Ancora un altro primato: l’università di Siena mette in cattedra i dipendenti comunali

PalazzoPubblicoUnisi

Fare per Fermare il declino. La giunta del Comune di Siena ha approvato una convenzione con l’Università degli Studi di Siena che consente agli organi dell’ ateneo di individuare esperti altamente qualificati fra i dipendenti comunali, ai quali attribuire incarichi di docenza. Pare che l’esigenza di questa convenzione sia nata dal Dipartimento di Scienze della Formazione di Arezzo per coprire l’insegnamento di Storia dell’arte contemporanea mediante un esperto della gestione e organizzazione di mostre e musei di arte contemporanea (esperto che si assume sia presente fra i dipendenti del Comune).

In attesa della pubblicazione del testo della convenzione – non ancora approvato dagli organi di governo dell’Università – avanziamo alcune perplessità su questo accordo.

Il Comune di Siena, a causa delle dissennate politiche di bilancio attuate dalle precedenti amministrazioni, si trova in una situazione di pre-dissesto ed è chiamato a rispondere ai numerosi rilievi emersi in seguito all’ispezione condotta dal Ministero dell’Economia e delle Finanze sui suoi conti nel periodo 2008-2012. Un’amministrazione responsabile dovrebbe quindi mobilitare tutti i dipendenti dell’ente, soprattutto i più qualificati, chiedendo loro di contribuire in maniera più efficace al suo risanamento. Ad esempio, nei settori della cultura e del turismo, personale esperto della gestione e organizzazione di mostre e musei di arte contemporanea potrebbe dedicarsi:

  • – al Santa Maria della Scala, progetto mai decollato nonostante gli investimenti perla ristrutturazione, che pesano in bilancio sotto forma di prestiti molto onerosi (BOC);
  • – al sistema di prenotazione dei musei in generale e della Chigiana in particolare;
  • – ad una gestione efficace delle biglietterie;
  • – ai musei comunali da valorizzare e integrare in un percorso di visita cittadina;
  • – al decoro della città.

E in generale, personale esperto potrebbe dedicarsi:

  • – allo snellimento dei consigli di amministrazione delle partecipate;
  • – alla revisione dei regolamenti comunali e delle procedure amministrative per semplificare gli adempimenti di cittadini e imprese nei confronti del Comune;
  • – ad attrarre investimenti privati, necessari per lo sviluppo di attività produttive.

Per contro, la convenzione mal si concilia con gli obblighi previsti per i titolari dei contratti d’insegnamento, che devono garantire tutte le attività formative previste dal regolamento didattico (per esempio la partecipazione agli appelli d’esame, la preparazione della prova finale e dei test intermedi, la presenza al ricevimento degli studenti).

Chiediamo quindi al sindaco Bruno Valentini di valutare con maggiore accortezza l’impiego delle risorse a disposizione del Comune e di spiegare quali vantaggi per l’ente si aspetta da questa convenzione con l’Università. All’assessore al personale Mauro Balani domandiamo se intenda supplire ai dipendenti più qualificati, selezionati per i contratti di insegnamento, con assunzioni di nuovi dirigenti a tempo determinato e conseguenti aggravi per il bilancio del Comune: proprio in questi giorni sul sito istituzionale del Comune è stato pubblicato un bando per la copertura di un posto di dirigente in ambito amministrativo per i servizi istituzionali, le gare e appalti, la cultura e la promozione turistica.

Aggiungiamo che in un decreto (il D.P.C.M. 30 Dicembre 1993, n.593) sono elencati gli enti pubblici e le istituzioni di ricerca che possono stabilire convenzioni con le università per la stipula di contratti di insegnamento. Fanno parte dell’elenco l’Istituto superiore di sanità (ISS), l’Istituto italiano di medicina sociale, l’Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro (ISPESL), l’ISTAT, il Centro ricerche esperienze studi applicazioni militari (CRESAM), l’Istituto per le telecomunicazioni e l’elettronica della Marina Militare (MARITELERADAR), l’Area di ricerca di Trieste. Nel decreto non figurano i comuni: sappiamo com’è andata a finire quando Siena “ha fatto come le pareva” (il riferimento alla dichiarazione attribuita al dottor Cimbolini, ispettore del MEF, è intenzionale).

Se, quello del pisano Letta, è un elogio dell’università di Siena…!

Enrico Letta

Enrico Letta

Eppure, il solito giornaletto locale, imbattibile nella sua opera di disinformazione sui problemi universitari, con riferimento al discorso del Primo Ministro presso l’Università di Siena, lo chiama “elogio” e titola in prima pagina: «Letta elogia Siena e l’ateneo». L’articolo su quattro colonne si conclude con le parole pronunciate dal capo del Governo: «Siamo in una delle più straordinarie città d’Italia e in una delle migliori università del Paese insieme a Pisa…». Due parole scarne (ma proprio due) di circostanza, che Letta doveva necessariamente pronunciare, come ospite nell’aula magna dell’università! Ma preoccupandosi, subito, di mitigarne la portata, accostando l’università di Siena a quella di Pisa, per riportare il discorso alla dura e cruda realtà. Infatti, nella classifica internazionale Arwu delle 500 migliori università al mondo, Pisa è prima in Italia e Siena non esiste. E questo, il pisano Letta e la pisana ed ex rettore Carrozza (presente alla cerimonia), lo sanno bene. Come conoscono bene la situazione economico-finanziaria dell’ateneo senese e l’analfabetismo gestionale del rettore e direttore amministrativo.

Il rettore di Siena tiene famiglia e compagni

Καιρóς

Καιρóς

Sicuramente Teofrasto avrebbe inserito Riccaboni nel suo famoso ritratto dell’inopportuno (Caratteri morali). E Lisippo avrebbe eretto nel cortile dell’Università di Siena una statua (novello efebo senza ali ai piedi e completamente calvo) come allegoria per quelle situazioni da non afferrare mai, perché in contrasto con il valore dell’opportunità.

È quel che ho pensato nel leggere la notizia (difficile da scovare nella home page dell’ateneo) riguardante la nomina da parte del rettore dei referenti scientifici per i Poli d’Innovazione della Regione Toscana. L’Università, infatti, si serve di alcuni docenti per i dodici settori di riferimento dei Poli, che, com’è noto, sono previsti dalla nuova disciplina comunitaria in materia di aiuti di Stato a favore di Ricerca, Sviluppo e Innovazione. Tra le nomine se ne segnalano due: quella della moglie del “magnifico”, la Prof.ssa Rebecca Pogni, e quella del Prof. Riccardo Basosi, mentore e referente universitario della first lady, non ancora Prof. ordinario. La first lady deve sostenere (noblesse oblige) il peso di due settori di competenza: è referente scientifico del settore moda (tessile, abbigliamento, pelletteria, concia, calzaturiero, orafo) e del settore cartario.

Eppure, pochi giorni fa, Riccaboni aveva dichiarato: «all’università di Siena abbiamo varato un codice etico che mira ad escludere le situazioni nelle quali si potrebbero creare conflitti d’interessi». Evidentemente, il “magnifico”, aveva già dimenticato d’aver conferito alla sua consorte questi delicati compiti istituzionali. Ora non pretendiamo certamente da Riccaboni comportamenti in linea con la saggezza del peripatetico filosofo greco Teofrasto, ma neppure possiamo accettare che, con la sua sistematica violazione delle più elementari regole, continui ad esporre al ridicolo l’istituzione che rappresenta, inducendo qualche buontempone a pensare che all’ateneo senese tutto va a finire in “peripatetica”.

Articolo pubblicato anche daIl Cittadino Online (11 marzo 2014) con il titolo: «Grasso: “il rettore ed il valore dell’opportunità”».

Parentopoli universitaria: altra “riccabonata”

RiccaboniSenzapolitica

Controcampus. Prof. Riccaboni, qual è la Sua opinione in merito all’eterna questione delle parentopoli universitarie italiane? Secondo Lei, è davvero così terribile avere due docenti con lo stesso cognome in una Facoltà? In Italia, alla fine, prevale il merito o la raccomandazione?

Angelo Riccaboni. Ritengo che il merito sia fondamentale non solo per la giusta affermazione degli individui, ma anche per garantire all’interno delle organizzazioni le necessarie competenze e capacità. All’Università di Siena nel 2011 abbiamo varato un codice etico che mira ad escludere le situazioni nelle quali si potrebbero creare conflitti d’interessi nei confronti dell’Ateneo stesso.

Altro che “uno dei migliori atenei del mondo”, l’università di Siena è lo “gnommero armonioso”

Carlo Emilio Gadda

Carlo Emilio Gadda

Rabbi Jaqov Jizchaq. C’è chi dichiara che «contro il Polo Universitario monopolizzato dall’ateneo senese s’è battuto fin dal 1996 e che ora è il momento che si spezzi il vincolo con Siena». Sì, Sì, si spezzi il giogo! Si spezzi! Accidenti, allora siamo già un pezzo avanti con la “secessiùn”: ci manca solo il carroccio. Vogliono andarsene? Non è che basta dirlo; per adesso, infatti, il polo aretino è un onere gravoso (sostanzialmente un debito) che pesa sulle spalle di Siena: si paghino da sé le spese, paghino gli stipendi di professori e tecnici/amministrativi e vadano un po’ dove vogliono. In alternativa, Siena richiami in sede tutti i docenti colà distaccati a rinforzare i suoi barcollanti corsi di studio. È però singolare che coloro che lavorano nell’ateneo senese apprendano queste cose – che un polo vuol secedere e già opera in quella direzione – dai giornali: ma quali sono i livelli decisionali in questo ateneo? Vi è una posizione ufficiale del Rettore e del Senato al riguardo dell’iniziativa aretina? Vi è stata una qualche comunicazione e discussione nelle sedi istituzionali appropriate? Com’è nata tutta la faccenda?

Paradossalmente, mentre apprendo “con vivo stupore” dalla stampa che uno lavora per svincolare completamente il polo aretino da Siena (speriamo anche economicamente), parimenti mi giunge all’orecchio la non meno stupefacente voce “di corridoio” che qualcun altro reclama viceversa il trasferimento ad Arezzo di interi comparti umanistici dell’università da Siena (follie da ricovero coatto). Così uno chiede che si taglino i ponti, l’altro reclama ponti d’oro. Questi astuti sotterfugi paiono il prodotto esclusivo del dilagare di uno scomposto e cieco particolarismo e dell’assenza di un fermo potere centrale che lo raffreni. Nel modo in cui le forze politiche, i vertici accademici e le stesse burocrazie ministeriali, o tollerano, o autorizzano certe cinobalaniche imprese, io non vedo tentativi di “ridefinire” alcunché, ma solo un aspetto del decantato “groviglio” e, forse inconsciamente, una forma di nichilismo. Altro che “uno dei migliori atenei del mondo”… questo è lo “gnommero armonioso”:

«Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo. Ma il termine giuridico «le causali, la causale» gli sfuggiva preferentemente di bocca: quasi contro sua voglia.» (Gadda, Il pasticciaccio).

E Riccaboni continua a prendere schiaffi: tanto lui non è Pasquale!

E che so' Pasquale io?

E che so’ Pasquale io?

Dal “Corriere di Arezzo” il passo di Pierluigi Rossi che rivendica il suo impegno pluriennale contro il Polo universitario monopolizzato dall’ateneo senese.

Pierluigi Rossi. Arezzo, proprio su queste potenzialità, già espresse come polo nazionale dell’oreficeria, può diventare un polo informatico attorno a realtà che si sono imposte tra le eccellenze italiane. Contro il Polo Universitario monopolizzato dall’ateneo senese mi sono battuto fin dal 1996: che ora si spezzi il vincolo con Siena e il Polo si apra a tutte le Università italiane, a cominciare dal Politecnico di Milano, non può che rappresentare una grande prospettiva per la formazione di una classe dirigente locale. Merito della Camera di Commercio, l’unico ente che ha capito le potenzialità dell’università per via telematica. E se Arezzo non può dopo tanti secoli tornare sede di un’università, può però essere città universitaria: non a caso l’Università dell’Oklahoma ha scelto per i suoi corsi Arezzo con la sua storia e le sue testimonianze di una cultura che affonda nei secoli.

È nata l’Università degli studenti di Arezzo

Pier Luigi Rossi

Pier Luigi Rossi

Università degli studenti di Arezzo: concretezza

Cambiare si può! Il prestigioso Politecnico di Milano ha accettato la richiesta del Polo Universitario di Arezzo di attivare da questo anno (A.A. 2013-14) il Corso di Laurea Triennale in Ingegneria Informatica on-line.

Pier Luigi Rossi (Medico – Vicepresidente Consiglio Provinciale Arezzo). Una notizia che apre un nuovo periodo nell’attività universitaria ad Arezzo. È stato modificato lo Statuto del Polo Universitario di Arezzo superando il rapporto esclusivo con l’Università di Siena, come da anni avevo proposto in Comune e in Provincia e nelle Assemblee con gli studenti. Il Polo Universitario di Arezzo può istaurare rapporti accademici con Università diverse da Siena. Lo scenario della didattica universitaria sta cambiando con rapidità in linea con la più moderna tecnologia. Occorre vedere e vivere le attività universitarie in modo più dinamico e aperto rispetto alla rigidità strutturale del passato.

Arezzo e Informatica

Arezzo è già una realtà altamente qualificata nell’attività informatica in Italia e un Corso  di Laurea Triennale in Ingegneria Informatica va in questa direzione. Il settore informatico è una delle nuove linee di sviluppo economico e occupazionale di Arezzo. I corsi d’insegnamento saranno svolti con modalità teledidattica in aule di un  polo tecnologico aretino, tramite il quale potranno essere organizzate tutte le procedure per l’erogazione dei corsi telematici, l’assistenza agli studenti on-line (esercitazioni, discussioni, ecc.). La predisposizione delle aule didattiche servirà per lo svolgimento e la fruizione delle lezioni (secondo un orario prestabilito), assistite con la presenza di un docente-tutor esperto per ogni disciplina oggetto dell’insegnamento, che fornirà le spiegazioni richieste. Gli esami saranno svolti ad Arezzo. Ringrazio la Camera di Commercio di Arezzo che ha creduto in questa proposta e invito il Comune di Arezzo, la Provincia, la Banca Etruria a prendere un’effettiva posizione in favore di questa concreta iniziativa.

Università degli studenti

Tutta la vicenda universitaria ad Arezzo va ridefinita e riprogettata. Occorre investire nel “capitale umano” costituito dai giovani aretini. I giovani che prendono il diploma di maturità ad Arezzo con voto superiore a 90/100 sono il 16.6% rispetto al valore italiano di 9.8. Non tutti si iscrivono alla Università, anche per motivi economici dati i costi di studi realizzati fuori di Arezzo. Va agli studi universitari solo il 52% dei 3000 maturi che ogni anno finiscono la scuola media superiore in Arezzo e provincia, contro il 62.6 % della Toscana e il 66% in Italia. Sono 8855 gli Aretini iscritti alle varie Università italiane, in prevalenza Arezzo, Firenze, poi le scelte cadono su Siena e Perugia. Ma anche Milano, Roma e Bologna sono sedi di scelta.

La nostra città ha numerosi spazi, palazzi, residenze storiche vuote, spesso abbandonate. Possono essere ottime sedi da offrire a Istituti, Università italiane ed estere, pubbliche e private, per ospitare attività didattica e di ricerca per studenti provenienti da varie parti di Italia, Europa e altri Continenti. Arezzo può creare un’innovativa Università degli Studenti appartenenti a Università diverse. Già abbiamo esperienze sperimentate in Arezzo, come la sede dell’Università dello Stato di Oklahoma. Invito gli studenti “maturi” di valutare l’iscrizione al Corso di Laurea Triennale in Ingegneria Informatica on-line.

Università di Siena, giornaletti locali e primati nascosti

Corrierino

La voce circolava da tempo: «fra venti giorni vedrete che bomba; così la finiranno i detrattori della nostra università!». Erano queste le espressioni usate dal “Magnifico” negli incontri sindacali e istituzionali, senza mai precisare a cosa si riferisse. «Sta per essere reso pubblico un risultato clamoroso sull’ateneo cittadino» aggiungevano sindaco e presidente della Provincia di Siena, opportunamente allertati. A chi mi chiedeva qualche notizia, rispondevo che, forse, la Ministra Carrozza aveva deciso di dirottare qualche milione d’euro sull’ateneo senese; oppure che qualcuno aveva proposto l’assegnazione al rettore – sempre più percepito come figura priva di credibilità, autorevolezza e senso delle istituzioni – di un riconoscimento per la sua innovativa politica, basata su: pensionamento dei docenti senza turn over (per ridurre le spese strutturali), eliminazione delle prove d’ammissione (per accaparrarsi più studenti), congelamento per cinque anni delle rate dei mutui (per cercare di chiudere qualche bilancio in attivo).

Finalmente, venti giorni dopo, s’è scoperto l’arcano. La classifica Censis-Repubblica ha assegnato quest’anno il 1° posto all’ateneo senese, considerando alcuni indicatori che tengono conto del rapporto tra quantità di servizi (numero di posti letto, di pasti erogati, di posti in aule e biblioteche, di borse e contributi) e numero di studenti iscritti. Per tale graduatoria non sono stati valutati parametri di qualità essenziali, tipo la didattica, la ricerca e gli strumenti usati nei laboratori didattici. Ebbene, in questo modo, paradossalmente, è possibile che sia assegnato il 1° posto proprio all’ateneo che perde più studenti. Per restare in ambito senese, si scopre che nell’anno accademico 2012/2013, l’università di Siena ha perso circa tremila studenti: la sola Facoltà di Farmacia ha avuto un calo, riferito all’anno precedente, di 920 unità (-83%). Un primato assoluto. Notizia, questa, che nessuno ha mai riportato! È del tutto evidente che con gli indicatori usati dal Censis, un ateneo moribondo (che gli studenti scelgono sempre di meno), se mantenesse inalterata la quantità di servizi erogati, occuperebbe sempre le prime posizioni. Trasformandosi in un ateneo con tanti servizi ma pochissimi studenti e, per quanto riguarda Siena, anche con pochi docenti e molti amministrativi. Altro che bomba, la notizia del 1° posto nella classifica Censis. Si trattava di una bombetta puzzolente che tanta ilarità ha destato in tutti gli atenei e che è stata clamorosamente smentita con la pubblicazione della classifica Arwu delle 500 migliori università al mondo, nella quale Siena non esiste. Eppure si sono sprecati i titoli: «L’ateneo migliore d’Italia è Siena» o, addirittura, «tra i migliori atenei del mondo», come scriveva un giornaletto senese. Questa etichetta non è piaciuta all’inventore del groviglio armonioso, che mi ha scritto: «Il giornaletto locale di cui parli è fatto di persone che lavorano, che lavorano molto, anche il giorno di Ferragosto, che hanno combattuto per fare questa professione». Non metto in dubbio che lavorino e che abbiano combattuto per farlo. Il problema è cosa scrivono, censurano e perché. È facile definire un organo che censura le notizie scomode o stravolge la realtà. Dire che è un giornaletto locale… fatto da ragazzi, è certamente preferibile per tali giornalisti “in erba e in trincea”!

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Con le “riccabonate” altro primato nell’università di Siena

Ateneomigliore

Dalle perle di saggezza di Massimo Catalano (le famose “catalanate”) alle “riccabonate”, alcune di seguito riportate:

  • «Col Censis primi, con la classifica di Shanghai fuori perché contano i Nobel».
  • «Quando aumenta il numero degli atenei e il grosso della partita si gioca sulle pubblicazioni noi veniamo tagliati fuori, ma non perché non siamo bravi, perché ci manca la materia prima, come alcune (ex) facoltà scientifiche».
  • «Ci sono i favorevoli e i contrari alle valutazioni, ma la qualità del mondo accademico non è facilmente classificabile, non è un campionato di calcio».
  • «La valutazione del Censis ha tenuto conto di quei parametri dove noi possiamo competere e giocarcela alla pari».

«Noi senesi fuori, se contano i Nobel non c’è partita» (da: Corriere Fiorentino, 17 agosto 2013, intervista al rettore Riccaboni)

Gaetano Cervone. L’Università di Siena per il secondo anno consecutivo è fuori dalla «Top 500», la graduatoria redatta dai ricercatori della Shanghai Jiao Tong University che valuta tutti gli Atenei mondiali.  Eppure appena due anni fa l’Università di Siena era riuscita a guadagnare un posto al sole, pur classificandosi tra le ultime posizioni: «Nel mondo attuale piacciono molto le graduatorie e ci sono i favorevoli e i contrari a queste valutazioni, ma la qualità del mondo accademico non è facilmente classificabile, non è un campionato di calcio, bisogna dargli il giusto peso» commenta il rettore Angelo Riccaboni.

Però, rettore, sulla home page del vostro sito internet compare la scritta «Il migliore Ateneo d’Italia è Siena», facendo riferimento all’ultima graduatoria redatta dal Censis. Sembra di capire che per voi quella classifica ha un peso maggiore rispetto alle altre…

«Perché non dovremmo dirlo che siamo stati classificati primi? Attorno a me vedo Atenei che alla prima occasione sbandierano primati e c’è sembrato giusto dare il peso che merita alla valutazione del Censis, che ha tenuto conto di quei parametri dove noi possiamo competere e giocarcela alla pari».

Nella classifica dell’Università di Shanghai invece non ci può essere partita?

«Quelle sono graduatorie che tengono conto di fattori che ci penalizzano fortemente, basti pensare che tra gli elementi principali c’è la dimensione degli Atenei e noi, inutile che ce lo ripetiamo, siamo un’Università piccola. Senza tenere conto del peso specifico che ha nel risultato finale la presenza o meno di docenti che anche in passato hanno ottenuto premi Nobel».

Insomma, contro Harvard e Stanford rinunciate anche a scendere in campo?

«Noi ci sentiamo competitivi e lo siamo per davvero, basti pensare che due anni fa nella graduatoria c’eravamo, anche se siamo sempre stati borderline, riuscendo ad entrare per poche posizioni tra i primi cinquecento al mondo. Ma è chiaro che quando aumenta il numero degli atenei e il grosso della partita si gioca sui Nobel e soprattutto sulle pubblicazioni su riviste scientifiche, noi veniamo tagliati fuori, ma non perché non siamo bravi, perché ci manca la materia prima, come alcune (ex) facoltà scientifiche».

Però anche nella categoria delle Scienze sociali tutte le università italiane sono tagliate fuori, atenei toscani compresi.

«Questo è un settore disciplinare dove è ancora più difficile valutare la qualità, ma non possiamo comunque ignorare che c’è un problema che forse può essere affrontato soltanto spingendo verso una maggiore integrazione, perché i centri di grosse dimensioni ottengono punteggi maggiori».

Dunque i ricercatori di Shanghai non le hanno rovinato il Palio?

«Assolutamente no, mi preoccuperei se non fossimo valutati eccellenti in nessuna graduatoria. Per fortuna non è così, fermo restando che la cosa fondamentale resta l’indice di gradimento degli studenti, non la classifica, perché quello del mondo accademico non è un campionato di calcio».

Nella classifica Arwu delle 500 migliori università al mondo, Siena non esiste e Pisa è prima in Italia

S. Bezzini - S. Targetti - S. Bisi - F. Mancuso - B. Valentini - A. Riccaboni

S. Bezzini – S. Targetti – S. Bisi – F. Mancuso – B. Valentini – A. Riccaboni

L’anno scorso tra le novità più importanti della decima edizione della ricerca di Shanghai, che elencava le 500 migliori università al mondo, c’era la scomparsa dalla classifica delle università di Siena e Pavia. Quest’anno, con la pubblicazione dell’undicesima classifica dell’Academic ranking of world universities (Arwu), si scopre che Pavia è rientrata, per un pelo, tra le prime 500. E l’università di Siena? Non è dato sapere dove sia sprofondata. Altro che «l’ateneo tra i migliori del mondo», come titolava un giornaletto senese. E per quale motivo dovrebbe essere la migliore università del mondo? Secondo le classifiche italiane sarebbe prima in considerazione del numero di posti letto e pasti erogati, del numero di posti in aule e biblioteche, dei contributi stanziati dagli enti per il diritto allo studio e della funzionalità dei siti internet. In tal caso, con gli attuali servizi e se il numero degli studenti continuerà a diminuire, tali indicatori garantiranno per molti anni il primo posto a un’università moribonda. Tornando alla classifica elaborata dalla Jiao Tong University di Shanghai, tra le più accreditate a livello internazionale, ecco le 19 università italiane e la posizione occupata: la prima in Italia è Pisa seguita da Roma La Sapienza (tra il 101° e 150° posto), Milano e Padova (151°-200°), Politecnico di Milano, Normale Superiore di Pisa, Bologna, Firenze e Torino (201°-300°), Genova, Napoli Federico II e Perugia (301°-400°), Cattolica Sacro Cuore, Politecnico di Torino, Ferrara, Milano Bicocca, Palermo, Pavia e Roma Tor Vergata (401°-500°). Sulla «scomparsa» dell’ateneo senese dalla classifica Arwu, sarebbe interessante conoscere il pensiero illuminato dell’Università, della politica e del giornalismo locali, così loquaci sulle graduatorie “taroccate” del Bel Paese.

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