismo: Mosche cocchiere… e in quali settori daremmo del filo da torcere a Pisa? Forse agraria o veterinaria? In orientalistica? In chimica industriale? In ingegneria chimica, meccanica, civile, aerospaziale o navale? In fisica o in filosofia? Sto parlando di cose che a Siena non esistono più; esistono solo come diplomi triennali, oppure non sono mai esistite. Per non apparire menagramo ometto di citare quei settori delle scienze pure per i quali si sa già da ora che non vi sarà futuro, con l’incedere dei pensionamenti che dimezzeranno da qui a pochi anni il corpo docente (senza rimpiazzo).

Francesco Meucci. Basterà dire che dal prossimo anno partirà il primo corso di laurea interamente in inglese…

Rabbi Jaqov Jizchaq. Veramente di corsi di laurea in inglese a Siena già ne esistono da diversi anni in diversi settori (dall’ingegneria alla linguistica), appunto per venire incontro all’esigenza di “internazionalizzazione”, visto che, proprio secondo il Censis, Siena risulta meno internazionalizzata di Sassari (su populu sardu, si sa, ha da sempre un carattere cosmopolita). Tanto per dire che se per fare il giornalista basta essere leggermente disinformati, per fare il direttore è indispensabile esserlo del tutto (corollario della legge di Murphy sulle gerarchie). Meucci, informati: sai, hanno inventato il telefono.

Francesco Meucci. …una offerta didattica matura e al passo coi tempi.


Rabbi Jaqov Jizchaq. Ma che vuol dire? Allude alla metà dei corsi di laurea chiusi, a quelli prossimi alla chiusura, o agli accorpamenti cinobalanici? A Meucci risulta che siano state aperte nuove aree di specializzazione? A me risulta, semmai, che siano stati cancellati molti dottorati e lauree magistrali. La cruda realtà è che con la massiccia fuoriuscita di metà del corpo docente, per molti corsi di studio, anche basilari, non è stato più possibile soddisfare i “requisiti minimi di docenza” richiesti dalla legge: una livella, un taglio lineare che non c’entra un tubo con la qualità e l’importanza dei corsi. Poi con lo scioglimento delle Facoltà (ma perché l’hanno fatto?) il problema si è ripresentato, pari pari, ad un altro livello, con i mega-dipartimenti che le hanno rimpiazzate, per i quali la legge prescrive numeri elevatissimi. Così si è proceduto ad accorpamenti davvero “originali”. Del resto non è solo un problema senese: clamoroso il Dipartimento di Scienze Geologiche e Psicologiche di Chieti (psicologia del …profondo?). Va inoltre segnalato che è proprio la classifica del Sole 24 ore che sottolinea una carenza forte nella sostenibilità dei corsi senesi.

Ecco insomma un deprimente modello di giornalismo italico: un giornalismo schierato che non solo non distingue la notizia dal commento, ma più di una volta omette del tutto la notizia, rimpiazzando l’acribia del segugio con la propaganda. Non c’è modo di affrontare una discussione seria e concreta, senza giungere subito agli epiteti e ai pesci in faccia. Sarà che personalmente vedrei la comunità scientifica come una sorta di comunità monastica, ma trovo stucchevole questo parlare salottiero di faccende serie, questo sovrappiù di propaganda e di millanteria narcisistica, che a mio avviso contrasta con la sobrietà e col naturale understatement che dovrebbe caratterizzare il tono dei discorsi intorno alla scienza e alla cultura. Qui oramai “la ricerca” la fanno le gazzette e francamente l’aspetto più ridicolo dei ripetuti peana di certi giornalisti (troppo “embedded” per concepire una analisi critica dei dati), è che non si capisce chi sia l’antagonista idealizzato a cui si rivolgono con tono di sfida, quasi che i successi nella ricerca fossero esclusivo merito loro, dei loro protégé e di quattro politicanti analfabeti, e non dell’intera famiglia dei ricercatori medesimi, tra i quali coloro che lanciano l’allarme per il corso che hanno preso gli eventi.

Supineria magistrale: da studiare all’università di Siena

Francesco Meucci

Francesco Meucci

Siena riparte e l’università è già al top (da: QN 27 luglio 2015)

Francesco Meucci. Prima in Italia secondo il Censis e sesta (prima delle toscane) nella classifica compilata ogni anno dal Sole 24 Ore. L’Università di Siena ha vissuto una settimana da leone, conquistando una ribalta nazionale che solo qualche anno fa meritava per ben altre vicende. Ricordate? Travolta dai debiti e dagli scandali, alle prese con una quantità di grane giudiziarie e beghe interne. Per qualcuno il suo destino era segnato verso un lento declino fino alla fatale scomparsa. Invece no. L’ateneo – e di pari passo, sebbene con numeri diversi, anche l’Università per Stranieri di Siena – ha riannodato i fili del discorso, colmando quei buchi lasciati da precedenti gestioni dissennate e rilanciandosi come luogo di studio «top». Vuoi per la vivibilità complessiva che offre ancora Siena, vuoi, soprattutto, per una offerta didattica matura e al passo coi tempi. Basterà dire che dal prossimo anno partirà il primo corso di laurea interamente in inglese: si studia economia e si impara una lingua; i classici due piccioni. La storia dell’Università di Siena, insomma, diventa l’emblema e il simbolo del «si può fare». Meglio: del «si può ancora fare». Con quello spirito tutto italiano di sacrificio, impegno e dedizione; del non abbattersi di fronte alle difficoltà e, anzi, farne uno strumento di rinascita. L’ha capito e messo in atto il rettore di Siena, Angelo Riccaboni, ligure trapiantato in Toscana. Che nel fare di necessità virtù ha preso il meglio di due culture: il pragmatismo delle sue terre natali, con l’estro e la fantasia di quelle dove vive e lavora. Oggi gongola, giustamente. Perché sa di essere riuscito in una missione impossibile. Non solo per aver salvato l’Università, ma per aver trasformato il peggio esempio di quello che siamo nel miglior modello di quello che dovremmo essere.

L’intreccio di pubblico e privato: dalla Certosa di Parma alla Certosa di Pontignano

La Certosa di Pontignano

La Certosa di Pontignano

E perché il «soggetto privato gestore della Certosa di Pontignano ha offerto ospitalità» al Rettore e ai Direttori di Dipartimento lo scorso 10 giugno? L’altra domanda, quella posta col sorriso dal sindacato USB P.I. (il pranzo chi lo paga? Il Rettore di tasca sua o si usano i fondi di rappresentanza istituzionale?), aveva individuato quelle due legittime strade. Esistevano altre possibilità? Certamente! Gli ospiti potevano portarsi il panino e le bevande da casa o pagare alla romana il conto al gestore privato. Invece, l’opzione seguita dal rettore (accettare l’ospitalità offerta dal gestore della Certosa di Pontignano) necessita di una spiegazione sul piano etico e giuridico.

Rabbi Jaqov Jizchaq. (…) tra le righe di questa stendhaliana corrispondenza intorno alla Certosa, leggo che comunque è un dato quasi certo che tra breve, dopo aver sbaraccato le Facoltà, i vecchi corsi (più volte) e i vecchi dipartimenti, toccherà sbaraccare di nuovo, dopo tre anni, diversi dipartimenti e corsi di laurea e giocare ancora con i cocci dei vasi per assemblarne di nuovi, quasi ignari del secondo principio della termodinamica. Le roi s’amuse: ma non si rendono conto le competenti autorità che tessono i nostri destini di distruggere via via, in questo modo, smontando e rimontando con uno “sperimentalismo” da apprendisti stregoni, ciò che molta gente ha costruito con anni di fatica? Cosa dobbiamo attenderci, un ritorno alle vecchie Facoltà, con un po’ di gente nel frattempo fatta fuori od emarginata, come in una resa dei conti, oppure dipartimenti ancor più cinobalanici di quelli attuali? Se il secondo caso è evidentemente assurdo, nel primo non si capisce perché allora si sia proceduto allo smantellamento delle Facoltà, per poi tentare di rimetterle assieme in un pallido simulacro di quello che furono. L’unica domanda che sorge spontanea è quella, amletica, se c’è del metodo in questa follia. Spero che anche i rappresentanti delle OO.SS alzino un po’ il tiro porgendo finalmente attenzione al problema delle strutture: se gli stabilimenti continuano a chiudere, con la fuoriuscita del 50% del corpo docente a turn over fermo, o ad essere resi improduttivi, è difficile pensare che non ci saranno conseguenze per le maestranze.

Angelo Riccaboni. Con riferimento alla nota inviata ieri a firma USB P.I., dove si ipotizzava che per l’incontro periodico del Rettore con i Direttori di dipartimento tenutosi il giorno 10 giugno a Pontignano fossero stati utilizzati fondi pubblici, si precisa che l’ospitalità è stata offerta dal soggetto privato gestore della Certosa.
 Questo in un’ottica di valorizzazione e promozione della nostra bellissima Certosa come centro per convegni e attività legate alla formazione e alla ricerca e di condivisione degli investimenti fatti e delle migliorie apportate alla struttura.

Si riorganizzano i Dipartimenti quando è in discussione l’esistenza stessa dell’Università di Siena

Altan-vivacchiareScampagnata fori porta

USB P.I. – Chissà cosa mai succederà in quell’ameno chiostro dove il Magnifico ha riunito ieri i Direttori di Dipartimento e altri alti dignitari. Il Rettore avrebbe invitato una ventina di colleghi a Pontignano per avviare nel modo più conviviale possibile la ristrutturazione dei Dipartimenti, che avverrà a breve. Questa scelta farebbe presupporre che una passeggiata proprio non sia, se si deve rendere lieve la discussione con un bicchiere di vino (nascondete i coltelli però).

Sono trascorsi tre anni dalla formazione dei 15 dipartimenti post-Gelmini e ora pare stia già crollando tutta l’impalcatura fragile creata dopo l’approvazione dello Statuto. Molti si chiederanno cosa ha a che fare con noi, personale tecnico e amministrativo, tutto questo, ma ci arriviamo. Prima una domanda posta col sorriso: il pranzo chi lo paga? Il Rettore di tasca sua o si usano i fondi di rappresentanza istituzionale? No, perché sembrerebbe uno spreco di denaro pubblico, che pare manchi ancora qui da noi, visto che si poteva fare un incontro in sala consiliare al Rettorato a costo zero. Sappiamo la risposta…

Insomma cosa interessa a noi della ristrutturazione dei dipartimenti? Molto. Infatti, a luglio dovrebbe essere presentato il nuovo assetto degli uffici didattica e studenti dei suddetti dipartimenti e forse qualcuno si è mosso, o si sta muovendo, unendo le due cose. Quindi, si preparino i colleghi del settore didattica, a breve, vi saranno grandi manovre. Qualcuno dovrebbe sapere già dove va e con chi si sposta, ma altri, la maggior parte, vivrà nell’ignoranza fino al giorno prima. Siamo abituati ormai a questo modo di fare. L’organizzazione del lavoro è diventata un fatto di pochi, nemmeno vengono banditi avvisi per incarichi di ufficio, niente, ormai ognuno contratta il proprio posticino.

Le segreterie studenti si divideranno di nuovo fra carriera (sportelli accorpati per plessi?) e didattica, che rimane nei dipartimenti. Tutto questo viene discusso senza coinvolgere nessuno. Il rispetto si vede dalle piccole cose, figuriamoci dall’organizzazione del lavoro. Se sarà confermata la stretta sui dipartimenti, a breve forse anche il settore amministrativo gestionale periferico potrebbe subire una riforma. Dopo appena tre anni come si intende agire? Questa Amministrazione ormai non comunica nulla, l’organizzazione del lavoro è per pochi, e la trasparenza è al buio.

Forse invece di andare a fare giri fori porta si potrebbe comunicare agli organi di governo e alla comunità universitaria, cosa si vuole fare per rilanciare, quando il problema non sono i dipartimenti, o gli orticelli, ma la tenuta dei corsi di laurea, la tenuta delle iscrizioni, l’esistenza stessa di questo Ateneo. Salute a tutti!

Ma c’è qualcuno (tra i politici senesi, in primo luogo) che abbia una visione strategica delle questioni universitarie?

AltanServizioFunerarioRabbi Jaqov Jizchaq. Dopo la perdita della Scuola di specializzazione in Cardiochirurgia, solo ora, post festum, a babbo morto, la politica si accorge che, ridendo e scherzando, vuoi fra battute grassocce intorno ai fannulloni, all’inutilità della cultura e della ricerca scientifica e alle cose inutili da tagliare, vuoi tra stucchevoli gridolini di giubilo per i sempre più surreali risultati del Censis, l’università di Siena, pezzo dopo pezzo sta perdendo molte delle sue (non moltissime) eccellenze? Sta perdendo non solo specializzazioni e dottorati in aree esoteriche, ma anche corsi di studio basilari e metà del suo corpo docente: quale epilogo vi aspettavate, se non quello di essere ridotti ad un ruolo ancillare? Ci sono due fatti evidenti: il primo è la sempre maggiore integrazione fra gli atenei toscani sotto l’egida della Regione (dai DIPINT ai dottorati regionali); un fenomeno che, o governi, oppure subisci e ne vieni travolto. Non puoi permetterti il lusso di ignorarlo.

Però est modus in rebus: alle competenti autorità, politiche e accademiche, dovrebbe essere ricordato che tutto ciò non può ridursi alla semplice annessione di un ateneo più piccolo da parte di quello più grosso; si richiederebbe una maggiore presenza delle istituzioni centrali per governare una complessa transizione, la quale, se presa seriamente, presupporrebbe una seria pianificazione e forme di mobilità, non l’abbandonarsi alla semplice legge della giungla. In secondo luogo, comprendo bene la strenua difesa di Fort Alamo, volta a conservare professionalità e tradizioni, da parte di chi, pur barcollando, è ancora in vita. Mi chiedo solo chi ha deciso che debbano morire (così come, del resto, prima mi ero chiesto perché dovessero nascere).

Capisco meno la medesima posizione conservatrice riguardo ai defunti: a Siena, oramai, man mano che si è proceduto con l’opera di smantellamento, ci sono rimasti molti specialisti di varie specializzazioni che non esistono più (i corsi di laurea che man mano vengono cancellati: questo è l’effetto della caduta dei requisiti minimi, ossia della fuoriuscita di metà del personale docente); ebbene, in questi casi, visto che la resurrezione è improbabile, con questi qua cosa volete farci, la frittata? Utilizzarli come bassa manovalanza soccorrevole, per insegnare di tutto un po’ ovunque, alla bisogna, tipo “pronto-casa”? All’ANVUR va bene così? Se veramente credete nell’integrazione, non dovrebbero piuttosto essere mandati in qualche opportuna struttura integrata dotata di quella massa critica necessaria perché abbia un senso parlare di competitività ed eccellenza, ove potessero espletare al meglio le loro competenze, a Siena o in altri siti?

Allora, sarà forse il caso di parlarne apertamente, come problema meritevole di entrare nell’agenda della politica (che fin qui ha fatto solo propaganda) non in modo occasionale o subdolo, come quando, dopo avere steso una coltre di oblio su quello che stava accadendo, la politica “cade dalle nubi” e si accorge che ci hanno fregato un altro – l’ennesimo – giocattolino? La politica non ha messo a tema il fenomeno della graduale provincializzazione e marginalizzazione di Siena, perché ne è stata complice: quanto all’università, forse per mascherare la propria partecipazione al dissesto, si diceva che il suo drastico ridimensionamento era una cura necessaria. A prescindere da come avvenisse.

A me pare che, oramai da anni, intorno alle questioni universitarie si registri un grosso vuoto di potere: all’immobilismo degli uni, fanno riscontro manovre oscure degli altri; tanti particolarismi che si scontrano, e alla fine burocrati che decidono sulla base di criteri per lo più estrinseci. Ma c’è qualcuno (alla Regione, in primo luogo, oramai deus ex machina del sistema degli atenei e della ricerca) che abbia una cognizione precisa dello stato delle cose e soprattutto una visione strategica?

L’università di Siena siamo noi. Un futuro per l’università con bilanci chiari e veritieri

RiccabocchioUn clamore mediatico imprevisto! La notizia – sulla non corretta allocazione delle partite di giro nel rendiconto finanziario consuntivo 2013 – è rimbalzata nientepopodimeno che in ambienti vicini alla presidenza della Repubblica e a quelli della Banca d’Italia, della Ragioneria Generale dello Stato e dell’anticorruzione. Scherzi a parte, il silenzio, invece, è stato assordante e il rettore ha risposto indirettamente, a suo modo, lanciando il progetto «Siena siamo noi. Un futuro per Siena». Nello stesso tempo, considerando «gli ultimi due conti economici consuntivi chiusi in utile», ha distribuito – “secondo criteri di merito accademico e scientifico” – a circa il 33% dei docenti 1,7 milioni di euro di fondi ministeriali relativi agli anni 2011-2013. In tal modo, pensa d’aver tacitato anche il disfattista che mette in dubbio la correttezza dei bilanci! Noi però, cocciuti, siamo ancora in attesa delle risposte sulle partite di giro e, intanto, continuiamo ad analizzare altri punti oscuri del bilancio.

Per l’ateneo senese, l’esercizio 2013 è davvero cruciale. Infatti, con un disavanzo di amministrazione di 46 milioni di euro (al 31 dicembre 2012), il bilancio di previsione 2013 indicava una perdita d’esercizio di 6 milioni di euro, alla quale aggiungerne altri 13 tra mutui e investimenti. Da ricordare, inoltre, che il collegio dei revisori dei conti, nell’esprimere «parere contrario all’approvazione da parte del CdA del bilancio di previsione 2013, auspica che il Ministero definisca i criteri per il dissesto finanziario e quindi possa assoggettare l’Ateneo a tale procedura prima che la situazione economica, finanziaria e patrimoniale degeneri ulteriormente.». Perciò, molti si chiedono quale altro sapiente maquillage, oltre alle partite di giro, ha permesso all’amministrazione universitaria di chiudere il consuntivo 2013 con un avanzo di competenza di 6,91 milioni di euro, quando, invece, era previsto un consistente disavanzo.

Il rendiconto finanziario consuntivo 2013 illustra alcune voci patrimoniali attive e passive relative all’anno 2013 e al 31 dicembre 2012, evidenziando i movimenti verificatisi nel 2013 riferiti ai due anni, mostrando così i residui delle voci patrimoniali al 31 dicembre 2013. Con riferimento all’anno 2012, alla voce “oneri per il personale” risulta, al 31 dicembre 2012 un “residuo” di 32.745.809,00 €, un “pagato” di 7.778.009,64 € e un “rimasto da pagare” per 10.660.759,58 €, con una differenza aritmetica di 14.307.039 €, che non appare in evidenza nel patrimoniale al 31 dicembre 2013. Analogamente, alla voce “interventi a favore degli studenti” risulta, al 31 dicembre 2012, un “residuo” di 10.410.378,00 €, un “pagato” di 576.118,20 € e un “rimasto da pagare” di zero, con una differenza aritmetica di 9.834.259,80 €, che non appare in evidenza nel patrimoniale al 31 dicembre 2013.

Per adeguarsi ai nuovi “principî contabili”, i due valori, che non appaiono in evidenza nel patrimoniale al 31 dicembre 2013, sembra siano stati riclassificati, sempre nel patrimoniale al 31 dicembre 2013, nei “ratei e risconti passivi” per 18.421.376,97 € e nel “fondo rischi e oneri” per 5.803.181,47 €. I ratei e risconti passivi si riferiscono a progetti e ricerche in corso, mentre il “fondo rischi e oneri” è riferito a copertura di future sopravvenienze passive o per coprire costi che alla data di chiusura dell’esercizio non hanno dato origine a obbligazioni giuridicamente perfezionate. A questo punto, è necessario che l’amministrazione universitaria metta a disposizione degli organi di governo e di controllo e ai soggetti interessati il dettaglio dei ratei e risconti passivi, possibilmente prima del 28 maggio, giorno di un’altra udienza del processo sul dissesto dell’ateneo senese. Come ci ricorda il Decreto interministeriale 19/2014, «un documento contabile per poter essere chiaro deve, innanzitutto, essere veritiero.»

Articolo pubblicato anche da:

il Cittadino Online (21 maggio 2015) con lo stesso titolo e con il sottotitolo seguente: Grasso: “È necessario che l’amministrazione universitaria metta a disposizione degli organi di controllo il dettaglio dei ratei e risconti passivi”.

Bastardo Senza Gloria (23 maggio 2015) con il titolo: Il Prof. Grasso ci svela altri dettagli sui conti dell’Università. Ma la Politica non ha da dire niente?

–  News Locker (21 maggio 2015); Liquida (23 maggio 2015); Geos News (21 maggio 2015);

I conti nell’università di Siena: dalle discese ardite alle risalite

Riccaboniridens1Il Decreto n. 19 del 14 gennaio 2014 individua i “principî contabili” e contiene in dettaglio gli “schemi di bilancio in contabilità economico-patrimoniale” al quale le università si devono attenere. In tal modo, l’università di Siena, sempre in affanno a fare i conti, dovrebbe essere facilitata a predisporre il rendiconto finanziario consuntivo. Vediamolo in concreto.

Cominciamo con il Bilancio unico dell’esercizio 2013 (approvato il 29 ottobre 2014, con sei mesi di ritardo, e pubblicato, dopo un sollecito del sindacato Usb, sull’home page dell’Ateneo il 9 gennaio 2015) che è, sostanzialmente, formato da poche voci, e le più importanti sono: contributi Miur e altre amministrazioni centrali (121 milioni di euro), partite di giro ed entrate per conto terzi (75 milioni di euro), entrate contributive (26,7 milioni di euro), altri enti pubblici e UE (30,5 milioni di euro). Le partite di giro, che, per gettito, a Siena costituiscono la seconda voce di bilancio, devono rappresentare un’entrata e un’uscita “senza rilevanza economica o patrimoniale” e vanno inserite tra le voci degli accertamenti incassati e degli impegni pagati. Sennonché, nel rendiconto finanziario consuntivo 2013, le partite di giro e le entrate per conto terzi sono state inserite (e sommate) tra tutte le poste che costituiscono la previsione definitiva delle entrate 2013. Analogamente, la stessa voce (per un importo pari a 64,7 milioni di euro) è stata inserita tra le poste che costituiscono la previsione definitiva delle uscite 2013. Tale allocazione ha portato a un avanzo di competenza di 6,91 milioni d’euro, mentre un suo diverso inserimento (si veda il rendiconto finanziario consuntivo 2014), “senza rilevanza economica o patrimoniale”, porterebbe a un disavanzo di competenza di 3,5 milioni di euro.

È necessario, quindi, che il rettore, l’ex direttrice amministrativa, il collegio dei revisori dei conti, il consiglio di amministrazione, il senato accademico e il direttore generale forniscano immediate spiegazioni sulla questione, nell’interesse della comunità accademica e della pubblica opinione. Tanto più se si considera che è in corso il processo sul dissesto dell’ateneo senese e che la sola «nuova impostazione grafica del bilancio» non può considerarsi «una soluzione innovativa nelle relazioni con i portatori di interesse».

Articolo pubblicato anche da:

il Cittadino Online (14 maggio 2015) con il titolo: Grasso: “I conti nell’università di Siena: dalle discese ardite alle risalite”. Alcuni punti da chiarire prima di cantare vittoria.

Bastardo Senza Gloria (15 maggio 2015) con il titolo: Il professor Giovanni Grasso fa il punto della situazione riguardo i conti dell’università di Siena.

– Liquida (14 maggio 2015); Geos News (14 maggio 2015);

Nell’università c’era più libertà quando c’era meno autonomia

Altan-futurodimerdaRabbi Jaqov Jizchaq. «Fra il 2007 e il 2015 il numero dei docenti ordinari delle università italiane è sceso da poco meno di 20.000 a poco più di 13.000. Dove vogliamo fermarci?»

Come eravamo: «Nel 2010 il personale impegnato in attività di ricerca nell’Università degli Studi di Siena ammonta a 1743 unità. I ricercatori universitari sono 947» (Rapporto ricerca 2010). Adesso i ricercatori di ruolo (ad esaurimento) sono 350, un quinto circa dei quali diventeranno associati od ordinari con gli imminenti avanzamenti; il personale docente di ruolo (ricercatori ad esaurimento+associati+ordinari) complessivamente ammonta ancora a 750 unità (giacché gli avanzamenti non sono chiamate di esterni) e si accinge ad essere ridotto di altre 150 unità circa, un po’ a pene di segugio, cioè a dire con la roulette russa dei pensionamenti.

Secondo l’ANVUR nel 2013, l’età media a livello generale era 59 anni per gli ordinari, 53 per gli associati e 46 per i ricercatori; un quotidiano nazionale che citai tempo addietro riportava i dati senesi, che risultavano sensibilmente più alti di 4-6 anni a seconda delle categorie. Ecco, io capisco e apprezzo gli sforzi diretti al risanamento, ma perché da parte dei media prendere per le natiche l’opinione pubblica millantando una realtà che non c’è o che non c’è più? Insomma, io trovo strano che non si riesca in nessun luogo pubblico e sui media a impostare una discussione in termini seri, sobri e realistici, abbandonando per un attimo la consueta oratoria encomiastica, lo stile apologetico, la voce nasale di annunciatore dell’EIAR che canta i recenti trionfi (e cela le recenti sconfitte).

Il Rettore annuncia: «La conferma del miglioramento dei conti consente ora di proseguire su questo percorso, aprendo nel prossimo futuro le procedure per altre 30 posizioni». Evviva, Siena triumphans: ma si tratta di 30 avanzamenti di carriera (da tempo agognati, certo, e benvenuti, ma mi conferma il prof. Grasso che non si tratta di nuovi assunti) e le considerazioni che mi viene da fare sono sempre quelle: avanza chi ha ancora le gambe; chi nell’attesa di avanzare viene azzoppato, non avanza e ai caduti recenti si aggiungeranno a breve altre vittime; nel senso che settori e corsi di studio che nel frattempo sono entrati in crisi per via dei massicci pensionamenti, non “avanzeranno” da punte parti: 500 professori usciti di ruolo vuol dire uno su due a casaccio, sin qui senza turn over.

Un anno prima dello scoppio del “buho” vi erano settori che contavano oltre venti docenti di ruolo, e mi pare che ciò non fosse giustificabile alla luce del fabbisogno di didattica; all’estremo opposto altri settori contavano uno o due docenti: si capirà che da un lato quando il maledetto uomo della strada ripete che “eh, so’ troppi”, interpretando a suo modo la dottrina del “taglio lineare”, bellamente ignorando gli squilibri mostruosi entro il personale docente e tra personale docente e personale tecnico amministrativo, non fa allora un discorso equo, e dall’altro che togliendo due docenti a settore, ai primi non fai un baffo, mentre i secondi li condanni a morte. Poi ci sono le situazioni intermedie: quelle in cui il fabbisogno di didattica oramai è insostenibile e i requisiti di docenza non sono più soddisfacibili con le poche forze rimaste.

A meno che, la regola non sia “chi ha avuto, ha avuto”, questi dati imporrebbero qualche riflessione un po’ meno disinvolta sull’andamento delle cose. Ma, oramai temo che siano cavoli del rettore prossimo venturo, e che giunto a scadenza, l’attuale se ne lavi volentieri le mani (“il settimo si riposò”). Il mantra che Siena deve diventare una specie di “Life Valley” (“Siena Biotech, licenziati alla vigilia del primo maggio”, La Nazione; come esordio non c’è male: una valley di lacrime) non chiarisce qual è la sorte riservata a tutto il resto e alla gente che ci lavora, né come debba leggersi tutto ciò alla luce dell’idea più volte ventilata di trasformazione del sistema degli atenei riducendo molti di essi a “teaching universities” e conservando solo “pochi hub” della ricerca: qui, almeno per una decina di anni, il tempo cioè di fare piazza pulita della cultura e della ricerca di base in altre, non meno vitalistiche “valli”, avremo dunque una situazione schizofrenica, con la researching university in alcuni comparti e la teaching university in altri, ridotti a simulacro?

Ricerca nelle “scienze della vita” o poco più, e pura didattica di basso profilo altrove, in corsi rimaneggiati con quel poco che resta e accorpati, privi di logica interna, di specializzazioni e dottorati (e dunque di attrattiva)? Ha senso tutto ciò? E scusate, perché della gente titolata dovrebbe accettare la prospettiva di regredire al rango di garzone, rinunciare alla carriera, se è giovane, per assecondare questo disegno e perché i colleghi sono andati in pensione? Perché uno studente dovrebbe esserne attratto? Sarebbe sensato, come logico corollario di un progetto di smantellamento di mezzo ateneo, che si “organizzasse l’esodo”, tipo operazione Mosè coi Falascià, ovvero si consentisse (o si intimasse!) a costoro di andarsene in altra sede a svolgere il lavoro per il quale sono pagati, giacché sono dipendenti dell’università statale italiana, e non di qualche nobil contrada senese. Si dirà che si tratta di una boutade, ma la tua soluzione qual è, hypocrite lecteur?

Cosa vorrà dire soddisfare le richieste dell’ANVUR e della SUA in ordine alla produzione scientifica in contesti ove di fatto sarà vieppiù difficoltoso adoperarsi per la buona ricerca? E questo, by the way, in un sistema dove la quasi totalità della «quota premiale» del Fondo di Finanziamento Ordinario viene assegnata alla produzione scientifica e la didattica viene quasi punita come inutile passatempo (ammesso e assolutamente non concesso che “fare ricerca” coincida con il soddisfare le richieste della SUA e dell’ANVUR).

Dice il governo: «più poteri ai rettori… bisogna ridare autonomia vera agli atenei, imporre meno regole dal centro»; ma potere di far che? Serve ben più, temo, che la briglia sciolta ai rettori persino sulla retribuzione dei docenti o la “contrattualizzazione” (jobs act) di tutti i ruoli; anche perché mi pare che i piccoli atenei già siano sin troppo nelle mani del notabilato locale che fa il bello ed il cattivo tempo: in primo luogo devono dirci cosa intendono farne dell’attuale configurazione degli atenei pubblici e del sistema della ricerca e della didattica universitaria.

Personalmente sarei incline, piuttosto, a richiedere un maggiore centralismo e protagonismo da parte del ministero, che non può tirare il sasso in piccionaia e poi nascondere la mano, essendo convinto che c’era più libertà quando c’era meno “autonomia” e ravvisando nella trasformazione degli atenei in monadi senza finestre, non solo una delle cause dei mali che li affliggono, ma anche dell’impossibilità di addivenire per i problemi di cui stiamo parlando a soluzioni del tipo di quelle prospettate nei precedenti messaggi.

Sarei felicissimo se qualcuno mi convincesse che quanto ho scritto è privo di fondamento.