Al risveglio, il gigante si scopre nanerottolo e non più comprimario ma comparsa

Occhi-blu

Lisa. Siena sarà pure sparita, ma la qualità resta! E soprattutto ultimamente si sta rinnovando molto offrendo nuovi servizi agli studenti tipo housinganywhere, il progetto Acanto, ecc. ecc!!! Il gigante si sta risvegliando!!!

Rabbi Jaqov Jizchaq. «Il gigante si sta svegliando»: quando si sarà svegliato dall’anestesia si renderà conto di aver perso le gambe. Non è chiaro come potrà competere con Usain Bolt. Né è chiaro come aree scientifiche basilari possano essere considerate pura zavorra da abbandonare con disinvoltura: Lisa dagli occhi blu/anche tu, senza le trecce, la stessa non saresti più tu! Il progetto “ACANTO”, cui accenni (leggo: “un sistema robotico integrato che serve a stimolare gli anziani a svolgere attività fisica”) emerge, per quanto ne so, da una delle residue eccellenze dell’ateneo, ossia la robotica: tanto di cappello, ma non vedo come possa cancellare i problemi che in questo blog sono stati posti in evidenza, né, a dire il vero, cosa c’entri. Difatti nessuno ha scritto che la ricerca a Siena fa schifo! Vorrei che fosse chiaro che le grida d’allarme emergono dall’interno del mondo della ricerca, da parte di persone direttamente coinvolte e consapevoli. Soggiungo che, data l’età media dei docenti, probabilmente questo sistema di aiuto agli anziani l’università dovrà applicarlo in primo luogo a sé stessa. Curiosa la sottolineatura, poi, dei servizi agli studenti a prescindere da tutto il resto, quando il primo “servizio” dovrebbe esse l’offerta formativa: dimezzamento del corpo docente, conseguente cancellazione di molte aree scientifiche, accorpamenti cinobalanici, turnover fermo da quasi un decennio: cosa vuol dire che “il gigante si sta risvegliando”? Cancellando un insegnamento su due il “gigante” (che poi non è mai stato tale: un ateneo medio-piccolo semi-generalista) sta diventando un nanerottolo, in una cornice dove ai nanerottoli è riservato un destino non di comprimari, ma di figuranti e comparse.

Valeria Strambi (La Repubblica, Firenze, 25 gennaio 2016). La vera sorpresa arriva dall’Università per Stranieri di Siena che, con i suoi 518 immatricolati, registra un +19% rispetto allo scorso anno, quando i nuovi arrivi erano stati 435. Buoni risultati anche per l’Università di Siena, che passa dai 2.314 immatricolati dello scorso anno ai 2.319 di quest’anno (ben 5 matricole in più, n.d.r.).

L’Università di Siena è realmente uscita dalla crisi?

San Simeone Stilita

San Simeone Stilita

Rabbi Jaqov Jizchaq. Riguardo a coloro che si astengono dal partecipare alla VQR, il Magnifico ci ammonisce tuttavia che «se il nostro Ateneo è riuscito a uscire dalla sua profonda crisi finanziaria è anche grazie alle risorse premiali connesse agli eccellenti risultati conseguiti dall’Università di Siena nella precedente VQR.» Anche considerando che le valutazioni sono una fotografia del passato, realizzata con una sorta di macchina del tempo, e che buona parte di quello che c’era nel 2007 non c’è più, o non ci sarà più a breve, mi domando se dalla crisi siamo realmente usciti. Se insomma la prospettiva di una marginalizzazione crescente, in un ateneo praticamente dimezzato e pesantemente amputato con molti settori soppressi, sia veramente fugata.

Come ho già ricordato, uno dei membri dell’ANVUR dichiarò ad un giornale nel 2012: «Tutte le università dovranno ripartire da zero. E quando la valutazione sarà conclusa, avremo la distinzione tra research university (università di serie A) e teaching university (università di serie B). Ad alcune si potrà dire: tu fai solo il corso di laurea triennale. E qualche sede dovrà essere chiusa.» Renzi, nel 2013, auspicava una concentrazione delle risorse in soli «cinque hub della ricerca», dicendo di volerci arrivare per gradi. 
Ok, dunque anziché continuare ad accorpare corsi e dipartimenti all’interno dei singoli atenei, l’idea sarebbe quella, se ho ben capito, di un accorpamento tra atenei. Del resto, se la prospettiva è, in alternativa, quella di agonizzare continuando a fare le nozze coi fichi secchi, morendo lentamente per asfissia, meglio che lo dicano subito. Ma ancora non ho capito come e quando chiuderanno delle sedi, che cosa ci faranno con chi ci lavora (il giudizio negativo su una sede investe globalmente tutti coloro che ci lavorano?) e cosa cavolo vuol dire (stanti le vigenti leggi) “teaching university”.

Il problema è strettamente legato alle valutazioni della VQR, giacché la ricerca non si fa sugli alberi e l’immagine del ricercatore solitario, del Simeone lo Stilita che come nel celebre “Simone del deserto” di Luis Bunuel, passa la sua vita a meditare in cima a una colonna nel deserto siriano, tentando di resistere alle tentazioni del diavolo (al quale nondimeno da ultimo cede, lasciandosi portare in discoteca), è una caricatura con pochi addentellati con la realtà delle valutazioni bibliometriche e dei percentili. Non dico che sia un bel vedere: si fa notare talvolta che la rivista con il più alto H-index al tempo di Galileo probabailmente si intitolava “Studi tolemaici”, ma tant’è.

E a proposito di accorpamenti a cacchio, per carità di patria, come i film al tempo del Fascio, ambienterò i misfatti “all’estero”. Tanto chi vuol capire capirà. Già si disse del dipartimento di Geologia e Psicologia di Chieti. Leggo ora il gustoso articolo di un professore bolognese di filologia, il quale ci rivela come all’origine l’acronimo ipotizzato per il suo dipartimento fosse “F.I.C.A.M.”. Peccato che poi ci abbiano ripensato e strano che altri non abbiano pensato a denominazioni altrettanto suggestive tipo “P.A.N.I.S.” e “PER.EX.SUC.TUS” (scusate il latino maccheronico), in vista di ulteriori proficui accorpamenti. Sarebbe stato di grande attrattiva.

La valutazione della qualità della ricerca «è una questione squisitamente politica: non è il conflitto che dobbiamo temere, ma l’indifferenza, la pigrizia e la rassegnazione»

Stefano Semplici

Stefano Semplici

Università, la battaglia della VQR. Professori divisi sulla valutazione (Da: Il Corriere della Sera, 16 gennaio 2016)

Stefano Semplici. L’opinione pubblica non si interessa e non si interesserà dell’esercizio di valutazione della qualità della ricerca 2011-2014, dal quale dipenderà una fetta consistente del finanziamento delle nostre università. È una questione fitta di algoritmi, indecifrabili acronimi e bizantinismi incomprensibili, destinata a rimanere un rito misterico per gran parte degli addetti ai lavori. Chiarissimi saranno però i risultati: classifiche certificate dall’autorità del Direttivo dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca, supportato dalla competenza e professionalità dei Gruppi di Esperti della Valutazione all’uopo costituiti. Il fine, in questo caso, sembra davvero giustificare ogni mezzo e ogni tecnicismo: il merito e l’eccellenza verranno finalmente riconosciuti e premiati; l’osceno nepotismo di una casta di privilegiati superpagati abituata a usare il denaro pubblico per i propri interessi sarà rottamato una volta per tutte; i fannulloni incapaci di reagire perfino alle dure penalizzazioni e alla gogna pubblica previste da questa competizione verranno infine messi in condizione di non nuocere.

Cosa potremmo chiedere di meglio per avere finalmente anche in Italia una «buona» università? Chi si oppone, di conseguenza, non è semplicemente un gufo o un rosicone. Può essere solo un «barone» o un servo di baroni, che merita di essere trattato, nella migliore delle ipotesi, come gli stolidi oppositori delle riforme, tutti liquidati come zelatori dell’ormai improponibile bicameralismo perfetto. Nel «nuovo» che avanza possono esserci – è vero – limiti, imperfezioni e perfino ingiustizie. Ad essi si potrà sempre porre rimedio. L’importante è aver tracciato la rotta.

All’opinione pubblica, ai nostri studenti e alle loro famiglie non chiedo di sapere cosa siano i «metadati bibliografici del prodotto, inclusi gli identificatori ISI WoS e Scopus» o di interessarsi della questione cruciale della «identificazione dell’addetto alla ricerca cui il prodotto è associato tramite il suo identificativo ORCID» (cito dalla versione definitiva del Bando di partecipazione alla VQR 2011-2014). Vorrei però che si aprisse almeno qualche spazio per chiarire che la protesta contro la VQR che si sta diffondendo nelle università italiane non è l’azione corporativa di professori che rifiutano di essere valutati. Sono i soldi dei cittadini a mantenere la libertà della scienza e del suo insegnamento e i cittadini hanno il diritto di sapere che questi soldi sono spesi bene. Questa protesta è anche responsabile, perché non ha colpito e non colpisce gli studenti.

Ciò detto, occorre riconoscere onestamente l’esistenza di due diverse faglie di conflitto, che in parte si sovrappongono e che occorre tuttavia tenere distinte. La prima corrisponde ad un conflitto dei professori con il governo per una rivendicazione legittima e chiaramente circoscritta. Il blocco degli scatti di anzianità, che costituiscono una parte rilevante del trattamento economico dei docenti universitari, così come degli altri lavoratori del pubblico impiego, è stato applicato in questo settore in modo differenziato e prolungato rispetto a tanti altri e nessuno si è mai preoccupato di spiegare quali fossero le colpe meritevoli di quella che molti percepiscono, oltre che come una punizione incomprensibile, come una lesione alla dignità del proprio impegno e del proprio lavoro. Questo è il vettore della protesta intorno al quale si è raccolto il consenso più ampio: l’astensione dalla VQR, in questa prospettiva, è uno strumento che non contesta, almeno apertamente e in linea di principio, la sua natura, i suoi obiettivi e l’uso che viene fatto dei suoi risultati.

C’è però una protesta che ha un fine diverso e che riguarda il rapporto fra le modalità con le quali la valutazione è stata introdotta in Italia e la missione dell’università. Anche questa è certamente una protesta contro il governo e contro il parlamento. Essa è però al tempo stesso – e bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome – il risultato di un conflitto fra professori. In gioco, in questo caso, c’è proprio il rifiuto di «queste» modalità di valutazione della loro attività (e non – lo ripeto ancora una volta – di una valutazione trasparente e rigorosa, a partire dal controllo del rispetto da parte dei docenti dei loro doveri nei confronti degli studenti), a causa degli effetti che esse hanno prodotto e che sono stati così riassunti in una petizione che ha già raccolto alcune centinaia di firme: «una politica di progressiva riduzione delle già scarse risorse coperta dalla parola d’ordine del merito; l’erosione del diritto allo studio e l’esasperazione di insostenibili squilibri fra le diverse aree del paese; la ricerca dell’eccellenza contrapposta al dovere dell’equità; la competizione con ogni mezzo contrapposta alla solidarietà e alla collaborazione che dovrebbero caratterizzare la vita dei nostri atenei; la mortificazione dell’impegno nella didattica come pilastro irrinunciabile della “missione” dell’università».

Sono professori i membri del Direttivo dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca. Sono quasi tutti professori i componenti dei Gruppi di Esperti della Valutazione. Molti saranno i professori fra coloro che giudicheranno il lavoro dei colleghi attraverso il meccanismo della peer review (sapendo chi stanno giudicando, mentre il giudicato non saprà chi gli ha dato il voto). Se la VQR si farà, di conseguenza, le ragioni di alcuni professori avranno «vinto» su quelle dei loro colleghi. È naturalmente possibile che non esista la relazione di causa ed effetto fra «questa» VQR e i fenomeni che ho ricordato o che sia ragionevole ritenerli, almeno a piccole dosi, il prezzo che è inevitabile pagare per aumentare l’efficienza e la qualità del sistema. Quello che non è possibile è liquidare questi punti come preoccupazioni da addetti ai lavori e rifiutare un confronto aperto e pubblico su di essi. Perché su tutti e in primo luogo sui nostri giovani ricadranno le conseguenze di queste scelte. Ecco perché la questione è squisitamente politica. Non è il conflitto che dobbiamo temere, ma l’indifferenza, la pigrizia e la rassegnazione.

Anche nell’Università le regole si fanno dopo il gioco, per accomodare i risultati della partita

Altan-ultimiRabbi Jaqov Jizchaq. Scrive il Sole 24 ore: «L’Anvur concede 15 giorni in più alle università per inviare le pubblicazioni scientifiche.» Tempo di VQR, ossia di valutazione della qualità della ricerca: «un esercizio di valutazione del quale è sempre più difficile accettare anche solo come “male minore” modi, obiettivi e conseguenze». Si obietta a coloro che dicono di rifiutare questa valutazione, che, come Bertoldo, non trovano mai l’albero giusto a cui impiccarsi, ma v’è del vero nelle parole sopra citate e vi sono fondate ragioni nella protesta che sta montando in molti atenei, compreso il nostro. Non foss’altro perché i criteri adottati sono tutt’altro che chiari e il tutto è circonfuso di un velo esoterico.

Soprassedendo, nevvero, sulle questioni economiche, che tanto qui si campa d’aria e come scrisse tempo addietro un famoso alcolomane, tutti i docenti universitari guadagnano diecimila euro al mese, rilevo difatti una schizofrenia nel sistema. Qual è l’effetto delle recenti riforme e ristrutturazioni, in una condizione in cui il turn over è fermo da anni (oltre che gli stipendi), col dimezzamento dei docenti? Non mi soffermerò oltre sui soliti aedi ubriachi e disinformati che scrivono sulle gazzette locali che ci sono “cento nuovi professori” (sic).

Si punta, secondo il VQR, a premiare l’eccellenza nella ricerca, ma al contempo si assiste fatalmente allo smantellamento di aree scientifiche basilari, indi si accorpano voluttuosamente corsi di laurea e dipartimenti. Qual è stata la prassi di questi ultimi anni? Per tirare a campà, con la moria di docenti, cioè per trovare i numeri necessari a non chiudere, si sputtanano i corsi di studio annacquandoli fino a renderli completamente insapori. Poi si tira fuori dal cilindro la distinzione fra università d’insegnamento e di ricerca (che nessuno sa, nell’attuale frangente, che cacchio voglia dire).

Per anni è sembrato che la ricerca fosse un optional. Coloro che reclamavano uno spazio maggiore per la ricerca pareva fossero marziani o potenziali perdigiorno che non volevano occuparsi del vero problema all’indomani dell’introduzione del 3+2 e successivamente con l’avvio dei massicci pensionamenti senza turn over, ossia coprire il fabbisogno nella didattica. Oggi si rigira la frittata eccedendo nella direzione opposta, e come è stato scritto, «Per chi aspira a “fare carriera” ogni ora trascorsa al servizio degli studenti appare come un’ora di tempo perso».

Così, per timore che dire “grazie” nuoccia all’aplomb di Lorsignori, si ringrazia con un metafisico pernacchione coloro che obtorto collo hanno profuso tanti sforzi tirando la carretta della didattica (magari per coprire assenteisti desaparecidos), incolpandoli di aver mancato ai propri doveri, dopo che li si è costretti a farlo. Inutile che il tapino si lamenti: «ma io l’avevo detto, che la ricerca è davvero importante, e voi non mi avete ascoltato»; è tempo di rivoluzioni (o di golpe), dobbiamo costruire l’uomo nuovo e non c’è tempo per recriminare e pensare a cosa farne di quello vecchio! Insomma, chi ha avuto, ha avuto, scurdammose ‘o passato.

D’improvviso infatti è spuntata l’ANVUR («Uhhhhhh! Tremate!!!! Io sono ANVUR, figlio di MIUR!» , il VQR e la SUA ed è la didattica a non contare più assolutamente niente. Senza dire che, con gli standard di produttività adottati, la valutazione del rendimento diventa tutta una cervellotica questione di mediane e di indici bibliometrici, “cravatte” e diagonali nei quali si subodora il fumus della presa per il didietro. Sembra che quanto detto sopra, ossia la polverizzazione d’intere aree scientifiche causata dall’uscita di ruolo senza ricambio e dallo sbando che ne è conseguito, non abbia a incidere sulla “qualità della ricerca” (!). Ora valgono altri criteri, c’è un nuovo cielo, una nuova terra, e com’è d’uso in questo paese, le regole spesso si fanno dopo il gioco per accomodare i risultati della partita.

Atenei: in Italia si discute della riduzione del loro numero mentre quello senese sta diventando una sede distaccata

Altan-vivacchiareRabbi Jaqov Jizchaq. …O Wort, du Wort, das mir fehlt… veramente non so più come spiegarmi: a parte il nonsense di andare in Procura per parlare dei “problemi” (una volta si andava in confessionale, in sezione, dal medico, dallo psicologo, dall’amante, all’osteria… ma perché in Procura?), leggo sul Sole 24 ore: «Con otto università, più di 180mila studenti (di cui 17mila stranieri) e numerosi centri di ricerca pubblici e privati, Milano è a pieno titolo un hub della conoscenza». Renzi addirittura parlò di soli “cinque hub della ricerca“.

Il proliferare ingiustificato di sedi locali, di Facoltà e corsi, si dice, ha provocato una vera e propria esplosione di parassitismi, clientelismi, baronie, corruttele. Ebbene, quanto a corsi, qui ci siamo andati pesanti, amputando anche organi vitali. Quanto a sedi distaccate non mi pare che anche a Siena si siano risolti gli snodi fondamentali (sapete a cosa mi riferisco), mentre l’intero ateneo corre il rischio di diventare esso stesso sede distaccata. Perché questo pare essere l’ulteriore passo che il sistema si accinge a compiere: lo sfoltimento degli atenei. Lo si condivida o no, questo processo non può essere rimosso e ignorato. Insomma, volenti o no, la cornice in cui si inserisce il discorso senese è questa: sopravvivenza di poche corazzate ed una flottiglia assai sfoltita di gozzi, canotti e trabaccoli al loro seguito e mi chiedo quale destino, se non quello del piccolo naviglio, può essere riservato ad un ateneo che sta perdendo molti settori di base.

Ebbene, sarà mai possibile che in Italia tutti i giornali di tutte le tendenze discutano di questo processo e a Siena, che è stata e forse è ancora nell’occhio del ciclone ci si abbandoni volentieri ad un trionfalismo assai prematuro e un po’ fuor di luogo, proponendo la falsa rappresentazione per cui tutto è rimasto come prima e dopo un prolungato letargo, ora l’orso si è svegliato (tutto intero) e si è rimesso in moto? Il Rettore dice che si è chiusa una pagina buia delle vicende finanziarie e che l’ateneo riparte; Grasso è Piccini avanzano pesanti e motivate riserve su ciò e francamente non capisco perché mai dovrebbero essere “attenzionati” da un pubblico ministero per questo. Ma anche ammettendo, senza concedere, che siamo al giro di boa e che l’ateneo sia in procinto di “ripartire”, quale “ateneo” ripartirà, cosa “ripartirà”, in quale contesto, dopo i radicali cambiamenti intervenuti e che interverranno? Di cosa si parla quando ci si riferisce a “l’ateneo”? Si può parlare di un’identità perdurante attraverso il tempo in un organismo così pesantemente amputato e modificato? E di certo la ripartenza di quello che “ripartirà” avverrà con l’accelerazione di una lumaca, mentre i processi sui quali mi sono soffermato, i pensionamenti e quelli che sintetizzo nuovamente qui sotto con le parole di vari editorialisti di varie tendenze politiche, approvando o disapprovando, corrono come le valanghe e rischiano di travolgerci.

Alessandro Cannavale. «…il nostro sistema universitario sta creando un solco tra atenei di serie A e di serie B. I primi sarebbero ubicati in un piccolo lembo di territorio nazionale compreso tra Milano, Bologna e Venezia.»

A. Virga. «La proposta è di agire in due direzioni. Da una parte, ridurre di numero le università, limitandosi a pochi poli d’eccellenza distanziati sul territorio e comprensivi di tutte le strutture d’istruzione superiore ivi presenti, consentirà di snellire la burocrazia e limitare gli sprechi, dal momento che tutte le strutture in un’area geografica sarebbero coordinate da un unico centro e che le risorse sarebbero concentrate su pochi punti ma in maggior numero. Queste università raccoglierebbero tutte le loro strutture in una o due città vicine, consentendo una maggior integrazione tra le facoltà e gli studenti e senza creare differenze tra sedi staccate che spesso, a parità di dignità nominale, finiscono per fornire servizi di qualità inferiore.» 

Ernesto Galli Della Loggia. «…la scelta politica di cui dicevo è consistita nel decidere di distribuire i fondi statali ai vari atenei in misura differenziata, premiando quelli che adempivano meglio a una serie di condizioni. Specificare in dettaglio è in questa sede impossibile. Basterà dire che di fatto tali condizioni (livello delle tasse richieste agli studenti, quantità e qualità della produzione scientifica dei docenti, livello delle attrezzature, livello di internazionalizzazione) sembrano studiate apposta per premiare gli atenei che sono già ai primi posti e ricacciare così ancora più indietro quelli che sono agli ultimi. Ciò che infatti da anni, come si è visto, sta regolarmente avvenendo, a danno soprattutto delle sedi meridionali. Ma paradossalmente ciò sta avvenendo senza che nessuno lo abbia discusso veramente. Senza che nessuno abbia discusso la questione cruciale. Vale a dire: che cosa si deve fare del sistema universitario italiano? Come deve essere? Puntare su poche sedi già oggi in buona posizione per cercare di farne dei veri centri di eccellenza di livello europeo può essere giusto, ma che fare allora delle altre e quali caratteristiche queste debbono avere?»

Giuseppe Cacciatore. «…Ormai si è ben capito che dietro il paravento dei parametri oggettivi di valutazione e dietro i numeri sta passando un disegno ben preciso: ridurre il numero delle università statali per favorire sempre più quelle private, continuare a penalizzare quelle al di sotto di Roma, così da poter creare un divario tra università di serie A e di serie B. Ma quel che è più grave è lo spreco di capitale umano nel paese, come ha denunciato il Rettore della “Federico II” Gaetano Manfredi.»

Francesco Sinopoli e Alberto Campailla. «L’assunto da cui partono i difensori di queste politiche è noto: bisogna sostenere le eccellenze. Un approccio primitivo ai problemi del nostro sistema di istruzione e ricerca che nasconde la copertura di interessi concentrati in alcune aree geografiche ben localizzate. Soprattutto un approccio mistificante perché l’assegnazione dei punti organico prescinde ampiamente da qualunque valutazione sulla qualità della ricerca o della didattica ma si basa su parametri di carattere esclusivamente patrimoniale e finanziario peraltro premiando chi aumenta le tasse agli studenti sforando il tetto massimo previsto dalla legge.»

Un confronto pubblico e franco sui temi dell’ateneo non può avere rilevanza penale nel mondo alla rovescia senese!

Bucoverita

Rabbi Jaqov Jizchaq. La Procura pare essere diventata l’autentica Agorà di questo ridente mondo alla rovescia senese, visto che per poter discutere in modo aperto e democratico di problemi che investono la comunità intera, il destino di una delle sue istituzioni più importanti e, in modo particolare, la vita di quella cospicua componente della comunità locale che all’università ci lavora, pare si debba correre il rischio di essere fatti oggetto di un’azione legale. Dunque una prece al pubblico ministero: vostro onore, quando verranno in Procura i rappresentanti dell’università, per favore interrogateli in modo stringente sui problemi intorno ai quali ho affannosamente cercato di richiamare l’attenzione dei lettori del blog, fino ad estorcere loro una risposta: sia che abbia ragione Piccini, sia che abbia ragione Riccaboni, infatti, essi non possono essere elusi. Buttarla in caciara, con una girandola di carte bollate serve solo a sfuggire momentaneamente all’inevitabile redde rationem e spero che l’esortare ad un confronto pubblico e franco sui seguenti temi non abbia rilevanza penale (nel paese alla rovescia):

1) che fine farà Siena nella cornice descritta, in ultimo anche nell’articolo di Galli della Loggia, di una silenziosa riduzione di molti atenei italiani medio-piccoli, principalmente del centro-sud, a “teaching universities” (che manco si sa cosa cavolo voglia dire) e del processo che vede emergere per ogni regione un ateneo eretto a dominus, e gli altri verosimilmente ridotti a sedi distaccate. Come si prepara Siena a questa eventualità? La risposta che ti danno se sollevi questo problema, in genere, è che tutto si trasforma, πάντα ῥεῖ: e però anche la putrefazione è una trasformazione!

2) con il dimezzamento in corso del personale docente, sono già state smantellate o in corso di smantellamento diverse aree scientifiche di base: con sgomento tendo l’orecchio, ma non odo alcun lamento da parte della “intellighenzia” locale; i sopravvissuti di questo terremoto, peraltro, non hanno davanti a sé un destino chiaro, visto che le aree smantellate non risorgeranno. Tutto ciò è l’opposto del corretto utilizzo delle risorse umane. Il giusto e a lungo atteso avanzamento di carriera di un certo numero di ricercatori non risolve il problema numerico legato ai “requisiti minimi”, sia in ordine alla preservazione dei corsi di studio, che dei dipartimenti, giacché era già personale di ruolo. Il numero di nuovi assunti sarà verosimilmente infinitesimo, se comparato a quello dei pensionandi. A livello nazionale il CRUI lamenta che si prospettino 1500 ingressi a fronte di 10.000 uscite negli ultimi 8 anni. Ribadisco che sarei curioso di sapere quanti saranno prevedibilmente i nuovi ingressi a Siena e in quali aree. La cornice generale è quella di un paese in cui il tasso di ingresso all’università si attesta intorno al 40%, contro la media Ocse del 60% e siamo l’unico paese in cui gli iscritti all’università diminuiscono: “Come risulta dal rapporto Ocse Education at Glance con il 20% di laureati nella fascia 25-34 anni, occupiamo il 34-esimo posto su 37 nazioni“. Alcuni sostengono che occorra perciò varare un “New Deal” dell’università per invertire la tendenza; altri che viceversa è il caso di prenderne atto e ridurre anche il numero di atenei: ma anche per impiccarsi – diceva la mi’ nonna – ci vuole il boia! Non è che basti meditare buddisticamente sugli stadi della decomposizione del corpo. Sta di fatto che non credo – con quello che abbiamo detto circa la sopravvivenza di “pochi hub” della ricerca – che sia perseguibile l’utopia di un ateneo “piccolo e bello” con poche specializzazioni. Nella speranza di non aver violato alcun articolo di legge o di fede o di buon senso, rinnovo gli auguri di buon anno. Capodanno in piazza, “Nessuna paura”. (La Nazione) “Nessuna speranza, nessuna paura”. Era scritto sul coltello del Caravaggio.

«Se vuole parlare di problemi nei conti dell’Università di Siena c’è sempre la Procura». Parola di Rettore!

Piccini-Valdesi-Riccaboni

Piccini-Valdesi-Riccaboni

Riferendosi alla conferenza-stampa del Rettore dell’Università di Siena, Laura Valdesi scrive: “Basta di conseguenza obiettare che Pierluigi Piccini ha definito l’indebitamento dell’Università tutt’altro che in fase di risoluzione, perché Riccaboni parta lancia in resta: «Avrà fatto qualche master, di sicuro è bravissimo. Se vuole parlare di problemi c’è sempre la Procura. Gli farò comunque avere questi dati.»”

Pierluigi Piccini. (…) Questi dati sarebbero il preventivo del 2016, bene ne prendo atto. Ma nel mio modo di fare c’è sempre l’analisi dei consuntivi, gli unici che fanno testo. I preventivi spesso si rivelano dei libri dei sogni, infatti l’inferno, come è noto, è lastricato di buone intenzioni. E non ho bisogno di altri dati perché quelli su cui ho lavorato sono i dati ufficiali dell’Università di Siena a disposizione di chiunque essendo pubblicati nel sito dell’ente. E per commentare ancora il bilancio dell’Università aspetterò la pubblicazione dei dati a consuntivo del 2015. Per quello che ho scritto riconfermo parola per parola, numero per numero. È chiaro che l’indebitamento è alto (100,2 milioni di euro, bilancio consuntivo 2014), al netto delle dismissioni dell’Ospedale e del San Niccolò. A questo proposito c’è da notare che questi ultimi sono interventi pubblici, che si configurano come veri e propri salvataggi, e, quindi, senza ricorrere al mercato, né a un significativo lavoro nell’attività tipica dell’ente. Nel caso, poi, dell’acquisto dell’Ospedale di Siena da parte della Regione in questi soldi c’è una parte anche delle imposte dei senesi. A questo proposito è necessario fare una considerazione più generale. Prendendo le tre presenze più significative della città la Fondazione, la Banca e l’Università la risposta alle proprie crisi è stata diversa. La Fondazione come si legge dai bilanci si è depauperata. La Banca e l’Università sono ricorse all’intervento pubblico, ma mentre la prima ha restituito il salvataggio ricorrendo agli azionisti, la seconda ha venduto asset patrimoniali e non è proprio la stessa cosa.

Ora arriviamo alla Procura. C’è bisogno della Procura per affrontare una discussione su un bilancio? Discutere di dati certi è l’unica cosa che sarebbe bene fare e non soltanto in questo caso, ma Siena non è più capace di affrontare le questioni in questo modo. Per troppo tempo si è cercato di bloccare chi criticava con la minaccia delle denunce. Si ricorre alla Procura quando c’è malafade, io non ho nessuna malafede se ce l’ha Riccaboni, ci vada lui. Ai segnali di febbre non tutti i soggetti interessati rispondono allo stesso modo c’è chi con 37,5 inizia a curarsi e chi con 39 non sente il bisogno di fare nulla.

A Natale i bambini devono credere alle favole! All’università di Siena ci credono anche gli adulti! Sempre!

Unisi-tacchino

Rabbi Jaqov Jizchaq. Un giornale locale (non dirò quale) definisce il comunicato del Rettore ”l’urlo liberatorio del guerriero che dopo aver sostenuto tante battaglie si ritira, da vincitore” (sic). Seguono “cento posizioni da professore” sbattute sul tavolo, come fiches sul tavolo del poker: benedette, certo, soprattutto per una quota di ricercatori invecchiati aspettando un passaggio di grado, ma vorrei capire (in relazione ai problemi di cui ai precedenti messaggi) quanti saranno i professori veramente “nuovi” e in quali aree e immagino già la risposta.

Adesso, senza nulla togliere e “senza nulla a pretendere”, come direbbe Totò, se posso interporre una nota dissonante in questa soave armonia, trovo che vi sia qualcosa di inquietante nel dipingere una situazione oramai completamente normalizzata: è come se si volesse celare all’opinione pubblica la realtà di fortissime trasformazioni in corso, il cui esito non è chiaro. Ma voi, popolo bue, non occupatevene, non è affar vostro, tutto va per il meglio; continuate a dormire, perché la vida es sueño. Auguro a tutti buone feste e ripropongo la triste storia natalizia avicolo-dickensiana del tacchino induttivista, originariamente dovuta a Bertrand Russell:

«Fin dal primo giorno questo tacchino osservò che, nell’allevamento dove era stato portato, gli veniva dato il cibo alle 9 del mattino. E da buon induttivista non fu precipitoso nel trarre conclusioni dalle sue osservazioni e ne eseguì altre in una vasta gamma di circostanze: di mercoledì e di giovedì, nei giorni caldi e nei giorni freddi, sia che piovesse sia che splendesse il sole. Così arricchiva ogni giorno il suo elenco di una proposizione osservativa in condizioni più disparate. Finché la sua coscienza induttivista non fu soddisfatta ed elaborò un’inferenza induttiva come questa: “Mi danno il cibo alle 9 del mattino”. Questa concezione si rivelò incontestabilmente falsa alla vigilia di Natale, quando, invece di venir nutrito, fu sgozzato”.»

I problemi dell’ateneo senese sono strutturali e stanno mutando per sempre il volto, il peso e la collocazione di Siena tra gli altri atenei toscani

 

Unisi2015

Rabbi Jaqov Jizchaq. È chiaro che quello dell’ateneo senese non è più un problema contingente, legato a una particolare congiuntura, una crisi passeggera, ma trasformazione strutturale e destinata a mutare per sempre il volto, il peso e la collocazione di Siena tra gli altri atenei toscani. Sarebbe interessante parlare di questo. Il rettore dice che i conti sono a posto; Grasso e Piccini dicono di no. Le alternative dunque sono queste:

1) Hanno ragione Piccini e Grasso; e allora le domande che molto umilmente ho sottoposto al blog sul destino dell’ateneo risultano ovviamente ineludibili. L’ateneo si accinge a perdere metà del suo corpo docente; non solo, ma lo fa a un ritmo accelerato, stando ai dati ufficiali, dai quali si evince che i docenti rimasti sono molti meno del previsto; il che vuol dire che intere aree scientifiche di base sono entrate pesantemente in crisi, sono state smantellate o si accingono ad esserlo, e se i conti sono in disordine, se dunque non si può contrastare questa tendenza, parimenti non è che si può seguitare a contemplare le ruine imprecando contro un destino cinico e baro.

2) Oppure ha ragione il Rettore. Ma allora, se potendosi considerare conclusa la fase di emergenza l’università può ricominciare a guardare al futuro, “a fortiori” occorre definire con maggiore esattezza tutte le questioni con le quali vi ho ammorbato nei precedenti messaggi. Ovviamente non è che domani all’alba verranno banditi 500 posti per rimpiazzare quelli perduti; anche confidando nella promessa renziana di finanziare un migliaio di ricercatori, a Siena di questi ne toccherà se va bene una manciata, dunque le risorse, ammesso che ve ne siano, saranno centellinate e sarebbe utile capire in quale direzione investirle. L’ateneo sarà comunque, anche in questo caso, pesantemente ridimensionato e il rapporto con gli altri atenei regionali è tutto da chiarire.

Dunque in entrambi i casi, è sicuro che le aree entrate in crisi non risorgeranno più, almeno nel prossimo ventennio, cambiando il volto dell’ateneo: curioso che questa sia vista come un’operazione meramente burocratica da affidare ai ragionieri; ma dov’è l’intellighenzia locale? E poi, anche qui, l’idea balorda di ristrutturare “accorpando”, cioè prendendo chi in quelle aree ancora ci lavora e buttandolo a fare qualche cosa da qualche altra parte, rivela una mentalità da sensali, che non vedo come si possa conciliare con le richieste della SUA e del VQR: c’è solo da augurare a coloro che ragionano così di essere operati ad un rene da un egittologo.

Insomma, qualunque sia la verità sullo stato attuale dei conti, non credo che le questioni che ho elencato nei precedenti messaggi possano essere eluse. Proprio in questa fase pre-elettorale occorrerebbe anzi che fossero poste apertamente all’ordine del giorno: perché non lo si fa? Perché non ci si sbottona (a parte i proclami sulla “Life Valley”, retorici quanto quelli intorno alla “capitale della cultura”)?

Perché il “Magnifico” Riccaboni non si sottopone a un pubblico confronto sul cosiddetto “risanamento” dei conti dell’Ateneo?

Pierluigi Piccini-Angelo Riccaboni-Giovanni Grasso

Pierluigi Piccini-Angelo Riccaboni-Giovanni Grasso

Pierluigi Piccini. (…) Io credo che ci sia un problema centrale (l’Azienda Ospedaliera) che rimane abbastanza nascosto come problematica. La questione dell’Area vasta va affrontata nel merito. Bisogna capire le funzioni, come verrà realizzato, ma non credo che il problema sia lì, nell’Area vasta. Il problema è che fine fa l’Azienda Ospedaliera, perché mi sembra che ci sia una convergenza di interessi fra Riccaboni e Rossi sul contenimento di un centro di costo (l’Azienda Ospedaliera), perché è quello che produce più “indebitamento” da parte di Siena e che, credo, la Regione non si possa permettere di avere questi livelli di Aziende Ospedaliere a Pisa, Firenze e Siena. Credo che il Rettore non abbia difeso a sufficienza l’Azienda Ospedaliera. Credo, anche, che la battaglia sarà, nel prossimo futuro, proprio su questo argomento, perché la fine dell’Azienda Ospedaliera vuol dire la fine della Facoltà di Medicina a Siena. Le due cose sono fortemente collegate insieme. E io non capisco come mai noi dobbiamo avere, unica realtà in Italia, due corsi di Laurea in Lettere, uno a Siena e uno ad Arezzo (che a noi crea un problema di denaro, gestionale), e poi non fare la battaglia, viceversa, per l’Azienda Ospedaliera o sottovalutare quel tipo di operazione. Se Arezzo vuol fare l’Università in “Lettere”, la faccia! Non vedo perché dobbiamo essere noi a farla. La faccia! Non capisco come mai Riccaboni è così collegato ad Arezzo. È vero che è stato prorettore, è vero che ha seguito per conto di Tosi il bilancio dell’Università. Anche su questo bilancio dell’Università tagliamo, per favore, la testa al toro una volta per tutte. La spesa corrente non è l’indebitamento, è inutile che tutte le volte, tutti gli anni, ci si mette la medaglia perché ho fatto gli utili sulla spesa corrente. Il problema è che l’indebitamento è rimasto uguale; cioè io posso contenere i costi sul conto economico, ma poi sul conto patrimoniale l’indebitamento è rimasto uguale. Per favore, anche i giornalisti quando fanno gli articoli, i due bilanci cerchiamo di metterli insieme, perché se non li metti insieme non si capisce effettivamente la situazione in cui si trova l’Università. Ma a parte questo, io credo che la battaglia sull’Azienda Ospedaliera si debba fare ora. Si faccia su chi sarà il prossimo Rettore: che deve venire dall’area biomedica, perché deve salvaguardare l’Azienda Ospedaliera. E attenzione, perché le famiglie che dicevo prima si sono mosse; chi in una logica di continuità con il passato, chi in una logica, invece, di difesa effettiva dell’Azienda Ospedaliera a Siena. E tenete anche conto che quel famoso FFO di 114 milioni, un 30% circa va alla ricerca; quindi sarebbe opportuno avere la ricerca.

Pierluigi Piccini. Mi vedo costretto a fare delle precisazioni dopo il confronto di lunedì con Scaramelli. Alla fine dell’incontro mi si è avvicinato un signore che con molta cortesia mi ha fatto presente che il mio argomentare sull’Università non era corretto. Più precisamente che l’indebitamento dell’Ateneo senese era ormai in fase di risoluzione. Non convinto di questa affermazione e avendo in testa altri numeri sono andato a controllare il bilancio del 2014, l’unico che al momento fa testo. Allora: nonostante il risultato positivo di gestione per 10,1 milioni di euro, il patrimonio netto rimane negativo per 15,8 milioni di euro, con un importo totale del debito pari a 100,2 milioni di euro e il tutto dopo aver alienato il San Niccolò per un importo di 74 milioni di euro e le Scotte, alla Regione Toscana, per 108,0 milioni di euro. Se ci fossero ulteriori precisazioni, rimango in attesa.

Giovanni Grasso. Le precisazioni di Pierluigi Piccini, corrette e condivisibili, si riferiscono al bilancio 2014. Ed è proprio questo il punto! Quanto quel bilancio è attendibile? Anche il Bilancio unico dell’esercizio 2013 (approvato il 29 ottobre 2014, con sei mesi di ritardo e pubblicato, dopo un sollecito del sindacato Usb, sull’home page dell’Ateneo solo il 9 gennaio 2015) si chiude con un avanzo di competenza di +6,91 milioni di euro, un utile di esercizio di +9,04 milioni di euro e un disavanzo di amministrazione di −42,83 milioni di euro. Eppure, aspetto dal 14 maggio 2015 che il “Magnifico” chiarisca alcune incongruenze di quel bilancio che, ovviamente, si ripercuotono anche su quello dell’esercizio 2014. Com’è noto, le partite di giro devono rappresentare un’entrata e un’uscita “senza rilevanza economica o patrimoniale” e devono essere inserite tra le voci degli accertamenti incassati e degli impegni pagati. Così non è stato per il rendiconto finanziario 2013, dove un’impropria allocazione delle partite di giro ha portato a un avanzo di competenza di +6,91 milioni di euro, mentre il suo corretto inserimento porterebbe a un disavanzo di competenza di −3,5 milioni di euro. Perché il “Magnifico” non si sottopone a un pubblico confronto sul cosiddetto “risanamento” dei conti dell’Ateneo?