Alla ricerca del senso comune per risollevare le sorti dell’Università di Siena

Report2012Sensomisura

Nei primi cinque anni di vita de “Il senso della misura” e con tre diverse piattaforme, ci sono stati, fino al gennaio 2012, circa 914.270 contatti. Con la nuova piattaforma, WordPress ha preparato un “Report 2012Il senso della misura” con alcuni suggerimenti e dati statistici, come le 110.000 pagine lette nell’anno appena concluso. Formulo gli auguri di Buon Anno ai lettori de “Il senso della misura” con l’auspicio che, per il 2013, i vertici dell’Università di Siena recuperino non il buon senso (sarebbe troppo chiederlo!) ma il semplice senso comune, indispensabile a risollevare le sorti dell’Università di Siena.

Domani il CdA dell’ateneo senese approverà un altro danno erariale di sedici milioni d’euro

                Arnold Böcklin, "The Isle of the Dead", 1883

Arnold Böcklin, “The Isle of the Dead”, 1883

La domanda è semplice! Possono, un rettore irregolarmente eletto, un direttore amministrativo condannato dalla Corte dei Conti e un Consiglio d’Amministrazione ormai scaduto, approvare un provvedimento che penalizza l’ateneo senese di oltre sedici milioni d’euro, con evidente danno erariale? Questi i fatti! Il rettore – un tecnico in economia che, dopo il dissesto economico-finanziario del settembre 2008, non ha ancora approntato il necessario piano di risanamento strutturale – ha deciso di non pagare per i prossimi cinque anni le rate dei mutui contratti dall’Ateneo con la Banca Monte dei Paschi di Siena. In tal modo, il congelamento delle rate (sette milioni d’euro l’anno) porta ai seguenti risultati: allungamento di cinque anni delle scadenze dei mutui e ripresa del pagamento, il 31 dicembre 2017, gravato del maggior onere finanziario di sedici milioni d’euro, corrispondenti a interessi maturati nel periodo di moratoria. Del resto, le roi soleil de’ noantri ha dichiarato d’essere stanco delle crisi di liquidità dei primi due anni del suo mandato e di volersi dedicare, per i prossimi quattro anni, a investire nello sviluppo dell’ateneo. Perciò, servono nuove risorse. Di seguito alcuni interrogativi e rilievi di legittimità che, mi auguro, possano convincere i consiglieri di amministrazione (per giunta a fine mandato) a non approvare, domani, tale delibera. È legittimo, questo provvedimento, in assenza di un serio piano di risanamento strutturale e con un indice d’indebitamento, il più alto del paese (pari al 38%), che esclude nuove forme d’indebitamento? E che dire del danno erariale che si determina con il congelamento delle rate dei mutui pari a un maggior onere nominale per interessi superiore a sedici milioni di euro? È possibile l’approvazione di tale delibera senza la necessaria autorizzazione dei competenti Ministeri (Miur e Mef) e l’obbligatorio parere del collegio dei revisori dei conti?

Articolo pubblicato anche da:

il Cittadino Online (20 dicembre 2012) con il titolo: «L’Università non pagherà le rate dei mutui contratti con MPS: il cda dell’ateneo approverà un danno erariale di 16 milioni di euro».

Primapagina online (22 dicembre 2012) David Busato: «L’Università di Siena approva il bilancio: chiusura dell’anno tra luci e ombre».

Altra patacca dei vertici dell’Ateneo senese

Fontana-Trevi-Toto-Truffa

Ci odiate di più? Chissà…

Rsu d’Ateneo, Cisal, Cisapuni, Flc-Cgil, Cisl, Ugl-Intesa, Uil-Rua, Usb P.I. – Si è svolta nel pomeriggio di ieri una seduta di contrattazione sul salario accessorio 2012 e sulla distribuzione dello straordinario 2011. Il 21 ottobre 2012 come OO.SS. avevamo presentato una piattaforma con una serie di richieste che discendevano dal nostro CCNL, tra le quali il pagamento dell’indennità mensile d’ateneo (IMA) non sottoposta a valutazione e prevista per tutti. L’IMA non è una parte del salario accessorio legato alla produttività, ma un’indennità mensile (circa 50 euro lordo lavoratore) da corrispondere in dodici mensilità a tutto il personale tecnico ed amministrativo così come previsto dall’art. 41 del CCNL 2002-2005, e ripreso dal CCNL 2006-2009 tuttora vigente.

Ci è stato invece proposto di sottoporre l’IMA a valutazione, ma non possiamo accettare ciò che  va contro le norme né possiamo soggiacere al ricatto di dare carta bianca e comprimere i nostri diritti o restare senza salario accessorio di fronte al quale ci pone l’amministrazione. In numerose  sedute di contrattazione  ed anche ieri di fronte alle nostre richieste e alla difesa del CCNL, la Direttrice Amministrativa ha usato bieche e neppur  tanto velate minacce come quella  di non destinare risorse aggiuntive, i risparmi da straordinario, nel fondo per il salario accessorio se non ci fossimo piegati al volere dell’amministrazione. Valutiamo particolarmente grave l’uso della leva economica per piegare le OO.SS. e la RSU, tanto più che la destinazione di risorse aggiuntive va nella direzione di giovare più che altro al Rettore e al DA che, diversamente, non riuscirebbero a remunerare  alcune  responsabilità che gli stanno più a cuore.

Noi però non cediamo e di fronte all’ennesimo tentativo della Direttrice Amministrativa di spingere le OO.SS. e la Rsu a fare scelte che ci danneggiano abbiamo  abbandonato il  tavolo. Non è stata una scelta facile, ma di fronte alla sordità dei vertici di questo Ateneo, non possiamo prenderci/vi ancora in giro. Il Rettore ha provato a gettare addosso a noi la responsabilità della mancata erogazione del salario accessorio, ma sa bene che se vuole può applicare la legge, emanando un atto unilaterale provvisorio per il 2012. Se ne deve assumere, però, la responsabilità politica di fronte a tutto il personale e all’opinione pubblica. Per due anni Rettore e DA hanno potuto addossare ai revisori dei conti e al MEF la responsabilità di non saper chiudere un contratto integrativo, ma ora non ci sono più scuse e non possono scaricare su altri le proprie  responsabilità.

Rettore e Direttrice Amministrativa vorrebbero imporci la valutazione dell’IMA, collettiva per il 2012 e individuale per il 2013, ma noi non possiamo andare contro il CCNL né possiamo soggiacere a politiche padronali che vorrebbero dare continuità  alle  pressioni che tutto il personale  sta vivendo da diversi  mesi a causa  di  una riorganizzazione avventata. Accettare la valutazione dell’IMA porrebbe ancora una volta il nostro Ateneo a livello nazionale come apripista di un tentativo dei ministeri di svuotare il CCNL di valore. Non abbiamo neppure accettato il ricatto sullo straordinario 2011, la vera farsa delle relazioni sindacali degli ultimi 3 anni. Sono anni che poniamo la questione in trattativa e che pretendiamo una soluzione.

Ieri ci è stato proposto lo stesso regime di pagamento di ore in esubero per il 2011 e per il 2012. La Direttrice Amministrativa non vuole tenere conto del fatto che il 2011 è una sanatoria, mentre per il 2012 si potevano trovare soluzioni più giuste. Se per il 2011 la proposta era pagare dalla 41esima ora alla 190esima, già di per sé dura da digerire, per il 2012 si sarebbe dovuto fare un ragionamento non solo numerico, e pagare semmai dalla prima ora alla 100esima. L’impegno di tanti in questo anno di riorganizzazione non si è esplicitato solo in tante ore di esubero ma se pagassimo dalla 41esima ora molti si vedrebbero tagliati fuori. Tutto questo però non interessa ai vertici di questo Ateneo, per loro le nostre proposte sono una perdita di tempo. Ieri non gli interessava altro che chiudere un accordo sullo straordinario 2011-2012 per pagare coloro a cui avevano promesso qualcosa, e far vedere che avevano ottenuto l’avallo delle OO.SS. e della RSU. Ora ci viene detto che se non abbiamo risolto la questione dello straordinario la colpa è nostra solo perché abbiamo chiesto criteri chiari e non discriminatori tra il personale. Forse siamo attaccati su questo punto perché gli intenti erano diversi? Si erano fatte promesse che ora non si riescono a mantenere? Si volevano fare figli e figliastri?

La Direttrice Amministrativa in una delle ultime sedute di contrattazione ci ha urlato contro nel corridoio: “Tutti vi odiano perché non volete accettare niente”. Diversamente da chi ha la responsabilità  dell’amministrazione  e che evidentemente pensa di avere una mission caritatevole,  noi non facciamo sindacato per essere amati, ma soltanto per far valere i ‘giusti diritti’ previsti dall’ordinamento, quei diritti che forse qualcuno, con odio più che con amore, vorrebbe calpestare. Siamo disposti a tornare al tavolo quando i nostri vertici decideranno di togliere la questione dell’IMA valutata dal contratto integrativo, e quando saranno disposti a discutere di straordinario 2012 in modo concreto.

Mai che ne facciano una giusta, all’università di Siena!

RiccascopinoCome distruggere ogni piccola iniziativa

USB P.I. Università di Siena. È uscito da pochi giorni il Bando per la mobilità Erasmus Staff Training 2012/2013, tutto sembra uguale agli altri anni ma… al paragrafo 5 c’è l’inghippo! Come gli altri anni il periodo che si può passare all’estero varia da una a sei settimane, ma quest’anno c’è la sorpresa! La prima settimana è formazione… il resto, deciso dalla nostra lungimirante e moderna amministrazione, te lo fai di ferie, se vuoi proseguire la borsa!!! Ma chi prende queste decisioni si rende conto dell’utilità di queste borse e di come il personale che ne usufruisce partecipi ad attività di elevata formazione inerente al proprio lavoro? Perché limitare i tempi in questo modo? Questa limitazione svilisce l’esperienza e la rende del tutto inutile.

Lor signori pensano che i dipendenti e i propri responsabili non siano in grado di capire e decidere quanto tempo sia loro necessario per rendere proficua un’esperienza? Da chi deve essere fatta questa università: da persone consapevoli del proprio ruolo e desiderose di migliorare nel proprio lavoro o da fantocci che devono fare solo presenza (timbro dunque sono) e non alzare la testa dalla loro scrivania per guardarsi intorno e, magari, anche apportare qualche miglioramento in questa università sempre più decadente? E la Comunità Europea perché ci dà questi soldi: per fare una vacanza in Francia o in Inghilterra o per amalgamare i popoli che la compongono e scambiare “buone pratiche”?

C’è poi la questione della borsa Erasmus che viene finanziata fino ad un massimo di € 900. Il nostro Ateneo sottopone la borsa a tassazione. L’Agenzia delle Entrate, a quanto ci risulta, con la risoluzione n. 109/E del 23 aprile 2009, ha chiarito che le borse di studio finanziate dalla Comunità europea ed erogate nell’ambito del programma Erasmus Mundus sono escluse dall’imponibile Irpef e non rilevano ai fini della determinazione della base imponibile Irap delle Amministrazioni pubbliche che le erogano. Ora, pur non essendo queste borse del programma Erasmus Mundus, ma venendo erogate per lo stesso genere di finalità, non può ritenersi corretto lo stesso trattamento? In altre università non operano alcuna tassazione delle borse Erasmus. Da quanto incorriamo in questo errore e a danno di quanto colleghi? Chiediamo una ricognizione sulla questione e che sia assunta una soluzione anche per il passato.

Ci sono anche alcuni aspetti pratici: a) il viaggio può essere rimborsato se si parte e si ritorna entro due giorni dalla data di attivazione del periodo all’estero; b) la relazione finale come deve essere scritta: “Una settimana di formazione e cinque di vacanza pagata dalla Comunità Europea”? Forse, chi ha inserito questa modifica nel bando farebbe meglio a occuparsi dei problemi della nostra università invece di perdere tempo a distruggere una bella e sana esperienza di 18 persone dipendenti! Per favore, non togliete dignità anche a questa esperienza, non se ne può più!

Il rettore risponda pubblicamente a questo inaudito comportamento

Rsu d’Ateneo, Cisal, Cisapuni, Ugl-Intesa, Uil-Rua, Usb P.I. – Apprendiamo con profondo sconcerto da un comunicato dei colleghi dell’USB.P.I. che l’Amministrazione avrebbe preso accordi con la Questura in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Accademico onde coinvolgere dei colleghi nel servizio d’ordine al Rettorato durante la cerimonia e, con altrettanto profondo sconcerto, apprendiamo che molti dei colleghi interpellati hanno effettivamente svolto tale ruolo. Riteniamo che questo modo di operare sia gravemente lesivo dei diritti dei lavoratori, dei dipendenti della cooperativa e degli studenti che esercitavano il proprio legittimo dissenso nei confronti dell’Amministrazione. Chiediamo perciò al Rettore che divulghi tutta la documentazione inerente alla problematica in oggetto e che risponda pubblicamente e per iscritto di questo inaudito comportamento suo, dell’Amministrazione che rappresenta e dei colleghi che hanno svolto il ruolo illegittimamente assegnato, riservandoci comunque di adire tutte le sedi competenti alla tutela dei diritti che riteniamo gravemente lesi.

Ultimo atto sulle elezioni del rettore dell’università di Siena

Riccabonigregario

Una scena ripresa da tutte le Tv. Alcuni tifosi intenti a spingere due ciclisti del gruppo di testa lungo la salita, pochi metri prima del traguardo. Incredibilmente, non ci furono polemiche sulla vittoria di uno dei due. Il secondo classificato non fiatò. Non manifestarono alcun disappunto neppure le squadre sportive. Zitti gli organizzatori! Il direttore di gara invitò la madrina di turno a salire sul palco per consegnare la coppa al “vincitore”, il quale, raggiante e senza alcun disagio, la sollevò sulla sua testa con entrambe le mani. Non disdegnò neppure di spruzzare spumante sui presenti, di berne un sorso direttamente alla bottiglia e di mettersi in posa, tra due ragazze, per le foto di rito. Purtroppo, per il vincitore, la Federazione Ciclistica Italiana, dopo una veloce indagine, chiese il rinvio a giudizio dei responsabili che, si scoprì in seguito, erano minorenni in vena di scherzi. Ai giornali sportivi che avevano parlato della vicenda, il vincitore chiese di pubblicare la seguente rettifica: «Sono costretto a ribadire che non sussiste alcuna richiesta di rinvio a giudizio che mi riguarda nell’ambito dell’inchiesta relativa alla vittoria della tappa e chiedo che la mia precisazione venga pubblicata con il giusto risalto per contrastare l’impatto lesivo provocato». Come se l’inchiesta non riguardasse proprio la sua vittoria!

Scherzi a parte, tutto ciò è accaduto nell’università degli Studi di Siena, che, ormai, ci ha abituato a tutto. Anche a elezioni del rettore inequivocabilmente irregolari, al punto che la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Siena ha chiesto il rinvio a giudizio dei membri del seggio e della commissione elettorale. Fra poche ore si conosceranno le decisioni del Gup.

Articolo pubblicato anche da: il Cittadino Online (12 dicembre 2012) con il titolo «Università: ultimo atto sull’elezione del rettore

Se i poveri pagano l’università ai ricchi

IchinoTerlizzese

Dal “Corriere della Sera” (12 dicembre 2012)

Andrea Ichino e Daniele Terlizzese. La campagna elettorale è di fatto aperta. La nostra speranza è che l’università sia al centro del dibattito, per le sue implicazioni riguardanti la crescita e l’equità sociale. Il confronto non dovrebbe però essere contaminato da controversie su questioni non controvertibili, perché riguardanti dati di fatto. Una di queste è se sia vero o no che in Italia i poveri pagano l’università ai ricchi. Nei giorni scorsi, Francesco Giavazzi l’ha affermato; Marco Meloni (responsabile Pd per l’università) l’ha messo in dubbio (vedi www.lavoce.it). Che cosa dicono i dati? Che il finanziamento universitario opera ogni anno un trasferimento ingente, circa 2,5 mld di euro, dalle famiglie con reddito inferiore ai 40.000 euro lordi annui a quelle con reddito superiore. Non si può discutere di diritto allo studio e di finanziamento dell’università se prima non si riconosce questa macroscopica e odiosa ingiustizia.

Le famiglie con un reddito fino a 40.000 euro sono il 93% del totale dei contribuenti e pagano solo il 54% del gettito Irpef, dato che questa è una tassa progressiva (Dipartimento delle finanze). Quindi queste famiglie finanziano attraverso l’Irpef il 54% di quanto lo Stato dà all’università, con un contributo di 4,9 mld di euro. Tuttavia da esse proviene solo un quarto degli studenti universitari italiani, mentre dal 7% di famiglie più ricche vengono i restanti tre quarti (Banca d’Italia). Le famiglie più povere ricevono perciò, sotto forma di istruzione, un quarto di quanto lo Stato spende per gli atenei: circa 2,2 miliardi. La differenza tra quanto pagano e quanto ricevono (2,7 mld) è un regalo alle famiglie più abbienti. È vero quindi che, in proporzione al loro reddito, i più ricchi pagano più Irpef, ma non in misura tale da compensare l’uso maggiore che essi fanno dell’università. Tenendo conto delle altre imposte, che sono sicuramente meno progressive dell’Irpef, l’entità del regalo aumenta.

Cambiano le conclusioni considerando le rette universitarie? No. La loro somma, per legge, non può superare il 20% dei bilanci degli atenei. Inoltre la loro struttura è marcatamente regressiva: da un rapporto di Federconsumatori si desume che, in proporzione al reddito, le rette incidono per il 15,6% sui redditi più bassi, ma solo per il 4,3% su quelli di 40.000 euro, fino a quasi annullarsi a livelli ancora più alti. I ricchi pagano di più, ma non molto; tenendo conto delle rette di iscrizione, il regalo che ricevono dai poveri resta comunque di 2,4 mld. E sarebbe di 2,2 mld anche se le tasse universitarie, rimanendo ai bassi livelli attuali, fossero interamente pagate dai più ricchi.

È un trasferimento inaccettabile, che si perpetua solo perché i più ignorano come stanno realmente le cose. Che possa essere maggiore in Paesi dove l’università è del tutto gratuita non lo rende meno odioso e paradossale. Una volta che questi fatti siano riconosciuti da tutti, possiamo discutere di come venirne fuori. E qui le prospettive, legittimamente, possono essere diverse. Una, a cui forse aspira Meloni, potrebbe essere che tutti i giovani frequentino l’università, così come già frequentano la scuola dell’obbligo. In questo modo tutti ne fruirebbero in modo uguale ma i ricchi pagherebbero di più per via del prelievo fiscale progressivo, e il paradosso scomparirebbe.

Ma si tratta di una prospettiva realistica, o desiderabile? Certamente vanno rimossi tutti gli ostacoli che scoraggiano i ragazzi poveri e di talento dall’acquisire un’istruzione superiore. La qualificazione «di talento» non è però un inciso retorico, va presa sul serio. Il sistema universitario è la modalità con cui la società trasmette la frontiera più avanzata della conoscenza a chi è meglio in grado di riceverla ed estenderla. È un sistema intrinsecamente elitario, perché si fonda su un’ineliminabile disuguaglianza nelle capacità delle persone. È una disuguaglianza che non deve dipendere dalla ricchezza della famiglia d’origine, e bisogna fare ogni sforzo per rompere questo legame; ma così come non è possibile che tutti vadano alle Olimpiadi, è inevitabile che alcuni siano più di altri in grado di prendere il testimone della conoscenza. Ciò non è in contrasto con la nostra Costituzione (art. 34), dove stabilisce il diritto di «raggiungere i gradi più alti degli studi» per i «capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi». Anche questa è una qualificazione importante e spesso trascurata: non per tutti, solo per i capaci e meritevoli. La scuola è e deve essere per tutti: è lì che si devono davvero creare le pari opportunità. L’università è altra cosa. Chiunque vinca dovrà ripensare al suo finanziamento.

E intanto il gagà (che non è la lady) dell’Ateneo di Siena si trastulla inaugurando l’anno accademico di un’università di contrada

UnisigagaRabbi Jaqov Jizchaq. Faccio mia la celebre frase di Bernanos, secondo cui gli intellettuali dovrebbero essere considerati idioti, fino a prova contraria. Trovo del resto sconvolgente il fatto che molta intellighenzia senese accetti la situazione in cui versa il proprio ateneo come una catastrofe naturale (un terremoto, un’inondazione, qualcosa di cui accusare la natura matrigna), con la rassegnazione che segue contemplando lo scatenarsi delle forze della natura. I politici non ne parlano proprio, se non con frasi generiche e nebulose. Ma sulla base delle considerazioni che ho cercato di sviluppare nei miei precedenti messaggi, quando si parla del futuro dell’ateneo, suggerirei di smettere di parlare de “l’università di Siena” latu sensu, prescindendo dalle dinamiche in corso, come se fosse un corpaccione unico che o si salva o perisce tutto intero, mentre è sotto gli occhi di tutti che si sta disarticolando, non si sa se abbia una testa, ha perso via via dei pezzi e ne perderà ancora molti: perderà in definitiva i connotati di ateneo semi-generalista, per diventare cosa, non si sa bene.

Abolirei cioè questa locuzione: “l’università di Siena”, se prima non si è chiarito, dicendolo esplicitamente, di quale università stiamo parlando, chi sono i salvati dalla imperscrutabile volontà del Magnifico e quale inferno è riservato ai sommersi: al netto di un certo numero di cose che andavano chiuse in nome della decenza (ma non dimenticando quelle che invece, con oltraggio alla decenza, non sono state chiuse) la cosa di cui mi sono convinto è che il succedersi di riforme e riforme delle riforme dei corsi di laurea, il progressivo venir meno dei livelli specialistici e dei dottorati, abbiano di fatto disintegrato ogni idea di didattica ben strutturata: è abbastanza evidente che questo è l’humus dove prosperano i lestofanti e gli incompetenti che vendono la scienza un tanto al chilo («Di mestiere sono tipografo; però commercio nel campo dei medicinali; e sono pure attore – attore tragico, capisci –; quando ci ho l’occasione faccio sedute di ipnotismo e frenologia; qualche volta giusto per cambiare insegno geografia cantabile; ogni tanto faccio delle conferenze… Oh faccio un sacco di cose», M. Twain, “Le avventure di Huckleberry Finn”).
 Da un lato c’erano i governi e le burocrazie, torturatori che premendo quasi esclusivamente sulla leva dei “requisiti di docenza” (cioè del numero di professori necessario per tenere in piedi un corso), avvitavano la garrota di norme sempre più stringenti e oramai addirittura paranoiche (in presenza di numerose ed imminenti uscite di ruolo, naturali o con prepensionamenti, e del blocco del reclutamento), dall’altro lato le Facoltà che cercavano di sfuggire alla tortura eludendo le norme (già di per sé ambigue) con esegesi opportunistiche.

Adesso siamo giunti a un punto di non-ritorno e per un pezzo cospicuo de “l’ateneo” bisognerebbe avere il coraggio di dire che non c’è più niente da fare, e che da qui a breve saremo semplicemente nell’impossibilità di fare qualsiasi cosa. Ma né il rettore, né i politici parlano mai di questo. Io un’ideuccia, non utopistica, né originale, né peregrina, l’avrei formulata, ed è quella di un’integrazione fra i tre atenei che insistono sul territorio regionale, in modo da consentire la sopravvivenza, almeno in una sede, di corsi di laurea e discipline, concentrando in quella sede gli studiosi oramai isolati e messi nelle condizioni di non agire nelle sedi restanti. È quello che fanno altri paesi europei di fronte ad analoghi problemi, dicendolo esplicitamente e non attendendo la putrefazione.

L’occasione svanita della venuta del ministro a Siena, sarebbe stata propizia per sottoporgli questo semplice quesito: atteso che di soldi non ce ne sono, il ministero pensa di esaurire la sua funzione riformatrice e organizzatrice nella mera interdizione, come in un manicomio prebasagliano provvedendo esclusivamente alla contenzione degli agitati, e seguitando ad inviare “circolari” intorno a ciò che non si può fare, pur constatandone l’inutilità, visto che oramai non si può fare più niente? Dice il ministro: “per avere dei buoni ricercatori, occorre avere dei buoni studenti”. Ma come fanno a esservi dei buoni studenti, se non vi sono dei buoni corsi di laurea? Come fanno i buoni docenti ad insegnare in pessimi corsi di laurea privi di qualsiasi struttura?

I vertici dell’Ateneo senese rigorosi con gli altri, mai con sé stessi

Ines-FabbroLega Nord Toscana. La Lega Nord di Siena esprime la massima preoccupazione per la drammatica situazione che stanno, oggi, vivendo i dipendenti della Cooperativa “Solidarietà”, che lavorano presso l’Università degli Studi di Siena. Infatti, il Direttore Amministrativo dell’Ateneo, Ines Fabbro, ha proposto di prorogare la convenzione, ridotta del 50%, per 6 mesi alla cooperativa “Solidarietà” e affidarla, in seguito, a Manutencoop, società aggiudicataria del contratto. La proposta della Fabbro, stando a quanto ci risulta, riguarderebbe una proroga non alla tariffa attuale, quanto, piuttosto, a quella alla quale la Manutencoop si è aggiudicata la gara, a una cifra di per sé insostenibile, che non permette neppure la copertura dei costi vivi del personale attualmente in forza.

Tale ipotesi rischia seriamente di costringere la Cooperativa “Solidarietà” ad abbandonare l’appalto, per non subire una perdita elevatissima. È questo quel che vuole il Direttore Amministrativo? È così che un’Istituzione difende i posti di lavoro nel senese?

Che dire, poi, dei lavoratori diversamente abili, che pare, nel caso di proroga della convenzione, la Fabbro non vorrebbe nell’organico «perché l’Università può ottemperare allo scopo sociale assumendo direttamente soggetti svantaggiati»? È così che la Fabbro intende tutelare la situazione di questi lavoratori, che vedrebbero interrotto quel percorso di reinserimento sociale che dura da 15 anni, con gravissime ripercussioni per la loro vita sociale, ma anche per la Comunità, visto che i Servizi Sociali se li ritroverebbero nuovamente in carico?

In nome di un merito retorico e salvifico, invocato ma non declinato, finiremo per costruire una società di tutti uguali e di inevitabili perdenti che “non-se-lo-meritano”

La differenza tra merito e “me-lo-merito” (il Fatto Quotidiano 25 novembre 2012)

Antonio Nicita. Finalmente – e inevitabilmente – la questione del merito è diventata centrale nel dibattito politico-elettorale del nostro paese. Essa riguarda la selezione della classe dirigente, non solo nel pubblico, ma anche nel privato. Oggi, ne parlano tutti. Ma pochissimi riconoscono l’equivoco tra merito e “me-lo-merito”. Mi spiego. Spesso i sostenitori del merito non sono solo interessati a una società ‘aristocratica’, cioè dei migliori: essi sostengono il merito perché pensano di possederlo. Capovolgendo la famosa frase di Groucho Marx, una società che non riconosce il mio merito non può che esser sbagliata, se non corrotta.

Per questa ragione – oltre all’oggettiva schifezza che oggi ci circonda – le campagne sul merito attirano molti consensi: perché offrono a molti la speranza che ciò che essi ritengono di meritare sarà sempre riconosciuto in un’ipotetica “società dei migliori”. Ma è davvero così? O meglio: quanti di noi sono disposti ad accettare una ‘società dei migliori’ che ci escluda? Cosa accade quando qualcuno ha i requisiti minimi, ma ci viene preferito dal valutatore per qualche criterio che non comprendiamo o, peggio, non condividiamo (e spesso non condividiamo proprio perché ci danneggia)? Siamo disposti ad accettare il giudizio sul merito anche quando quel giudizio ci esclude? Oggi è del tutto assente dal discorso sul merito la circostanza che, nella sua declinazione concreta, il merito si ‘misura’ in termini relativi e comparativi, cioè all’interno di uno schema concorrenziale. Esser meritevoli (o pensare di esserlo) non basta a far parte della “società dei migliori”, dipende anche, e soprattutto, dal merito degli altri.

La concorrenza è un modo semplice per selezionare: vinca il migliore. Vero. Ma restano comunque due problemi. Il primo è che, in molti ambiti – nel lavoro e nell’istruzione – la valutazione è spesso soggettiva e comunque parziale (nel senso che tende a premiare di più ciò che è più facile da misurare). Si pone il problema di individuare criteri di valutazione del merito condivisibili e condivisi (anche quando si perde). Il secondo è che la concorrenza per il merito genera quella che Fred Hirsch (“I Limiti sociali allo sviluppo”, 1976, Bompiani) chiamava ‘la scarsità sociale’. Prendiamo l’istruzione. Se dobbiamo selezionare i migliori dobbiamo basarci sul titolo di studio e sul voto. Ma quando cresce l’offerta di lavoratori con lo stesso titolo di studio, la domanda dovrà selezionare sulla base di titoli aggiuntivi, generando inflazione da titoli. Un maggior grado di istruzione cresce in valore se decresce il numero di quelli che lo posseggono e diventa un ‘bene posizionale’. La corsa ai titoli di studio genera ‘scarsità sociale’: più sono i titoli mediamente posseduti da una popolazione di aspiranti candidati a un ruolo, minore è la chance di ottenere il ruolo cui si aspira. È qui che la questione del merito cessa di essere facile retorica e diventa un problema serio di meccanismo di selezione.

Se la corsa al merito genera scarsità sociale nell’istruzione possono crearsi tre effetti perversi: il primo è che solo chi ha mezzi personali idonei può accedere ‘in media’ a percorsi di successo e resistere alla gara per i titoli, permettendosi di rinviare l’ingresso nel lavoro a forza di sommare titoli e ciò alimenta diseguaglianza e l’equazione aristocrazia-plutocrazia; il secondo è che viene meno l’offerta di lavoratori per occupazioni con ‘conoscenza tacita’ non misurabile (specie nei servizi, nell’artigianato, nei beni culturali ecc.); il terzo è che la concorrenza per il merito genera standardizzazione dei percorsi formativi e dei curriculum, un esercito di uguali in concorrenza. Finiamo per far tutti la stessa gara, indipendentemente dai nostri talenti e dalle nostre inclinazioni, aumentando il numero di perdenti. L’insopportabile retorica del ‘devi-avere-un-master’ (quale? di che tipo? in quale disciplina? per far cosa?), rivolta a ogni giovane laureato italiano, è figlia di questi equivoci (e del nostro provincialismo atavico).

Beninteso: siamo tutti concordi nel volere una società basata sul merito, ma – oltre gli slogan – c’è il rischio che, in nome di un merito retorico e salvifico, invocato ma non declinato, finiremo per costruire una società di tutti uguali e di inevitabili perdenti che ‘non-se-lo-meritano’, smarrendo in noi, e nei nostri figli, la scoperta dell’originalità, della diversità, dei talenti e delle inclinazioni. La “società dei migliori” sarà certo meglio di quello che abbiamo oggi, ma dubito sia la migliore società. Quantomeno discutiamone nel merito, del merito.

È fondata la richiesta d’interdizione dal ruolo e dall’attività dei vertici dell’ateneo senese?

Di recente, alcuni mezzi d’informazione locali hanno riportato la notizia di un esposto, alla Procura della Repubblica di Siena, riguardo alla retribuzione del Direttore amministrativo. Con la denuncia si chiedeva anche l’interdizione di Angelo Riccaboni e di Ines Fabbro, rispettivamente, dalla carica e dal ruolo di rettore e dall’attività e dal ruolo di Direttore amministrativo. La richiesta della misura cautelare era motivata dal pericolo di reiterazione del presunto reato e inquinamento probatorio. Per i vertici dell’ateneo senese, queste, sono accuse gravi e richieste pesanti, che i diretti interessati hanno eluso. Ebbene, rientra nella reiterazione di un abuso il provvedimento che si sottopone all’approvazione del CdA, nella riunione odierna? Nonostante il poco invidiabile primato di un Ateneo con il più alto indice d’indebitamento, l’amministrazione universitaria senese ha deciso di «utilizzare in assegnazione temporanea», presso la Divisione Ragioneria, 1 unità di personale dell’USL 7 di Siena per «una necessaria maggiore presenza di esperti di contabilità economico-patrimoniale». Il costo totale del comando ammonta a trentamila euro l’anno per un massimo di tre anni, non considerando l’ineludibile trattamento accessorio e altre indennità. Evidentemente, le attuali 46 unità di personale della Divisione Ragioneria non sono sufficienti – o non possiedono le competenze? – per assicurare la «riorganizzazione delle attività amministrative e contabili dei nuovi dipartimenti», oltre che per attuare le «nuove disposizioni normative in materia di bilancio delle università». L’illegittimità del provvedimento e l’inesistenza della dichiarazione di conformità alla normativa, che esclude il ricorso a tale procedura, dovrebbero convincere i consiglieri di amministrazione (per giunta a fine mandato) a non approvare tale delibera.

Articolo pubblicato anche da: il Cittadino Online (23 novembre 2012) con il titolo «Ateneo: un nuovo contratto nella direzione ragioneria. È utile?»