Se chiude l’ateneo senese è pronta l’Università “Salute e ghianda” con un corso professionalizzante in Agronomia

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Rabbi Jaqov Jizchak. Il Corriere della Sera (16 settembre 2016) ha pubblicato un articolo («La crisi dell’Università, gli Atenei italiani perdono posizioni nelle classifiche») sull’annuale rilevazione dell’Istituto di Shanghai (Arwu Ranking) che vede una sola Università, Roma-“La Sapienza”, tra le prime 200.

L’asino aveva quasi imparato a digiunare, ma non si sa per quale ragione d’improvviso ha cominciato a stare poco bene. Comunque tutto congiura ad un medesimo disegno: visto che soldi da buttare nel sistema peggio finanziato d’Europa (7 miliardi a fronte dei 26 miliardi della Germania) non ce ne sono, l’unica strada si ritiene essere quella di rinforzare i grandi atenei per partecipare alla grande competizione internazionale, a scapito degli atenei medio-piccoli, o più scadenti, che scenderanno di rango ed andranno a costituire sedi distaccate, specie di Fachhochschule professionalizzanti, fornitrici di lauree brevi senza velleità di prosecuzione degli studi, per questi giovanotti gaddianamente “dekirkegardizzati”:

Il Piano Italia 4.0, che il governo Renzi intende inserire nella Legge di stabilità 2017, mira a favorire il trasferimento tecnologico tra atenei e mondo dell’impresa, ed individua a ciò alcuni poli, assi portanti, chiamati “competence center”, che sono Milano, Torino, Bari, Bologna e Pisa. Non senza ragione si lamenta Padova, “nonostante il primato nella valutazione dell’ANVUR sulla qualità della ricerca”, e di certo non sfigurerebbe in questa scelta élite. Immagino che Roma non sarà contenta, brandendo invece l’ARWU, ma gli altri?

Leggo che potrebbe arrivare un premio pecuniario speciale alle università che sono riuscite a distinguersi, ottenendo risultati elevati nella classifica di valutazione dell’ANVUR, l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca. Immagino che tale premio sarà più alto, quanto più in su nella graduatoria uno si trova: ma se un ateneo come Pisa ha tre volte più ricercatori di uno come Siena, già si immagina chi prenderà la fetta più grossa. Comunque questo è il trend, ovvero l’andazzo: i grassi ingrassano e i magri dimagriscono e non è chiaro come possa risollevarsi un ateneo che ha subito pesanti batoste come questo. Voglio dire, ma che aspettano a mettere in atto questo oramai conclamato proposito di separazione tra “teaching university” e “research university”, oppure l’accorpamento di atenei, come suggeriscono altri, se veramente ci credono? Nel frattempo Human Technopole riceve 80 milioni per l’avvio del progetto.

Ritornando a Siena, ex ateneo semi-generalista, almeno un terzo dei docenti sopravvissuti alla decimazione di quasi la metà del personale docente non sono sensatamente riconvertibili ad una prospettiva di Fachhochschule o roba del genere, né tutti hanno la fortuna di andare in pensione a breve: devono asceticamente rimanere a contemplare i vari stadi di decomposizione, dalla putrefazione sino alla sua riduzione allo stato di polvere? E anche per istituire corsi professionalizzanti, per esempio in Agronomia, come chiede Riccardo Burresi (proposta in sé, astrattamente, sensata, visto che qui aziende di altro tipo essenzialmente non ve ne sono), i mezzi e il personale, dove e come ve li procurate, stanti gli attuali rigidissimi vincoli sul bilancio, sui requisiti di docenza e sul turnover? O veramente pensate di riconvertire un latinista (Tityre, tu patulae… molto bucolico) alla suinicoltura?

Qualcuno, anni addietro, se ben ricordo, aveva ipotizzato di costituire a Siena corsi professionalizzanti attraverso succursali telematiche, non già di Firenze o di Pisa, bensì addirittura di Milano. Del resto, si diceva, con l’aiuto della rete, la distanza non conta e non serve personale aggiuntivo, cosicché pure i requisiti di docenza, magari, sono a posto. Un’idea molto moderna, che potremmo applicare nel campo dell’agricoltura soddisfacendo al contempo l’anelito del Burresi e i draconiani vincoli del governo: una università telematica dove si impara a coltivare i campi su internet. Invece che “Vita e salute”, come il San Raffaele a Milano, questa università la potremmo chiamare “Salute e ghianda”.

La dispersione scolastica di chi non si è potuto né iscrivere né mantenere all’Università

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Chi è capitato nell’università negli anni bui ha pagato il conto dei bagordi delle generazioni precedenti e dell’inconcludenza della politica

Altanfuturo

Rabbi Jaqov Jizchak. In questi anni si è determinata una frattura insanabile: fra territori, fra generazioni, fra atenei, che come ho già detto si risolverà fra una ventina d’anni, una volta spianati gli atenei di provincia e ridotti a scuole professionali a favore di “grossi hub” della ricerca, sepolte due generazioni in fosse comuni e riedificato il tutto su altre basi. L’età media degli ordinari è attualmente di 60 anni; l’età media dei ricercatori è 46 anni. A Siena credo che siamo un po’ più vecchi di qualche anno, rispetto alla media nazionale. In Italia sono già andati via 10.000 docenti in pochi anni, il 17%, mi sembra, a Siena ci avviamo a perderne il 43% e il sistema è stato dissanguato, ma al bar dello sport ripetono ancora che “eh so’ troppiiiii!”. Il popolino giubila se sputano sul culturame, perché questa è la mentalità inculcatagli dai mass media. Di certo in dieci anni di blocco totale delle carriere e del reclutamento, non è che i ricercatori siano ringiovaniti: sicché adesso si attribuisce loro persino la colpa di essere invecchiati, un po’ come nel Cyrano lo stomaco del re fu accusato di lesa maestà, quando questi fu colto da mal di pancia. In buona sostanza, moltissimi di coloro che sono capitati nell’università negli anni bui a cavallo del secolo, hanno pagato il conto dei bagordi delle generazioni precedenti e dell’inconcludenza della politica, incapace di risolversi in una direzione o nell’altra e di essere conseguente rispetto ai principî che afferma, limitandosi a contemplare la putrefazione.

Oisive jeunesse
À tout asservie,
Par délicatesse
J’ai perdu ma vie.
Ah ! Que le temps vienne
Où les coeurs s’éprennent.

(Arthur Rimbaud)

E c’è chi firma un contratto post-pensione in punto di morte per tenere attivato il corso

Il dott. Faust e Mefistofele, disegno di Tony Johannot

Il dott. Faust e Mefistofele, disegno di Tony Johannot

Mary. Noi abbiamo avuto il caso di un docente che ha dovuto firmare un contratto post-pensione in punto di morte perché il suo insegnamento risultasse assegnato e il corso non si spegnesse. Altro non aggiungo.

Rabbi Jaqov Jizchaq. …è una storia molto faustiana. Il prossimo passo sarà un patto col diavolo.

Mario Marcantonio. L’incredibile episodio riportato da Mary – la firma del contratto in punto di morte per tenere attivato il corso – si riferisce all’ateneo senese?

Rabbi Jaqov Jizchaq. …Faustus stipula un patto con Mefistofele: avrà garantita la continuità del suo insegnamento ed i servizi del servo di Lucifero grazie ad un assegno di ricerca, per ventiquattro anni, dopo i quali Lucifero avrà la sua anima, ma concederà un posto di ricercatore di tipo B.

Mary. Preciso che quanto detto è verissimo, non è successo a Siena ma la situazione è del tutto simile: crollo del numero di docenti e di matricole, pochi punti organico mangiati a grandi bocconi dai soliti noti (Ingegneria, Medicina). Posso ancora citare il caso di una collega eccellente che ‘è scaduta’ e ora sta a cinquant’anni in mezzo alla strada perché il suo 0.50 serve a mandare avanti due tirapiedi di altro settore che diventeranno associati. Avanti così…

Rabbi Jaqov Jizchaq. Cara Mary, allora a Siena siamo messi anche peggio, giacché, da quello che si sente dire in giro, a seguito dei pensionamenti si sono aperte delle voragini persino in settori chiave della medicina e dell’ingegneria. Figuriamoci il resto, i settori più deboli… ma tutto va bene, madama la Marchesa, è vietato dire: “Houston, abbiamo un problema”. In riferimento alla tua considerazione, se può essere d’aiuto alla discussione, leggo su un quotidiano che “nella maggior parte dei Paesi Europei le facoltà di Medicina rappresentano scuole separate e distinte dal resto dell’Università. In Italia il condizionamento e il peso delle facoltà di Medicina sulla vita della Sanità, e delle Università, è diventato insostenibile”.
Non si può dire se questa separazione sia una scelta giusta, né conosco le ragioni di questa difformità italiana rispetto agli altri paesi e mi rimetto al giudizio di chi ne capisce di più. Mi piacerebbe sentire delle opinioni al riguardo. Certo è che quando c’è da litigarsi un tozzo di pane, agli altri rimane assai pochino.

La favola per cui due ragionieri si sono fatti beffe di rettori, CdA, Senato Accademico, sindaci revisori e sindacati è puro surrealismo

Altan-solitamerdaRabbi Jaqov Jizchaq. Per correttezza e completezza d’informazione va detto che qualcuno sostiene che il Focardi abbia però “scoperto” il buco dopo la stabilizzazione di un numero molto cospicuo di amministrativi, come da accordi elettorali che portarono alla sua elezione. Premesso che andrebbero ricostruite le tappe che portarono all’improvvisa “scoperta del buco”, si delineano comunque due atteggiamenti politicamente diversi: quelli che negano la consistenza ontologica del “buco”, invocando una generale beatificazione delle vittime del “giustizialismo” che ha infangato il buon nome di certe animelle candide, già incamminate sulla via del paradiso, e quelli che dicono “sussiste, ma non è opera mia, anzi…”.

Focardi, mi pare, appartiene a questa seconda classe: egli non nega l’evidenza del “buho”, ma ribadisce anche nelle interviste di questi giorni di essere stato tenuto all’oscuro della realtà dei conti.
Il sospetto dei malpensanti è che la data della “scoperta del buco” sia stata in qualche modo fissata in modo convenzionale, e che il buco sia stato “scoperto” una volta portata a termine l’operazione alla quale si riferiscono le malelingue. Pur non auspicando il licenziamento o la ulteriore penalizzazione di nessuno, va detto che con l’epurazione di quasi la metà del corpo docente entro un paio d’anni, lo squilibrio che si è determinato fra personale docente e personale tecnico ed amministrativo è reale: perché allora molti continuano a tirare insistentemente in ballo il rapporto docenti/studenti che a Siena sarebbe ancora troppo “alto”?

Siena ha infatti perso il 43% del corpo docente, praticamente ha fatto fuori, in questo decennio, tutti i giovani ricercatori che allo scoppio del buco risultavano non stabilizzati, congelato per dieci anni tutti gli altri e parallelamente, tra il 2008 e il 2015, ha chiuso decine di corsi di laurea, perdendo circa 6700 studenti cioè il 30% circa degli iscritti al 2008. Di questo passo, i docenti saranno sempre “troppi”, ma vedrete che prima o poi, continuando a smantellare strutture didattiche e scientifiche, qualcuno farà presente che i docenti non sono i soli ad essere “troppi”. Mi domando pertanto come mai il tema del destino di questo ateneo, com’è stato discusso in questo blog, che investe tante persone (docenti, tecnici ecc.), sia così assente dal dibattito pubblico.

Va detto infine che la favola secondo cui un paio di ragionieri si sono fatti beffe di due rettori, altrettanti consigli d’amministrazione, senato accademico, sindaci revisori, sindacati e quant’altro, è puro surrealismo. Il problema è che quando è colpa di troppa gente, alla fine non è colpa di nessuno. Il buco nero come svuotamento di senso, “metafora giusta per chi volle essere stella e non è più che un rimasuglio di luce” (Gesualdo Bufalino), oltre che dei forzieri.

«Idealità e morale sono i mezzi migliori per colmare il gran buco che si chiama anima.» R. Musil

Il rebus dell’estate

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Su “Il Blog di Pierluigi Piccini” è uscito un post intitolato Pescia (integralmente riprodotto in alto) che riporta la foto di un vecchio libro di Pinocchio e la frase «Collodi è una frazione di Pescia». È un rebus! Mi auguro che i lettori riescano a risolverlo durante le vacanze!

Intervento del sindacato Ugl sulle 12 assoluzioni per il dissesto dell’Università di Siena

Bucoverita

Alla Lizza è in piena attività la fabbrica dei tappi

Daniela Orazioli (UGL Università e Ricerca). Alla Lizza è in piena attività la fabbrica dei tappi! Ieri si è “turato” ben bene il buco di 270 milioni di Euro dell’Ateneo senese. Non è uno scherzo! Così si è fatta giustizia! Oppure è stato “giusto” assolvere tutti e soprattutto il collegio dei Revisori dei conti perché è risultato che il buco si è autogenerato e, per maligna devianza, è sempre sfuggito ai loro controlli “a campione”, come i Revisori stessi hanno definito il loro modus operandi sui bilanci, durante i molti anni in cui hanno certificato la situazione economico-finanziaria dell’Università di Siena.

In conclusione il personale tecnico-amministrativo (PTA) è quello che sta restituendo al MEF un surplus percepito “indebitamente”. Ironia della sorte: lo stanno restituendo anche gli stabilizzati che non ne hanno mai goduto i benefici come trattamento accessorio. Per essere pignoli ed anche polemici riteniamo utile ricordare che il fondo per l’accessorio del PTA è costituito dall’Amministrazione. Per poter utilizzare il fondo è indispensabile la certificazione dei Revisori. Per quanti anni, anche questo “campione”, è sfuggito al loro controllo?

Dopo la sentenza di ieri vogliamo vedere la Guardia di Finanza che ci “pizzica” a posteggiare dopo aver timbrato l’entrata o a prendere il caffè fuori dalla struttura di lavoro (non tutti i colleghi hanno il privilegio del bar interno). È legge che il danno erariale preveda il licenziamento del dipendente e noi ci adegueremo a rispettare la legge! Ma i Finanzieri che, per mesi e mesi, hanno raccolto ed esaminato i faldoni sequestrati negli uffici dell’Ateneo, considerando la fine che ha fatto il loro lavoro, avranno ancora voglia di impegnare il loro tempo con noi? Non è stato, anche il loro tempo perso, un danno erariale?

E per quale senso di giustizia nessuno è colpevole per 270 milioni di Euro di buco in bilancio mentre il PTA può essere licenziato per un caffè?

Siena, la città dei balocchi, dove le responsabilità non saranno punite

Voragine-ateneoIl buco della vergogna (da: Bastardo Senza Gloria, 20 luglio 2016)

Bastardo Senza Gloria. Tutti assolti per il buco finanziario dell’ateneo senese. I bilanci evidentemente si sono “bucati” da soli, in fin dei conti si fa alla svelta a perdere qualche centinaio di milioni di euro. Va da sé che il policlinico delle Scotte si è venduto da solo, e anche il San Niccolò c’ha pensato la provvidenza a venderlo, che motivi sennò ci potrebbero mai essere stati? Massimo rispetto per le sentenze, ma la storia non si cambia e quei pochi giornalisti aggrovigliati che esultano per la fine di un incubo, grazie alle assoluzioni, perché non si rilassano? Oppure perché non ci dicono loro chi ha indebitato l’ateneo, visto che li conoscono bene? Questo tipo di normalizzazione di ciò che è successo a Siena, è molto pericoloso e sta dando nuova linfa ai soliti cultori del groviglio, spalleggiati dai soliti comunicatori, giornalistini, ex portavoce e via discorrendo. Tristezza totale, ma soprattutto che pessima figura davanti all’Italia tutta, che ha di Siena ormai una immagine chiara e lampante: le responsabilità e le colpe del tutto evidenti, non verranno punite. La città dei balocchi!!

Dobbiamo prendere atto che far parte di un Cda, di un collegio dei sindaci revisori, essere rettore o direttore generale, ti esonera da qualsiasi responsabilità, anche se i bilanci sono pieni di buchi e se un ateneo va in dissesto. Sarà colpa dei tarli nelle scrivanie. Stessa cosa per chi ha distrutto il patrimonio di una Fondazione, non sono quelli che hanno votato nelle deputazioni operazioni contro lo stesso statuto di quella Fondazione, ma saranno stati i folletti sadici e burloni a compiere certi scempi. Nella vicenda di Ampugnano, è ormai chiaro a tutti che la colpa sarà stata dei volatili, così come per l’incendio della Curia senese, saranno stati i fiammiferi svedesi in modalità autocombustione.

Per dare giustizia alla città per i danni ricevuti, la soluzione è processare i blogger e chi non era “affiliato” al groviglio. Un giorno nei dettagli vi racconteremo anche di queste vicissitudini processuali e di polizia. Siena, la città dei balocchi… ma per gli aggrovigliati.

L’Università di Siena come trampolino di lancio nazionale per Piero Tosi

Raffaele Ascheri

Raffaele Ascheri

Università: tanto buco per nulla? (da: Eretico di Siena, 20 luglio 2016)

Raffaele Ascheri. Come per l’incendio in Curia – e per molto altro, purtroppo -, qui che ci sia il corpo del reato, è pacifico; mandando tutti assolti, il messaggio del Tribunale è chiaro: c’è il fatto (200 milioncini svaniti), ma non c’è il reato (quantomeno per gli imputati).
Un suggerimento a chi non sta nella pelle per l’assoluzione, ai garantisti a targhe alterne: così come un imputato è da considerarsi innocente fino a che non arriva al Palazzaccio (Cassazione), così non è che dopo un’assoluzione in I grado, tutto venga chiuso in modo definitivo. Chiaro il concetto? Tutto lascia credere che ci sarà un Appello, e si vedrà allora.
E se Tosi (per ora) e Focardi (idem) possono tirare un per loro meritato sospiro di sollievo, facciamo sommessamente notare che – oltre ai profili di falsa testimonianza e calunnia che già si stagliano, nitidi, all’orizzonte per Interi e Santinelli -, la manna della prescrizione è già arrivata: non luogo a procedere per la storiaccia del bar dell’ex manicomio (fra gli imputati, l’ex Consigliere comunale piddino David Chiti, oggi uomo di punta di Scaramin Scaramelli: prescritto, Chiti, non certo assolto).
Infine, come commento a caldo (ma non a bollore): come sempre in questi casi, bisogna sapere dividere le responsabilità politico-morali da quelle (per ora) giudiziarie.
Chi è che aveva fatto dell’Università senese – per usarla come trampolino di lancio nazionale – una macchina capace di autoincensarsi ogni mezz’ora scarsa? L’ultimo dei docenti, o forse – con qualche responsabilità politica – il professor Tosi? 200 milioni, sembrano pochi, in una comunità in cui lo sport comunale era quello di fare sparire milionate di euro dai bilanci, da Mps in giù?
Il buon Focardi, almeno, portò i libri in Tribunale, con un gesto di discontinuità e di rottura, in una Siena – allora anche più di adesso, quindi fate voi – omertosa ed occultatrice fino a dentro il midollo.
Eh, vuol dire che è come per i miliardi (!) di Antonveneta, come per l’incendio in Curia et alia: lo Spirito Santo, a Siena, agisce spesso in modo originale. Per sottrazione, come dire…

Qual è il ruolo di Siena nel sistema universitario toscano? Basta slogan, entriamo nel merito!

Altan-baratroRabbi Jaqov Jizchaq. L’università di Harvard è la migliore del mondo. Ha da sola un budget pari a due terzi dell’intero FFO italiano, ma che vuoi che sia: quando c’è la passione, c’è tutto. Tra i 1000 migliori atenei, però, ci sono 48 italiani. Che è come dire, by the way (e scusate se vedo il bicchiere mezzo vuoto), che oltre la metà degli atenei italiani non compare nemmeno fra i primi mille. Firenze (251), Pisa (285) sono nella top ten degli atenei italiani. Più attardata Siena (437), subito prima dell’Università del Mississippi, dentro i primi 500, ma fuori dalla top ten italiana.

Dunque lo stato dell’arte è che i nostri ingombranti vicini viaggiano a gonfie vele a 150-180 posizioni davanti a Siena. Non credo che altre classifiche (di quelle internazionalmente accreditate) diano un responso tanto diverso. È evidente che il sistema universitario toscano poggia sempre più sul dualismo Pisa-Firenze. Temo che quanto più procederà l’integrazione fra questi due atenei, tanto meno ossigeno resterà per Siena, avverando la profezia del professor Emilio Barucci intorno al ruolo dei tre atenei maggiori della regione, che vede Siena ridotta ad un rango ancillare di sede distaccata e di fornitrice di diplomati triennali. Pur volendo scongiurare tale epilogo, tocca constatare però che il modo in cui avviene la ridefinizione dei ruoli all’interno del sistema degli atenei, e segnatamente all’interno dell’ateneo che dei tre è più sofferente (i sommersi ed i salvati), è ben lungi dall’idea di una razionale programmazione dei compiti spettanti a ciascuno e da un razionale uso delle risorse umane.

Il linguaggio burocratico-aziendalistico finisce per creare una spessa coltre di oblio, soffocando e conculcando ogni domanda di senso. Il livello culturale del dibattito intorno all’università, sia nazionale che locale, appare spesso caratterizzato da una visione approssimativa delle articolazioni dei vari campi della scienza e della cultura, quali esse si delineano oggi, agli albori del ventunesimo secolo (altro che “internazionalizzazione”!). L’appello frequente all’autonomia universitaria non può tradursi in una specie di sofisma pigro: siamo autonomi, ma da noi non possiamo fare niente, ergo, non facciamo niente, que sera, sera. Si dice che urge una sempre maggiore integrazione sinergica, ma ognuno va per conto proprio.

Come nel sistema dell’Armonia prestabilita, una monade, pur senza comunicare, dovrebbe agire in modo congruo all’agire di tutte le altre monadi, ma non vedo alcun Dio o demiurgo che regoli armonicamente le relazioni tra queste monadi e che le cose possano andare avanti così, sperando in un processo darwinianamente evolutivo, mi pare alquanto improbabile. Sintetizzo, appoggiandomi a questo articolo, i recenti criteri per il finanziamento dell’università pubblica (e “se sbaglio, mi corigerete”). Il finanziamento ordinario delle università dipende da:

1) una quota base, fino a oggi calcolata su base storica, cioè guardando ai finanziamenti ricevuti negli anni precedenti. Ora “sarà definita in relazione al “costo standard per studente regolare”: si tratta di una stima dei costi necessari per la formazione di uno studente iscritto in un corso da un numero di anni inferiore o uguale a quelli previsti per il suo completamento. Il costo standard, oltre a tener conto del costo della docenza minima richiesta per il tipo di corso frequentato e dei costi del personale amministrativo e di funzionamento, considera una quota perequativa per bilanciare le differenze di reddito tra regioni.”.

2) e una cosiddetta “premiale”. La quota premiale è assegnata prevalentemente sulla base dei risultati ottenuti dagli atenei nella valutazione della qualità della ricerca (leggasi VQR). È stata del 21,6%, ora verrà portata al 30%.

A regime, il finanziamento ordinario delle università sarà la somma di due quote: 30% di quota premiale e 70% di quota per costo standard. Mi chiedo dunque due cose: da un lato (punto 1), continuando a chiudere corsi e a perdere studenti, se la quota base sarà valutata sulla base del costo per studente e per i docenti necessari (vedasi “requisiti minimi di docenza”) a tenere in piedi i corsi di laurea, c’è da aspettarsi che riceveremo sempre meno quattrini. Dall’altro lato (punto 2) come è possibile che, perdendo quasi la metà del corpo docente (43%) la mole della ricerca e dunque l’ammontare della quota premiale, non ne risenta? È evidente che i nostri dirimpettai, avendo ciascuno tre volte più ricercatori e più studenti di noi, riceveranno, sia per la quota base che per la quota premiale, anche se col VQR siamo stati – nel nostro piccolo – bravini, molti, ma molti più quattrini di noi, e di certo Siena non si risolleverà con qualche spicciolo di contentino (ma a dire il vero il problema investe la maggior parte degli atenei del centro-sud).

Dunque non c’è partita: chi sta bene, starà sempre meglio e chi sta male starà sempre peggio e questo, si direbbe, è il modo per addivenire alla famosa partizione fra atenei di serie A ed atenei di serie B, a prescindere dal valore di chi ci sta dentro. L’esito della VQR, infatti, non appare decisivo al riguardo. Non so quanto spazio vi sia per la ricerca di un giusto mezzo, come mi pare auspicassero i programmi elettorali dei candidati rettore, ma di certo ciò non dipende solo da politiche locali. Tuttavia, anche qui, Siena sconta la drammatica perdita di peso politico a livello regionale e nazionale. E allora (tanto per tenere calda la vivanda, visto che il dibattito si è ulteriormente affievolito col cessare delle ostilità elettorali), continuo a chiedere: qual è il destino e il ruolo di Siena entro il sistema degli atenei toscani?

Forse dovrebbero essere le forze politiche locali a caldeggiare, ad un livello tutto politico, questo tema, sebbene intorno ad esso mi pare non si vada oltre le scaramucce e gli slogan. D’Artagnan sfida a duello Lord Winter, ma invece di incrociare le lame, i due si insultano “a lì mortacci loro”, restando distanti. Ecco, questo è il dibattito politico-culturale: non si entra mai nel merito, non ci si accapiglia sulle questioni di fatto, non c’è un vero e proprio confronto dialettico, ma ci si limita agli slogan, lanciati da debita distanza dalla punta della spada, per sicurezza.